Un Cosacco dal Sacro Furore Narrativo

Questo è il romanzo. E’ stato scritto con sacro furore e con sottile gioia. Mi sembra molto Scerbanenco, quello misconosciuto che tu conosci molto bene. Spero che ti piaccia, che vada bene in ogni senso, raramente ho scritto con tanta convinzione, accanimento e diligenza… Non ti spaventare del mio entusiasmo, forse sono un po’ cosacco e ormai sono lanciato, ma sto pensando al secondo ‘Nero’ con lo stesso protagonista“.

1966. Con queste parole, da cui trapela una buona dose di entusiasmo, a dispetto di un’indole schiva, Giorgio Scerbanenco presenta all’amico Oreste Del Buono, scrittore e critico letterario, il manoscritto di Venere Privata, primo romanzo della fortunata serie Duca Lamberti. All’epoca Scerbanenco – nonostante il grande successo delle sue storie d’amore – era ancora confinato, come ricorderà qualche anno più tardi lo stesso Del Buono nella prefazione al volume le Millestorie, “nell’ingiusto ghetto di quella che veniva chiamata letteratura rosa”.
Sarà proprio grazie a Venere Privata che lo scrittore italo-ucraino, descrivendo il lato scuro della Milano del boom economico, creerà un nuovo genere: il noir italiano. Le sue storie di morti ammazzati, scritte con un linguaggio crudo, secco ed essenziale, rivoluzionano il giallo all’italiana e consacrano Scerbanenco anche all’estero come autore – così scriverà Le Parisien Libéré – “dal talento potente e originale”.
Una tesi questa sposata pure dalla figlia Cecilia che evidenzia come il vero talento di suo padre, nonostante una produzione sicuramente molto interessante anche nel periodo della guerra, “ esplode con questa descrizione della Milano degli anni ‘60”.
Col senno di poi e dopo decenni di letture posso dire che Giorgio Scerbanenco ha davvero rivoluzionato il giallo italiano, emancipandolo da una certa tendenza alla commedia. E’ riuscito a dare profondità al romanzo di genere incuneandolo nella realtà italiana come fino ad allora nessuno era riuscito a fare”.
È sempre Cecilia a ricordare come, proprio in quello stesso anno che segna la nascita dello Scerbanenco noir, suo padre pubblichi sulle pagine di ‘Rivista’ un racconto autobiografico, che ex-post risulterà fondamentale per comprendere la sua poetica e il suo rapporto con le proprie origini slave.

Giorgio Scerbanenco

Giorgio Scerbanenco

Io, Vladimir Scerbanenko
Mia madre era dietro di me due o tre metri, e teneva un capo del tronco d’albero. Io ero davanti e tenevo l’altro capo del lungo tronco che trasportavamo a casa… Eravamo a Odessa, nel 1921, mamma aveva lasciato l’Italia e mi aveva portato con sé, per andare a cercare papà del quale non aveva più notizie dalla rivoluzione russa. A Kiev, mamma aveva saputo che papà era stato fucilato dai rossi”.
Inizia così, con l’immagine di due profughi, al ritorno dai magazzini d’approvvigionamento dei militari, che sorreggono un pò “di legna per la stufa, fagioli, miglio, patate gelate”, l’unico racconto in cui Scerbanenco parla di sé e della sua tragica infanzia (perderà presto anche la madre) senza celarsi dietro finzioni narrative. Difficile sapere da quanto tempo covasse il desiderio di svelare la sua vera identità. Sta di fatto che il crescente interesse nei suoi confronti e la leggenda che circondava la sua persona spingono lo scrittore, che imperversava sulle pagine delle riviste dell’epoca con gli pseudonimi di Adrian, Valentino, John Colemoore, Jean Pierre Rivière, Alberto Farnese, a uscire allo scoperto. Schivo, timido, riservato, Giorgio Scerbanenco riesce, immaginiamo non senza qualche difficoltà, a mettersi a nudo. Lo fa, come tutti i grandi narratori, di fronte a una vecchia Olivetti e a un foglio bianco. A guisa di un uomo che si siede sul lettino di uno strizzacervelli pronto a liberare il flusso dei ricordi. E il paragone non sembri fuori luogo vista la drammaticità dei temi sviscerati. In primis il rapporto con le origini ucraine. Un’identità negata per tanti anni, basti pensare a quella k che si trasforma in c e alla ricusa del primo nome Vladimir in favore dell’italianissimo Giorgio. Un’identità rifiutata, perché segnata da un omicidio. Quello che i bolscevichi, nel delirio giustizialista e giacobino della rivoluzione d’ottobre, perpetrano nei confronti di suo padre Valerian, colpevole solo di vestire un’uniforme. “Era professore di latino e di greco, indossava una divisa, come tutti i funzionari dello stato in Russia, e gli studenti rossi avevano voluto colpire lo stato in quella divisa”.
A detta della figlia Cecilia, quell’ultimo viaggio da Odessa all’Italia, assieme ai tanti profughi, segnerà per sempre il giovane Vladimir.
Quando mio padre compie questo viaggio per l’ultima volta è già abbastanza grande, ha 10-11 anni e quindi è perfettamente in grado di capire la situazione ma non di elaborarla come farebbe un adulto creandosi delle difese razionali. E’ un momento importante che segna una frattura fra il mondo sicuro di bambino e una realtà durissima. C’è innanzitutto il dolore per la perdita del padre ma anche questa sensazione di instabilità e di insicurezza. Sia a Odessa sia nei campi profughi Scerbanenco incontra il male, la morte, il dolore e la cattiveria quotidiana. Pensandoci bene è questo il materiale su cui lavorerà in seguito lo scrittore”.
Non stupisce dunque che curiosando tra le carte di suo padre, Cecilia abbia trovato diversi accenni a Dostoievskij. Quasi a riprova che il problema etico, il senso del male fossero demoni che tormentavano non poco l’allampanato scrittore di “neri”.

Giorgio Scerbanenco

Giorgio Scerbanenco

Igor Ruvscenko
Mio padre […] dal modo come ne sentivo parlare dalla mamma, dagli zii, dai nonni, sembrava un italiano anche lui. Più tardi ho imparato che gli ucraini, e mio padre era ucraino, sono i latini di Russia, ma allora lo sapevo d’istinto, senza neppure pensarci”.
Solo a distanza di tanti anni, in Io, Vladimir Scerbanenko, l’autore riesce dunque a fare i conti, seppur parzialmente, con le sue radici. Un modo forse per difendere l’immagine degli ucraini rispetto ai russi o un tentativo di cercare di ricomporre in extremis una frattura insanabile. Quella stessa frattura che, solo qualche tempo prima, lo aveva portato addirittura a rifiutare la visione di alcune foto realizzate dalla sua prima moglie nel corso di un viaggio in Ucraina.
Un rapporto complesso, contraddittorio, tormentato quello tra lo scrittore e la sua terra d’origine.
Facendo un po’ di psicanalisi a distanza a mio padre – sottolinea ancora Cecilia – uno dei personaggi più dolenti e più visibilmente autobiografici dei suoi romanzi è il colonnello sovietico Igor Ruvscenko di Europa Molto amore”.
Un personaggio al pari di Vladimiro Terenco, il protagonista del racconto breve Morte a Pagamento segnato da un tragico destino.
Con il suicidio di Ruvscenko mio padre voleva forse parlare dell’impossibilità di essere qualcosa. Forse voleva rappresentare l’impossibilità di vivere fino in fondo la sua natura”.
La parte ucraina – conclude Cecilia – era morta per sempre con la rivoluzione bolscevica”.

Massimiliano Di Pasquale

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