G come Galizia

G come Galizia è una delle voci di Abbecedario Ucraino libro di Massimiliano Di Pasquale  che uscirà  per i tipi di Anfora Edizioni nell’autunno 2017. L’autore in un’intervista rilasciata nel luglio 2016 all ‘Ukrainian Media Center di Kyiv così l’aveva definito: ” Il libro si chiamerà Abbecedario ucraino. L’ho concepito come una sorta di Ucraina dalla A alla Z, ma non sarà un testo di carattere enciclopedico. L’idea è quella di selezionare alcuni voci per spiegare questioni che non sono note in Italia anche a causa della disinformazione. Sarà un libro che cercherà di raccontare anche gli aspetti più controversi. Accanto a voci abbastanza sintetiche, come i profili biografici di alcuni personaggi storici, troveranno spazio anche lemmi che raccontano luoghi del Paese con lo stile del reportage. Naturalmente non mancheranno voci un po’ più politiche. Lo scopo – come ho già sottolineato – è far conoscere l’Ucraina agli italiani e soprattutto approfondire e puntualizzare quei temi che sono stati distorti dai media filorussi. Penso alla questione della Crimea come “territorio non ucraino”, alla figura controversa di Bandera demonizzata e strumentalizzata dalla propaganda, prima sovietica, oggi russa. Ci saranno anche ritratti di importanti figure del passato la cui eredità culturale è tuttora molto forte come quella dell’etmano Mazepa e del poeta-eroe nazionale Taras Shevchenko. È sicuramente un libro ambizioso anche perché si avvale di diversi registri stilistici: il saggio, il reportage, il ritratto biografico.” 

Finis terrae come l’omonima regione iberica affacciata sull’Atlantico, la Galizia, che per quasi centocinquant’anni, dal 1772 al 1918, è stata la provincia più orientale dell’Impero austriaco, ha sempre esercitato una straordinaria attrazione su scrittori e viaggiatori per il crogiuolo di etnie e culture che vi convivevano in modo sostanzialmente pacifico sotto la Corona asburgica.

Leopold von Sacher-Masoch, che analogamente a Joseph Roth, Bruno Schulz, Gregor von Rezzori, Karl Emil Franzos e tanti altri ha raccontato questo universo dal singolare fascino etnografico, così scriveva in una pagina autobiografica del 1887.

“In un paese come la Galizia ove da secoli si trovano confessioni e nazionalità tanto diverse, è quasi implicito tollerarsi a vicenda. In un territorio nel quale Polacchi, Russi, Piccoli Russi, Romeni, Ebrei, Tedeschi, Armeni, Italiani, Ungheresi, Zingari e Turchi unitariamente convivono e che, per quanto attiene alle religioni, accoglie cattolici greci e romani, ortodossi greci e armeni, lipovani, duchoborziani, ebrei, karaiti, cassidim, luterani, calvinisti, mennoniti, maomettani e pagani, non vi può essere alcun odio razziale, alcuna persecuzione religiosa e neanche alcun antisemitismo”.

La visione di Sacher-Masoch, sicuramente edulcorata da quel mito asburgico che lo affascinò sin da adolescente, se da un lato appare forse troppo idilliaca, dall’altro è in grado di restituirci la vivacità di una regione in cui – come sottolineò anche Joseph Roth nel suo reportage Viaggio in Galizia – “vi è più cultura di quanto le sue insufficienti fognature farebbero pensare”.

La Galizia, nonostante sporcizia, povertà, alcolismo e analfabetismo – piaghe peraltro comuni a tante zone dell’Europa dell’Ottocento – era una terra feconda a livello letterario e nella quale i contrasti sociali, talvolta anche aspri, non degenerarono mai.

Solo quando nel 1918 il regno di Galizia e Lodomiria cessò di esistere – la Galizia venne annessa alla Polonia e la Bucovina alla Romania (oggi la maggior parte di questi territori fa parte dell’Ucraina) –, si incrinò anche quella straordinaria cultura della tolleranza asburgica che per un secolo e mezzo aveva scongiurato eccidi e violenze.

Vent’anni più tardi, con l’avvento della Seconda Guerra Mondiale, si assisterà infatti alla definitiva distruzione del multiculturalismo di questa regione prima con il genocidio nazista, poi con gli stermini dello stalinismo. Martin Pollack, giornalista e scrittore tedesco che alla Galizia ha dedicato un bellissimo libro, tradotto recentemente anche in Italia, osserva a tal proposito come “nel Ventesimo secolo nessun’altra parte d’Europa è stata tormentata dalla Storia più della Galizia”. “Eppure – scrive ancora Pollack – questa terra così segnata dalla morte ha sempre avuto una forza d’attrazione straordinaria, che la pervade ancora oggi, ecco, si potrebbe persino dire che da quando la regione è scomparsa dalle carte geografiche il suo fascino è addirittura aumentato”.

A chiunque abbia visitato questi luoghi non sarà sicuramente sfuggita la loro singolare specificità. Oltre alle vestigia asburgiche la Galizia si caratterizza infatti per la natura fiera e indipendente dei suoi abitanti e per essere forse l’unica regione dell’Ucraina in cui sia quasi impossibile trovare scampoli di Unione Sovietica.

Ho ancora nitido il ricordo del mio primo viaggio a Leopoli e nei Carpazi. Era l’estate del 2004, qualche mese più tardi l’Ucraina avrebbe fatto parlare di sé le cronache internazionali per la Rivoluzione Arancione. Quando il treno sul quale viaggiavo, proveniente da Odessa, giunse nel capoluogo galiziano mi trovai immerso in un’atmosfera molto diversa da quella respirata le settimane precedenti in Crimea e a Kharkiv. Trascorsi la prima notte in un villaggio di campagna ospite di un amico, Volodymyr, conosciuto qualche giorno prima su un vecchio torpedone diretto a Odessa. Mi sembrò di essere stato catapultato, come d’incanto, indietro di qualche secolo in un mondo in cui la gente vive tuttora in simbiosi con la natura, un mondo dove sopravvivono riti e credenze ancestrali e in cui religione e superstizione finiscono spesso per confondersi.

L’indomani, camminando con Volodymyr ai bordi della strada principale, una delle poche asfaltate, in direzione del cimitero locale, incontrammo solo qualche mucca, poche persone in bicicletta e contadini su carri trainati da cavalli. Nemmeno l’ombra di un’automobile. Tutto era avvolto in un’atmosfera di quiete quasi irreale.

Durante quel soggiorno in Galizia venni a conoscenza della storia più recente di questa regione che, grazie anche alla politica culturale liberale degli austriaci verso i “ruteni” (così venivano chiamati gli ucraini in passato), assunse il ruolo di “Piemonte ucraino”, diventando il centro del movimento nazionale e contribuendo all’indipendenza del Paese.

Fu Lilya, una giornalista di Ternopil incontrata in una guest house di Yaremche, a parlarmi per la prima volta di Stepan Bandera, Ivan Franko, Mykhailo Hrushevsky e di altri personaggi storici legati a queste terre e alla lotta per l’autonomia da Mosca e da Varsavia.

Molti dei nomi menzionati da Lilya nel corso delle nostre chiacchierate serali, allietate da freschi boccali di Lvivske, l’ottima lager prodotta a Leopoli, ricorrono spesso nel reportage di Martin Pollack, Galizia. Viaggio nel cuore scomparso della Mitteleuropa.

Il libro del giornalista e scrittore tedesco, uscito in Italia a ben sedici anni dalla sua pubblicazione in Germania, è un testo fondamentale per conoscere una terra che per ironia della storia “ha risvegliato l’interesse degli occidentali a partire dalla sua distruzione”.

Il reportage di Pollack è “un viaggio immaginario attraverso una regione scomparsa” che si svolge intorno al 1900, epoca a cui risalgono i brani tratti dalle opere degli autori di Galizia e Bucovina che hanno fatto di queste zone “un luogo letterario indimenticabile, in cui, al di là di tutti gli eccidi e i conflitti, si era giunti a una feconda interazione tra popoli e culture”.

Il lungo tour inizia a Tarnów, città polacca della Galizia occidentale, che Pollack immagina di raggiungere in treno su un convoglio della Carl Ludwig-Bahn, la ferrovia che prendeva il nome da Carlo Ludovico, fratello minore dell’imperatore Francesco Giuseppe. La tratta che da Cracovia, passando per Tarnów, Przemyśl, Leopoli e Ternopil, giungeva fino alla frontiera russa, era usata di frequente da Karl Emil Franzos, un poeta e giornalista ebreo di Chortkiv, una cittadina polacco-ruteno-ebraica sul fiume Siret.

Di Franzos, i cui racconti accompagneranno il peregrinare letterario di Pollack anche a Verkhovyna e a Chernivtsi, l’autore tedesco narra un singolare aneddoto accaduto a Przemyśl.

Nel libro Aus Halb-Asien, il giornalista ebreo, descrivendo lo squallore della maggior parte dei ristoranti di Przemyśl, menzionò quello della stazione ferroviaria dove gli fu servita la più strana cotoletta di vitello che avesse mai visto.

“Era una cotoletta di vitello ripiena, ovvero ci trovai: un chiodo molto arrugginito, una molla d’acciaio e un ciuffo di capelli”. L’oste schernito spedì una lunga replica al noto giornale locale ‘Przemyślanin’ rigettando tutte le accuse di Franzos definendolo un libellista antipolacco. La lettera fu regolarmente pubblicata, ma l’ingiuriosa nota sulla “cotoletta di vitello ripiena” al ristorante della stazione di Przemyśl non fu eliminata nelle edizioni successive delle opere dello scrittore ebreo.

Prima di giungere a Drohobych, luogo che diede i natali a Bruno Schulz, scrittore e illustratore ebreo di lingua polacca, che Isaac Singer in una celebre intervista a Philip Roth definì più bravo di Frank Kafka, il tour immaginario di Pollack fa tappa a Dobromyl e Sambir, località oggi in territorio ucraino.

Dobromyl, piccola città a soli cinque chilometri dal confine polacco, era agli inizi del secolo scorso un tipico villaggio ebraico. Più della metà dei suoi quattromila abitanti erano ebrei nonostante secondo gli uffici anagrafici austriaci costoro non rappresentassero una nazionalità a se stante poiché questa si definiva in base alla lingua parlata. La stragrande maggioranza di essi parlava yiddish ma, ricorda Pollack, “questo non bastava per considerarla una lingua di cui valesse la pena occuparsi in una statistica”. Anche gli ebrei assimilati si riferivano raramente a tale idioma come a una lingua vera e propria.

“In tal modo gli ebrei galiziani vennero conteggiati dalla burocrazia austriaca come polacchi, tedeschi o, più di rado, ruteni, un errore che non sembrava disturbare particolarmente neppure i diretti interessati: avevano altro a cui pensare”.

L’altro, cui allude Pollack, è ovviamente la quotidiana lotta contro l’indigenza.

“La vita degli ebrei in Galizia era indicibilmente misera. Gall-izia, era abituato a dire Reuben Mehler, un piccolo artigiano di Dobromyl, la Gall-izia si chiama così perché qui la vita è molto dolorosa. Dolorosa come una galla”.

Per sfuggire a questa condizione miserevole molti cercarono fortuna in America. Tra questi anche il figlio di Mehler che una volta giunto negli Stati Uniti anglicizzò il suo cognome in Miller.

Saul Miller, il nipote del vecchio Reuben, raccontò la storia della sua famiglia in un bel libro intitolato Dobromil. Life in a Galician Shtetl 1890-1907. Voleva che i propri figli conoscessero com’era dura la vita in uno shtetl ebraico della Galizia in cui tutto ruotava intorno al sostentamento, il parnose così difficile da procacciarsi.

Dagli appunti autobiografici del critico letterario Artur Sandauer, nato a Sambir nel 1913, Pollack apprende come la cittadina, che ai primi del Novecento contava diciassettemila abitanti, principalmente di origine polacca, fosse divisa in aree diversissime tra loro come Ringplatz, il quartiere borghese con le sue ville e i licei, Torgovytsya, il rione che confinava dal lato del fiume Mlynivka con il ghetto più profondo e Blic, il sobborgo sulle rive del Dnistr in cui gli ebrei praticanti vivevano come nello shtetl in osservanza delle leggi tradizionali.

Proseguendo oltre Sambir, la Transversalbahn, la Ferrovia trasversale, con cui Pollack compie il suo viaggio immaginario nelle terre più orientali della Cacania – con questo nome fittizio Robert Musil chiama l’impero austroungarico nel suo capolavoro L’uomo senza qualità –, giunge fino a Drohobych.

Le pagine che Pollack dedica alla Pennsylvania della Galizia, così detta per lo straordinario sviluppo che qui conobbe a fine Ottocento l’industria petrolifera, sono tra le più interessanti del libro. Soprattutto perché la Drohobych attuale è molto diversa da quella descritta dallo scrittore tedesco sulla scorta delle notizie tratte dal settimanale “Tygodnik Samborsko-Drohobycky”nel 1900 e dalle pagine di Saul Raphael Landau, Józef Rogosz e Artur Gruszecki.

Il fervore industriale legato al petrolio, che animava il centro galiziano a metà dell’Ottocento quando ingegneri statunitensi portarono qui le prime torri di trivellazione che utilizzavano la “perforazione ad asta con metodo canadese” sperimentate con successo in Pennsylvania, è pressoché scomparso.

Quando nel 2009 giunsi a Drohobych a bordo di una marshrutka sulla quale ero salito alla stazione ferroviaria di Leopoli, non trovai il luogo sudicio popolato da “vetturini imbroglioni” e da “commercianti primitivi” descritto da Alfred Döblin nel suo viaggio in Polonia del 1924, bensì una città sicuramente povera ma dignitosa.

Una delle caratteristiche che contraddistingue la Galizia attuale, e più in generale l’Ucraina, è indubbiamente la grande dignità del suo popolo. Nel corso della mia visita a Drohobych non vidi alcun mendicante, come era successo ottantacinque anni prima all’autore di Berlin-Alexanderplatz, ma tante persone, principalmente donne, occupate a sbarcare il lunario al mercato locale vendendo miele, latte, formaggi, lamponi, fragole, mirtilli, funghi, pomodori, melanzane, cavoli, peperoni.

I colori e gli odori del Tsentralny Rynok di Drohobych mi trasmisero un senso di vitalità e di operosità ma non potei esimermi dall’osservare come quelle tracce di Galizia povera e rurale fossero difficilmente riscontrabili, qualche chilometro più a ovest, nella Galizia oggi in territorio polacco.

Questa terra, tra le più martoriate nel Novecento, avrebbe potuto conoscere sicuramente una sorte migliore se, per un accidente della storia, non fosse stata inglobata nel dopoguerra nell’URSS.

I funzionari di Mosca, detestati dalla stragrande maggioranza della popolazione, abituata a monarchi illuminati e rispettosi delle identità culturali come Francesco Giuseppe I che conosceva polacco e ruteno, pensarono quasi esclusivamente a reprimere ogni forma di dissenso. Ciononostante non riuscirono mai a russificare questa regione. Oksana Zabuzhko, scrittrice ucraina originaria di Lutsk, Volinia, nel suo monumentale romanzo storico The Museum of Abandoned Secrets , sostiene che furono proprio i comitati di autodifesa dei partigiani ucraini della Galizia nel dopoguerra a impedire al regime sovietico di perpetrare una strategia genocidaria nell’Ovest del Paese, come quella che si ebbe nel 1932-1933 con il Holodomor, che avrebbe distrutto l’Ucraina per sempre.

Parlando di Drohobych è impossibile non citare il suo cittadino più illustre: Bruno Schulz. Anche Pollack – prima di proseguire il suo viaggio alla volta di Nahuyevitsi, villaggio ove nacque Ivan Franko, importante intellettuale ucraino di fine Ottocento – tributa il suo personale omaggio all’autore de Le botteghe color cannella introducendoci nel suo magico mondo letterario.

I racconti di Schulz, osserva lo scrittore tedesco, sono “frammenti di un’autobiografia grottesca-fantastica, in cui l’autore ci guida attraverso i paesaggi irrecuperabilmente perduti della sua infanzia, che mitizza, ma al tempo stesso ritrae con precisione”.

Schulz, che proveniva da una famiglia ebraica assimilata – ‘polacco di religione mosaica’ amava definirsi suo padre Jakub – pone al centro del suo immaginario letterario proprio Drohobych.

Artur Sandauer, che lo conobbe quando era un giovane critico, nella prefazione all’edizione polacca dei racconti, evidenziò che Schulz non si era mai allontanato dall’ambito tematico dell’infanzia in una piccola città.

“Sebbene avesse studiato per due anni all’Accademia di belle arti di Vienna, soggiornasse spesso a Leopoli e una volta avesse persino fatto un viaggio a Parigi, non riuscì mai a liberarsi dal sortilegio di quella provincia, con le sue strade vuote e le sue ore vuote, con i mucchi di spazzatura e le ville cresciute a dismisura” (Sandauer).

L’ostinazione a non voler lasciare il luogo in cui era nato gli fu fatale.

Nonostante alcuni amici di Varsavia avessero cercato di farlo scappare dalla Galizia, occupata a partire dal 1941 dalle truppe naziste, che di lì a poco avrebbero iniziato un giro di vite sulla popolazione ebraica, Schulz preferì rimanere a Drohobych dove morì il 19 novembre 1942 assassinato da Karl Gunther, un funzionario della Gestapo durante un rastrellamento.

La tappa successiva del tour di Pollack è Stryi, un tempo stazione terminale della Ferrovia del Dnistr.

“L’edificio bianco a due piani della stazione, a venti minuti a piedi dalla città, era uno dei ritrovi preferiti dei borghesi di Stryj, che il sabato pomeriggio prendevano volentieri una birra seduti nell’ombreggiata veranda del Dienstl, il ristorante della stazione, osservando l’andirivieni dei treni e dei viaggiatori. Sembrava quasi quello di una grande città: l’enorme orario delle k.k. Staatsbahnen [Ferrovie imperialregie dello Stato austriaco], stampato su carta giallo ocra e appeso alla parete della biglietteria, informava che partivano cinque treni al giorno per Leopoli, quattro per Przemyśl, uno per Ivano-Frankivs’k e tre per Lavochne, alla frontiera con l’Ungheria; altrettanti erano i treni in arrivo.”

Dell’ambita località di villeggiatura, che nei primi del Novecento attirava diversi turisti specie nella stagione estiva grazie a stabilimenti balneari sul fiume e alla vicinanza ai Carpazi, la Stryi odierna conserva solo il ruolo di fondamentale nodo viario. La maggior parte delle marshrutky provenienti dall’Italia, attraversato il confine ungherese a Chop, fanno tappa qui. Molti dei passeggeri, in prevalenza donne che lavorano nel nostro paese e tornano a casa per visitare i propri familiari per qualche settimana, proseguono il loro viaggio salendo su altri mezzi diretti un po’ in tutta l’Ucraina.

Mentre la Stryi attuale sembra aver perso il fascino che ai primi del Novecento ne faceva, in virtù dell’elegante ricostruzione edilizia successiva al terribile incendio del 1886, una delle più graziose città della Galizia orientale, i suoi dintorni, ossia l’area dei Carpazi costituisce tuttora una delle principali destinazioni turistiche del Paese. In queste zone negli ultimi anni si è assistito anche a un incremento del turismo estivo. Con l’occupazione della Crimea da parte della Federazione Russa nel marzo 2014, molti di coloro che un tempo sceglievano di trascorrere le vacanze a Yalta, Yevpatoriya o Feodosiya, oggi optano per una villeggiatura in montagna in località come Yaremche, Vorokhta e Bukovel.

Se per gli amanti del trekking le escursioni sul monte Hoverla, la cima più elevata del gruppo del Chornohora (Le Montagne Nere), costituiscono meta obbligata, chi preferisce una vacanza all’insegna della cultura, prima di raggiungere Yaremche, farà tappa anche a Ivano-Frankivsk, ridente città dall’atmosfera mitteleuropea e a Kolomiya, piccolo centro a circa cinquanta chilometri dalla catena montuosa di Chornohora famoso per la cultura Hutsul.

Ecco come appariva Ivano-Frankivsk, seconda città della Galizia dopo Leopoli, all’inizio del secolo scorso ad Alexander Granash, un piccolo garzone di fornaio ebreo, poi caratterista dei teatri di Max Reinhardt a Berlino, assurto alla celebrità nel ruolo di Knock nel Nosferatu di Murnau.

“La cittadina sembrava una casa delle bambole. C’erano delle belle case bianche a più piani e parchi e giardini e fiori e viali alberati, una grande, linda piazza del mercato e magnifiche vetrine; alla sera si accendevano i lampioni elettrici e c’era luce come di giorno, solo molto più allegra. La via principale, il passeggio, si chiamava da un lato linea A e dall’altro linea B. Era il ritrovo dei giovani. Ragazze graziose e ben vestite passeggiavano avanti e indietro insieme a studenti e ufficiali azzimati, chiacchierando e ridendo. C’erano caffè con la musica, ristoranti e una galleria che era un punto di incontro.”

Percorrendo oggi le strade acciottolate del centro, tra edifici neoclassici dai tenui colori pastello, chiese barocche e ville austroungariche fresche di restauro, Ivano-Frankivsk, lasciatasi alle spalle il grigiore sovietico, sembra tornata allo splendore di un tempo.

Dell’epoca descritta da Alexander Granash mancano all’appello quasi tutte le cinquanta sinagoghe che, fino all’inizio degli anni Quaranta, contribuivano a fare di questa città polacca di frontiera, come ricorda anche Pollack, un fervente centro di cultura yiddish.

“Dei trentamila abitanti di Ivano-Frankivs’k, la metà erano ebrei, e metà di loro ricevevano l’armengroschen, un sussidio di importo variabile tra uno e cinque fiorini pagato una volta all’anno dalla comunità israelitica ai più bisognosi alla festa di Pesach. Ma in confronto ai braccianti ruteni, che avevano trasferito in città la miseria dei villaggi, gli ebrei sembravano ricchi”.

La principale attrazione di Kolomiya, che nel 1900, sulla base dei racconti di Saul Raphael Landau, Pollack identifica come un centro ebraico caratterizzato dalle presenza di una particolare categoria di lavoratori, i portatori d’acqua, già organizzata secondo modalità imprenditoriali moderne, è oggi il Museo delle Pysanky, le coloratissime uova di Pasqua, dipinte a mano, celebri in tutto il mondo.

Nell’estate di qualche anno fa visitai questo edificio a forma d’uovo decorato con motivi geometrici policromi e rimasi letteralmente affascinato dalla singolare collezione che ospita più di diecimila esemplari dipinti con stili diversi a seconda delle aree di provenienza.

Una studentessa di storia dell’arte della vicina Ivano-Frankivsk mi raccontò che i primi esempi di uova decorate furono ritrovati dagli archeologici nelle regioni di Kyiv e Poltava. E che molte delle decorazioni usate, quali i segni solari (cerchi, croci e stelle), testimoniano come la tradizione delle uova dipinte derivi dalla cultura pagana e che, solo in seguito all’evangelizzazione dell’Ucraina, è stata inglobata nella festività cristiana della Pasqua.

Gli echi della cultura pagana e l’eterogeneità delle etnie sono sempre stati i tratti distintivi delle terre galiziane comprese tra Stryi, Ivano-Frankivsk e Kolomiya.

“A Verkhnje Syn’ovydne erano di casa i boyko, che per lingua, abbigliamento e usanze si distinguevano nettamente dai ruteni di pianura. I boyko abitavano nella sezione centrale dei Carpazi Boscosi; in quella occidentale vivevano i lemchi; in quella orientale, che arrivava fino alla Bucovina e all’Ungheria settentrionale, gli huzuli. In generale i boyko avevano un fisico massiccio ed erano esperti allevatori di bovini apprezzati fino in Ungheria, che vendevano alle fiere autunnali nelle cittadine carpatiche di Borynja e Ljutovys’ka. […] Per raggiungere gli huzuli, che erano vicini dei boyko, si dovevano varcare le impervie montagne dei Carpazi Boscosi oppure tornare a Stryj e da lì andare a Ivano-Frankivs’k”(Pollack).

Nel 1700 in un villaggio vicino a Kolomiya, Pechenizhyn, nacque il mitico Oleksa Dovbush, soprannominato “il Robin Hood dei Carpazi”. Personaggio leggendario di cui parla anche Leopold von Sacher-Masoch nello splendido racconto sulla cultura hutsul Haydamak, il brigante, Dovbush si nascondeva spesso all’interno delle grotte formate da massicci rocciosi in prossimità di Yaremche.

Analogamente all’eroe di Sherwood Dovbush e la sua banda di opryshky rubavano ai ricchi commercianti e ai ricchi proprietari terrieri e distribuivano il bottino ai poveri contadini dei villaggi dei Carpazi. Sebbene i polacchi avessero messo una taglia sulla sua testa e inviato migliaia di soldati a cercarlo, Dovbush, che non si fermava in un rifugio per più di dodici giorni, non fu mai catturato. Questo almeno narra la leggenda. Pollack, sulla base di notizie documentate, sostiene che Dovbush venne ucciso in un’imboscata nel 1745 nel villaggio di Kosmach da un certo Stepan Dzvinchuk, un hutsul come lui. Oggi il villaggio di Kosmach ospita un piccolo museo dedicato al Robin Hood dei Carpazi.

Lasciate le località montane di Verkhovyna e Kolomiya il viaggio immaginario di Pollack prosegue a Chernivtsi per poi concludersi nella Galizia orientale a Brody, dove nacque Joseph Roth, uno dei più illustri cantori del Finis Austriae e Leopoli.

Le pagine di Karl Emil Franzos e di Franz Porunsky accompagnano il peregrinare letterario del giornalista tedesco a Chernivtsi, capitale della Bucovina e luogo natale, tra gli altri, di Paul Celan e Gregor von Rezzori.

Chernivtsi e Leopoli, città tra le più affascinanti dell’intera Ucraina per il loro retaggio storico e culturale meritano un’attenzione particolare e per questo motivo Abbecedario Ucraino dedica loro due lemmi separati.

Massimiliano Di Pasquale

ABBECEDARIO UCRAINO https://wordpress.com/stats/post/986/massimilianodipasquale.wordpress.com

INTERVISTA UKRAINIAN CRISIS MEDIA CENTER http://uacrisis.org/it/45904-m-di-pasquale-intervista

Biography

Graduated in Business Economics at Bocconi University in Milan, Massimiliano Di Pasquale is an Italian author, photographer and freelance journalist, writing regularly about Ukrainian culture and politics for several Italian magazines and newspapers. From November 1999 to April 2004 he lived in London where he combined his activity as marketing consultant with that of freelance journalist. Di Pasquale is a member of AISU, Italian Association of Ukrainian Studies and of BSS, Baltic Studies Section, a non-profitmaking Academic Association on Baltic Studies at Milan University, which gathers scholars, specialists, researchers and PhDs focused in this specific field. Besides his essays, articles, and participations at international conferences and seminars as Ukrainian expert and sovietologist, Di Pasquale published his first photographic book in 2010 In Ucraina. Immagini per un diario (In Ukraine. Pictures for a Diary); in 2012 the travel book Ucraina terra di confine. Viaggi nell’Europa sconosciuta (Ukraine Borderland. Trips in the Unknown Europe); in December 2015 his last major work Riga Magica. Cronache dal Baltico (Magic Riga. Chronicles from the Baltic region). In the last three years he has been working on a new book called Abbecedario Ucraino, sort of Ukraine from A to Z, due in Autumn 2017.

 

 

 

 

Advertisements