Alla scoperta del Landolfi russo

L’opera omnia di Tommaso Landolfi in corso di pubblicazione presso Adelphi dal 1992, si è arricchita recentemente di un interessante volume che, per la prima volta, riunisce tutti gli scritti di argomento russo prodotti dall’autore italiano ad eccezione della tesi di laurea su Anna Achmatova e dei quattro articoli dalla stessa tratti pubblicati nel 1934-35 sulla rivista “L’Europa Orientale”.

Landolfi – “rappresentante genuino della gloriosa nobiltà meridionale” come ebbe a definirsi – è stato molto probabilmente tra i grandi scrittori del Novecento italiano quello dal maggior respiro internazionale.
Italo Calvino, profondo conoscitore della sua opera, nella postfazione all’antologia Le più belle pagine, pubblicata nel 1982 per avvicinare il pubblico italiano a un autore considerato ostico e “per pochi”, mette in evidenza proprio la “sua identificazione con una dimensione della letteratura europea” e la sua frequentazione, cosa assai rara per quei tempi, con la letteratura russa.

Certo per Landolfi bisogna dare un posto speciale alla sua esperienza di traduttore, e non dalle lingue “che sanno tutti” ma dal russo (che nella cultura letteraria italiana resta una lingua per soli specialisti …). Bisogna insomma dire di quel particolare piacere di far vivere accenti lontani e complessi in una impostazione di voce tutta italiana, con la limpidezza e le ombre del suo Gogol…
Passando in rassegna le più di trecento pagine de I Russi che allinea saggi critici su Puškin, Gogol’, Tolstoj, Dostoevskij, Čechov, Pasternak e traduzioni inedite (Bunin, Tolstoj, Chlebnikov, Sel’vinskij e Puškin) torna in mente un’altra riflessione di Calvino. Quella legata all’effetto sorpresa che Landolfi – qui nelle vesti di critico – provoca nel lettore.


Le considerazioni di Landolfi sull’opera di alcuni autori russi ci inducono a guardare questi scrittori sotto una nuova prospettiva, costringendoci a mettere in discussione opinioni critiche consolidate. Landolfi, sia detto senza sussiego o piaggeria, riesce ad ammaliare il lettore anche nelle vesti di recensore e slavista. Possiamo condividere o meno le sue posizioni – immagino che alcuni slavisti dissentiranno da certe interpretazioni di mostri sacri della letteratura russa – ma ciò che Landolfi scrive avvalendosi di una prosa ricca e immaginifica, ha l’effetto dirompente per dirla alla Calvino “d’un’unghia che stride contro un vetro, o d’una carezza contropelo, o d’un’associazione d’idee che si vorrebbe scacciare subito dalla mente”.
La postfazione di Giovanni Maccari che ha curato il volume costituisce un’utile cartina al tornasole per comprendere le interpretazioni landolfiane di alcuni classici come Gogol’ e Puškin e per collocare l’opera del Landolfi slavista in una corretta dimensione storico-filologica. Nei primi anni Trenta, scrive Maccari, la slavistica in Italia “era forse più giovane e senza dubbio più ingenua di lui”, basti pensare che a Firenze, città in cui Landolfi si era laureato, “non c’era una cattedra di questa disciplina, per cui si deve pensare abbia studiato da solo o con l’aiuto di qualche cortese madrelingua”.
Nonostante ciò l’amore di Landolfi per la letteratura russa – un vero e proprio colpo di fulmine “sotto il segno di una leggera esaltazione” – sboccia grazie alle frequentazioni dell’ambiente fiorentino nell’inverno del 1929.
E mentre in Piazza San Marco, nelle aule della facoltà di Lettere, si svolgevano i corsi accuratamente disertati di professori famosi, Landolfi andava per bische e “parlava di letteratura” con i suoi amici fiorentini, studenti come lui e come lui pieni di attese e di speranze, per i destini generali soprattutto, e un po’ anche per i propri. E un bel giorno uno di questi amici, Renato Poggioli, si rinchiude nel suo piccolo appartamento vicino al Ponte Vecchio e ne esce due mesi dopo in possesso di un nuovo e straordinario sapere, ossia la conoscenza dell’alfabeto cirillico”.
Sarà come gettare un fiammifero nella benzina – sottolinea Maccari.
In un gesto eroico degno del dandy colto, raffinato, schivo, autoironico, talvolta depresso già in nuce dentro di lui, Landolfi si lancerà all’inseguimento di Poggioli e qualche anno più tardi conseguirà la laurea in Letteratura russa con una tesi sulla poetessa Anna Achmatova.
Il dualismo morale, i fantasmi, l’innocenza russa, Gogol’ e Dostoevskij entreranno stabilmente “fra gli agenti attivi del mondo immaginario di Landolfi”, un mondo a cui lo scrittore attingerà a piene mani sia per la sua produzione letteraria sia per la sua esistenza di uomo superfluo e di nobile spiantato.

Massimiliano Di Pasquale

Tommaso Landolfi I Russi Adelphi, Milano 2015

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