Sketches of Riga

Estratto dal capitolo 1 di Riga Magica. Cronache dal Baltico (Il Sirente 2015). Per gentile concessione dell’editore e dell’autore.

Il grido stridulo dei gabbiani che risalgono l’ampio corso della Daugava dal Baltico fino in città, per poi appollaiarsi sui vecchi hangar dei dirigibili Zeppelin, dove ora sorge il Mercato Centrale, fece da sottofondo al sontuoso swedish breakfast che una mattina di cinque anni fa mi diede il benvenuto nella capitale lettone.
Era autunno inoltrato e alloggiavo al Metropole, un hotel oggi chiuso per lavori di restauro che sarebbe probabilmente piaciuto a Giuseppe Tomasi di Lampedusa, il quale nel 1932 sposò a Riga la baronessa lettone Alessandra Wolff Stomersee. Sin da metà Ottocento, l’albergo ha infatti ospitato la nobiltà di mezza Europa e una clientela di amanti dell’opera e del balletto. Il buffet del Metropole, trionfo di salmoni affumicati, aringhe marinate, merluzzi in salsa verde, champignon sottaceto e pane nero, mi aiutò subito a decifrare alcuni caratteri tipici della città.
Qualche ora più tardi, dopo aver passeggiato lungo gli acciottolati della Città Vecchia tra architetture barocche, torri gotiche, chiese medioevali e facciate liberty, estrassi dallo zaino il mio Moleskine e scrissi di getto “brumosa, anseatica, scandinava, nient’affatto sovietica”. Impressione epidermica che avrei confermato anche nei giorni successivi, con la parziale eccezione del “nient’affatto sovietica”.
A Maskavas e a Bolderāja, sobborgo operaio a nord della capitale, tracce di Russia zarista e di Unione Sovietica erano ancora ben visibili e contribuivano ad accrescere la peculiarità di Riga. Intuii presto che il fascino della città era frutto di questi contrasti e trovai seducente la singolare commistione di case di legno, komunalky d’epoca brezhneviana, foreste di pini e spiagge sabbiose di questo insediamento urbano di quindicimila anime sorto come fortezza svedese nei primi del Seicento su un preesistente villaggio di pescatori.
Edifici in legno tra i più vecchi di Riga, circondati da blocchi abitativi sovietici tutti uguali, nei cui cortili, nonostante un freddo pungente, un gruppo di bambini giocava a pallone….


Passeggiando senza una meta precisa in questo luogo tutt’altro che glamour e osservando le abitazioni fatte costruire da Mosca nei primi anni Settanta mi ricordai di una visita di qualche anno prima a Nowa Huta.
Nell’immediata periferia di Cracovia, negli anni Cinquanta il Partito Comunista Polacco di concerto con i funzionari del Cremlino aveva voluto replicare un modello socio-economico già diffuso in alcune aree dell’URSS, ossia la costruzione di un agglomerato urbano socialista.
Pensai che tra la Bolderāja russofona e proletaria e la Riga dalle atmosfere magiche della Città Vecchia ci fosse lo stesso rapporto riscontrabile tra la Nowa Huta dipinta da un giovanissimo Ryszard Kapuściński nel 1956 sulle pagine del giornale locale Sztandar Mlodych e la Cracovia regale e imperiale di cui la Nuova Città doveva essere l’alter-ego comunista.
L’influenza scandinava, riscontrata nelle abitudini gastronomiche dei lettoni, la ravvisai invece nelle linee geometriche dei palazzi e dei monumenti di Vecrīga.
All’angolo tra Torna iela e Aldaru iela mi fermai a fotografare una donna che suonava il kantele, uno strumento a corde tipico dell’area baltica molto popolare anche in Finlandia, seduta su uno sgabello all’interno di quella Porta Svedese eretta nel 1698 quando Riga, prima di cadere in mano russa nel 1710, era la seconda capitale del Regno di Svezia.
Le guglie delle chiese, le mura giallo canarino del castello e le case dei mercanti con la loro aria placida, quasi sacrale, in quel limpido mattino di novembre, sembravano uscite da Veduta di Delft, uno dei quadri più famosi del pittore fiammingo Jan Vermeer. I tanti edifici rosso mattone mi ricordarono invece le città della Lega Anseatica che avevo visitato ventenne, quando cercavo l’odore del mare del Nord con lo zaino in spalla e la mia copia sgualcita di Altri Libertini.
Lubecca, Amburgo, Danzica, Brema e Riga… le stesse città ritratte nei pannelli di vetro collocati vicino alle finestre del pub dell’Hotel Hanza, dove servono una colazione dalle marcate influenze scandinave molto simile a quella del Metropole.

Massimiliano Di Pasquale (1969), fotogiornalista e saggista, è membro dell’AISU, Associazione Italiana di Studi Ucraini e scrive di politica internazionale e cultura sulle pagine di diversi quotidiani nazionali. Nel 2013 ha lavorato per i tipi della Bradt all’aggiornamento della Ukraine Bradt Travel Guide uscita nel giugno dello stesso anno. Per il Sirente ha pubblicato Ucraina terra di confine (2012), caso editoriale che ha fatto conoscere l’Ucraina al grande pubblico italiano.

 

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