Eastern Girls – Massimiliano Di Pasquale

A Piervittorio

RIMINI, 2005. «Dai prendine un altro – dice Ludmila – Questo Chardonnay arriva direttamente dalla California. Ha un retrogusto leggermente fruttato che ti lascia in bocca un aroma di mela».
Parla da sommelier esperta. Non sarai certo tu a contraddirla.
E poi il modo in cui ha formulato l’invito è divertente. Talmente divertente che non hai potuto fare a meno di pensare a Patrick Bateman e al suo “è un ottimo Chardonnay quello che non stai bevendo…”. Così versi un po’ di quel nettare profumato nel flute di cristallo Swarovski e accenni un sorriso. Ludmila è raggiante. Avvicina il suo calice al tuo per un brindisi: «Na zdorovje!».
Poi arriva Olga. È stata lei a condurti qui, nella villa hollywoodiana di questa ricca vedova russa poco più che quarantenne, scombinando i tuoi piani per la serata. Che prevedevano nell’ordine: aperitivo in un bar del lungomare, cena in agriturismo e nel dopocena assalto alla “fortezza bielorussa”. Sono giorni che non fai che ripetere a te stesso che i tempi sono ormai maturi. Ma ecco l’imprevisto. Decidi di fare buon viso a cattivo gioco e di calarti in questo fuoriprogramma desideroso di conoscere l’opulenza dei nuovi russi. Ludmila sembra averti letto nel pensiero. Dopo le presentazioni ha soddisfatto le tue curiosità con un velenoso pistolotto all’indirizzo dell’amministrazione locale.
«Olga, se concederanno la licenza per l’edilizia popolare questo paradiso sarà funestato da tanti orrendi palazzoni e la mia proprietà perderà valore!»
Olga non ha detto nulla. I suoi occhi azzurri, freddi come il Baltico, non hanno tradito alcuna emozione. Certe abitudini non svaniscono neppure a distanza di anni.
Olga è arrivata ai tempi della perestrojka o – come dice lei – quando c’era ancora Gorbaciov, e non se n’è più andata. Oggi ha un passaporto italiano. Qualche giorno fa ti ha raccontato di come a scuola, ai tempi dell’Unione Sovietica, le insegnassero a smontare un kalashnikov. Allora te la sei immaginata in un’aula di Brest armeggiare con un AK-47. Con i suoi capelli biondissimi e la silouehette da modella davanti agli altri compagni adempiere questo quotidiano esercizio patriottico. Dietro di lei, sulla parete di un muro un po’ scrostato, una foto di Leonid Brezhnev.

LONDON, 2000. L’appuntamento è per le cinque di pomeriggio al Blue Anchor di Hammersmith. È una tiepida domenica d’agosto e gli inglesi, come lucertole, stesi sui prati con le loro immancabili pinte di lager, abbronzano corpi pingui e pallidi. Luca ha scelto questo pub lungo il Tamigi, che d’estate si riempie di turisti e di amanti del canottaggio, perché sa della passione di Agnieszka per le location cinematografiche. Avesse dato retta alle sue di passioni, avrebbe optato per il City Barge dove i Beatles girarono Help! , ma è certo che la piccola Kate Moss di Stettino apprezzerà questo luogo. Per ingannare l’attesa sfoglia le pagine di Q magazine sorseggiando una stout schiumosa che profuma di mosto. Quel sapore lo riporta all’estate di qualche anno prima e alle lunghe pedalate in bicicletta in compagnia di Rachel nella verde campagna oxfordiana.
Luca, come fa con tutte le donne che attraversano la sua vita, l’aveva ribattezzata la ragazza dell’Isola di Wight per il suo stile hippie. Le lunghe, ampie gonne patchwork, i sottilissimi roll-up, i polpastrelli che odorano di tabacco. Come una meteora piovuta dal cielo stellato dei Grateful Dead, Rachel è scomparsa dopo un paio di mesi. Ogni volta che Luca sente Hope Sandoval intonare Fade Into You è come se avvertisse l’odore degli incensi di Rachel che bruciano nella sua stanza di Cowley per coprire le nuvole di hashish.

Hope Sandoval

Hope Sandoval

KYIV, 2004. Quando il vecchio convoglio sovietico fa il suo ingresso nell’hangar della stazione, l’alba è sorta da poco. Piacere all’alba – così recitava un cartello pubblicitario in prossimità di un moderno centro commerciale a Harrow on the Hill. Prodezza da copywriter che fosse, ho sempre trovato affascinante l’idea di quello slogan che pubblicizzava un rasoio.
Di rasature perfette non me n’è mai importato tanto… Koliucij (ispido) – diceva Katia mentre accarezzava il mio volto nelle fredde notti londinesi… Però la magia di un nuovo giorno che sorge, quella sì, non smetterà mai di rapirmi. Sarà che in questo momento mi sento in pace con me stesso.
Il caldo abbraccio di Katia di ieri sera, sotto l’occhio vigile di Lenin che domina ancora su quell’enorme piazza, è l’immagine più bella di Kharkiv. Quella che affiderò all’album dei miei ricordi.

Kharkiv - Max Di Pasquale  (4)

LONDON, 2000. È bastato un bacio, uno dei suoi, così morbidi e vellutati,perché Luca le perdonasse un ritardo di una buona mezz’ora. Agnieszka, che ha subito riconosciuto in quel pub di West London il set di Sliding Doors, sa come tenerlo a sé. Sin dall’inizio tra loro si è instaurato un gioco di complicità e reciproche gelosie. Lui sa di non essere l’unico uomo di Agnieszka. Un giorno imprecisato, forse solo tra qualche mese, un pullman da Victoria Station la riporterà a Stettino tra le braccia del suo promesso sposo. E Luca sarà costretto ancora una volta a fare i conti con la solitudine. Ma in questo mite pomeriggio di mezza estate il suo sguardo tradisce una qualche forma di contentezza. La felicità è un juke box che suona Wonderwall degli Oasis mentre capelli biondo fragola si lasciano accarezzare con dolcezza.

KYIV, 2004. Sono già tre ore che vago per la città. Appena fuori la stazione una signora sui cinquant’anni si è avvicinata e mi ha domandato se cercassi un posto per dormire. Alla mia risposta affermativa ha bloccato un taxi e insieme abbiamo raggiunto la sua abitazione. Trenta dollari a notte è quanto mi ha chiesto per un piccolo monolocale all’ottavo piano di un grigio palazzone che fa tanto Unione Sovietica. Affare fatto. Il tempo di prendere una doccia ed ero già all’imbocco della metro di Respublikansky Stadion pronto a immergermi nel cuore di Kyiv. A un chiosco di fronte ai magazzini TSUM, ho acquistato il mio pranzo. Un delizioso hot-dog, fritto in una croccante pasta di pane. Qualcosa di molto simile ai sausage roll che vendevo dietro il bancone della panetteria della signora Thelma a Putney. E allora mi è venuta in mente la confessione di Giorgio, qualche giorno fa. «Luca, tutto si può dire di te ma non certo che ti manchi il coraggio». «Io non ce l’avrei mai fatta a lasciare l’Italia e cominciare una nuova vita in Inghilterra».
Dopo aver raggiunto la parte alta della città ho recuperato una scheda telefonica e ho chiamato Katia. «Kyiv è bellissima» le ho detto nel mio russo scolastico.
«Fatti sentire nei prossimi giorni, mi raccomando».
«Sicuramente Katia, un bacione» ho risposto ammaliato dalla visione delle cupole del Monastero di San Michele che brillavano solenni sullo sfondo di un cielo immacolato.

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LONDON, 2000. Kiss me kiss me kiss me, your tongue is like poison, so swollen it fills up my mouth…
È un caldo pomeriggio d’ottobre quando Luca, accompagnato dal canto ossessivo di Robert Smith, si fa largo inebetito tra la folla frenetica di Coventry Street. Cammina senza meta, desideroso di perdersi tra la gente. Alla ricerca di quell’anonimato che solo le metropoli sanno offrire. Ieri sera al solito numero di telefono di Southfields la voce gentile di una signora di mezz’età gli ha comunicato che Agnieszka non abita più lì.
Mentre imbocca Wardour Street e il suo sguardo si allunga sui tanti sexy shop e sui flat dalle insegne luminose sul cui uscio signorine discinte promettono attimi di piacere per poche sterline, Luca ha come la sensazione che quel quindicenne chiuso nella propria cameretta a consumare i solchi di Pornography non lo lascerà mai.

RIMINI, 2005. La vita è un sogno, soltanto un sogno – cantano alla radio i La Crus. È bello salutare il mattino con la voce di Joe come radiosveglia – pensi. Peccato per l’enorme cerchio alla testa e il profondo senso di nausea. Il tuo collo madido di sudore accresce questa spiacevole sensazione di hangover. La mano si protende all’altro capo del letto alla ricerca di Olga. Ma lei non c’è. Dai ricordi annebbiati dai troppi bicchieri di Muller Thurgau una visione nitida. Saranno state più o meno le quattro quando in fretta e furia si è rivestita e ha detto laconicamente «devo andare Luca».
Quasi si fosse improvvisamente ricordata di un appuntamento di lì a poche ore. Il bacio con cui si è congedata sembrava filo spinato.
Tu ancora inebriato dal sapore del suo sesso te ne saresti accorto solo qualche settimana dopo. Lungo le rive della Neva camminando con Claudia, una ragazza conosciuta appena il giorno prima all’aeroporto di Praga, avresti confidato a quell’occasionale compagna di viaggio il tuo senso di smarrimento. Più tardi, in un ristorante sul Nevsky Prospekt, di fronte a un bicchiere di vino rosso georgiano, parlando dei vortici emotivi dei tuoi trent’anni, con la sincerità che si riserva solo agli sconosciuti, avresti visto scorrere tanti fotogrammi. Istantanee di assolati pomeriggi sui prati di West London e di tramonti rosa dolomitico tra i canyon della Crimea.

© Massimiliano Di Pasquale (All rights reserved)

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