Chi era veramente Aleksandr Solzhenitsyn?

La cultura politica di Solzhenitsyn è modesta, e quasi esclusivamente russa: forse è proprio questo che gli dà la forza di fare quello che altri non hanno potuto. Le concezioni nazionali e religiose di Solzhenitsyn, le sue idee e la sua ideologia costituiscono una sfida per molti di noi, specialmente per coloro che hanno tentato una critica dello stalinismo dal punto di vista della sinistra, ovvero del socialismo dal volto umano: ma l’effetto da lui prodotto è di gran lunga maggiore del nostro. Sento quanto le mie riserve nei confronti dell’ideologo (in certa misura anche nei confronti dello scrittore, in particolare del romanziere) siano deboli e insufficienti di fronte alla sbalorditiva impresa di Arcipelago Gulag.
Così scriveva Predrag Matvejevic in una lettera indirizzata alla casa editrice di Zagabria August Cesarec nell’autunno 1974, nella quale l’intellettuale di Mostar auspicava la pubblicazione di Arcipelago Gulag anche in Jugoslavia.
La lunga missiva, scritta dopo l’espulsione dall’Unione Sovietica di Solzhenitsyn, è davvero illuminante per comprendere molte questioni legate alla dissidenza sviluppatasi in URSS nel periodo chruscioviano e per chiarire i contorni di una complessa figura politico-intellettuale come quella dello scrittore russo scomparso sei anni fa, la cui eredità politico-filosofica fa ancora discutere.

Predrag Matvejevic

Predrag Matvejevic

Chi era veramente Aleksandr Solzhenitsyn, l’uomo che negli ultimi anni della sua vita avallò la politica imperiale di Putin?
Torniamo per un attimo alla missiva di Predrag Matvejevic.
L’intellettuale jugoslavo, parlando della sbalorditiva impresa di Arcipelago Gulag, fu uno dei primi a intuire la portata storica di un’opera, che denunciando il totalitarismo sovietico, toglieva ogni alibi a tutti coloro “che non hanno voluto credere nell’esistenza dei lager nell’Unione Sovietica e che non gradiscono che si ricordi loro questo fatto”.
Al contempo l’individuazione lucida e puntuale, da parte di Matvejevic, di un pensiero politico nazionalista-religioso in cui non vi è alcun progetto di trasformazione della società sovietica – in contrasto con quanto teorizzato dal democratico Andrej Sacharov – è altrettanto profetica. Fornisce ex post una chiave di lettura davvero efficace per comprendere le posizioni politiche assunte da Solzhenitsyn dopo il crollo dell’URSS.
Posizioni altrimenti incomprensibili per quel mondo occidentale che lo aveva beatificato e santificato come icona della dissidenza e campione di democrazia.
Per capire la portata del pensiero solzhenitsyniano occorre sgombrare il campo da alcuni equivoci.
Uno di questi è l’equazione, tutta occidentale, tra dissidente e democratico. A ben vedere i termini non sono affatto sinonimi non foss’altro perché in quella che fu l’Unione Sovietica, il processo di de-stalinizzazione – avvenuto in epoca chruscioviana grazie al proliferare dei samizdat (autoedizioni) e più in generale a un clima di maggior apertura della società civile (in quegli anni Solzhenitsyn pubblicherà Una giornata di Ivan Denisovich su sollecitazione proprio di Khrushchev ) – diede vita a varie forme di dissenso.
Il dissenso quale entità monolitica fu un’invenzione puramente occidentale. Probabilmente una semplificazione che alla lunga ha però favorito il proliferare di letture distorte.
Nell’Unione Sovietica degli anni ’70 non solo non esisteva una netta linea di demarcazione tra dissenso e cultura ufficiale, ma quello che da noi veniva chiamato dissenso comprendeva al suo interno almeno tre filoni.
Una corrente comunista-leninista rappresentata da Roy Medvedev, una liberale-democratica personificata dal fisico Andrei Sacharov e una nazionalista-religiosa impersonata da Aleksandr Solzhenitsyn.
Mentre le prime due correnti erano minoritarie – il loro seguito piuttosto eseguo (circa 20-30.000 persone su 500.000 dissidenti stimati ad inizio anni ‘70) – quella nazionalista-religiosa raccoglieva un ampio consenso non solo tra le schiere dei dissidenti ma anche in quegli ambienti vicini all’apparato che auspicavano una maggiore russificazione dell’Unione.
A ben vedere il Comitato Centrale del Komsomol fin dal 1965 aveva spinto per un’educazione patriottica delle nuove generazioni per controbattere le mode occidentali.
La fede nazionalista – in base alla quale Solzhenitsyn sostiene che “esiste solo la Russia e gli altri popoli dell’Unione, specie se slavi, sono una variante dei russi” – era considerata una risposta alla crisi dell’ideologia ufficiale “internazionalista”.
Dettaglio questo che non sfugge all’analisi di Matvejevic che sottolinea come Stolipyn – Primo Ministro dello zar Nicola II – idolatrato da Solzhenitsyn fosse in realtà “visto dai popoli non russi (dagli ucraini, ad esempio) come un oppressore”.
Con il crollo dell’Unione Sovietica e il ritorno in patria dopo gli anni dell’esilio, Solzhenitsyn sviluppa ulteriormente questo suo pensiero panslavico avvicinandosi sempre più alle posizioni della Chiesa Ortodossa e più tardi al nazionalismo del regime putiniano.

Aleksandr Solzhenitsyn

Aleksandr Solzhenitsyn

Il saggio La “questione russa” alla fine del secolo XX, uscito in Russia nel 1994, può essere considerato il manifesto politico della Nuova Russia che doveva sorgere dalle ceneri del bolscevismo.
Nelle pagine dedicate a Ucraina, Bielorussia e Kazakhstan, Solzhenitsyn sposa tesi molto vicine a quelle fatte proprie dai nuovi ideologici del Cremlino. In un passo, intriso di nazionalismo, l’ex dissidente arriva a sostenere l’inferiorità della lingua ucraina, a contestare i confini attuali dell’Ucraina, a demonizzare il patriottismo ucraino e a teorizzare la superiorità della Russia.
La lingua ucraina non è ancora cresciuta in dimensione verticale, raggiungendo gli strati superiori della scienza, della tecnica e della cultura […] un simile impegno culturale richiederà probabilmente più di un secolo?” e poi ancora “coloro che non hanno assunto la nazionalità ucraina subiscono limitazioni in quanto lavoratori, pensionati o proprietari di immobili”.
Chi ben conosce la storia dell’Ucraina indipendente sa che le affermazioni sulle presunte discriminazioni nei confronti della lingua russa e dei russi in Ucraina non trovano alcun riscontro nella realtà. Paradossalmente se c’è una lingua che ha subito censure e vessazioni in questi anni, attraverso politiche di neo-russificazione, è stato proprio l’idioma nazionale di Kyiv.
Per dirla con Zacharov, presidente del Gruppo Ucraino di Helsinki dei difensori di diritti umani, Solzhenitsyn è “il leader di quella cerchia di dissidenti sovietici che credono che tutto il male venga dall’Occidente”..
La convinzione quasi profetica che la Russia abbia una missione speciale da compiere e che per essa non valgano le regole democratiche fa di Solzhenitsyn “un monarchico vicino alla posizioni più reazionarie dell’ortodossia russa”.
Ciò spiegherebbe sia la mancata evoluzione democratica della Federazione Russa in rapporto a quella di altre ex repubbliche sovietiche come Ucraina e Georgia, sia il sostanziale avallo teorico di Solzhenitsyn alla politica imperiale portata avanti negli ultimi anni dal Cremlino.

Massimiliano Di Pasquale

Advertisements