Vasilij Grossman – Vita e Destino intervista con Claudia Zonghetti

Pubblicato nel 2008 da Adelphi, in una nuova traduzione condotta sul manoscritto originale russo, Vita e Destino di Vasilij Grossman è considerato dalla critica letteraria il Guerra e Pace del Novecento.
Opera monumentale le cui dimensioni ricordano il celebre romanzo di Tolstoj, il libro di Grossman – scrittore sovietico di origine ebrea nato a Berdichyv, Ucraina, nel 1905 – resta un testo imprescindibile per comprendere il secolo scorso e le tragedie di Nazismo e Stalinismo.
Claudia Zonghetti – una delle migliori traduttrici italiane dal russo (cura per Adelphi l’opera di Anna Politkovskaya) – ci spiega in questa lunga intervista perché Vita e Destino, come ha scritto George Steiner eclissa “quasi tutti i romanzi che oggi, in Occidente, vengono presi sul serio”.

Claudia Zonghetti

Claudia Zonghetti

Claudia, potresti raccontarci in poche battute la trama di Vita e Destino?
Vita e Destino è un romanzo davvero enorme che potremmo definire in estrema sintesi la storia – con la s minuscola – della famiglia Strum Shaposhnikov che incrocia la storia con la S maiuscola della battaglia di Stalingrado, dall’estate ’42 al 2 febbraio ’43. Strum, la moglie, la cognata e le persone intorno a loro si trovano immersi in questo preciso contesto storico. E il romanzo narra la reazione di ciascuno di essi agli avvenimenti della Storia. Poi ovviamente, all’interno del libro si alternano altre vicende, come la quotidianità dell’Istituto di Fisica di Mosca, o la vita di Novikov, il comandante del battaglione carristi che a Stalingrado la guerra la fa in prima persona. Ogni pagina ha i suoi protagonisti all’interno di queste due famiglie portanti o dei loro rami cadetti.

Nel romanzo si affacciano seppure brevemente le figure di Stalin e di Hitler. Qual è il loro ruolo nell’economia narrativa del testo?
La domanda che mi fai è molto interessante. Qualche anno fa la trasmissione radiofonica Fahrenheit dedicò una puntata a Vita e Destino e in studio, a discuterne, invitarono me, in qualità di traduttrice del romanzo, e lo storico Andrea Graziosi, tra i massimi esperti mondiali di Unione Sovietica. Ed è proprio sul ruolo di queste due figure che ci siamo trovati in disaccordo. Ovviamente il mio è un parere da lettrice e da traduttrice, non da storica. Secondo me nel libro le figure di Stalin e Hitler sono date sempre e solo come figure umanizzate. Sono ovviamente i responsabili di quello che sta accadendo, ma a Grossman interessano come uomini, come esseri più o meno umani. Hitler compare una volta in un capitolo in cui passeggia in un bosco e si fa cogliere da paure infantili. La persona che ha fatto costruire i campi di sterminio e ha ordito l’attacco alla Polonia viene ritratto come un uomo in difficoltà. Stalin è presente due volte. La prima quando entra in una kommunalka a trovare un vecchio compagno e si stupisce dell’elenco delle telefonate appeso al muro, ossia della banalità del quotidiano dei suoi concittadini. E la seconda, quando sapendo di avere in pugno Paulus, gongola e canta una specie di filastrocca come un bambino. A Grossman non interessava – a mio parere – analizzare la figura storica del grande condottiero, ma piuttosto mettere il condottiero a confronto con il quotidiano della storia. Graziosi invece sostiene che il peso specifico di queste due figure è molto alto perché sono loro a determinare gli eventi. È chiaro che Graziosi ha un quadro storico talmente pieno e puntuale che vede i responsabili della battaglia di Stalingrado come cause determinanti di tutto quello che c’è nel libro. Ma ripeto, a mio avviso, l’importanza delle due figure storiche è minore rispetto a tutto il resto.

Vita e Destino - Cover

Vita e Destino – Cover

Perché secondo te Vita e Destino è stato definito il Guerra e Pace del ‘900? E soprattutto ha senso fare questo paragone?
Ma come mole sicuramente sì! Al di là della battuta è sicuramente il paragone più semplice all’interno della letteratura russa conosciuta in Occidente. Guerra e Pace è un affresco storico dell’avanzata di Napoleone, qui abbiamo un presunto affresco storico dell’avanzata del nazismo e in entrambi i casi ci sono saghe familiari all’interno del romanzo. Grossman stesso citava Tolstoj come suo grande ispiratore e grande maestro assieme a Čechov. Ciò non toglie che i due romanzi siano decisamente diversi. Nel caso di Grossman la storia da lui raffigurata è molto più pesante, ha un peso specifico molto più forte perché oltre alla parte dell’invasore esterno c’è la parte relativa all’invasore interno. Per buona parte del libro infatti anche il proprio paese diventa nemico. Quindi c’è uno spessore, un gravame, un’invadenza della storia sulla trama decisamente superiore che in Guerra e Pace. Ma soprattutto la differenza è data dal fatto che Grossman fa muovere i suoi personaggi facendo loro scegliere qual è il modo di reagire alla Storia. Mentre invece in Tolstoj con il procedere dei capitoli, delle vicende, i protagonisti vengono privati della possibilità di scelta. In Tolstoj è un fatto superiore a determinare ciò che succede. Al contrario Grossman mira a fare capire che ogni singolo individuo deve essere artefice della scelta tra Bene e Male.

Si può sostenere che ciò derivi dalle diverse concezioni religiose dei due scrittori?
Sicuramente sì, visto che in Tolstoj stava già maturando un certo tipo di conversione religiosa.

A livello stilistico c’è qualcosa che li accomuna?

Anche sul piano dello stile ci sono nette differenze. Tolstoj è comunque un classico che indugia in descrizioni colorite, in digressioni liriche e usa anche il francese visto che questo era tipico dell’epoca. Dal momento che i nobili parlavano francese, l’ingresso di questo idioma all’interno della saga è abbastanza comprensibile. La lingua di Grossman è molto più asciutta, le descrizioni concedono meno alla lirica non avendo bisogno di superlativi perché già la materia è superlativa di suo. Ogni ridondanza serve a togliere potere e possanza a quello che già i fatti dicono. Grossman riesce a essere nitido senza essere banale. È asciutto, sì, ma sotto la superficie, la materia riscalda la parola “pulita”. Ripeto, la lingua di Grossman non ha bisogno di superlativi o di iperboli per esprimere ciò che è già forte di suo.

Potremmo definirla una prosa giornalistica nel senso più nobile del termine?
Direi di no. Qui siamo a un livello diverso semplicemente perché lo scopo è diverso. Il giornalismo ha l’urgenza di raccontare il fatto, nel romanzo l’urgenza viene stemperata dalla riflessione e quindi anche la lingua ha il tempo di sedimentarsi e di essere più precisa, più specifica. Se i reportage che scrisse come corrispondente dalla prima linea erano ovviamente più scottanti e più densi di polvere, in Vita e Destino la prosa di Grossman ha il tempo di sedimentarsi. È come se lo scrittore dicesse al lettore: “io ti sto proponendo la mia riflessione su questo periodo storico, te la offro in questo modo, sta a te scavare un po’ sotto”. Al contrario nel giornalismo quello che trovi sulla pagina è quello che devi sapere. Qui invece il compito del lettore viene potenziato.

Vasilij Grossman

Vasilij Grossman

Grossman e Pasternak, sono considerati i due più grandi scrittori sovietici. Esistono a tuo avviso delle affinità tra di loro, al di là della comune matrice ebraica?
Secondo me non sono paragonabili perché rappresentano due pianeti completamente diversi. Pasternak è soprattutto un poeta, anche quando scrive prosa. Il ruolo dell’arte, della poesia all’interno del Dottor Živago è preponderante. La salvezza nell’opera è data dal fatto che Živago riesce comunque a continuare a scrivere poesie. La poesia è un modo per salvarsi dal rivolgimento storico. In Pasternak la scrittura è introspezione, analisi estrema della persona. Non a caso Živago è paragonato all’Amleto. Tutto questo in Grossman non c’è.

Pasternak è forse più legato a stilemi narrativi ottocenteschi?
Non definirei la prosa di Pasternak ottocentesca… Però concordo con te sul fatto che alcuni temi, quali l’invadenza assoluta della natura – c’è chi sostiene che la storia stessa venga rappresentata nel Dottor Živago attraverso le stagioni – potrebbero indurre a questa conclusione. In questo senso sarebbe forse più corretto parlare di Simbolismo. Grossman invece è un prosatore puro, non ha nulla del poeta.

George Steiner ha scritto che libri come Vita e Destino eclissano quasi tutti i romanzi che oggi in Occidente vengono presi sul serio. Secondo te cosa intendeva dire?
Credo che lui l’abbia letto in russo, al momento giusto negli anni ’80, senza quei paraocchi dovuti al fatto che tutta la cultura europea di allora era tendenzialmente marxista. Lo ha letto, ripeto senza pregiudizi e ha colto quello che molti hanno compreso solo più tardi. Al di là di tutto, l’affresco è mirabile e il coraggio ammirabile al limite dell’imprudenza… Davvero si fa fatica a capire, con tutto quello che succedeva intorno a lui, cosa abbia portato Grossman a credere di poter pubblicare un libro di questo tipo negli anni in cui lo proponeva. Penso che George Steiner abbia apprezzato tutto questo. Anche l’audacia, se vuoi.

Il libro uscì anche in Italia negli anni ‘80…
Sì uscì nel 1984 per i tipi di Jaca Book. Io l’ho letto in quella versione da studentessa e onestamente si capiva che sotto c’era un gran bel libro, ma era come una poesia mal tradotta. Capivi il senso, si annusava la bellezza del testo, ci si rendeva conto che i temi affrontati erano scottanti ma mancava la parte letteraria vera e propria. Con questo non intendo dire che la mia traduzione sia chissà quale capolavoro. Certo è che la mia principale preoccupazione, quando mi sono imbarcata in questa impresa, era quella di non fallire. Se anch’io avessi fallito nella resa ,il povero Grossman avrebbe dovuto aspettare un altro secolo. Difficilmente qualcun altro si sarebbe messo a ritradurre in italiano un romanzo di 850 pagine. Sentivo la responsabilità di riuscirlo a rendere in un italiano che assomigliasse il più possibile all’intensità della sua lingua.

Quindi confermi che il libro nella prima edizione italiana non andò molto bene?
Il libro non andò bene ma uno zoccolo duro di lettori l’ha comunque avuto. Mentre lo traducevo incontravo amici e conoscenti che mi dicevano di averlo letto. Pare addirittura che ci sia stata una ristampa di quella edizione qualche anno fa.
Penso inoltre che, parte dell’insuccesso, sia anche dovuto al fatto che i temi affrontati disturbavano una certa intellighenzia culturale italiana, insomma che i tempi non fossero ancora maturi.
Al contrario Tutto scorre, uscito qualche anno dopo, nel 1987, per Adelphi (N.d.R. la stessa casa editrice che ha pubblicato la nuova edizione di Vita e Destino tradotta da Claudia Zonghetti), ebbe migliore fortuna. Tutto scorre è un po’ il suo testamento. In quel libro Grossman tira le fila del discorso iniziato con Vita e Destino e arriva a individuare in Lenin il responsabile di tutto quello che è successo. Il ritorno dal lager del protagonista serve a fare il punto della situazione.

Anna Politkovskaya

Anna Politkovskaya

Grossman può essere definito – fatte le dovute proporzioni – uno scrittore politico come Anna Politkovskaya?
No, non credo. L’intenzione di Grossman non è quella di fare politica mentre lo scopo primo dei libri della Politkovskaya è la denuncia di ciò che sta succedendo nella Russia odierna. Per Grossman, invece, ti risponderei con Goethe: “la letteratura non è didattica perché letteratura didattica ma perché letteratura”. Grossman scrive, poi sta a chi legge trarre le debite conclusioni. Le sue non sono denunce vere e proprie, propone quella che è la sua versione ma non a scopi rivoluzionari, lo dimostra il fatto che lui era convinto di potere pubblicare Vita e Destino in assoluta tranquillità.

L’idea orwelliana di “scrittura politica come arte”, può avvicinare l’autore russo allo scrittore inglese. In fondo erano entrambi giornalisti, furono cronisti di guerra ed entrambi denunciarono le atrocità dello stalinismo?
Sicuramente Orwell e Grossman hanno percorsi di vita molto simili, ma divaricano completamente quando si tratta di applicare, tradurre il loro pensiero etico-politico in letteratura. Grossman non esaspera mai la parte letteraria per descrivere una situazione tutt’altro che rosea. Al contrario resta molto attaccato alla realtà. Manca in lui il concetto di distopia, o cacotopia, come preferiscono chiamarla i russi, che è tipicamente britannico, figlio se vuoi di una tradizione allegorica e satirica che risale a Jonathan Swift.

Perché Vita e Destino è un libro che va letto? Cosa diresti a un ipotetico lettore per invogliarlo a leggerlo?
È un libro che va letto nonostante la mole perché è molto meno pesante di quello che sembra, perché propone con insospettabile leggerezza dei temi fondamentali, perché non dà risposte ma apre un sacco di porte. Che forse è la cosa più importante, in letteratura. Offrire cibo per la riflessione.

Massimiliano Di Pasquale

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