Breve compendio storico sui rapporti tra il Patriarcato di Mosca e il Cremlino

Dal momento che negli ultimi giorni si è sviluppato un interessante dibattito sui rapporti tra la Chiesa Cattolica e il Patriarcato Ortodosso di Mosca in relazione alla guerra in Ucraina, ritengo utile offrire una breve prospettiva storica che possa aiutare a chiarire i legami tra il Patriarcato di Mosca e il Cremlino. Ognuno potrà giudicare in base alla propria sensibilità e al suo acume politico se la linea di credito offerta dall’attuale diplomazia vaticana al patriarca Kirill sia funzionale o meno alla risoluzione pacifica del conflitto ucraino. Il testo è un estratto del sesto capitolo di Ucraina Terra di Confine. Viaggi nell’Europa Sconosciuta, saggio da me pubblicato nel 2012 per l’editore Il Sirente. Buona lettura

Ucraina terra di Confine cover

È il 7 dicembre 1945 quando l’allora Patriarca Ortodosso di Mosca, Alessio I, informa il capo del comitato sovietico per gli affari religiosi Georgy Karpov che è stata presa un’iniziativa all’interno delle diocesi greco-cattoliche dell’Ucraina occidentale per sciogliere questa Chiesa e convertirla al credo ortodosso.
Più di 800 preti hanno già aderito a questo progetto e per la fine dell’anno l’intero clero, con l’eccezione di pochi duri a morire, avrà fatto lo stesso” scrive Alessio I.
Stalin, che durante la Seconda Guerra Mondiale aveva allentato la pressione sui credenti affinché il Patriarcato di Mosca fosse al suo fianco nella guerra contro l’invasore nazista, riprende la propria politica antireligiosa decidendo di liquidare la Chiesa greco-cattolica considerata alleata del Vaticano, ossia di una potenza nemica. Con la complicità di tre sacerdoti collaborazionisti – Gavrylo Kostelnik, Mikhailo Melnyk e Antoniy Pelvetskyi – qualche mese più tardi, proprio a Leopoli, viene convocato un “concilio” straordinario che annulla le decisioni del sinodo di Brest del 1596 che aveva sancito il legame con la Chiesa di Roma. Nonostante l’illegittimità del concilio, cui non partecipa alcun vescovo e solo un sesto dei 1270 preti, la Chiesa greco-cattolica, a partire da quel 10 marzo 1946, viene sciolta e fatta confluire forzosamente all’interno del patriarcato ortodosso. Nei tre anni successivi, tra il 1946 e il 1949, i vescovi uniati vengono arrestati e le loro mansioni sono assunte da emissari del Patriarcato di Mosca. I credenti, all’epoca circa 4 milioni, si dividono. Una parte minoritaria comincia a frequentare obtorto collo le chiese ortodosse, la maggioranza continuerà a professare la propria fede in clandestinità per oltre quarant’anni. I fedeli che non accettano le deliberazioni sono oggetto di vere e proprie persecuzioni.
Josyp Slipyi, il metropolita uniate cui alla fine della Seconda Guerra Mondiale era stato chiesto dalle autorità sovietiche di persuadere gli ucraini ad abbandonare la lotta per l’indipendenza, viene arrestato e rilasciato solo diciotto anni dopo nel 1963.
La sua biografia era da martirologio – ricorda ne L’URSS vista da vicino Giulio Andreotti, che ebbe modo di conoscerlo negli anni ’60, quando fondò a Roma un centro culturale e religioso nel quale si dovevano elaborare e stampare anche le pubblicazioni per l’evangelizzazione dell’Oriente vicino. “L’11 aprile 1945 fu arrestato assieme ad altri vescovi e alla loro cattività si aggiunse l’umiliazione umana di dover leggere un appello ai cattolici ucraini del patriarca di Mosca Alessio nel quale si insinuava che fossero stati i loro vescovi ad abbandonarli. A questa infamia reagì, con una immediata enciclica, anche Pio XII. Bastone e carota. A Slipyi fu offerta, purché si separasse da Roma, la chiesa metropolitana di Kyiv della Chiesa russa. Naturalmente rifiutò e gli furono comminati otto anni di prigione spostandolo – per timore che il suo eroico fascino conquistasse la gente – in diverse carceri; angariato ogni giorno e ogni notte da interrogatori e da raffinate ostilità”.
Morirà nel 1984 a 92 anni e non farà in tempo ad assistere alla visita di Mikhail Gorbachev in Vaticano dell’ottobre 1989. Lo storico incontro tra il leader della perestroika e Giovanni Paolo II sancirà di fatto la legalizzazione della chiesa greco-cattolica in Ucraina e la restituzione delle chiese usurpate dalle autorità locali alla comunità uniate. Nel marzo 1991 anche il cardinale Myroslav Lubachivsky, successore di Slipyi, potrà fare ritorno nella sua sede di Leopoli.
Qualche mese prima i futuri golpisti Baklanov e Varennikov, gli intellettuali nazionalisti Bondarev e Prochanov e Aleksey Ridiger, meglio noto come Alessio II, in una missiva a Gorbachev pubblicata dal quotidiano neostalinista “Sovetskaya Rossiya” avevano condannato glasnost e perestroika gorbacioviane riaffermando il ruolo imperiale di Mosca. A essere in pericolo, secondo costoro, era il più grande valore trasmesso dalla storia russa, vale a dire la patria, identificata con lo Stato, che andava difeso dalle attività di separatisti e sovversivi, anche attraverso l’introduzione del potere presidenziale diretto. Alessio II, che aveva gestito per vent’anni gli affari generali del patriarcato collaborando anche con il KGB, con quella lettera difendeva il ruolo dell’URSS e al contempo il dominio della sua Chiesa sull’Ucraina, dove si concentrava il maggior numero di parrocchie, riaffermando il divieto alla ricostruzione della Chiesa uniate che stava cominciando a riemergere.

KIRILL

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La visita non è semplicemente pastorale, è politica” ha affermato padre Ihor Yatsyv, segretario di Lubomyr Huzar, capo della Chiesa greco-cattolica ucraina, dopo il discorso pronunciato da Kirill in diretta televisiva il 28 luglio 2009 a Kyiv. “Considerando le affermazioni di Kirill rispetto all’indivisibilità di Ucraina e Russia, viene da chiedersi se il patriarca sa che oggi l’Ucraina è uno Stato indipendente”.
Dietro i timori degli uniati, cinquemila dei quali sono scesi in piazza nella capitale in segno di protesta, c’è il fondato sospetto che Kirill sia in Ucraina per promuovere, in continuità con il suo predecessore Alessio II, un’agenda politica dettata dal Cremlino.
Una tesi, questa, nient’affatto peregrina per chi conosce la storia russa degli ultimi quattro secoli. La maggioranza degli storici è concorde nel ritenere che agli inizi del ‘600 il vero regnante non fosse lo zar Michele I, primo monarca della dinastia Romanov, bensì il patriarca Filarete. Anche l’ex dissidente sovietico Aleksandr Solzhenitsyn, negli ultimi anni di vita strenuo difensore delle politiche di Putin, afferma nel saggio La Questione russa alla fine del secolo XX, pubblicato del 1994, come la costruzione di una grande Russia comprendente al suo interno Ucraina, Bielorussia e Kazakhstan passi necessariamente per un ruolo militante della Chiesa ortodossa.
Dopo la proclamazione di indipendenza dall’URSS nel ’91, la Chiesa Ortodossa Ucraina si è scissa in tre giurisdizioni – Patriarcato di Mosca, Patriarcato di Kyiv, Chiesa Ortodossa Autocefala. Il patriarcato di Kyiv, creato nel giugno 1992 dal metropolita Filaret e dai suoi sostenitori dopo la rimozione di quest’ultimo dalla guida della Chiesa Ucraina Ortodossa-Patriarcato di Mosca, fu supportato da membri del parlamento e da vari partiti di ispirazione patriottica. Mykola Porovskyi, deputato del Rukh, il partito che più aveva contribuito all’indipendenza del paese dal giogo sovietico, sosteneva l’opportunità che la giurisdizione della Chiesa Ortodossa Ucraina rimanesse all’interno dei confini del paese. Ciò era considerato funzionale anche al perseguimento di un’efficace politica di nation building, assolutamente necessaria in quegli anni. La Chiesa Autocefala, che nacque invece con il supporto delle Chiese Ortodosse della diaspora del Nord America, seppure in disputa con il Patriarcato di Mosca, si mosse in un contesto di strenua competizione per la rinascita dei greco-cattolici. Nel corso degli anni seguenti fu però l’ala russofila, quella legata al Patriarcato di Mosca, a dimostrarsi la meno sensibile al dialogo interreligioso.
La più grossa frattura nel mondo cristiano d’Ucraina si produce però nel 2004 in occasione dello scontro finale per la presidenza tra Viktor Yushchenko e Viktor Yanukovych. Mentre la Chiesa ortodossa del Patriarcato di Kyiv, la Chiesa autocefala, quella greco-cattolica e altre fedi si uniscono, con appelli di ordine morale e civico super partes, in una protesta solidale contro le ingerenze dirette della Russia intese a impedire che soffi anche sull’Ucraina il vento dell’Europa e della democrazia, la Chiesa ortodossa del Patriarcato di Mosca, per bocca di Andrei Kuraev, professore dell’Accademia teologica moscovita, si scaglia contro Viktor Yushchenko definendolo “l’Anticristo”.
La Kyiv arancione – scrive Oxana Pachlovska – non registrava solo la frattura tra civiltà cristiano-occidentale e civiltà cristiano-orientale, ma al suo interno rivelava anche una conflittualità crescente tra un’identità slavo-europea ed una slavo-asiatica. Questa conflittualità è puntualmente riemersa in occasione del Natale 2010, festeggiato secondo il calendario giuliano il 7 gennaio 2011, quando il presidente Yanukovych ha omesso dai saluti la comunità greco-cattolica. Gli uniati hanno immediatamente protestato e chiesto l’intervento del vice capo dell’amministrazione presidenziale, Hanna Herman, anch’ella seguace di questa Chiesa. Qualche giorno prima, il Consiglio dell’oblast di Leopoli, aveva approvato una risoluzione di condanna rispetto a un’altra amnesia del team presidenziale: l’omissione delle strofe “Spariranno i nostri nemici, come rugiada al sole/Regniamo, fratelli, sulla nostra terra” dall’inno nazionale fatto eseguire come da tradizione la notte di Capodanno sul Maidan Nezalezhnosti di Kyiv.

Massimiliano Di Pasquale

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