Honey Is Dead, a Kind of Blues – Massimiliano Di Pasquale

“Corri con me tesoro, corriamo il rischio, da Heathrow a Hounslow, dai paesi dell’Europa dell’Est alla Francia, l’Europa è il nostro playground, Londra è la nostra città, perciò corri con me adesso, tesoro.”

Suede, Europe is our playground

Se chiudo gli occhi mi sembra ancora di scorgere il suo volto. Lo sguardo nervoso, le labbra sottili, i denti bianchissimi e il caschetto biondo alla Nico di cui andava così fiera.
Mentre cammino tra i cumuli di ghiaccio di Moskovsky Prospekt, in un gelido pomeriggio di inizio gennaio, e ripenso ai tanti momenti trascorsi con Betty, prende corpo nella mia mente, all’improvviso, un ricordo particolare.
È il Natale del mio trentesimo anno. Il bavero alto della cerata mi ripara dal vento gelido dell’Atlantico. Ai lati di Fulham Palace Road, mucchi di neve bianco sporco. Uno scenario ghiaccio e silenzio come quello di Kharkiv che oggi è Siberia.
Ricordo ancora la banale scusa addotta per liberarmi dall’ingombrante presenza degli italiani con cui dividevo una casa in Gowan Avenue. E la fuga all’aperto per festeggiare il mio compleanno in perfetta solitudine.
Un cielo terso, l’aria pungente e il silenzio di strade semideserte, ricoperte dai fiocchi farinosi scesi durante la notte, salutarono il mio ingresso in un’età in cui non si ha più diritto di farsi passare per giovani.
Betty mi raggiunse qualche ora più tardi in uno dei pochi locali aperti in città.
Cenammo in un piccolo ristorante polacco a Ravenscourt Park con zurek, bigos e una bottiglia di Zubrowka sotto gli occhi divertiti della proprietaria, un’anziana signora di Cracovia che abitava lì dai primi anni ’50.
Kasia era rimasta sorpresa che due ragazzi italiani apprezzassero i sapori forti della cucina contadina della Slesia. Conversammo piacevolmente con lei fino alla chiusura.
La donna alleviò il nostro male d’Est – così chiamavamo la passione per l’Europa orientale che ci accomunava – raccontandoci della sua infanzia a Nowa Huta, il quartiere socialista alla periferia di Cracovia.
Ci congedammo promettendole che saremmo tornati presto a trovarla.
Quella notte dormii da Betty a Turnham Green, a pochi isolati da dove era vissuto esule Ugo Foscolo.

***

Betty l’ho conosciuta al Gratis di Senigallia ventidue anni fa, la sera del concerto dei Jesus and Mary Chain.
Fu Franz, un amico fanese che organizzava serate di revival glam all’Altro Mondo Studios di Rimini, ricalcate sui party londinesi di Steve Strange al Blitz di Soho, a presentarmela.
Betty, che all’epoca aveva solo quattordici anni, era rimasta folgorata dall’ascolto di Psychocandy e aveva pregato Franz di accompagnarla lì.
Quella sera la band dei fratelli Reid confermò quanto di buono avevano scritto i tipi del “The Guardian” con un breve set di rock’n roll acidissimi e ballate lou-reediane sommerse da un feedback assordante.
La maggior parte dei brani li aveva cantati Jim, il più giovane e aitante dei due. William, che indossava una t-shirt dei Love, inanellava riff taglienti dalla sua chitarra elettrica con aria annoiata.
Le loro canzoni, osservò con acume Franz, erano baci di filo spinato.
Abrasive come rasoiate, ma con un che di romantico che colpiva al cuore.
Sulle note di Cut dead avvicinai le mie labbra a quelle di Betty.

JESUS AND MARY CHAIN

***

Folate di vento gelido riversano sulla prospettiva scaglie di ghiaccio come schegge di vetro acuminate. Scrollo via scampoli di neve dalla sciarpa di Astrakan che Liuba mi ha annodato al collo e riparo in prossimità di un piccolo chiosco dove vendono bibite, sigarette e cioccolata.
«Copriti bene se proprio devi uscire» ha detto Liuba.
«Tornerò fra un paio d’ore… ho delle cose urgenti da fare» ho farfugliato.
Lei non ha detto nulla, forse per non crearmi ulteriore imbarazzo.
I miei occhi umidi, il parlare concitato tradivano un evidente stato d’agitazione.
Ho comprato una barretta di cioccolata e un tè caldo.
Tolgo i guanti e provo a rianimare le dita intirizzite dal freddo stringendo con entrambe le mani il bicchiere di plastica fumante.
Butto giù una sorsata di tè, poi stacco un pezzo di cioccolata dalla stagnola. Un gruppo di adolescenti già alticci si scola l’ennesima bottiglia di vodka.
Nel palazzo sul lato opposto della strada una scritta in cirillico, sopra un mosaico che ritrae operai e contadini, inneggia al socialismo.
Il corredo urbano di Kharkiv con i tanti simboli d’epoca sovietica sarebbe piaciuto a Betty.

***

Ricordo ancora il giorno in cui Betty mi raggiunse raggiante all’Osteria del Pallone con una rarissima copia di The Dignity of Labour degli Human League acquistata da un dj inglese in una bancarella lungo i Navigli.
Negli anni dell’Università – io studiavo Giurisprudenza in Cattolica, lei Arte all’accademia di Brera – Betty trascorreva gran parte dei suoi pomeriggi tra mercatini e negozi di dischi usati alla ricerca di vecchi vinili della prima new wave.
Più che la qualità musicale dei dischi le interessava l’art work delle copertine.
In particolare tutto ciò che rimandava all’immaginario dell’Est Europa.
Il movimento New Romantic dei primi anni ‘80 aveva guardato iconograficamente alla DDR e alla Russia.
Gli Human League, prima di diventare delle star mondiali con Don’t you want me, avevano composto brani strumentali ispirati al programma spaziale sovietico.
Sulla copertina di quel long playing, che Betty aveva pagato un occhio della testa, Yuri Gagarin attraversava una piazza di Mosca per ricevere un’onorificenza per le sue imprese spaziali.
Operai, contadini, cosmonauti, scienziati, parate militari… la rappresentazione simbolica dell’Unione Sovietica continuava ad attrarla nonostante quel mondo si fosse ormai dissolto.
Anche il mito di Berlino, città di frontiera, l’affascinava ancora molto.
In quegli stessi anni stava maturando una certa insofferenza verso l’Italia.
Tutte le volte che ci si vedeva – non stavamo più assieme, ma eravamo rimasti buoni amici – mi parlava del suo desiderio di andarsene.
«Luca, non c’è futuro per me in questo paese. Mancano spazi dove esprimere la creatività!» ripeteva ossessivamente.
Rimasi stupito quando un paio di anni più tardi – ci incontrammo alla Fuente di Fano per il concerto dei Diaframma – mi annunciò che di lì a poco sarebbe partita per Londra.
Immaginavo che, seguendo le orme dei suoi amatissimi David Bowie e Lou Reed, anche lei volesse risciacquare i suoi panni sulle rive della Sprea.

***

Ho cercato il silenzio come esorcismo. Ora il silenzio penetra le mie viscere facendomi sanguinare.
Avrei voglia di immergermi in mezzo al rumore di chitarre elettriche sature, in una sala affollata di gente sconosciuta.
Nell’illusione che la narcolessia provocata dall’elettricità ipnotica di Fender in loop interrompa anche solo per un attimo il mio dolore.
E plachi il senso di morte che mi sconquassa.
Gli uomini che camminano lungo il Moskovsky prospekt sono anime morte. Carogne che finiranno presto dentro la bocca avida di un rapace.
Fisso i cumuli di neve ai lati della strada. Cerco un lampo di luce che possa illuminare quei blocchi tutti uguali di cemento grigio.
Qualche anno fa attraversando Wandsworth Road in un buio pomeriggio d’inverno un’improvvisa nevicata cosparse di bianco chilometri di caseggiati popolari.
Come nei ricordi d’infanzia la neve portava con sé gioia e allegria.

***

Qualche anno più tardi, dopo aver conseguito l’agognato pezzo di carta, partii anch’io per l’Inghilterra.
Mi iscrissi a un College di Parsons Green con la scusa di rinfrescare l’inglese prima di iniziare la mia carriera di giurista d’impresa.
Mio padre volle accertarsi personalmente che la scuola fosse accreditata dal British Council, temendo che il mio fosse un abile espediente per allontanarmi dall’Italia e dalla “professione”.
Oggi che abito in Ucraina e sbarco il lunario scrivendo, si sarà messo definitivamente l’anima in pace rispetto al mio futuro d’avvocato?
La Burlington School, nonostante la certificazione di qualità del British Council e un nome che poteva rimandare a qualche filantropo dell’età Vittoriana, non era affatto un austero istituto come avrebbero sperato i miei.
Gli insegnanti giovani e affabili, la popolazione studentesca prevalentemente femminile, ne facevano altresì un piacevole luogo di socializzazione.
Particolare non affatto trascurabile, la maggior parte delle ragazze erano biondissime polacche i cui cattolicissimi nomi accrescevano in me il desiderio di peccare in loro compagnia.
Per mantenermi gli studi la mattina lavoravo in un McDonald’s di Sloane Square mescolandomi a un esercito di indiani, pakistani, greci e di italiani stonati da acidi e ketamina.
Al pomeriggio, dopo aver trangugiato in fretta e furia un Big Mac menù, correvo al college, il più delle volte saltando al volo sul 74 sotto gli occhi sdegnati di anziane signore inglesi.
Una sera, mentre ero all’Half Moon di Putney per assistere a un set acustico di William Reid – i Jesus and Mary Chain si erano sciolti dopo l’ennesima lite fra i due fratelli – incontrai inaspettatamente Betty.
Era splendida come sempre.
Indossava una t-shirt nera dei Fuzztones, Levis attillati che facevano risaltare la sua figura filiforme e sandali di pelle nera che esaltavano piedi belli e curati.
Si muoveva algida tra la gente reggendo in mano una pinta di Stella Artois. Sembrava una Dea.
Un caldo abbraccio spezzò l’imbarazzo.
Betty si scusò per non essersi fatta viva nei due anni precedenti.
Aveva bisogno di staccare completamente con l’Italia e di iniziare una nuova vita a Londra. Lontano da persone e situazioni che le ricordassero il passato.
I primi tempi in Inghilterra non erano stati facili. Ma da qualche mese aveva raggiunto un minimo di stabilità economica – così mi disse – curando l’ufficio stampa di una etichetta indipendente specializzata in post-punk. Questo le dava la forza per continuare a coltivare i suoi ambiziosi progetti in ambito artistico.
Una piccola galleria d’arte di Hackney, gestita da un attempato architetto inglese e da sua moglie, una scultrice serba piuttosto nota a Belgrado ai tempi della Jugoslavia, le aveva offerto la possibilità di esporre per la prima volta le sue fotografie in bianco e nero.
Anche sul fronte musicale qualcosa si stava muovendo grazie ai contatti del suo nuovo boyfriend, Greg, un turnista del giro Creation che aveva suonato con My Bloody Valentine e Primal Scream.
Mi raccontò di un paio di audizioni con un gruppo di Seven Sister in cerca di una cantante che ricordasse per timbro vocale e movenze Nico dei Velvet Underground.
Saresti perfetta – pensai tra me e me mentre i miei occhi venivano rapiti di nuovo dalla sua sensualità.
William Reid concluse il concerto eseguendo un vecchio pezzo dei Jesus. Quella Cut Dead che quasi vent’anni prima aveva suggellato il nostro incontro.

***

Ero in prossimità di Traktorny Zavod quando Liuba ha chiamato.
«Luca, tutto bene? »
«Sì, tutto a posto».
«Scusami non volevo disturbarti. Ha telefonato Larissa. Ci ha invitati a cena questa sera. Ci sarà anche Kolya».
«Ok, a che ora? »
«Alle 7,00».
«Ci vediamo direttamente lì, se per te non è un problema».
«Nessun problema… ma ti sento strano. Sicuro che stai bene?»
«Ti ho detto di sì. Stai tranquilla. A più tardi».
La presenza di Kolya è garanzia di gradazione alcolica.
Non potrei chiedere di meglio in questo momento.
Questa sera non opporrò alcuna resistenza ai tanti brindisi di quel folle di Nikolay.
Già me lo vedo con la sua crapa pelata, le guance rosse da Cicciobello etilico mentre in preda ai fumi della Nemiroff, un cetriolino in bocca a mo’ di sigaretta e la bottiglia in mano grida: «Luca, more vodka. More vodka! Vodka Horosho!!»

***

Il piano lennoniano di Stop Crying Your Heart Out degli Oasis risuona solenne e malinconico nel flat di Turnham Green.
Betty, salutato l’ultimo ospite del dinner party, si è seduta sul sofà a rollarsi un’altra canna.
Il nero che ha portato Greg è di ottima qualità.
Profumatissimo e soprattutto non tagliato con porcherie chimiche come succede sempre più di frequente.
«Luca, i musicisti hanno pusher privilegiati» dice con aria malandrina.
Faccio un paio di tiri, non ho mai troppo amato il fumo, poi apro il frigorifero alla ricerca di una bottiglia di vino rosso.
«Io, che a differenza dei tuoi amici, non sono una rockstar intossicata, preferisco il vino francese alle droghe!!!».
Lei scoppia a ridere, poi allontana delicatamente dalle mie mani il calice di Bordeaux che ho appena versato e mi bacia.
È un bacio caldo e appassionato cui mi abbandono volentieri.
Rimaniamo abbracciati per una decina di minuti fino a quando sussurra con voce sensuale che ha voglia di fare l’amore.
If you go away di Scott Walker accompagna la danza sinuosa di due corpi che si conoscono da tempo e sanno come procurarsi l’un l’altro piacere.

***

Reclame sbiadite di vecchi trattori anni ’70 di varie fogge e colori rompono per un attimo l’uniformità cromatica di una prospettiva dalle tonalità grigiastre.
Stalattiti di ghiaccio ricoprono la sommità di una colonna d’acciaio dove si stagliano una falce e un martello rossi e un’effige dorata di Lenin.
La fabbrica sembra chiusa. Il posto comunica un’aria di disfacimento. Quarant’anni fa – mi ha raccontato Liuba – da qui uscì il milionesimo trattore.
Suo padre, un ingegnere meccanico che assomiglia al generale Jaruzelski, ricorda ancora quell’evento. A Mosca si parlò dell’ennesima vittoria del socialismo.
Un’improvvisa folata di vento siberiano mi desta dai miei pensieri.
Procedo trafelato verso la fermata del tram e chiedo a un’anziana signora come raggiungere Heroyiv Pratsi.
Larissa abita a qualche isolato da lì.

***

Tempodrom, Berlino, Novembre 2002
Il basso cavernoso di Simon Gallup disegna il perimetro del giardino pensile. Nel calore della notte gli animali piangono. Nel calore della notte berlinese creature nere si baciano.
La chitarra ipnotica di Robert Smith evoca angeli cadenti.
Carne e sangue. Il ricordo del primo bacio sotto una luce cremisi.
Un organo liturgico officia solenni omelie dark. Ghiaccio nel cuore. Ghiaccio negli occhi. Gli occhi come ghiaccio non si muovono.
Io e Betty sembriamo così perfetti.
Abbracciati sotto i colori di luci stroboscopiche. Saltando, ballando e cantando cullati dall’acido lisergico.
I colori vibrano nell’acqua… Sorrisi voodoo, vermi mangiano la nostra pelle.
Stiamo profondando nell’abisso. Corde strette intorno alle nostre gole.

140203-the-cure

***

Aiuto l’anziana babushka a salire reggendole le sporte della spesa. Poi mi faccio largo all’interno di questo vecchio tram giallo e rosso le cui incrostazioni assomigliano alle cicatrici di un vecchio guerriero non ancora domo.
La gente mi osserva curiosa.
I tratti del mio viso tradiscono qualcosa di esotico a queste latitudini. Colbacco e sciarpa di Astrakan non sono sufficienti a garantire la mimèsi.
Fisso la scritta in cirillico di una pubblicità di collant e cerco di evitare gli sguardi dei presenti.
Fuori un cielo sinistro che sembra uscito da una tela di Turner vomita neve e ghiaccio sulla prospettiva.
È l’imbrunire di uno strano giorno.

***

– «Luca, ieri sera a casa di amici ho finalmente conosciuto Bobby Gillespie. Erano mesi che tormentavo Greg perché me lo presentasse… Abbiamo chiacchierato per una buona mezzora».
– «Immagino tu lo abbia beccato all’inizio della festa. Non riesco a immaginarmi quel pallido scozzese sobrio».
– «Non ci crederai ma era lucidissimo. È stato davvero brillante e carino con me…»
– «Probabilmente era solo strafatto di Guinness, il che per uno come lui equivale a essere sobri! E comunque che vi siete detti, se non sono indiscreto?»
– «Abbiamo parlato della reunion dei Seeds e dei Fuzztones. Anche lui è un grande amante del garage…»
– «Allora c’è caso che ce lo ritroviamo all’Astoria la prossima settimana per il concerto dei Cramps!»
– «Ti ho chiamato proprio per questo. Dopo il concerto siamo invitati, l’invito è esteso anche a te, a una festa esclusiva al Monarch di Camden. Bobby farà il dj mettendo su musica garage anni ’60… Ci sarà anche Kate Moss…»
– «E anche fiumi di cocaina e LSD…»
– «Che fai il moralista?»
– «No, per carità… È che…»
– «Hai sempre sostenuto di essere rock’n’roll e adesso te ne esci con questa frase da orsolina… Luca, dov’è finita la tua vena trasgressiva?»

***

L’inizio del 2003 segnò il diradarsi dei miei incontri con Betty.
Non ci fu nulla di voluto, di pianificato. Semplicemente, come già era accaduto in passato, ci perdemmo di vista.
Tra l’altro in quel periodo dovetti combattere con una fastidiosa tonsillite che mi confinò nel mio flat di Nevern Place per quasi due mesi. Uscivo solo per andare al lavoro e per fare la spesa al Tesco 24 ore di Earls Court.
Fu allora che cominciò a farsi strada in me l’idea di lasciare Londra. Persistenti linee di febbre, un generalizzato senso di accidia lavoravano carsicamente dentro me.
Che fossi stanco della vita?
Betty invece sembrava godersela, la vita.
A quanto raccontava Franz, con cui intrattenevo una fitta corrispondenza via mail, aveva finalmente completato la sua trasformazione in autentico party animal.
Ostentava amicizie famose e comportamenti disinibiti in fatto di sesso e droghe.
Era stata addirittura fotografata da un tabloid scandalistico mentre sniffava cocaina nel backstage dei Prodigy assieme a delle groupies e a una nota pornostar.
Trasgredire era diventata la sua parola d’ordine. Una parola che per sua stessa ammissione intendeva declinare in tutte le possibili varianti.
Franz, che la vedeva ancora come una sorellina, aveva espresso più volte perplessità sul suo stile di vita. Lei rispondeva alle sue mail piene di apprensione in tono scanzonato, raccontandogli le gioie del sesso saffico sotto ecstasy e il divertimento che provava nei panni di domina ai fetish party organizzati in Kent da un deputato laburista.

***

Teorie di palazzi grigi lungo Heroyiv Pratsi.
Il tram procede lento. Ghiaccio lunghe le rotaie.
Decine di finestre illuminate simultaneamente animano appartamenti prefabbricati tutti uguali.
Ai lati del boulevard vecchi manifesti elettorali di Natalia Vitrenko parlano di unione panslava tra ucraini, russi e bielorussi.
Socchiudo gli occhi.
Vengo ridestato dalla voce del conducente che mi invita a uscire. Siamo al capolinea: Heroyiv Pratsi.
Stringo la sciarpa al collo, infilo il colbacco e mi incammino verso casa di Larissa.

***

Io sottoscritto dott. Henry Smith, nella mia qualità di medico di Medicina Generale, certifico di essermi recato in data odierna alle ore 7:30 presso l’abitazione di Greg Sinclair in Essex Way 25 e di aver constatato il decesso di Elisabetta Signorini nata a Fano, Italia il 25/11/1971. Dai rilievi clinici effettuati dichiaro che il decesso è avvenuto alle ore 5,00.
Il cadavere è stato da me identificato mediante documento di identità della deceduta.
Si tratta di decesso dovuto ad abuso di sostanze psicotrope e alcol.

Londra, 4 gennaio 2007

In fede
Henry Smith

***

Kolya si è presentato da Larissa con due bottiglie di samogon distillate in casa dal suo vecchio.
Bruciava come veleno, ma l’ho ingurgitata senza troppi problemi accompagnandola con un boccone di pane e aringa.
Kolya nel corso della serata si è complimentato più volte con Liuba.
Luca è diventato un autentico ucraino – ha esclamato a un certo punto dedicandomi un altro brindisi.
Cetriolini, pane e aringhe hanno tenuto a bada il mio stomaco per tutta la serata mentre i tanti bicchieri di samogon anestetizzavano la mia mente.
Quando verso le dieci e mezza abbiamo salutato Larissa e Kolya e ci siamo diretti verso la fermata del tram, Liuba stringendomi forte la mano mi ha chiesto se avessi sbrigato tutte le faccende del pomeriggio.
«Tutto sistemato» ho risposto cercando di cancellare dai miei pensieri la ferale e-mail di Franz.
Avrei voluto dirle che l’Ucraina mi ha salvato la vita. Non so se avrebbe capito.

© Massimiliano Di Pasquale (All rights reserved)

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