La Russia odierna e il mito di Stalin

Stalin ovunque. Sulle fiancate degli autobus a Mosca, lungo il celebre Nevskij Prospekt a San Pietroburgo, persino sulle bottiglie di gazzosa a Volgograd, città che presto potrebbe tornare proprio al vecchio nome di Stalingrado.
Qualche giorno fa il presidente russo Vladimir Putin ha dato infatti il via libera al referendum per ripristinare l’antico nome abolito da Nikita Khrushchev nel 1961 nel corso della sua politica di de-stalinizzazione.
La notizia circolava in maniera ufficiosa da diverso tempo ed è l’ultimo tassello di un pericoloso processo di revisionismo storico in atto nella Russia di Putin da almeno un decennio, processo che ha portato persino alla riscrittura dei manuali di storia dove i crimini dello stalinismo vengono volutamente omessi.
Quattro anni fa la ricorrenza del 65° anniversario della vittoria sovietica sulla Germania nazista fu magistralmente sfruttata dal Cremlino per glorificare la figura di Stalin quale eroe dell’antifascismo nella storica battaglia di Stalingrado, nonostante il più grande scrittore sovietico, Vasilij Grossman dimostri nel suo capolavoro Vita e Destino che la vittoria di Stalingrado fu ottenuta mandando cinicamente a morire migliaia di persone come carne da macello in spregio a qualsiasi strategia militare.
Orlando Figes, storico inglese autore di Sospetto e Silenzio, saggio che descrive le sofferenze della vita quotidiana dei cittadini sovietici nei 25 anni in cui Stalin fu ai vertici del Cremlino, sottolinea come la società russa non si sia mai seriamente confrontata con lo stalinismo, ad eccezione di un brevissimo periodo tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90. Periodo oggi completamente rimosso dalla coscienza collettiva nazionale, in quanto legato alla stagione di riforme tentate da Gorbaciov, l’impopolare leader sovietico accusato oggi da nazionalisti e comunisti di avere svenduto l’URSS all’Occidente.

Joseph Stalin and Vladimir Lenin

Il mito di Stalin – in ribasso nella natia Georgia grazie al corso impresso dal 2004 al 2013 dall’ex Presidente Mikheil Saakashvili che ci si augura non venga tradito dal suo successore Giorgi Margvelashvili – trova ancora terreno fertile in Russia.
Una Russia pervasa da tendenze xenofobe e nazionaliste nella quale una organizzazione come Memorial, che da più di vent’anni si batte per la raccolta delle testimonianze sullo stalinismo e i gulag , vive da tempo sotto la costante minaccia delle autorità.
Basti pensare a quanto successo nel dicembre di sei anni fa, nel 2008, a San Pietroburgo, quando la sede dell’associazione, senza alcun motivo, fu messa a soqquadro dalla polizia che confiscò gli hard disk contenenti tutti gli archivi.
Il raid – ricorda Figes – avvenne proprio alla vigilia di una grande conferenza internazionale sullo stalinismo a Mosca.
Tuttavia sarebbe errato considerare la riabilitazione di Stalin solo come un prodotto della società post-sovietica.
Se a Mosca da quattro anni a questa parte – iniziò l’allora sindaco Yuri Luzhkov nel 2010 – si organizzano per il 9 maggio parate con l’effige di Iosif Dugashvili, ciò avviene anche grazie al silenzio complice dell’Occidente.
Provate a pensare se a Berlino qualche nostalgico nazista proponesse di tappezzare la città con manifesti o gadget inneggianti a Hitler. Pioverebbero giustamente sulla Germania critiche da tutto il mondo. Ma ciò non vale per la Russia.
La riabilitazione di Stalin avviene, oggi come allora, grazie alla complicità dell’Occidente.
Nonostante il massacro di Katyn, nonostante l’invasione congiunta tedesco-sovietica della Polonia nel ’39, nonostante la Seconda Guerra Mondiale per i sovietici iniziò solo nel 1941 – prima erano buoni alleati di Hitler –, nonostante l’orrore del gulag e il Holodomor, il genocidio ucraino del ’32-’33, vige ancora tra Russia e Occidente, secondo la brillante formula di Norman Davies, un Allied Scheme of History.
L’opportunistico alleato di ieri contro il nazismo continua ancora oggi ad essere l’alleato privilegiato dell’Europa. L’Allied Scheme of History finisce per incidere enormemente su tutte le vicende dello spazio post-comunista odierno.

Vita e Destino - Cover

Vita e Destino – Cover

Emblematico in tal senso ciò che accade in questi mesi in Ucraina, dove l’Europa non ha fatto nulla di concreto per fermare nel Donbas il terrorismo di truppe di irregolari – ceceni, cetnici serbi e russi – armati da Mosca.
Le ambiguità dell’Occidente con il proprio alleato di ieri hanno consentito alla Russia post-sovietica di non dovere fare i conti con la sua parte nera e di poter gettare le basi per di un neo-imperialismo che si è palesato nell’invasione della Georgia nel 2008 e nella crisi odierna in Ucraina.
Perché questo è stato possibile?
Fondamentalmente perché ancora oggi – nonostante le illuminanti pagini di Hannah Arendt sull’essenza dei totalitarismi del XX secolo – affiancare nazismo e comunismo è operazione difficile e contestata. Come ha scritto Adriano Dell’Asta – in un saggio intitolato Dal sogno all’incubo. Nazismo e comunismo in Vasiliij Grossman – “sembra quasi che comparare nazismo e comunismo significhi condannare di meno il nazismo…
L’opera di Grossman è di fondamentale importanza proprio perché il problema della comparazione tra nazismo e comunismo è il fulcro centrale della stessa.
Russo di origine ebraica, Grossman vide una parte della sua famiglia massacrata dagli eserciti nazisti. Corrispondente della Stella Rossa, il giornale del ministero della difesa sovietico, fu tra i primi giornalisti a entrare nel campo di sterminio nazista di Treblinka.
I suoi documenti furono utilizzati dalla delegazione sovietica come materiale informativo durante il processo di Norimberga.
Questi brevi cenni biografici sono più che sufficienti a dimostrare che non ci troviamo di fronte né ad uno storico revisionista-negazionista né ad un provocatore.
Veniamo dunque al cuore del problema.
Se il comunismo ha fatto milioni di morti – scrive Grossman – questo non dipende da una deviazione che avrebbe subito in Russia un’idea buona, ma da qualcosa che accomuna l’idea comunista e quella nazista.
L’autore individua quel qualcosa in una “comune e identica falsificazione e negazione della realtà”.
Così come i nazisti uccidevano gli ebrei in quanto non uomini, anche Lenin e Stalin sterminavano i kulaki definendoli non uomini.
La lucida analisi di Grossman porta a due fondamentali conclusioni.
La prima è che Lenin e Stalin, affermando il primato dell’idea sulla realtà, sono la stessa cosa. Entrambi in base ad una concezione astratta dell’umanità, in base alla folle pretesa di sostituire la realtà con un’idea, hanno sacrificato impietosamente tante vite umane.
La seconda, per certi versi ancora più sorprendente, è che è stato proprio questo sistema totalitario ad avere creato Stalin.
Era l’immagine di Stalin a essere fatta a somiglianza dello Stato e appunto per questo egli ne divenne padrone” – scrive Grossman in Tutto Scorre.
Se caliamo queste considerazioni filosofiche ed etiche, ancora prima che politiche, nel contesto odierno, ci apparirà chiaro che cosa significa nel 2014 glorificare Stalin.
Significa qualcosa di ben più grave che erigere un piedistallo in onore di un leader macchiatosi di enormi crimini contro l’umanità.
Dal momento, per dirla alla Grossman, che è il sistema ad avere prodotto Stalin, riabilitare la sua figura oggi significa continuare a glorificare un regime, quello sovietico – costruito sulla sistematica falsificazione e negazione della realtà – che sin dalle origini si è palesato come un’enorme Fabbrica di Morte.

Massimiliano Di Pasquale

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