Ucraina. Il Genocidio Dimenticato

Ettore Cinnella, sovietologo italiano – curatore nel 2004 della postfazione dell’edizione italiana di Raccolto di Dolore, libro di Robert Conquest su collettivizzazione sovietica e carestia terroristica – ha pubblicato nei mesi scorsi un interessante saggio dedicato allo stesso tema affrontato dallo storico anglo-americano nel 1986.
Il volume, che tra le altre cose si avvale dell’ampia documentazione proveniente dagli archivi dell’ex Unione Sovietica accessibili solo dall’epoca della perestrojka, è stato concepito con il precipuo scopo di far conoscere una delle massime tragedie del mondo contemporaneo a una platea più vasta di quella rappresentata dal mondo, talvolta chiuso ed autoreferenziale, degli accademici.
Mentre il dramma della Shoah è noto pressoché a tutti, il Holodomor, la morte per inedia imposta agli agricoltori ucraini nel biennio 1932-33 da Stalin – il termine significa in ucraino sterminio per fame (holod – carestia, fame – e moryty – uccidere) – è una vicenda che non trova ancora spazio nei libri di scuola ed è ignorata dalla maggioranza dei cittadini al di fuori dell’Ucraina .
Il volume di Cinnella, unendo rigore filologico, profondità dell’analisi storica e sintassi fluida e scorrevole, si rivela testo imprescindibile per chi nel nostro Paese voglia approfondire una delle pagine più aberranti della storia sovietica.
La conoscenza di questo genocidio sociale e nazionale costituisce infatti sorta di conditio sine qua non per comprendere i profondi sentimenti del popolo ucraino.
Scrive l’autore nell’introduzione: “La tragedia del holodomor non è soltanto una fosca pagina di storia, appartenente al passato e ormai archiviata. Essendo assurta a doloroso simbolo del riscatto nazionale dell’Ucraina, essa dev’esser conosciuta anche da chi vuol capir qualcosa dei sentimenti più profondi di quel popolo”.
Anche e soprattutto alla luce degli eventi odierni. Cinnella conclude infatti l’introduzione sottolineando come “anziché chiedere perdono e lenire così le antiche ferite, la Russia con l’attuale aggressione contribuisce a riaprirle, facendole bruciare e sanguinare ancora una volta”.
Il libro, che ricostruisce puntualmente le vicende storiche “ricorrendo oltre che alle rievocazioni dei testimoni e delle vittime, ai documenti di parte comunista i quali sono, da questo punto di vista, inoppugnabili”, è diviso in undici capitoli nei quali l’autore sviscera i complessi temi legati al genocidio ucraino.

Ucraina, il genocidio dimenticato - ettore cinnella
I primi due, La tragedia negata e L’irruzione della verità, affrontano le interessanti, e per certi versi attualissime, questioni relative al negazionismo e all’editoria della manipolazione.
Il caso più noto e clamoroso fu quello del corrispondente da Mosca del New York Times Walter Duranty che grazie ai suoi servizi apologetici sull’URSS di Stalin – di cui si sospetta fosse a libro paga – conseguì addirittura il Premio Pulitzer per il giornalismo.
Duranty, nonostante fosse a conoscenza della carestia artificiale organizzata da Stalin per piegare la resistenza dei contadini che si opponevano al processo di collettivizzazione – in una rivelazione confidenziale al diplomatico inglese William Strang aveva ammesso che la popolazione dell’Ucraina era diminuita di 4-5 milioni –, nell’articolo che gli valse il prestigioso premio intitolato Russians Hungry but not Starving scriveva: “non c’è di fatto inedia né ci sono morti per inedia, ma una diffusa mortalità per malattie dovute a malnutrizione”.
Un atteggiamento simile fu quello adottato dal celebre accademico di Cambridge Edward H. Carr che dopo aver parlato nel 1933 di “presunta carestia” in Ucraina, nelle decadi successive alla tragedia scrisse libri in cui glorificava il sistema sovietico. Carr, diplomatico di formazione, conservatore britannico, inizialmente avversario del socialismo, era un uomo colto e cinico che venerava i rapporti di forza e rispettava i vincitori. Il suo ritratto dipinto da Ettore Cinnella ricorda tantissimo quello di un noto storico italiano di area conservatrice che in questi mesi, in barba ad ogni evidenza empirica e a qualsiasi norma di diritto internazionale, ha salutato con simpatia l’occupazione russa della Crimea del marzo 2014 e ha elogiato il pugno di ferro di Putin.
Nei capitoli successivi il volume ricostruisce con dovizia di particolari le diverse fasi che dal 1929 al 1933 accompagnarono il progetto staliniano di collettivizzazione delle campagne.
“All’inizio degli anni Trenta, decine di milioni di persone videro sconvolte le loro abitudini di vita e di lavoro, trasformandosi nel materiale umano di una colossale opera d’ingegneria sociale diretta dall’alto la quale, per celerità d’attuazione e brutalità, non ha forse eguali nella storia umana”.
La guerra contro le campagne, dove viveva e lavorava la stragrande maggioranza della popolazione, iniziò nel 1929 – il 7 novembre di quell’anno Stalin pubblicò sulla Pravda un articolo, L’anno della grande svolta, in cui sosteneva che il 1929 si era contraddistinto per “l’offensiva del socialismo contro gli elementi capitalistici della città e della campagna” – e si concluse nel 1933 con il completo assoggettamento dei contadini ridotti a servi della gleba.
“La grande carestia in Ucraina fu il momento culminante, con tratti peculiari, di una assai più vasta tragedia, che dobbiamo rievocare negli aspetti essenziali per capire il holodomor”.
Il processo di collettivizzazione delle campagne e la contestuale industrializzazione forzata, finanziata attraverso la confisca del grano venduto in Occidente in cambio di valuta pregiata, durò cinque anni e fu accompagnato da una momentanea tregua nella primavera estate del 1930.
Stalin, dopo aver incoraggiato eccessi di ogni genere, facendo ricadere la colpa sui membri locali del partito, ossia coloro che erano incaricati di gestire le operazioni di sequestro del grano, ne ordinò la fine momentanea.
Ma pochi mesi più tardi, nell’autunno del 1930, iniziò la seconda brutale offensiva affidata a Molotov e Kaganovič, forse gli unici due uomini del Partito di cui Stalin si fidava ciecamente.
Mentre l’adesione di Molotov alla linea politica del capo nasceva “dal fermo convincimento che essa fosse giusta e andasse attuata ad ogni costo”, la fedeltà di Kaganovič era quella di un umile plebeo la cui vertiginosa carriera politica era dovuta principalmente all’atteggiamento di cieca devozione e di assoluta obbedienza al capo supremo. “La sconfinata ammirazione per colui che considerava insieme capo e maestro, unita ad energiche doti organizzative e ad una volontà ferrea, facevano di Kaganovič l’uomo di cui Stalin necessitava per attuare la sua politica”.


Prima di descrivere minuziosamente le fasi finali della guerra contro i contadini ucraini Cinnella analizza l’opposizione a Stalin all’interno del Partito del marxista-leninista Rjutin e il ruolo della Polonia che, abitata da una forte minoranza ucraina, seguiva con attenzione le vicende interne sovietiche.
Sia Rjutin che aveva diretto l’opera di collettivizzazione in Kazachistan e in Siberia ed era a conoscenza delle violenze e degli orrori della collettivizzazione sia l’uomo forte di Varsavia Piłsudski rappresentavano due serie minacce alla politica staliniana. Il dittatore sovietico provvederà a fare arrestare il primo nel 1932 e a siglare con il secondo il 27 novembre dello stesso anno un patto di non aggressione sovieto-polacco. Messa a tacere l’opposizione interna e scongiurato il pericolo di un’invasione polacca Stalin intraprese un’implacabile guerra contro le campagne e contro l’intellighenzia nazionale ucraina.
“Era una guerra all’ultimo sangue, che non poteva più concludersi con un compromesso, ma con una chiara vittoria dell’una o dell’altra parte belligerante: o con il ritorno al NEP (e l’inevitabile crisi nel partito) o con la salda instaurazione dell’ordinamento servile (sotto forma di fattorie collettive)”.
In Ucraina l’avvio della collettivizzazione forzata coincise con l’attacco alla Chiesa ortodossa locale che fu accomunata ai peggiori nemici del Partito (kulaki e nazionalisti borghesi) e fu sciolta nel gennaio 1930 dopo una violenta campagna di stampa. Milioni, almeno 4 secondo le stime più recenti, furono coloro che morirono a causa delle deportazioni, della mancanza di viveri, della deprivazione fisica e dei suicidi.
“Dal holodomor l’intero popolo ucraino uscì debellato e offeso, straziato nel corpo e nell’anima. Scomparve il fior fiore dell’intellighenzia, che curava la memoria storica della nazione, e furono fatti morire tra indicibili tormenti milioni di laboriosi agricoltori, che provvedevano a tener colmo ‘il granaio d’Europa’”.

Ettore Cinnella, Ucraina. Il genocidio dimenticato 1932-1933 Della Porta Editori, Pisa 2015

Massimiliano Di Pasquale

Su Holodomor vedi anche:

https://massimilianodipasquale.wordpress.com/2014/06/17/holodomor-4-oxana-pachlovska/

https://massimilianodipasquale.wordpress.com/2014/06/14/holodomor-1-lettere-da-kharkov/

https://massimilianodipasquale.wordpress.com/2014/06/16/holodomor-3-george-orwell/

https://massimilianodipasquale.wordpress.com/2014/06/14/holodomor-2-quaderni-ucraini/

 

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