Holodomor e Sindrome Imperiale Russa – a colloquio con Ettore Cinnella

Ettore Cinnella ha insegnato per molti anni Storia Contemporanea e Storia dell’Europa Orientale all’Università di Pisa. Il suo libro più noto, La tragedia della rivoluzione russa (1917-1921), è stato ristampato nella Storia Universale del «Corriere della Sera». È stato allievo della Scuola Normale Superiore di Pisa e dopo il crollo del regime comunista nell’URSS, ha lavorato spesso nell’Archivio centrale del partito di Mosca (oggi Archivio statale russo di storia politico-sociale, RGASPI). Ha scritto saggi di storia russa e di storia contemporanea (alcuni dei quali apparsi in francese, in inglese e in tedesco). Ucraina: il genocidio dimenticato. 1932-1933 (Della Porta, 2015), il suo ultimo saggio – https://massimilianodipasquale.wordpress.com/2015/11/29/ucraina-il-genocidio-dimenticato/ – ricostruisce con encomiabile rigore storico-filologico la tragica vicenda del genocidio in Ucraina del 1932-1933.

Nell’introduzione di Ucraina. Il genocidio dimenticato Lei sottolinea che questo libro non è “rivolto agli accademici bensì a chi vuol conoscere una delle massime tragedie del mondo contemporaneo”. Perché a suo avviso il Holodomor è una delle più grandi tragedie del Novecento? Perché è necessario che la conoscenza di questo tragico evento esca dall’ambito accademico e arrivi a un pubblico più vasto?

Nessuna delle grandi tragedie del XX secolo dovrebbe esser ignorata e dimenticata. Eppure, lo sterminio per fame di milioni di contadini nell’URSS, all’inizio degli anni Trenta, è un evento pochissimo noto, al quale gli accademici hanno dedicato attenzione solo negli ultimi tempi e del quale l’opinione pubblica non è ancora a conoscenza (tranne che in Ucraina, il paese maggiormente colpito da quella tragedia). La morte per fame in tempo di pace, tra inenarrabili sofferenze, di milioni di essere umani, è un crimine che non può esser negletto né sminuito.

Per quale motivo la tragedia della Shoah è conosciuta in tutto il mondo mentre la conoscenza del Holodomor è stata finora appannaggio di pochi?

È facile immaginare la ragione del silenzio sceso sul Holodomor. Avendo vinto la seconda guerra mondiale, Stalin riuscì a imporre il silenzio su tutti i suoi crimini, anche su quello più efferato e immane, cioè lo sterminio per fame dei contadini ostili alla collettivizzazione forzata. Hitler, invece, cadde nella polvere; e pertanto, tutte le sue azioni nefande divennero di pubblico dominio e sono universalmente stigmatizzate.

L’opera di disinformazione di Walter Duranty, corrispondente da Mosca del New York Times che nel 1933 negò l’esistenza della carestia in Ucraina può essere paragonata alla reticenza odierna nel raccontare la verità sulla guerra in Ucraina che caratterizza molti media italiani?

Non so se le due cose possano esser comparate. Oggi, comunque, il farisaico silenzio dei governi e dell’opinione pubblica in occidente sull’aggressione russa e sullo smembramento dell’Ucraina è ancor più intollerabile, perché i fatti sono davanti agli occhi di tutti e, ciò nonostante, si preferisce avallare i fatti compiuti dell’imperialismo moscovita. All’epoca del Holodomor, invece, pochi erano davvero al corrente di ciò che accadeva nell’URSS e in Ucraina. La responsabilità allora era di pochi, oggi di molti.

Il suo volume esce a distanza di trent’anni dalla pubblicazione di Raccolto di Dolore di Robert Conquest e si avvale di una corposa documentazione dovuta all’apertura degli archivi dell’URSS un tempo non accessibili. Partendo da questa considerazione vorrei sapere quali sono le principali differenze e le novità del suo testo rispetto a quello del sovietologo anglo-americano.

Le differenze sono riconducibili anzitutto, come Lei ha già detto, all’enorme mole di documenti, di cui oggi disponiamo e che erano inaccessibili a Conquest. È quindi possibile ricostruire i fatti nei dettagli, cogliere le motivazioni e i retroscena che portarono al Holodomor, valutare con maggior esattezza il numero delle vittime.

Qual è a suo avviso il più grande merito del libro di Conquest? Come mai la morte di Robert Conquest scomparso qualche mese fa è passata quasi sotto silenzio in Italia a differenza di quanto avvenuto in altri paesi?

Conquest ebbe il grandissimo merito di squarciare il velo del silenzio su quei fatti atroci, il cui ricordo era tenuto vivo solo dalla diaspora ucraina. Il mondo accademico internazionale, dominato da storici indulgenti verso il comunismo sovietico, preferiva ignorare l’evento; e, infatti, i dotti bacchettarono con sussiego (tranne poche eccezioni) il sovietologo che aveva osato mettere a nudo le indicibili atrocità della collettivizzazione e il castigo inflitto alla nazione ucraina. In Italia, non dimentichiamolo, la lunga (e perdurante) egemonia politico-culturale del partito comunista spiega il silenzio incontrato dal libro di Conquest. In Italia il mito dell’URSS, che oggi si fonde e si confonde con l’ammirazione per la Russia di Putin, è stato ben più tenace e radicato di quanto si pensi.

Nel primo capitolo Lei ricorda come lo scrittore russo Vasilij Grossman in Tutto Scorre sia stato uno dei primi a parlare della collettivizzazione forzata del 1929-33 e della carestia. Il romanzo di Grossman uscì in Italia nel 1971, 15 anni prima della pubblicazione negli Stati Uniti di Raccolto di Dolore. Quali furono le reazioni della nostra intellighenzia alla sconvolgenti rivelazioni di Grossman?

Come al solito, si preferì parlarne il meno possibile. E un analogo destino fu riservato all’altra opera di Grossman, il lungo romanzo Vita e destino, che raffigurava il nazismo e lo stalinismo come orrori paralleli.

Se la Polonia di Piłsudski non avesse siglato il 27 novembre 1932 il patto di non aggressione sovieto-polacco con Mosca l’uomo forte di Varsavia avrebbe potuto fare qualcosa di concreto per fermare la tragedia che si stava consumando nelle campagne ucraine?

Col senno di poi, possiamo dire che la stipula e la ratifica del patto di non aggressione con l’Unione Sovietica permise a Stalin di programmare senza troppi rischi la tremenda punizione da infliggere all’Ucraina. Piłsudski paventava soprattutto l’ascesa di Hitler e la minaccia tedesca; e, forse, non immaginava ciò che sarebbe accaduto nell’URSS di lì a breve. Certo, se l’esercito polacco avesse fatto irruzione in Ucraina alla fine del 1932 o all’inizio del 1933, sarebbe stato accolto con simpatia da quasi tutta la popolazione. Non dobbiamo però dimenticare che la Francia, alleata e protettrice della Polonia, per parte sua spingeva il governo di Varsavia a un accordo con Mosca. Il gioco diplomatico, insomma, era intricatissimo, e cospirava ai danni dell’Ucraina. Qualcosa di simile accade anche oggi: i governi occidentali abbandonano l’Ucraina al suo triste destino, ravvisando in Putin un interlocutore affidabile e rispettabile sullo scacchiere internazionale. Ma si tratta di un calcolo insieme vile e miope, che si ritorcerà prima o poi contro gli stessi interessi occidentali.

In che misura i tragici eventi del 1932-33 influirono sugli episodi di collaborazionismo verificatesi nell’estate del 1941 quando le truppe tedesche vennero accolte inizialmente dagli ucraini come liberatrici?

Alla luce della tragedia del 1932-1933, possiamo comprendere la vastità del fenomeno del collaborazionismo ucraino durante la seconda guerra mondiale. Solo la belluina ferocia degli occupanti nazisti convinse pian piano la maggioranza dell’avvilita popolazione ucraina a ritornare sotto il giogo del padrone moscovita.

Lei sostiene che il Holodomor fu un genocidio sociale e un genocidio nazionale, ma ritiene impropria la definizione di alcuni storici ucraini che parlano di Olocausto ucraino. Potrebbe spiegare brevemente ai nostri lettori perché la Grande Fame fu un genocidio sociale e nazionale e non è invece corretto parlare di Olocausto Ucraino?

Bisogna rispettare i sentimenti degli ebrei, i quali hanno diritto a veder riconosciuta l’immensità e unicità della loro tragedia storica. Per olocausto dobbiamo intendere solo il tentativo, messo in atto dalla Germania nazista, di sterminare tutti gli appartenenti alla razza ebraica. Ciò non toglie che anche gli altri genocidi debbano essere riconosciuti e ricordati. Quello ucraino ebbe i suoi tratti peculiari, che oggi possiamo cogliere e descrivere con sufficiente chiarezza. Il Holodomor fu anzitutto un genocidio sociale, perché teso a decimare i laboriosi agricoltori, fieri delle loro tradizioni (culturali, religiose ecc.) e avversi alla collettivizzazione, che li trasformava in servi della gleba. Ma fu anche un genocidio nazionale, perché Stalin voleva estirpare l’identità ucraina, debellare l’intellighenzia ucraina (custode della memoria storica della nazione) e assoggettare lo stesso partito comunista ucraino, reputato infido e disubbidiente.

Come mai nella Russia odierna è tornato in auge il culto di Stalin?

Dai tempi di Pietro il Grande i russi sono alla disperata ricerca di una identità nazionale e culturale. Tre secoli di storia infausta e di forsennati esperimenti hanno mostrato che essi, pur possedendo sterminate ricchezze naturali, non sono in grado di risolvere i loro drammatici problemi interni, sia politici che economico-sociali; e tendono ad addebitare a presunti nemici esterni codesta loro incapacità. Il solo collante che riesce a tenerli uniti è la boria sciovinistica e imperialistica, ossia la tendenza ad espandersi e ad aggredire i popoli limitrofi. La politica di potenza e il prestigio militare sono per i russi la sola compensazione per la miseria, la corruzione, l’ingiustizia, la tirannia, che hanno sempre contraddistinto la vita interna del loro sconfinato paese. Mai, come sotto Stalin, la Russia ha raggiunto successi mirabolanti in politica estera. Di qui la nostalgia del «padre dei popoli». Anche oggi, un popolo abbrutito dal sottosviluppo, da una indecorosa povertà, da stridenti ineguaglianze economiche, dalla volgarità dei nuovi ricchi, dalla brutalità del potere politico, un popolo incapace di darsi regole di civile convivenza è pronto a dimenticare le proprie frustrazioni e ad inorgoglirsi quando il suo zar urla, mostra i muscoli e minaccia d’incenerire i nemici con il terrificante arsenale atomico, che costituisce il solo motivo di vanto della Santa Russia (come lo era ieri dell’Unione Sovietica).

Massimiliano Di Pasquale

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