La verruca sul naso di Putin*

È stato l’economista russo Andrei Illarionov, ex consigliere di Putin caduto in disgrazia per aver criticato la guerra del gas voluta dal Cremlino nel 2006 contro l’Ucraina arancione di Viktor Yushchenko, ad anticipare più di un mese fa alla tivù Hromadske TV lo scenario cui si sta assistendo in questi giorni in Crimea.
Se il presidente Yanukovych non riuscirà a fermare con la forza la protesta di piazza – aveva dichiarato Illarionov – allora interverranno direttamente i russi con i carri armati.
Lo schema sarà quello già visto in Georgia nel 2008.
Milizie russe cercheranno di provocare un incidente ad hoc contro un cittadino di passaporto russo, incolperanno dell’accaduto l’esercito ucraino e poi, con la scusa di proteggere la popolazione russa della Crimea, invaderanno la penisola ucraina.

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In Ossezia del Sud nell’agosto del 2008 l’allora presidente Mikheil Saakashvili, ordinando al suo esercito di intervenire per porre fine ai bombardamenti di villaggi georgiani da parte delle forze separatiste ossete, che duravano ormai da giorni, offrì infatti il pretesto ai carri armati russi per invadere la Georgia.
A meno di una settimana dalla destituzione di Yanukovych del 22 febbraio e dalla nascita di un esecutivo ad interim presieduto dal Premier Arseniy Yatsenyuk e dal Presidente Oleksander Turchinov, il presidente russo Putin ha inviato il primo contingente militare in Crimea, penisola che dal 1954 fa parte dell’Ucraina, violando la sovranità territoriale del Paese.
Motivazione ufficiale, di quella che Kiev ha definito una grave provocazione e il preludio a un possibile conflitto armato tra Russia e Ucraina, “stabilizzare la situazione in Crimea e utilizzare tutte le possibilità disponibili per proteggere la popolazione russa della Crimea da illegalità e violenza”.
L’attività diplomatica internazionale – in particolare la dura reazione del presidente statunitense Obama che ha deliberato sanzioni economiche nei confronti di Mosca, il boicottaggio del G8 di Sochi e l’interruzione di tutti i legami militari con il Cremlino incluse le esercitazioni e le riunioni bilaterali – ha scongiurato per ora lo scoppio di una guerra.
Ciononostante a Simferopoli, il parlamento della Repubblica Autonoma Crimea, di concerto con le autorità russe, senza interpellare la Rada di Kiev, ha già indetto per il 16 marzo un referendum per chiedere la secessione dall’Ucraina e l’annessione alla Federazione Russa. A nulla sono valse le scomuniche espresse venerdì 7 marzo dal Consiglio straordinario dei 28 capi di stato e di Governo della Ue e dagli Stati Uniti che hanno definito illegittima la consultazione.
La crisi di questi giorni tra i due paesi, la più grave nell’area post sovietica dal crollo dell’URSS, nasce dal successo di Euromaidan, la rivolta popolare che ha sconfitto il regime di Yanukovych che nelle ultime settimane aveva assunto un volto sanguinario con l’uccisione di un centinaio di manifestanti.
Le dimostrazioni di Piazza dei mesi scorsi, che pur avendo come epicentro Kiev, hanno interessato tutta l’Ucraina, da Ovest a Est, da Nord a Sud, testimoniano la volontà degli ucraini di lasciarsi alle spalle l’epoca post-sovietica e di aprire una nuova fase, quella della rigenerazione morale.
Questo ambizioso tentativo deve fare i conti al momento sia con la volontà di Mosca di ostacolare in ogni modo un progetto che, se vittorioso, porrebbe la parola fine sull’Unione Euroasiatica e fornirebbe linfa vitale anche all’opposizione democratica russa sia con difficoltà interne legate alla gravissima situazione economica del Paese a un passo dal default.
Affinché l’Ucraina possa vincere questa sfida occorre che Europa, Canada e Stati Uniti la sostengano finanziariamente con un piano mirato di prestiti e investimenti e che la Comunità Internazionale, in questa delicatissima fase, garantisca con ogni mezzo la sua integralità territoriale ottemperando al memorandum di Budapest.
Con quell’accordo, firmato il 5 dicembre 1994 nella capitale ungherese, l’Ucraina cedeva il suo arsenale nucleare in cambio della garanzia della tutela della sua sovranità e sicurezza da parte di Gran Bretagna, Russia e Stati Uniti.
Se il Cremlino riuscisse infatti a creare un’enclave separatista in Crimea, ciò potrebbe innescare pericolosi effetti domino nell’Est del Paese con gravi pericoli di balcanizzazione.
E quella che è stata finora la rivoluzione di un popolo contro un regime corrotto potrebbe trasformarsi in una vera e propria guerra civile se l’opera di destabilizzazione della Russia, attraverso provocazioni militari e disinformazione mediatica, avesse successo.
Nel periodo della Presidenza Putin il giro di vite sulla stampa indipendente ha favorito il progressivo ritorno a metodi di propaganda neo-sovietica in linea con una lunga tradizione di manipolazioni e distorsioni della realtà.
Non è un caso che da qualche giorno, proprio nella Crimea occupata, le reti televisive ucraine Canale 5 e 1+1 siano state oscurate, sostituite da canali russi.
La macchina ben oliata della disinformacija ha favorito la diffusione di notizie false come quella che dipinge i manifestanti del Maidan come fascisti e antisemiti o quella secondo cui il nuovo governo ad interim avrebbe negato agli ucraini il diritto di parlare russo.
Un gruppo di alunni e studenti della Mohyla School of Journalism di Kiev, desiderosi di fare conoscere la realtà dei fatti hanno creato un sito , http://www.stopfake.org che confuta molte delle notizie apparse in questi giorni sui media russi.
Si è scoperto per esempio che una tv ha intervistato nelle ultime settimane la stessa donna che ha interpretato ogni volta ruoli diversi – abitante di Kiev, madre di un soldato, abitante di Kharkiv, manifestante anti-maidan e residente di Odessa – recitando peraltro lo stesso copione.
“L’Ucraina è in mano a estremisti e fascisti. Chiediamo aiuto ai fratelli russi perché ci vengano a liberare”.
La rozzezza di certe manipolazioni farebbe finanche sorridere se non fosse che la situazione in Crimea, che rischia di estendersi a tutto il paese, è davvero drammatica.
La verruca sul naso della Russia – così Potemkin chiamava la Crimea – è tornata a fare male. Auguriamoci non sia il preludio a una Nuova Guerra Fredda che soffochi nel sangue le aspirazioni di libertà, pace e democrazia del popolo ucraino.

Massimiliano Di Pasquale

*Analisi pubblicata sabato 8 marzo 2014 su The Post Internazionale
http://www.thepostinternazionale.it/mondo/ucraina/la-verruca-sul-naso-di-putin

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