È ancora una fesseria parlare di Guerra Fredda dopo la crisi ucraina?

Se a Mosca ci fosse un pazzo come Milosevic – Putin non mi piace ma sicuramente non è un folle – e volesse fare una politica aggressiva verso l’Ucraina c’è una minoranza russa di milioni di persone nel Donbas con cui poter giocare”, queste le parole dello storico Andrea Graziosi all’indomani dell’invasione russa in Georgia del 2008. Oggi a distanza di sei anni dalla guerra dei cinque giorni tra Russia e Georgia, evento che a parere di chi scrive ha mutato profondamente l’assetto geopolitico nell’area ex-sovietica, le affermazioni del sovietologo italiano risultano più che mai profetiche. La crisi ucraina degli ultimi mesi dimostra non solo che l’inquilino del Cremlino si è progressivamente trasformato in una sorta di Milosevic, ma che a differenza di quanto sosteneva il professore nella lunga intervista, qui riprodotta integralmente, siamo di fronte, per dirla alla Edward Lucas a una Nuova Guerra Fredda, una guerra ibrida combattuta attraverso le armi del ricatto energetico, del cyber-terrorismo, della disinformacija e del terrorismo vero e proprio. Quello a cui stiamo assistendo è uno scenario inquietante, che non solo non viene adeguatamente contrastato dalla UE, ma che è paradossalmente frutto delle scellerate politiche dell’ Europa in materia energetica e del patto d’acciaio che unisce Berlino, dominus incontrastato della UE e Mosca, capitale del neo-imperialismo russo.

Professor Graziosi lei ha trascorso gran parte della sua vita a studiare l’Unione Sovietica: da dove nasce questa singolare passione intellettuale?

Vengo da una famiglia comunista e queste questioni mi hanno sempre interessato. L’idea di studiarle mi è venuta di fronte al fallimento dell’ideologia marxista, che per me divenne evidente a metà anni ’70. Pensai che non era possibile trovare una risposta a questo fallimento senza studiare l’Unione Sovietica.
E così mi sono dato da fare per trovare chi me la insegnasse. In Italia era impossibile perché non c’era nessuno in grado di insegnare storia sovietica. La svolta da questo punto di vista arrivò all’inizio degli anni Ottanta con la disponibilità di Moshe Lewin, allora uno dei più famosi ‘sovietologi’ del mondo, che nonostante avessi già trent’anni e non sapessi allora il russo, decise di accettarmi come suo “apprendista”.

Cosa è cambiato negli ultimi anni in Italia rispetto allo studio della storia dei paesi ex-sovietici?

Da un certo punto di vista direi che la situazione è peggiorata. C’è stato un momento di grande interesse negli anni ’80 legato senza dubbio alla politica; ora i giovani che studiano la Russia sono di meno quantitativamente rispetto a quelli della mia età. C’è però uno spostamento di interesse verso le periferie, soprattutto Asia Centrale e Ucraina. Oggi in Italia ci sono almeno una decina di storici di ottimo livello ma manca la generazione per sostituirli.

Negli ultimi mesi avvenimenti quali la guerra in Georgia, le tensioni tra Russia e Ucraina e le questioni legate allo scudo antimissilistico hanno fatto parlare alcuni osservatori di Nuova Guerra Fredda. Esistono secondo lei i termini per poter parlare di Nuova Guerra Fredda?

È assolutamente improprio parlare di Guerra Fredda. Direi che è una fesseria senza fine.

Per quale motivo?

Innanzitutto perché non c’è più l’Unione Sovietica e la Russia è un paese munito sì di bombe atomiche, ma con una crisi demografica spaventosa e che si regge essenzialmente sul petrolio. E l’America non è l’America del ’45. Nel ’45 la Cina non contava molto. Adesso c’è la Cina, c’è l’India, c’è l’Unione Europea. Certo, assistiamo al riemergere della Russia che grazie al petrolio riafferma le sue scelte di potenza regionale. E gli americani, che però hanno tanti altri problemi, cercano di contenerli. La Guerra Fredda era una cosa vera, qui c’è qualche scontro verbale ogni tanto, con un’Europa in gran parte acquiescente rispetto a questo riaffermarsi di potenza regionale della Russia.

Andrea Graziosi

Andrea Graziosi

Dunque le questioni georgiane e ucraine vanno lette in ottica diversa?

Penso proprio di sì, sono dopotutto di scala molto diversa. Il pericolo vero che io vedo – ma voglio essere ottimista – e quello di guerre locali come nella ex-Jugoslavia.

In quali luoghi?

Alcuni focolai potrebbero aprirsi in Caucaso ovviamente, ma anche in Crimea e forse persino nel Donbas.
La materia del contendere c’è. Fortunatamente le spinte per la pace mi sembrano decisamente superiori a quelle per la guerra. Ma non c’è dubbio, la gente spesso se lo dimentica, che i confini esistenti creano molti problemi. Alla conferenza di Helsinki nel 1975 si era deciso che i confini sono sacri, ma nella realtà i confini non sono mai sacri. Da quando sono crollate l’Unione Sovietica e la Jugoslavia ci sono molti confini molto contestabili da tanti punti di vista. La tendenza penso non sia a fare la guerra, ma nel corso della storia il problema delle minoranze esterne è stato spesso risolto con la forza.
Le faccio un esempio. Se a Mosca ci fosse un pazzo come Milosevic – Putin non mi piace ma sicuramente non è un folle – e volesse fare una politica aggressiva verso l’Ucraina c’è una minoranza russa di milioni di persone nel Donbas con cui poter giocare. In Crimea, data all’Ucraina da Khrushchev, la situazione è ancora più grave che nel Donbas. A livello storico io non conosco situazioni in Europa di minoranze di milioni di persone che prima o poi non hanno scatenato problemi.
Quello che io vedo è un rischio di guerre regionali reso possibile dal fatto che i confini ereditati dall’Unione Sovietica e dalla Jugoslavia erano confini fragili e problematici e nessuno ha voluto affrontare il problema.

La controversa figura di Gorbaciov. Qual è il suo giudizio storico sull’ex leader sovietico e sugli anni della perestrojka?

Lasciamo perdere il Gorbaciov odierno, oggi è una figura minore, a tratti patetica. Parliamo di quello di allora che è stato un Gorbaciov grandioso.
Penso che Gorbaciov sia stata una persona molto coraggiosa che ha svolto un ruolo molto positivo nella storia, un ruolo gli verrà riconosciuto ex post dagli storici. Detto ciò era una persona ingenua, senza politica che non fosse tattica, con un corredo di idee miserabili da un punto di vista intellettuale ma non per colpa sua, visto che era un prodotto dell’Unione Sovietica. È stato un politico che ha fallito in tutto quello che ha cercato di fare. Non ha ottenuto nulla di quel che voleva. E però dobbiamo a lui e a Eltsin il fatto che l’Unione Sovietica non sia finita come la Jugoslavia. Tenendo conto che c’erano mi pare 11.000 testate nucleari non mi sembra poco. Il fatto che Gorbaciov abbia rifiutato fino all’ultimo l’uso della forza e abbia tenuto fede all’idea che le cose andavano risolte in maniera pacifica è la cosa che lo fa grande.

l'Urss dal trionfo al degrado (cover)

l’Urss dal trionfo al degrado (cover)

È quindi il suo umanesimo a riscattarlo?

Gorbaciov è un politico che nel ’91, dopo il golpe, parla ancora di socialismo senza accorgersi che il socialismo era un’ideologia vuota. Si può obiettare che non è così perché c’è ancora oggi gente nel mondo e in Italia che vi crede, ma dal punto di vista intellettuale lo era. Un conto è un ideale dell’uomo della strada, altra cosa è un uomo politico che deve governare. Gorbaciov era privo degli strumenti intellettuali necessari per affrontare la situazione.

Una cosa che lei sottolinea nel libro è l’impossibilità di un riformismo rispetto ad un regime che non era socialista, ma un regime totalitario

Il problema è che Gorbaciov non sapeva che pesci pigliare. Era un uomo che non sapeva cos’era la moneta, cos’era il credito. Era di un’ignoranza economica abissale. Però non era solo lui, erano tutti così. Siccome ogni persona va giudicata nel suo ambiente e in un determinato contesto storico, Gorbaciov è stato un uomo coraggioso, onesto, una persona per bene che ha cercato di fare del bene, su questo non c’è dubbio. Che purtroppo non è riuscito a fare niente perché aveva questo corredo intellettuale miserrimo, ma che comunque ha giocato un ruolo molto positivo. Siccome la storia la fanno gli uomini, se Gorbaciov fosse stato simile a Milosevic o Tudjman non saremo qua a parlare noi o comunque vivremmo una situazione internazionale molto diversa.

La figura di Eltsin in rapporto a quella di Gorbaciov

Io sono stato un grande estimatore anche di Eltsin, di cui condanno però il tragico errore di fare la prima guerra cecena. Di Eltsin si può dire che da un punto di vista intellettuale era perfino inferiore a Gorbaciov, era un ingegnere, un tecnico. Ha condiviso le politiche di Gorbaciov completamente fino al 1988. E quando se ne è distaccato non lo ha fatto su una linea liberale, ma su una linea populista. Ma l’elemento che riscatta la figura di Eltsin, e che sottolinea la sua capacità di apprendere e il suo essere una persona di prim’ordine è da un lato la sua capacità di prendere decisioni e dall’altro la sua capacità di scegliere bene, perché lui scelse di mettersi con i democratici. Le idee dello Eltsin “buono” non sono idee di Eltsin, sono quelle di Sacharov. Eltsin ha avuto il coraggio di scegliere questo lato e io ho un’enorme ammirazione per ciò che ha fatto, però vanno visti anche i limiti di una persona che non coglie l’elemento politico alla fine del ’91.
Eltsin fece allora delle grandi scelte in campo economico, ma in campo politico non toccò il Parlamento, che era un organo di fatto sovietico, e fu poi costretto a scioglierlo a cannonate due anni dopo, e promulgò con grande ritardo una costituzione fatta piuttosto male.
Detto questo sia Eltsin sia Gorbaciov sono due giganti. È grazie a loro che non si è fatta la guerra. Lo Eltsin che va a salutare i lituani nel gennaio del ’91 è una figura grandiosa perché da al nazionalismo russo uno sbocco democratico e liberale. Ma ciò gli venne dall’istinto più che dalla cultura.
Il giudizio ripeto è positivo su entrambi. Io metterei molto in risalto le affinità. Fino al 1988 Eltsin aveva fatto a Mosca da segretario politiche che portavano all’estremo le idee di Gorbaciov. È quando lui rompe, anche per motivi personali, perché è insofferente della situazione, Gorbaciov in fondo lo capisce.
La cosa fantastica è l’incontro tra il populista Eltsin e i democratici, la sua capacità di scegliere il blocco democratico. Ma il fatto che la sua esperienza sia durata così poco dimostra che la cultura politica di Eltsin aveva dei limiti molto simili a quella di Gorbaciov.

Il conflitto tra i due fu uno scontro di potere o di personalità?

La politica è sempre un conflitto di potere. Direi che in questo caso è il conflitto tra due progetti statuali diversi. Gorbaciov credeva ancora in una federazione di stati, mentre Eltsin voleva costruire la Russia. Non c’era posto per entrambi i progetti. Ci sarebbe stato forse, nel senso che fino alla fine Eltsin era disposto ad accettare una federazione debole, o meglio una confederazione. L’insistenza di Gorbaciov nell’avere una federazione forte troppo simile all’URSS ha portato al divorzio. Ma io vorrei sottolineare l’importanza e la bontà di questo divorzio consensuale che ha impedito alla gente di ammazzarsi. Per esempio hanno risolto il problema delle bombe atomiche, cosa di cui la gente si dimentica.

Si potrebbe affermare che Gorbaciov fino all’ultimo è rimasto leninista mentre Eltsin aveva già abbracciato la causa democratica?

Leninista non credo, nel senso che anche Gorbaciov alla fine era piuttosto un socialdemocratico. Gorbaciov è stato leninista, a parole, fino al ’90. Poi dal giugno ’91 ha lasciato il marxismo leninismo anche lui. Ma non sapeva con cosa sostituirlo. Per certi versi, fatte le dovute differenze, è un po’ quello che accade al Partito Democratico in Italia. Anche in Italia per 100 anni la sinistra è stata il marxismo. Quando si è scoperto che non funzionava molti sono restati di sinistra in nome dei buoni sentimenti. Ma è possibile definire una politica socialista e il socialismo in base ai buoni sentimenti? Non si può fare politica con i buoni sentimenti, occorre avere un progetto. Il socialismo con Marx non era buoni sentimenti: c’era la convinzione che la nazionalizzazione avrebbe portato a una società migliore.
Questo è un po’ il Gorbaciov del ’90-’91, un uomo con dei buoni sentimenti e nessun apparato concettuale per costruire una società più giusta. Direi che Gorbaciov, che aveva destato tanta ammirazione anche in Italia, è stato posto nel dimenticatoio negli ultimi anni proprio perché nessuno vuole affrontare questo problema. Dietro c’è la fine di un apparato strumentale e concettuale sofisticato ma errato, che non è possibile sostituire semplicemente con delle buone intenzioni.
Tornando a Gorbaciov e Eltsin io li vedo come due figure affini e complementari che a un certo punto hanno rappresentato due interessi diversi: quelli di una Russia che si identificava forse per la prima volta nella sua storia con il liberalismo e la democrazia e quelli di uno stato a base russa ma non russo. Certo è vero che Gorbaciov odiava Eltsin. Noi abbiamo i verbali dell’ufficio politico che parlano chiaramente. Per lui era diventata un’ossessione.

L'URSS di Lenin e Stalin (cover)

L’URSS di Lenin e Stalin (cover)

Quale è stato il ruolo dei Baltici con le rivolte del 1988, nell’esportare le “rivoluzioni nazionali” in Caucaso e in Ucraina?

Il ruolo dei Baltici fu enorme, ma più in generale il ruolo della questione nazionale nell’accelerare la crisi dell’Unione Sovietica fu all’inizio secondario. Contrariamente a quello che dicevano alcuni sovietologi l’Unione Sovietica non è andata in crisi per questioni nazionali. L’Unione Sovietica è andata in crisi perché il sistema socio-economico non funzionava più. Perché gli uomini morivano a 63 anni, perché si viveva malissimo, perché non c’erano soldi, perché mancavano i beni da comprare.
Era talmente in crisi che tutto il gruppo dirigente, compreso forse l’ultimo Brezhnev, era rassegnato a riforme radicali. La crisi non era negata da nessuno. Gli stessi golpisti del ’91 erano tutti “riformisti” nell’85. Tutti sapevano che il sistema così com’era non poteva andare avanti, se lo dicevano tutti i giorni come testimoniato dai verbali delle riunioni. Quindi il problema nazionale con la crisi dell’Unione Sovietica c’entra poco.
Tornando alla domanda originaria direi che il ruolo dei Baltici è stato davvero grande. Dal momento che lettoni, estoni e lituani erano stati gli ultimi ad essere conquistati erano quelli che avevano più attriti con Mosca. Esiste questa teoria generazionale del consenso per cui quelli repressi più di recente sono quelli che più odiano l’Unione Sovietica. Quando sono stati repressi gli ucraini e i russi? Negli anni ’20 e ’30, quindi la generazione che aveva 20-30 anni in quegli anni era molto anti-regime, mentre quella che aveva 20-30 negli anni dopo la seconda guerra mondiale, no. Nel Baltico la repressione è degli anni ’40 e ’50 per cui i repressi negli anni ’80 erano ancora attivi.
Diciamo quindi pure che l’onda baltica ha messo in moto tutte le onde nazionali. Però ci sono stati problemi seri in Asia Centrale. In fondo la prima rottura delle nazionalità è quella di Alma-Ati del dicembre 1986 in Kazakhstan.

Qual è stato il ruolo di Chernobyl nell’accelerare il crollo dell’URSS e nel favorire il coagularsi di una coscienza identitaria ucraina?

Più che nello sviluppo della coscienza identitaria ucraina, che è stato un processo più lento, Chernobyl è stata molto importante perché di fatto ha aperto realmente la strada alla glasnost. Prima si parlava di trasparenza ma in termini molto vaghi. Fu lo scandalo rappresentato dal silenzio sulla catastrofe, di cui parlava tutto il mondo, a permettere a Yakovlev di introdurre la glasnost vera sui giornali. In altre parole, Chernobyl convinse i dirigenti sovietici riformisti della necessità di liberare la stampa o quanto meno rese possibile a quelli di loro che lo volevano di farlo, giocando sulla vergogna.
Anche sul coagularsi di una coscienza identitaria ucraina Chernobyl ha un impatto, non so però quanto grande. Sicuramente gioca un ruolo per gli intellettuali ucraini. Ma l’effetto più grande è sicuramente rispetto alla glasnost. Quando un regime che si è sempre detto buono scopre e afferma di essere stato molto cattivo, chi lo vuole più? E poi il paese che ha sofferto di più l’impatto di Chernobyl è stata la Bielorussia, dove lo sviluppo democratico e nazionale non è stato così grande come in Ucraina.

Bielorussia e Azerbaigian, a differenza di Ucraina e Georgia sembrano piuttosto impermeabili alla nascita di un percorso democratico. Quali sono a suo avviso le ragioni storiche di modelli di sviluppo democratico così diversi?

Sono questioni molto complesse, ma qualche comparazione la si può fare. In Bielorussia, che è anche molto più piccola dell’Ucraina l’opera di russificazione è stata molto più penetrante. La Bielorussia è molto più debole, il movimento nazionale bielorusso c’è stato durante la guerra civile, in tutti i momenti di crisi, ma non ha giocato un ruolo simile, neanche lontanamente a quello ucraino. Da questo punto di vista esisteva una differenza molto forte tra i due paesi.
Io penso che ad un certo punto l’Unione Sovietica ha scelto la russificazione lenta delle repubbliche slave perché quella aggressiva non le riusciva e che in Bielorussia questa russificazione lenta ha avuto più successo che in Ucraina perché il paese era più piccolo, la tradizione culturale nazionale più debole. Il fatto che poi in Ucraina si sia sviluppato un forte movimento democratico è sicuramente dovuto ad una forte componente nazionale e culturale. Ossia la presenza di una forte cultura diversa da quella russa.
L’Ucraina è un’entità molto più ricca, più grande e complessa rispetto alle altre repubbliche
La Georgia è stato il paese più anti-russo dell’Unione Sovietica, più dell’Ucraina probabilmente. Essa ha avuto una repubblica indipendente socialdemocratica per 4 anni, dal ’17 fino alla conquista sovietica del ’21, l’Ucraina solo per qualche mese nel ’18- ‘19. La più grande rivolta nazionale nella storia dell’Unione Sovietica è quella del ’24 in Georgia fatta dai resti dello stato georgiano menscevico. La prima rivolta nazionale vera, che paradossalmente usa la figura di Stalin, è quella georgiana del ’56 dopo il 20esimo congresso. Il nazionalismo georgiano è una cosa vera, grande, tradizionalmente anti-russo. Finché comandava Stalin, siccome il gruppo dirigente sovietico era caucasico, queste tendenze sono state tenute a freno.
L’Azerbaigian è una repubblica con una tradizione mussulmana fortissima. Georgiani e armeni hanno avuto grandi conflitti ma nulla di paragonabile a quelli ancora esistenti tra azeri e armeni. Da un certo punto di vista la strage di Sumgajt, cittadina a nord di Baku nel febbraio 1988 – un pogrom antiarmeno da parte degli azeri – è quella che mise in moto i movimenti nazionali in Unione Sovietica. L’incapacità di usare la forza da parte di Gorbaciov convinse un po’ tutti che c’era spazio per queste rivendicazioni. Ad Alma Ata la forza era stata usata seppure in maniera limitata. Il pogrom antiarmeno in cui l’esercito non intervenne dimostrò l’impotenza di Mosca e fece capire che ci si poteva muovere. Baku in quegli anni fu occupata da folle che inneggiavano a Khomeini. L’Azerbaigian, ancorché più avanzato, è più simile alle repubbliche centro-asiatiche. L’Azerbaigian io lo vedrei come la punta più avanzata del blocco centro-asiatico.

Vladimir Putin

Vladimir Putin

Dopo il conflitto di quest’estate in Caucaso si è parlato delle enclavi russe di Crimea, Abkhazia, Ossezia e Transnistria come di nel possibili teste di ponte per future annessioni alla Federazione all’interno del complesso mosaico geopolitico dell’ex impero sovietico. Sono realtà assimilabili a suo avviso?

Sono realtà molto diverse. In Abkhazia e Ossezia del Sud il conflitto con i georgiani percorre tutto il ventesimo secolo. I georgiani repressi, quelli della famosa manifestazione dell’89, chiedevano l’indipendenza a Mosca ma non volevano concedere l’indipendenza agli abkhazi. Dopodiché gli abkhazi dopo il ’91 hanno fatto una specie di piccolo genocidio nei confronti dei georgiani. C’è una grande differenza anche tra Abkhazia e Ossezia. In Ossezia Meridionale c’è stata violenza anche molto brutta, ma niente di paragonabile a quella brutale contro i georgiani in Abkhazia nel ’91. Lì ci sono stati massacri molto simili a quelli successi nell’ex Jugoslavia. Il bilancio fu, pare, di 30.000 georgiani uccisi e di 300.000 costretti a lasciare la regione. Venendo alla Crimea, quella non è un’enclave e qualcosa di più grande. Storicamente la Crimea è la terra dei tatari, poi cacciati dai russi. La Crimea alla fin fine è di chi la abita e i oggi russi sono la maggioranza.
Il problema è che questi confini stabiliti nel 1991 sono confini minati e sarebbe molto opportuno che ci fosse una conferenza internazionale per discuterne. Nessuno, anche comprensibilmente da un certo punto di vista, vuole toccare i confini, per paura di scatenare una guerra, però se nessuno ne parla la guerra scoppia lo stesso.
Nel caso della Transnistria si può parlare di vera e propria enclave russa. Quella di Crimea è troppo grande per definirla tale. Quando muore, seppure pacificamente un impero, si creano queste situazioni.
Le grandi repubbliche non si sono fatte la guerra, si sono riconosciute, hanno fatto un divorzio consensuale. Anche tutto il Kazakhstan settentrionale è abitato da russi. Lì ci sono regioni intere che potrebbero chiedere l’annessione alla Russia. Per questo il presidente kazako Nazarbayev ha sempre fatto politiche accomodanti verso il Cremlino. Lo ha fatto per non mettere a rischio l’integrità territoriale del suo paese.

E la questione della Transnistria in che misura può minare la sicurezza e l’integrità della Moldova?

La questione è complicata ma diversa da quella di Abkhazia e Ossezia Meridionale visto che la Transnistria non ha confini diretti con la Russia. Sicuramente i moldavi non possono intervenire per riannettersi Tiraspol perché l’enclave è protetta dalla Russia. Allo stesso tempo dal momento che la Transnistria non confina direttamente con la Federazione è difficile pensare ad una sua annessione alla Federazione, anche nell’eventualità di un ritorno della Crimea sotto l’egida di Mosca. Il discorso più generale è che i materiali per i conflitti ci sono, sono molto grandi e non conviene a nessuno fare scoppiare guerre. Ma l’atteggiamento europeo di ignorare questi problemi è deleterio.
Se a Bucarest lo scorso aprile si fosse deciso l’ingresso di Georgia e Ucraina nella NATO sicuramente il conflitto in Ossezia non sarebbe scoppiato. Io personalmente sarei addirittura a favore dell’ingresso nella NATO anche della Russia, anche se orami sarebbe difficile anche per un suo rifiuto. Io non capisco perché la Russia debba essere trattata come una potenza ostile. La Russia è un paese europeo. Reagan e Bush senior fecero una politica filorussa che è stata di grande beneficio agli ucraini e a tutti gli europei orientali. Bisogna fare capire ai russi che l’espansione della NATO conviene anche a loro in ottica geopolitica visto l’emergere della potenza cinese. Detto questo non mi piace assolutamente il regime che c’è oggi a Mosca.

Qual è l’eredità sovietica nella Russia di Putin?

Direi che è pesantissima. Più che l’eredità diretta – ovviamente c’è anche quella – conta l’eredità indiretta. Il regime sovietico ha staccato la cultura russa dall’Europa per 70 anni. Anche i quadri dirigenti si sono formati in ambienti iperprovinciali che non hanno conosciuto le correnti intellettuali europee dal ’17 ad oggi. Hanno una forma di nazionalismo primitivo paragonabile a quello dell’Italia nel 1918.
Spiace dirlo, ma è gente con poca cultura. Questo è il lascito sovietico. L’idea che il nazionalismo è funesto è passata bene o male in Europa. La Germania non farebbe mai una politica verso la Boemia come la Russia pretende di fare verso l’Ucraina.

Andrea Graziosi, L’ Urss di Lenin e Stalin. Storia dell’Unione Sovietica, 1914-1945, il Mulino (2007)
Andrea Graziosi, L’ Urss dal trionfo al degrado. Storia dell’Unione Sovietica, 1945-1991, il Mulino (2008)

Massimiliano Di Pasquale

Advertisements