Il Gulag di Sandra Kalniete

Estratto dal capitolo 6 di Riga Magica. Cronache dal Baltico (Il Sirente 2015). Per gentile concessione dell’editore e dell’autore.

“I miei genitori si incontrarono in Siberia e si sposarono il 25 maggio 1951; io sono nata il 22 dicembre 1952 nel villaggio di Togur, distretto di Kolpasevo, regione di Tomsk. Due volte al mese dovevano obbligatoriamente presentarsi alla komendatura per firmare il loro atto di presenza. Le autorità di sorveglianza sovietica si assicuravano così che i deportati non avessero arbitrariamente lasciato il luogo di residenza che era stato loro assegnato. Un mese dopo la mia nascita, mio padre dovette registrare anche me per la prima volta, e così anch’ io fui destinata alla deportazione a vita”
(Sandra Kalniete – With Dance Shoes in Siberian Snows)

With Dance Shoes in Siberian Snows, libro di Sandra Kalniete, europarlamentare lettone nata in Siberia da una coppia di deportati, non è l’ennesimo prescindibile libro sul Gulag, come potrebbe pensare chi ha già letto Conquest e Solzhenitsyn ma un testo davvero prezioso per ricostruire la storia della Lettonia nel Novecento. La molla che ha spinto la Kalniete a raccontare la sua vicenda familiare è stato l’enorme senso di frustrazione provato dal 1997 al 2000 quando, in qualità di ambasciatrice lettone in Francia, constatò di persona che la tragedia del popolo lettone era pressoché sconosciuta anche nelle alte sfere della diplomazia internazionale.

721
Ho deciso di scriverlo – raccontò Kalniete al Corriere della Sera – per un senso di frustrazione. Quando ero ambasciatrice a Parigi mi resi conto che anche ai più alti livelli pochi conoscevano la nostra storia, le due ondate di deportazione che distrussero la vita di migliaia di persone: mia madre fu vittima della prima, nel 1941, mio padre della seconda, nel 1949”.
Il libro, reperibile oggi solo in inglese – la versione italiana, uscita dieci anni fa con il titolo Scarpette da ballo nelle nevi di Siberia, è fuori catalogo da tempo – suscita varie riflessioni. La sua qualità migliore è probabilmente quella di riuscire a fornire un affresco equilibrato in cui le differenze tra la storia con la s minuscola e storia con la s maiuscola finiscono quasi per azzerarsi. È come se l’una correggesse, definisse e perfezionasse l’altra.
La vicenda della famiglia Kalniete appare non come una delle tante drammatiche storie di deportazione nell’Unione Sovietica di Stalin, ma piuttosto come un tassello fondamentale della storia nazionale lettone, utile per comprendere il contesto politico, economico e culturale in cui maturarono quei tragici eventi. A sua volta la storia della Lettonia sovietica, iniziata nell’estate del 1940, diventa tessera imprescindibile per ricostruire un mosaico più grande, quello relativo agli avvenimenti di portata mondiale che hanno segnato il Novecento.
Uno degli aspetti più apprezzabili del libro da un punto di vista storico è l’accurata ricostruzione dei dodici mesi, conosciuti come Anno del Terrore, intercorsi tra l’invasione della Lettonia da parte delle forze armate sovietiche (17 giugno 1940) e la prima grande deportazione di cittadini lettoni (14 giugno 1941).
Ai cittadini lettoni, all’oscuro del Patto Molotov-Ribbentrop, con cui il 23 agosto del 1939 la Germania nazista e Unione Sovietica si erano spartite l’Europa centro-orientale in sfere d’influenza , la resa del Presidente Ulmanis, che a fronte dell’invasione del 17 giugno 1940 pronunciò un discorso alla nazione dai toni surreali con allusioni indirette e appelli patetici a mantenere la calma, sembrò una situazione più kafkiana che drammatica.

-- 11-04-06 SingleMarketAct 08
Il primo anno di occupazione – nonostante fossero già iniziati a Stūra Māja i primi interrogatori e le prime fucilazioni – parve alla madre di Sandra Kalniete e a molti lettoni come grottesco, più che tetro. Ciò che stava succedendo era talmente stupido e irreale che nei ricordi dei testimoni oculari dell’epoca prevalgono aneddoti legati alla totale mancanza di civilizzazione e di educazione delle forze occupanti più che racconti drammatici.
Ridicolizzare i propri ‘liberatori’ era il modo con cui i lettoni cercavano di compensare le umiliazioni subite con l’occupazione. “In verità, ridere era una fuga dalla realtà e un mezzo per trovare rifugio in un mondo illusorio dove la persona intelligente si dimostra più forte di quello forte”. I racconti sui soldati dell’Armata Rossa che chiedevano ripetutamente alle commesse dei negozi se fosse vero che in Lettonia si potesse comperare pane bianco e burro senza alcuna limitazione, aiutavano i lettoni, popolazione che all’epoca aveva il più alto tasso di laureati d’Europa, a sopravvivere all’invasore.
Jānis Dreifelds, il nonno della Kalniete, che aveva vissuto da giovane in Russia, sosteneva che avrebbero trovato il modo di sopravvivere.
Conosco i russi. Sono gente a posto, sebbene talvolta un po’ sciocca. So come comportarmi con loro” diceva spesso alla moglie Emilija per confortarla.
Jānis, scrive la Kalniete, “non poteva immaginare che in venti anni i bolscevichi avevano lavato il cervello della gente russa a tal punto da perdere completamente la cognizione di bene e di male e da considerare come una norma necessaria lo sterminio di persone innocenti”. Il 14 giugno 1941 anche Jānis e la sua famiglia sperimenteranno sulla loro pelle la brutalità del regime sovietico.
Mia madre, Ligita Dreifelde, aveva quattordici anni e mezzo quando il 14 giugno 1941, assieme a mio nonno e mia nonna, fu deportata in Siberia dal regime sovietico. Mio nonno Jānis è stata separato dalla sua famiglia a Babinino, Russia. Da allora, mia madre e mia nonna non hanno più avuto nessuna notizia di lui. Nel mese di aprile del 1990, mia madre ha ricevuto un avviso dal Comitato per la Sicurezza dello Stato della Lettonia Sovietica che mio nonno era morto il 31 dicembre 1941, sei giorni prima del suo sessantatreesimo compleanno

Massimiliano Di Pasquale (1969), fotogiornalista e saggista, è membro dell’AISU, Associazione Italiana di Studi Ucraini e scrive di politica internazionale e cultura sulle pagine di diversi quotidiani nazionali. Nel 2013 ha lavorato per i tipi della Bradt all’aggiornamento della Ukraine Bradt Travel Guide uscita nel giugno dello stesso anno. Per il Sirente ha pubblicato Ucraina terra di confine (2012), caso editoriale che ha fatto conoscere l’Ucraina al grande pubblico italiano.

Advertisements