Il petrolio e la gloria. La corsa al dominio e alle ricchezze della regione del Mar Caspio – Steve LeVine

il petrolio e la gloria
Storicamente collocata lungo la Grande Via della Seta, l’Azerbaigian, ex repubblica sovietica dell’area caucasica, la cui regione – scriveva Tiziano Terzani in Buonanotte Signor Lenin – “è imbevuta di petrolio”, è ancora oggi, a ventidue anni dalla dissoluzione dell’URSS, uno stato di cui in Europa si ha una conoscenza piuttosto vaga.
Questo nonostante la politica estera del governo azero, da almeno tre lustri, abbia abbandonato il “monovettorialismo moscovita” e guardi con crescente interesse a Bruxelles e a Washington.
Se per l’Azerbaigian, ricco di gas e petrolio, l’Europa rappresenta un attrattivo mercato di sbocco per le proprie risorse energetiche, per i politici e i funzionari di Bruxelles l’intensificarsi dei rapporti politico-economici con Baku, dopo le guerre del gas tra Russia e Ucraina del 2006 e del 2009, è considerato sempre più elemento chiave per la sicurezza energetica del Vecchio Continente.
L’annuncio del giugno 2013 relativo al completamento, entro il 2019, del gasdotto TAP (Trans Adriatic Pipeline), che porterà anche sulle coste pugliesi il gas azero del giacimento “Shah Deniz”, scoperto nel 1999 sui fondali del mar Caspio, servendosi di una pipeline che attraversa Azerbaigian, Georgia, Turchia, Grecia, Albania, testimonia la ferma volontà della UE di diversificare gli approvvigionamenti energetici e di affrancarsi, seppure parzialmente, dal monopolista russo Gazprom.
Secondo stime diffuse nel corso del convegno “Azerbaijani gas arrives in Italy”, tenutosi a Roma il 26 settembre scorso, il TAP consentirebbe alla sola Italia un risparmio sulla bolletta energetica di ben 4 miliardi di euro.
Il crescente ruolo dell’area Caspica, ricca di petrolio e idrocarburi, sullo scacchiere internazionale, che ha trasformato Baku in un importante interlocutore delle cancellerie occidentali, merita dunque un approfondimento.
Il giornalista americano Steve LeVine, ex corrispondente di Newsweek, Financial Times, Washington Post, New York Times e Wall Street Journal, è stato il primo a occuparsi delle intricate vicende che ruotano attorno al boom energetico del Caspio.
Il Petrolio e la Gloria, saggio uscito nel 2007 e pubblicato in Italia nel 2009 dai tipi de Il Sirente, è il frutto di un lungo lavoro di ricerca basato su “centinaia di interviste condotte dal 1992 al 2007” (come ricorda LeVine nelle pagine finali) e di approfondimenti storico-bibliografici.
Prima opera a livello mondiale a ricostruire con dovizia di particolari le complesse questioni economiche, politiche e personali legate alle regioni caucasiche e centro-asiatiche – aree che con il crollo dell’Unione Sovietica sono tornate a giocare un ruolo rilevante nello scenario geopolitico mondiale, dopo essere state per 70 anni esclusivo appannaggio di Mosca – il testo di LeVine costituisce lettura fondamentale per chi voglia conoscere le origini della febbre dell’oro nero in questo angolo del mondo.
L’avvincente racconto – si legge tutto d’un fiato come un thriller, anche grazie ai continui capovolgimenti di fronte – inizia con la descrizione della Baku dei primi dell’800 (l’epoca dei Nobel, i “Rockfeller russi”) e si conclude con la nascita del progetto Baku-Ceyhan, l’oleodotto, varato nel 2006, fortemente voluto dall’ex presidente azero Heydar Aliyev assieme a Georgia, Turchia, Stati Uniti e compagnie petrolifere.
Se il fulcro de Il Petrolio e la Gloria è costituito dalla lotta per il controllo delle risorse energetiche mondiali con le multinazionali – BT, Chevron, Penzoil, ENI etc – che manovrano per assicurarsi parte dei ricchi giacimenti kazaki e azeri, mentre Russia e Stati Uniti cercano di ottenere punti di appoggio strategici nella regione e di ostacolarsi a vicenda, è innegabile che il libro di LeVine può essere anche letto come una biografia sui generis di uomini potenti, scaltri e privi di scrupoli.
Basti pensare al sopracitato Alyiev, ex generale del KGB, inviso a Gorbaciov e Eltsin, che pur governando il suo paese come un autocrate, seppe ritagliarsi il ruolo di abile stratega in campo energetico, sfidando il dominio di Mosca sull’area caucasica e caspica, a John Deuss, spregiudicato commerciante di petroli olandese, noto per le sue abilità negoziali o a Jim Giffen, brillante avvocato statunitense che, sfruttando una capillare rete di amicizie risalenti agli anni ’70, divenne l’intermediario di maggior successo nel Caspio.
Uomo ambizioso, amante di abiti lussuosi e di belle donne russe, Giffen formò nel 1984 la Mercator, la prima società di consulenza specializzata in commercio sovietico-statunitense.
Una decade più tardi, quando Stati Uniti e Russia, i principali player della regione, inizieranno a sfidarsi in una lunga partita a scacchi dagli esiti tuttora incerti, la sua decennale esperienza con i sovietici farà di lui il “faccendiere” a livello politico di molte compagnie petrolifere ansiose di avviare lucrosi business nel Caspio. Intermediario per il presidente e i ministri del Kazakistan, Giffen si troverà a fare i conti a metà anni ’90 proprio con John Deuss, businessman altrettanto cinico e pragmatico che, per “smussare gli angoli” nel corso di defatiganti trattative, faceva arrivare con jet privati, incurante del luogo in cui si tenevano i colloqui, modelle da un’agenzia di sua proprietà con sedi a Londra, Parigi e New York.

Steve LeVine, Il petrolio e la gloria – La corsa al dominio e alle ricchezze della regione del Mar Caspio (Il Sirente), Fagnano Alto (AQ), 2009

Massimiliano Di Pasquale

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