Diario Russo, il Testamento Morale di Anna Politkovskaja

Quanto accaduto in Ucraina in coda al 2004 ha segnato la fine della Grande Depressione politica russa: è storia. L’opinione pubblica si è risvegliata dal torpore e ha invidiato con tutte le forze la piazza di Kiev, Majdan Nezależnosti. “Perché non facciamo come loro accidenti?” ci si ripeteva l’un l’altro. “Siamo così simili, eppure…”

Con parole di speranza – vanificate solo qualche riga più in basso dall’amara constatazione che “la passione politica della piazza di Kiev non ha contagiato la Russia” – inizia la cronaca del 2005, l’ultimo anno narrato da Anna Politkovskaja nel suo Diario Russo, dato alle stampe postumo da Adelphi due anni più tardi.
Testamento morale di una giornalista che ha pagato con la propria vita la volontà di raccontare il male oscuro della Federazione, il libro si compone di tre sezioni che ricostruiscono con estremo rigore filologico e documentaristico anni cruciali della storia russa contemporanea.
L’elezione pilotata della Quarta Duma e l’indebolimento del fronte democratico del dicembre 2003 sono un autentico canto del cigno per la debole democrazia che la Russia di Eltsin, seppur con enorme difficoltà, stava cercando di costruire. In quei giorni, in cui di fatto si gettano le basi per un secondo mandato al Presidente Putin, la Politkovskaja si interroga sul futuro di un paese in cui la libertà di informazione sembra progressivamente contrarsi. Intervistando Javlinskij, il leader di Jabloko, che di lì a poco subirà una pesante sconfitta elettorale, non riuscendo a conquistare i voti necessari per entrare nella Duma, la giornalista di origine ucraina fotografa una nazione in cui le istituzioni democratiche non vengono distrutte come ai tempi dello stalinismo ma di fatto piegate e rimodellate secondo i voleri del Cremlino.

Anna Politkovskaja

Anna Politkovskaja

Le risposte del leader dell’opposizione liberale alle domande provocatorie della Politkovskaja, la cui intransigenza morale non risparmia nessuno, neppure gli oppositori di Putin, dicono di una democrazia assai fragile afflitta dalla mancanza di un potere giudiziario indipendente, dall’assenza di mass media indipendenti a carattere nazionale e di finanziamenti indipendenti.
In assenza di questi tre fondamenti – conclude Javlinskij – è praticamente impossibile creare un’opposizione politica attiva”.
Rispetto alla possibilità di fare saltare il regime con manifestazioni di piazza pacifiche come quelle avvenute in Georgia qualche mese prima Javlinskij sottolinea che tale metodo non è affatto praticabile. Laconico risponde che in Russia questo si trasformerebbe in un bagno di sangue.
L’unico obiettivo possibile è la conservazione. Ossia il mantenimento di “quanto la Russia si è conquistata alla fine degli anni Ottanta”.
Il mancato ingresso in Parlamento di Jabloko sancirà il 9 dicembre del 2003 anche il fallimento di quell’obiettivo minimo.
Scrive la Politkovskaja a pagina 28. “Nell’era Putin la democrazia parlamentare è morta. E non perché Javlinskij è stato battuto….. La gente ha dato il proprio consenso. Nessuno s’è alzato in piedi. Nessuna dimostrazione, niente proteste di massa o azioni di disobbedienza civile. La gente ha mandato giù il rospo e ha accettato di vivere non tanto senza Javlinskij, ma senza democrazia. Ha accettato di passare per idiota”.
Una requisitoria dura che attraversa senza soluzione di continuità tutto il volume e che si fa particolarmente aspra nelle pagine in cui la giornalista racconta i drammi del conflitto in Cecenia e le condizioni di vita dei reduci di guerra.
Emblematico il racconto di Sergej Domračev, un ex soldato semplice che faceva parte della terribile brigata 101, uno dei pochissimi ad essere sopravvissuto solo per miracolo.

Diario Russo (cover)

Diario Russo (cover)

È lui stesso a raccontare alla Politkovskaja la tragica condizione dei reduci della guerra cecena.
Di tutti quelli che conosco e che hanno combattuto, dopo la guerra se ne sarà sistemato come si deve un dieci per cento. Gli altri bevono, si girano i pollici e si fanno mantenere dai genitori. La gente ci evita, ha paura di noi. Per questo molti vanno a fare i gorilla nelle agenzie degli ex “afghani”, che li assumono, sì, ma senza troppo entusiasmo”.
Il finale dall’emblematico titolo Ho o Non Ho Paura? sembra in qualche modo preannunciare la tragica fine di Anna.
Per il momento non si vedono cambiamenti. Il potere rimane sordo a ogni segnale d’allarme che viene dall’esterno dalla gente. Vive solo per se stesso. Con stampato in faccia il marchio dell’avidità e del fastidio che qualcuno possa ostacolare la sua voglia di arricchirsi. Lo scopo è far sì che nessuno glielo impedisca: la società civile va calpestata e la gente convinta giorno dopo giorno che opposizione e opinione pubblica si nutrono al piatto della CIA, dello spionaggio inglese, israeliano e finanche marziano, oltre che alla ragnatela globale di Al-Qaeda…

Anna Politkovskaja, Diario Russo 2003-2005, Adelphi (2007). A cura di Claudia Zonghetti


Massimiliano Di Pasquale

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