Ideologi del Cremlino #2 – Aleksandr Dugin

“I fascisti del futuro chiameranno sé stessi antifascisti”(Winston Churchill)

Chi è Aleksandr Dugin, il controverso personaggio dell’estrema destra russa che Anton Shekhovtsov, studioso dei movimenti neonazisti europei e lo storico Timothy Snydner considerano l’eminenza grigia del Cremlino e l’ispiratore delle politiche attuate da Putin negli ultimi anni?
Chiarire i contorni di questa complessa figura non è facile, ma necessario per comprendere come mai Dugin goda in Europa delle simpatie di quelle frange politiche dell’estrema destra e dell’estrema sinistra che considerano Euromaidan un complotto della CIA e accusano l’attuale governo ucraino e il presidente Petro Poroshenko, eletto democraticamente il 25 maggio scorso, di essere una giunta militare di fascisti.
Chiedersi chi sia Dugin e su quali idee si basi la teoria eurasiatica da lui propagandata potrebbe altresì rivelarsi utile per prevedere le future mosse della Russia sullo scacchiere geopolitico internazionale. E per capire se il progetto dell’unificazione di tutti i popoli di lingua russa in un unico impero, attraverso lo smembramento delle repubbliche ex-sovietiche, sia una minaccia reale per l’Europa o un mero esercizio di retorica neosovietica.
Figlio di un ufficiale dei servizi segreti e di una dottoressa, Aleksandr Gel’evič Dugin nasce a Mosca il 7 gennaio 1962.
Nel 1979 per volere del padre si iscrive all’Istituto Aeronautico di Mosca dove il secondo anno viene espulso per scarso rendimento scolastico. Decide quindi di dedicarsi agli studi di filosofia conseguendo secondo alcuni – le fonti sulla vicenda sono contrastanti – la laurea in questa disciplina nei primi anni ’80.

Aleksandr Dugin

Aleksandr Dugin

Certa invece è, a partire dal 1980, la sua appartenenza al movimento neonazista Ordine Nero SS fondato e capitanato da Yevgeny Golovin (noto come Reichsführer).
Otto anni più tardi assieme all’amico Geydar Dzhemal, in seguito fondatore ad Astrakhan del Partito del Rinascimento Islamico (Islamskaia Partiia Vozrozhdeniia), Dugin si unisce al gruppo nazionalista anti-occidentale Pamjat di Dmitry Vasilyev. Una militanza questa destinata a esaurirsi ben presto. Di lì a poco infatti Dugin verrà espulso dall’organizzazione ufficialmente “per avere contatti con rappresentanti di circoli di immigrati dissidenti di credenze occultiste e sataniste in particolare con lo scrittore Yuri Mamleyev”.
Al di là della pretestuosità o meno delle accuse di satanismo e occultismo che decretano l’espulsione di Dugin da Pamjat, è interessante notare come in tempi recenti la sua figura sia diventata un’icona di riferimento per la scena black metal nazionalsocialista russa come sottolineano Davide Maspero e Max Ribaric nel loro saggio, Come Lupi per le pecore. Storia e ideologia del black metal nazionalsocialista dedicato ai rapporti tra musica metal, occultismo, satanismo e neonazismo.
Dal 1990 al 1992, Dugin cura una serie di articoli e di pubblicazioni frutto dello studio di alcuni archivi del KGB resisi disponibili in epoca gorbacioviana.
La perestrojka e il crollo dell’URSS lo portano però a mutare radicalmente il suo giudizio sul comunismo sovietico, tant’è che nel 1993 collabora con Gennadij Zjuganov alla scrittura del programma politico del nuovo Partito Comunista della Federazione Russa.
In seguito, in un’intervista rilasciata nel 2011 ad Andrea Fais e Federico Della Sala del sito stampa libera.com, prenderà le distanze da Zjuganov dichiarando il fallimento completo di quell’esperienza ma continuerà a esaltare il ruolo positivo di Stalin per le nuove generazioni russe.
Stalin è diventato oggi un mito popolare russo. Lui è stato un grande leader di un grande paese. Confrontandolo alla Russia di oggi con i suoi leader miserabili, Stalin è un titano. Il suo culto cresce insieme alla lotta degli gnomi russofobici liberali contro di lui ed insieme all’odio dell’Occidente.
Ma torniamo al 1993. Dopo la collaborazione con gli stalinisti di Zjuganov, Dugin fonda assieme allo scrittore Eduard Limonov il Partito Nazional-Bolscevico (NBP).
Obiettivo dichiarato di questo movimento politico è salvare una parte dell’eredità bolscevica ossia quella nazionalista russa coniugandola con il pensiero della Nuova Destra. Per sottolineare questa duplicità ideologica e creare visibilità mediatica l’NBP adotta come proprio emblema la falce e il martello all’interno di un cerchio bianco su sfondo rosso unendo il simbolo del comunismo al vessillo del Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori (NSDAP) e della Germania nazista.
Come ha sottolineato Timothy Snyder, Dugin anziché abiurare Nazismo e Stalinismo, le due ideologie totalitarie che hanno devastato il Novecento causando milioni di morti, le rimodella e le pone a fondamento della sua nuova teoria politica.
Nel libro Fondamenti di Geopolitica, sorta di manifesto programmatico del pensiero eurasiatico pubblicato nel 1997, Dugin arriva a sposare le idee di Carl Schmitt, ideologo del Terzo Reich.
Nel suo pantheon di riferimento, un pot-pourri contraddittorio e delirante, Guy Debord, Jean Baudrillard e Stalin si trovano a fianco di Hitler, Evola e Mussolini.
Nello stesso anno, in un articolo destinato a creare scandalo, intitolato Fascismo, senza frontiere e rosso, Dugin proclama l’arrivo in Russia di “un fascismo genuino, vero, radicalmente rivoluzionario e coerente” e tesse le lodi delle Waffen-SS definendo il reparto scientifico dell’organizzazione “un’oasi intellettuale all’interno del regime nazional-socialista“.
Un anno più tardi, siamo nel 1998, Dugin abbandona il Partito Nazional-bolscevico per divergenze ormai insanabili con Limonov accusandolo “d’aver depravato il nazional-bolscevismo, vendendo sé stesso ed il partito ai nemici della Russia”. Ossia agli Stati Uniti e all’Europa Occidentale, autentica ossessione di Aleksandr Gel’evič.

Aleksandr Dugin

Aleksandr Dugin

Con l’arrivo al potere di Vladimir Putin, ex uomo del KGB, nostalgico dell’URSS, i tempi sembrano ormai maturi per passare dal ruolo di oppositore a quello di consigliere del nuovo zar.
Cosa che avverrà puntualmente negli anni a venire quando Dugin affinata ulteriormente la sua dottrina euroasiatica – arriverà ad accusare lo zar Pietro il Grande di aver corrotto la Grande Russia cercando di europeizzarla e a lodare Ivan il Terribile per aver introdotto tra il 1565 e il 1572 una politica interna basata su repressioni di massa, esecuzioni pubbliche e polizia segreta – possiede il curriculum perfetto per candidarsi al ruolo di eminenza grigia del Cremlino.
Le idee di Dugin risultano infatti funzionali ai disegni neoimperiali di una Russia che, abiurate le timide riforme in senso democratico dell’epoca di Eltsin, vuole tornare a recitare il ruolo di superpotenza.
L’avvicinamento definitivo tra l’inquilino del Cremlino e l’ideologo euroasiatico avviene all’indomani della Rivoluzione Arancione in Ucraina del novembre 2004.
Quando nel 2005 Dugin annuncia la creazione di un “movimento giovanile anti-arancione” per contrastare la “peste arancione” in Russia – tale movimento chiamato Unione Giovanile Euroasiatica compirà atti di vandalismo e di violenza in territorio ucraino e verrà messa al bando dal governo di Kyiv – le cerchie del Cremlino iniziano a guardare con crescente interesse alle sue idee.
Tre anni più tardi, quando i carri armati russi invadono la Georgia di Mikheil Saakashvili, Dugin si complimenta con il Cremlino dichiarando che la Russia non dovrebbe “limitarsi a liberare l’Ossezia del Sud, ma dovrebbe andare avanti, facendo qualcosa di simile in Ucraina.”
Il resto, l’occupazione militare della Crimea e il terrorismo in Donbas, è cronaca recente.
Dugin plaude all’azione del Cremlino e considera la riconquista della Crimea e la nascita della sedicente Repubblica Popolare del Donbas due tasselli chiave di un puzzle più complesso che prevede la colonizzazione dell’Ucraina e la costituzione di una Nuova Unione Sovietica, chiamata Unione Eurasiatica che dovrebbe in futuro estendersi da Vladivostok a Lisbona. E che nasce in contrapposizione al mondo liberale e Occidentale rappresentato da UE e Stati Uniti.
L’eurasiatismo per l’Europa è l’europeismo. La Russia-Eurasia non ha bisogno di un’Europa eurasiatista, ma di un’Europa europeista, libera dalla dittatura americana, forte, indipendente e orientata verso i propri interessi geopolitici”.
Perché il pensiero eurasiatico che sposa l’antisemitismo di nazisti e stalinisti, l’omofobia della Chiesa Ortodossa Russa e l’odio verso il popolo ucraino – in un video apparso recentemente su You Tube Dugin incita il popolo russo a sterminare gli ucraini – trova consensi anche in certi ambienti della sinistra europea?
Perché il Cremlino che sponsorizza il terrorismo in Donbas viene ritenuto fonte attendibile quando definisce i cittadini ucraini che protestano sul Maidan dei nazisti?

Euromaidan

Euromaidan

Timothy Snyder sostiene che ciò sia il frutto di letture storiche faziose tornate in auge recentemente con l’acuirsi della grave crisi ucraina.
Il primo postulato è sintetizzabile più o meno così.
I russi hanno vinto la Seconda Guerra Mondiale perciò sono considerati affidabili nel riconoscere i nazisti.
Beh questo è un assunto profondamente sbagliato!
La Seconda Guerra Mondiale fu combattuta principalmente sul fronte orientale nei territori che appartenevano all’Ucraina e alla Bielorussia Sovietica, non alla Russia Sovietica. Solo il 5% del territorio russo fu occupato dai tedeschi, mentre l’intera Ucraina fu occupata dai nazisti. E a parte gli ebrei, che pagarono con il numero più elevato di morti, le maggiori vittime del Nazismo furono ucraini e bielorussi, non russi. Nel corso della Seconda Guerra Mondiale non esisteva un Esercito Russo, ma un Esercito Sovietico e i suoi soldati erano in maggioranza ucraini. La divisione che liberò Auschwitz fu chiamata non a caso il Primo Fronte Ucraino.
Il secondo assunto è che, avendo la Russia di Putin rivalutato la figura di Stalin, considerandolo un eroe nella guerra contro i nazisti, molti intellettuali di sinistra sono portati a identificare l’attuale regime russo come un regime antifascista a dispetto delle politiche messe in atto.
Anche questa è una lettura profondamente sbagliata!
La Seconda Guerra Mondiale non inizia come racconta la storiografia sovietica nel 1941, ma nel 1939 quando Stalin e Hitler erano alleati per spartirsi l’Europa. Finisce invece nel 1945 con l’URSS che espelle gli ebrei sopravvissuti attraverso la propria frontiera con la Polonia.
Più tardi quando si formò lo stato di Israele, Stalin incominciò ad associare gli ebrei sovietici con il mondo capitalista e iniziò una campagna di arresti, deportazione di massa e uccisioni nei confronti di medici, scrittori ed esponenti dell’intellighenzia ebraica.
Dopo la morte di Stalin il comunismo sovietico si connotò sempre più in senso etnico. Furono anni caratterizzati da politiche di russificazione e pulizia etnica verso gli ebrei e più in generale verso le altre etnie dissidenti come quella ucraina.

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Massimiliano Di Pasquale

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