G come Galizia

G come Galizia è una delle voci di Abbecedario Ucraino libro di Massimiliano Di Pasquale  che uscirà  per i tipi di Anfora Edizioni nell’autunno 2017. L’autore in un’intervista rilasciata nel luglio 2016 all ‘Ukrainian Media Center di Kyiv così l’aveva definito: ” Il libro si chiamerà Abbecedario ucraino. L’ho concepito come una sorta di Ucraina dalla A alla Z, ma non sarà un testo di carattere enciclopedico. L’idea è quella di selezionare alcuni voci per spiegare questioni che non sono note in Italia anche a causa della disinformazione. Sarà un libro che cercherà di raccontare anche gli aspetti più controversi. Accanto a voci abbastanza sintetiche, come i profili biografici di alcuni personaggi storici, troveranno spazio anche lemmi che raccontano luoghi del Paese con lo stile del reportage. Naturalmente non mancheranno voci un po’ più politiche. Lo scopo – come ho già sottolineato – è far conoscere l’Ucraina agli italiani e soprattutto approfondire e puntualizzare quei temi che sono stati distorti dai media filorussi. Penso alla questione della Crimea come “territorio non ucraino”, alla figura controversa di Bandera demonizzata e strumentalizzata dalla propaganda, prima sovietica, oggi russa. Ci saranno anche ritratti di importanti figure del passato la cui eredità culturale è tuttora molto forte come quella dell’etmano Mazepa e del poeta-eroe nazionale Taras Shevchenko. È sicuramente un libro ambizioso anche perché si avvale di diversi registri stilistici: il saggio, il reportage, il ritratto biografico.” 

Finis terrae come l’omonima regione iberica affacciata sull’Atlantico, la Galizia, che per quasi centocinquant’anni, dal 1772 al 1918, è stata la provincia più orientale dell’Impero austriaco, ha sempre esercitato una straordinaria attrazione su scrittori e viaggiatori per il crogiuolo di etnie e culture che vi convivevano in modo sostanzialmente pacifico sotto la Corona asburgica.

Leopold von Sacher-Masoch, che analogamente a Joseph Roth, Bruno Schulz, Gregor von Rezzori, Karl Emil Franzos e tanti altri ha raccontato questo universo dal singolare fascino etnografico, così scriveva in una pagina autobiografica del 1887.

“In un paese come la Galizia ove da secoli si trovano confessioni e nazionalità tanto diverse, è quasi implicito tollerarsi a vicenda. In un territorio nel quale Polacchi, Russi, Piccoli Russi, Romeni, Ebrei, Tedeschi, Armeni, Italiani, Ungheresi, Zingari e Turchi unitariamente convivono e che, per quanto attiene alle religioni, accoglie cattolici greci e romani, ortodossi greci e armeni, lipovani, duchoborziani, ebrei, karaiti, cassidim, luterani, calvinisti, mennoniti, maomettani e pagani, non vi può essere alcun odio razziale, alcuna persecuzione religiosa e neanche alcun antisemitismo”.

La visione di Sacher-Masoch, sicuramente edulcorata da quel mito asburgico che lo affascinò sin da adolescente, se da un lato appare forse troppo idilliaca, dall’altro è in grado di restituirci la vivacità di una regione in cui – come sottolineò anche Joseph Roth nel suo reportage Viaggio in Galizia – “vi è più cultura di quanto le sue insufficienti fognature farebbero pensare”.

La Galizia, nonostante sporcizia, povertà, alcolismo e analfabetismo – piaghe peraltro comuni a tante zone dell’Europa dell’Ottocento – era una terra feconda a livello letterario e nella quale i contrasti sociali, talvolta anche aspri, non degenerarono mai.

Solo quando nel 1918 il regno di Galizia e Lodomiria cessò di esistere – la Galizia venne annessa alla Polonia e la Bucovina alla Romania (oggi la maggior parte di questi territori fa parte dell’Ucraina) –, si incrinò anche quella straordinaria cultura della tolleranza asburgica che per un secolo e mezzo aveva scongiurato eccidi e violenze.

Vent’anni più tardi, con l’avvento della Seconda Guerra Mondiale, si assisterà infatti alla definitiva distruzione del multiculturalismo di questa regione prima con il genocidio nazista, poi con gli stermini dello stalinismo. Martin Pollack, giornalista e scrittore tedesco che alla Galizia ha dedicato un bellissimo libro, tradotto recentemente anche in Italia, osserva a tal proposito come “nel Ventesimo secolo nessun’altra parte d’Europa è stata tormentata dalla Storia più della Galizia”. “Eppure – scrive ancora Pollack – questa terra così segnata dalla morte ha sempre avuto una forza d’attrazione straordinaria, che la pervade ancora oggi, ecco, si potrebbe persino dire che da quando la regione è scomparsa dalle carte geografiche il suo fascino è addirittura aumentato”.

A chiunque abbia visitato questi luoghi non sarà sicuramente sfuggita la loro singolare specificità. Oltre alle vestigia asburgiche la Galizia si caratterizza infatti per la natura fiera e indipendente dei suoi abitanti e per essere forse l’unica regione dell’Ucraina in cui sia quasi impossibile trovare scampoli di Unione Sovietica.

Ho ancora nitido il ricordo del mio primo viaggio a Leopoli e nei Carpazi. Era l’estate del 2004, qualche mese più tardi l’Ucraina avrebbe fatto parlare di sé le cronache internazionali per la Rivoluzione Arancione. Quando il treno sul quale viaggiavo, proveniente da Odessa, giunse nel capoluogo galiziano mi trovai immerso in un’atmosfera molto diversa da quella respirata le settimane precedenti in Crimea e a Kharkiv. Trascorsi la prima notte in un villaggio di campagna ospite di un amico, Volodymyr, conosciuto qualche giorno prima su un vecchio torpedone diretto a Odessa. Mi sembrò di essere stato catapultato, come d’incanto, indietro di qualche secolo in un mondo in cui la gente vive tuttora in simbiosi con la natura, un mondo dove sopravvivono riti e credenze ancestrali e in cui religione e superstizione finiscono spesso per confondersi.

L’indomani, camminando con Volodymyr ai bordi della strada principale, una delle poche asfaltate, in direzione del cimitero locale, incontrammo solo qualche mucca, poche persone in bicicletta e contadini su carri trainati da cavalli. Nemmeno l’ombra di un’automobile. Tutto era avvolto in un’atmosfera di quiete quasi irreale.

Durante quel soggiorno in Galizia venni a conoscenza della storia più recente di questa regione che, grazie anche alla politica culturale liberale degli austriaci verso i “ruteni” (così venivano chiamati gli ucraini in passato), assunse il ruolo di “Piemonte ucraino”, diventando il centro del movimento nazionale e contribuendo all’indipendenza del Paese.

Fu Lilya, una giornalista di Ternopil incontrata in una guest house di Yaremche, a parlarmi per la prima volta di Stepan Bandera, Ivan Franko, Mykhailo Hrushevsky e di altri personaggi storici legati a queste terre e alla lotta per l’autonomia da Mosca e da Varsavia.

Molti dei nomi menzionati da Lilya nel corso delle nostre chiacchierate serali, allietate da freschi boccali di Lvivske, l’ottima lager prodotta a Leopoli, ricorrono spesso nel reportage di Martin Pollack, Galizia. Viaggio nel cuore scomparso della Mitteleuropa.

Il libro del giornalista e scrittore tedesco, uscito in Italia a ben sedici anni dalla sua pubblicazione in Germania, è un testo fondamentale per conoscere una terra che per ironia della storia “ha risvegliato l’interesse degli occidentali a partire dalla sua distruzione”.

Il reportage di Pollack è “un viaggio immaginario attraverso una regione scomparsa” che si svolge intorno al 1900, epoca a cui risalgono i brani tratti dalle opere degli autori di Galizia e Bucovina che hanno fatto di queste zone “un luogo letterario indimenticabile, in cui, al di là di tutti gli eccidi e i conflitti, si era giunti a una feconda interazione tra popoli e culture”.

Il lungo tour inizia a Tarnów, città polacca della Galizia occidentale, che Pollack immagina di raggiungere in treno su un convoglio della Carl Ludwig-Bahn, la ferrovia che prendeva il nome da Carlo Ludovico, fratello minore dell’imperatore Francesco Giuseppe. La tratta che da Cracovia, passando per Tarnów, Przemyśl, Leopoli e Ternopil, giungeva fino alla frontiera russa, era usata di frequente da Karl Emil Franzos, un poeta e giornalista ebreo di Chortkiv, una cittadina polacco-ruteno-ebraica sul fiume Siret.

Di Franzos, i cui racconti accompagneranno il peregrinare letterario di Pollack anche a Verkhovyna e a Chernivtsi, l’autore tedesco narra un singolare aneddoto accaduto a Przemyśl.

Nel libro Aus Halb-Asien, il giornalista ebreo, descrivendo lo squallore della maggior parte dei ristoranti di Przemyśl, menzionò quello della stazione ferroviaria dove gli fu servita la più strana cotoletta di vitello che avesse mai visto.

“Era una cotoletta di vitello ripiena, ovvero ci trovai: un chiodo molto arrugginito, una molla d’acciaio e un ciuffo di capelli”. L’oste schernito spedì una lunga replica al noto giornale locale ‘Przemyślanin’ rigettando tutte le accuse di Franzos definendolo un libellista antipolacco. La lettera fu regolarmente pubblicata, ma l’ingiuriosa nota sulla “cotoletta di vitello ripiena” al ristorante della stazione di Przemyśl non fu eliminata nelle edizioni successive delle opere dello scrittore ebreo.

Prima di giungere a Drohobych, luogo che diede i natali a Bruno Schulz, scrittore e illustratore ebreo di lingua polacca, che Isaac Singer in una celebre intervista a Philip Roth definì più bravo di Frank Kafka, il tour immaginario di Pollack fa tappa a Dobromyl e Sambir, località oggi in territorio ucraino.

Dobromyl, piccola città a soli cinque chilometri dal confine polacco, era agli inizi del secolo scorso un tipico villaggio ebraico. Più della metà dei suoi quattromila abitanti erano ebrei nonostante secondo gli uffici anagrafici austriaci costoro non rappresentassero una nazionalità a se stante poiché questa si definiva in base alla lingua parlata. La stragrande maggioranza di essi parlava yiddish ma, ricorda Pollack, “questo non bastava per considerarla una lingua di cui valesse la pena occuparsi in una statistica”. Anche gli ebrei assimilati si riferivano raramente a tale idioma come a una lingua vera e propria.

“In tal modo gli ebrei galiziani vennero conteggiati dalla burocrazia austriaca come polacchi, tedeschi o, più di rado, ruteni, un errore che non sembrava disturbare particolarmente neppure i diretti interessati: avevano altro a cui pensare”.

L’altro, cui allude Pollack, è ovviamente la quotidiana lotta contro l’indigenza.

“La vita degli ebrei in Galizia era indicibilmente misera. Gall-izia, era abituato a dire Reuben Mehler, un piccolo artigiano di Dobromyl, la Gall-izia si chiama così perché qui la vita è molto dolorosa. Dolorosa come una galla”.

Per sfuggire a questa condizione miserevole molti cercarono fortuna in America. Tra questi anche il figlio di Mehler che una volta giunto negli Stati Uniti anglicizzò il suo cognome in Miller.

Saul Miller, il nipote del vecchio Reuben, raccontò la storia della sua famiglia in un bel libro intitolato Dobromil. Life in a Galician Shtetl 1890-1907. Voleva che i propri figli conoscessero com’era dura la vita in uno shtetl ebraico della Galizia in cui tutto ruotava intorno al sostentamento, il parnose così difficile da procacciarsi.

Dagli appunti autobiografici del critico letterario Artur Sandauer, nato a Sambir nel 1913, Pollack apprende come la cittadina, che ai primi del Novecento contava diciassettemila abitanti, principalmente di origine polacca, fosse divisa in aree diversissime tra loro come Ringplatz, il quartiere borghese con le sue ville e i licei, Torgovytsya, il rione che confinava dal lato del fiume Mlynivka con il ghetto più profondo e Blic, il sobborgo sulle rive del Dnistr in cui gli ebrei praticanti vivevano come nello shtetl in osservanza delle leggi tradizionali.

Proseguendo oltre Sambir, la Transversalbahn, la Ferrovia trasversale, con cui Pollack compie il suo viaggio immaginario nelle terre più orientali della Cacania – con questo nome fittizio Robert Musil chiama l’impero austroungarico nel suo capolavoro L’uomo senza qualità –, giunge fino a Drohobych.

Le pagine che Pollack dedica alla Pennsylvania della Galizia, così detta per lo straordinario sviluppo che qui conobbe a fine Ottocento l’industria petrolifera, sono tra le più interessanti del libro. Soprattutto perché la Drohobych attuale è molto diversa da quella descritta dallo scrittore tedesco sulla scorta delle notizie tratte dal settimanale “Tygodnik Samborsko-Drohobycky”nel 1900 e dalle pagine di Saul Raphael Landau, Józef Rogosz e Artur Gruszecki.

Il fervore industriale legato al petrolio, che animava il centro galiziano a metà dell’Ottocento quando ingegneri statunitensi portarono qui le prime torri di trivellazione che utilizzavano la “perforazione ad asta con metodo canadese” sperimentate con successo in Pennsylvania, è pressoché scomparso.

Quando nel 2009 giunsi a Drohobych a bordo di una marshrutka sulla quale ero salito alla stazione ferroviaria di Leopoli, non trovai il luogo sudicio popolato da “vetturini imbroglioni” e da “commercianti primitivi” descritto da Alfred Döblin nel suo viaggio in Polonia del 1924, bensì una città sicuramente povera ma dignitosa.

Una delle caratteristiche che contraddistingue la Galizia attuale, e più in generale l’Ucraina, è indubbiamente la grande dignità del suo popolo. Nel corso della mia visita a Drohobych non vidi alcun mendicante, come era successo ottantacinque anni prima all’autore di Berlin-Alexanderplatz, ma tante persone, principalmente donne, occupate a sbarcare il lunario al mercato locale vendendo miele, latte, formaggi, lamponi, fragole, mirtilli, funghi, pomodori, melanzane, cavoli, peperoni.

I colori e gli odori del Tsentralny Rynok di Drohobych mi trasmisero un senso di vitalità e di operosità ma non potei esimermi dall’osservare come quelle tracce di Galizia povera e rurale fossero difficilmente riscontrabili, qualche chilometro più a ovest, nella Galizia oggi in territorio polacco.

Questa terra, tra le più martoriate nel Novecento, avrebbe potuto conoscere sicuramente una sorte migliore se, per un accidente della storia, non fosse stata inglobata nel dopoguerra nell’URSS.

I funzionari di Mosca, detestati dalla stragrande maggioranza della popolazione, abituata a monarchi illuminati e rispettosi delle identità culturali come Francesco Giuseppe I che conosceva polacco e ruteno, pensarono quasi esclusivamente a reprimere ogni forma di dissenso. Ciononostante non riuscirono mai a russificare questa regione. Oksana Zabuzhko, scrittrice ucraina originaria di Lutsk, Volinia, nel suo monumentale romanzo storico The Museum of Abandoned Secrets , sostiene che furono proprio i comitati di autodifesa dei partigiani ucraini della Galizia nel dopoguerra a impedire al regime sovietico di perpetrare una strategia genocidaria nell’Ovest del Paese, come quella che si ebbe nel 1932-1933 con il Holodomor, che avrebbe distrutto l’Ucraina per sempre.

Parlando di Drohobych è impossibile non citare il suo cittadino più illustre: Bruno Schulz. Anche Pollack – prima di proseguire il suo viaggio alla volta di Nahuyevitsi, villaggio ove nacque Ivan Franko, importante intellettuale ucraino di fine Ottocento – tributa il suo personale omaggio all’autore de Le botteghe color cannella introducendoci nel suo magico mondo letterario.

I racconti di Schulz, osserva lo scrittore tedesco, sono “frammenti di un’autobiografia grottesca-fantastica, in cui l’autore ci guida attraverso i paesaggi irrecuperabilmente perduti della sua infanzia, che mitizza, ma al tempo stesso ritrae con precisione”.

Schulz, che proveniva da una famiglia ebraica assimilata – ‘polacco di religione mosaica’ amava definirsi suo padre Jakub – pone al centro del suo immaginario letterario proprio Drohobych.

Artur Sandauer, che lo conobbe quando era un giovane critico, nella prefazione all’edizione polacca dei racconti, evidenziò che Schulz non si era mai allontanato dall’ambito tematico dell’infanzia in una piccola città.

“Sebbene avesse studiato per due anni all’Accademia di belle arti di Vienna, soggiornasse spesso a Leopoli e una volta avesse persino fatto un viaggio a Parigi, non riuscì mai a liberarsi dal sortilegio di quella provincia, con le sue strade vuote e le sue ore vuote, con i mucchi di spazzatura e le ville cresciute a dismisura” (Sandauer).

L’ostinazione a non voler lasciare il luogo in cui era nato gli fu fatale.

Nonostante alcuni amici di Varsavia avessero cercato di farlo scappare dalla Galizia, occupata a partire dal 1941 dalle truppe naziste, che di lì a poco avrebbero iniziato un giro di vite sulla popolazione ebraica, Schulz preferì rimanere a Drohobych dove morì il 19 novembre 1942 assassinato da Karl Gunther, un funzionario della Gestapo durante un rastrellamento.

La tappa successiva del tour di Pollack è Stryi, un tempo stazione terminale della Ferrovia del Dnistr.

“L’edificio bianco a due piani della stazione, a venti minuti a piedi dalla città, era uno dei ritrovi preferiti dei borghesi di Stryj, che il sabato pomeriggio prendevano volentieri una birra seduti nell’ombreggiata veranda del Dienstl, il ristorante della stazione, osservando l’andirivieni dei treni e dei viaggiatori. Sembrava quasi quello di una grande città: l’enorme orario delle k.k. Staatsbahnen [Ferrovie imperialregie dello Stato austriaco], stampato su carta giallo ocra e appeso alla parete della biglietteria, informava che partivano cinque treni al giorno per Leopoli, quattro per Przemyśl, uno per Ivano-Frankivs’k e tre per Lavochne, alla frontiera con l’Ungheria; altrettanti erano i treni in arrivo.”

Dell’ambita località di villeggiatura, che nei primi del Novecento attirava diversi turisti specie nella stagione estiva grazie a stabilimenti balneari sul fiume e alla vicinanza ai Carpazi, la Stryi odierna conserva solo il ruolo di fondamentale nodo viario. La maggior parte delle marshrutky provenienti dall’Italia, attraversato il confine ungherese a Chop, fanno tappa qui. Molti dei passeggeri, in prevalenza donne che lavorano nel nostro paese e tornano a casa per visitare i propri familiari per qualche settimana, proseguono il loro viaggio salendo su altri mezzi diretti un po’ in tutta l’Ucraina.

Mentre la Stryi attuale sembra aver perso il fascino che ai primi del Novecento ne faceva, in virtù dell’elegante ricostruzione edilizia successiva al terribile incendio del 1886, una delle più graziose città della Galizia orientale, i suoi dintorni, ossia l’area dei Carpazi costituisce tuttora una delle principali destinazioni turistiche del Paese. In queste zone negli ultimi anni si è assistito anche a un incremento del turismo estivo. Con l’occupazione della Crimea da parte della Federazione Russa nel marzo 2014, molti di coloro che un tempo sceglievano di trascorrere le vacanze a Yalta, Yevpatoriya o Feodosiya, oggi optano per una villeggiatura in montagna in località come Yaremche, Vorokhta e Bukovel.

Se per gli amanti del trekking le escursioni sul monte Hoverla, la cima più elevata del gruppo del Chornohora (Le Montagne Nere), costituiscono meta obbligata, chi preferisce una vacanza all’insegna della cultura, prima di raggiungere Yaremche, farà tappa anche a Ivano-Frankivsk, ridente città dall’atmosfera mitteleuropea e a Kolomiya, piccolo centro a circa cinquanta chilometri dalla catena montuosa di Chornohora famoso per la cultura Hutsul.

Ecco come appariva Ivano-Frankivsk, seconda città della Galizia dopo Leopoli, all’inizio del secolo scorso ad Alexander Granash, un piccolo garzone di fornaio ebreo, poi caratterista dei teatri di Max Reinhardt a Berlino, assurto alla celebrità nel ruolo di Knock nel Nosferatu di Murnau.

“La cittadina sembrava una casa delle bambole. C’erano delle belle case bianche a più piani e parchi e giardini e fiori e viali alberati, una grande, linda piazza del mercato e magnifiche vetrine; alla sera si accendevano i lampioni elettrici e c’era luce come di giorno, solo molto più allegra. La via principale, il passeggio, si chiamava da un lato linea A e dall’altro linea B. Era il ritrovo dei giovani. Ragazze graziose e ben vestite passeggiavano avanti e indietro insieme a studenti e ufficiali azzimati, chiacchierando e ridendo. C’erano caffè con la musica, ristoranti e una galleria che era un punto di incontro.”

Percorrendo oggi le strade acciottolate del centro, tra edifici neoclassici dai tenui colori pastello, chiese barocche e ville austroungariche fresche di restauro, Ivano-Frankivsk, lasciatasi alle spalle il grigiore sovietico, sembra tornata allo splendore di un tempo.

Dell’epoca descritta da Alexander Granash mancano all’appello quasi tutte le cinquanta sinagoghe che, fino all’inizio degli anni Quaranta, contribuivano a fare di questa città polacca di frontiera, come ricorda anche Pollack, un fervente centro di cultura yiddish.

“Dei trentamila abitanti di Ivano-Frankivs’k, la metà erano ebrei, e metà di loro ricevevano l’armengroschen, un sussidio di importo variabile tra uno e cinque fiorini pagato una volta all’anno dalla comunità israelitica ai più bisognosi alla festa di Pesach. Ma in confronto ai braccianti ruteni, che avevano trasferito in città la miseria dei villaggi, gli ebrei sembravano ricchi”.

La principale attrazione di Kolomiya, che nel 1900, sulla base dei racconti di Saul Raphael Landau, Pollack identifica come un centro ebraico caratterizzato dalle presenza di una particolare categoria di lavoratori, i portatori d’acqua, già organizzata secondo modalità imprenditoriali moderne, è oggi il Museo delle Pysanky, le coloratissime uova di Pasqua, dipinte a mano, celebri in tutto il mondo.

Nell’estate di qualche anno fa visitai questo edificio a forma d’uovo decorato con motivi geometrici policromi e rimasi letteralmente affascinato dalla singolare collezione che ospita più di diecimila esemplari dipinti con stili diversi a seconda delle aree di provenienza.

Una studentessa di storia dell’arte della vicina Ivano-Frankivsk mi raccontò che i primi esempi di uova decorate furono ritrovati dagli archeologici nelle regioni di Kyiv e Poltava. E che molte delle decorazioni usate, quali i segni solari (cerchi, croci e stelle), testimoniano come la tradizione delle uova dipinte derivi dalla cultura pagana e che, solo in seguito all’evangelizzazione dell’Ucraina, è stata inglobata nella festività cristiana della Pasqua.

Gli echi della cultura pagana e l’eterogeneità delle etnie sono sempre stati i tratti distintivi delle terre galiziane comprese tra Stryi, Ivano-Frankivsk e Kolomiya.

“A Verkhnje Syn’ovydne erano di casa i boyko, che per lingua, abbigliamento e usanze si distinguevano nettamente dai ruteni di pianura. I boyko abitavano nella sezione centrale dei Carpazi Boscosi; in quella occidentale vivevano i lemchi; in quella orientale, che arrivava fino alla Bucovina e all’Ungheria settentrionale, gli huzuli. In generale i boyko avevano un fisico massiccio ed erano esperti allevatori di bovini apprezzati fino in Ungheria, che vendevano alle fiere autunnali nelle cittadine carpatiche di Borynja e Ljutovys’ka. […] Per raggiungere gli huzuli, che erano vicini dei boyko, si dovevano varcare le impervie montagne dei Carpazi Boscosi oppure tornare a Stryj e da lì andare a Ivano-Frankivs’k”(Pollack).

Nel 1700 in un villaggio vicino a Kolomiya, Pechenizhyn, nacque il mitico Oleksa Dovbush, soprannominato “il Robin Hood dei Carpazi”. Personaggio leggendario di cui parla anche Leopold von Sacher-Masoch nello splendido racconto sulla cultura hutsul Haydamak, il brigante, Dovbush si nascondeva spesso all’interno delle grotte formate da massicci rocciosi in prossimità di Yaremche.

Analogamente all’eroe di Sherwood Dovbush e la sua banda di opryshky rubavano ai ricchi commercianti e ai ricchi proprietari terrieri e distribuivano il bottino ai poveri contadini dei villaggi dei Carpazi. Sebbene i polacchi avessero messo una taglia sulla sua testa e inviato migliaia di soldati a cercarlo, Dovbush, che non si fermava in un rifugio per più di dodici giorni, non fu mai catturato. Questo almeno narra la leggenda. Pollack, sulla base di notizie documentate, sostiene che Dovbush venne ucciso in un’imboscata nel 1745 nel villaggio di Kosmach da un certo Stepan Dzvinchuk, un hutsul come lui. Oggi il villaggio di Kosmach ospita un piccolo museo dedicato al Robin Hood dei Carpazi.

Lasciate le località montane di Verkhovyna e Kolomiya il viaggio immaginario di Pollack prosegue a Chernivtsi per poi concludersi nella Galizia orientale a Brody, dove nacque Joseph Roth, uno dei più illustri cantori del Finis Austriae e Leopoli.

Le pagine di Karl Emil Franzos e di Franz Porunsky accompagnano il peregrinare letterario del giornalista tedesco a Chernivtsi, capitale della Bucovina e luogo natale, tra gli altri, di Paul Celan e Gregor von Rezzori.

Chernivtsi e Leopoli, città tra le più affascinanti dell’intera Ucraina per il loro retaggio storico e culturale meritano un’attenzione particolare e per questo motivo Abbecedario Ucraino dedica loro due lemmi separati.

Massimiliano Di Pasquale

ABBECEDARIO UCRAINO https://wordpress.com/stats/post/986/massimilianodipasquale.wordpress.com

INTERVISTA UKRAINIAN CRISIS MEDIA CENTER http://uacrisis.org/it/45904-m-di-pasquale-intervista

Biography

Graduated in Business Economics at Bocconi University in Milan, Massimiliano Di Pasquale is an Italian author, photographer and freelance journalist, writing regularly about Ukrainian culture and politics for several Italian magazines and newspapers. From November 1999 to April 2004 he lived in London where he combined his activity as marketing consultant with that of freelance journalist. Di Pasquale is a member of AISU, Italian Association of Ukrainian Studies and of BSS, Baltic Studies Section, a non-profitmaking Academic Association on Baltic Studies at Milan University, which gathers scholars, specialists, researchers and PhDs focused in this specific field. Besides his essays, articles, and participations at international conferences and seminars as Ukrainian expert and sovietologist, Di Pasquale published his first photographic book in 2010 In Ucraina. Immagini per un diario (In Ukraine. Pictures for a Diary); in 2012 the travel book Ucraina terra di confine. Viaggi nell’Europa sconosciuta (Ukraine Borderland. Trips in the Unknown Europe); in December 2015 his last major work Riga Magica. Cronache dal Baltico (Magic Riga. Chronicles from the Baltic region). In the last three years he has been working on a new book called Abbecedario Ucraino, sort of Ukraine from A to Z, due in Autumn 2017.

 

 

 

 

PRINCIPE GIALLO

Sinistra figura allegorica ispirata al Viy di Nicolai Gogol, il Principe Giallo – titolo scelto da Vasyl Barka per il suo straordinario romanzo sul Holodomor – è la personificazione della Morte. Una Morte fisica e spirituale che, come ha scritto Oxana Pachlovska in Civiltà Letteraria Ucraina,  “nasce nei recessi più tenebrosi della coscienza umana e scatena i suoi demoni”.

Il libro, uscito in Italia per i tipi di Pentàgora solo nel 2016, cinquantaquattro anni dopo la sua pubblicazione negli Stati Uniti e trentacinque dopo l’edizione francese, è il resoconto di una delle più dolorose sofferenze della storia contemporanea paragonabile forse – scrive il suo autore – “allo sterminio degli ebrei sotto i nazisti”.

Attraverso una prosa dura e diretta ma non priva di squarci poetici, Barka racconta la lenta agonia che accompagna i componenti della famiglia Katrannyk – il padre Myron , la madre Dariya , la nonna Kharytyna e i tre figli Mykola, Olena e Andriy – in un villaggio immaginario dell’Ucraina centro-orientale, Klenotochi, nel terribile 1933. Nessuno ad eccezione del piccolo Andriy verrà risparmiato dall’atroce morte riservata loro dalla requisizione non solo del grano ma di qualsiasi cosa commestibile da parte degli uomini di Mosca come lo spietato capo bolscevico Hryhoriy Otrokhodin.

Se un bambino, consumato dalla fame, prendeva qualche spiga nelle mani ossute, le guardie sparavano all’istante. Gli invasori buttavano a terra i resti della zuppa di semolino tenuta da parte per i figli dalla madre e li schiacciavano con gli stivali. Nei mandanti e negli esecutori non c’era più nessuna traccia di umanità. Si vedeva solo una sorta di perversa maschera demoniaca. Anche nella morte stessa c’era qualcosa di misterioso: all’improvviso gli uccelli in volo rovinavano senza vita sulla terra; morivano anche molti degli zelanti complici della razzia, che di cibo ne avevano in abbondanza. Come se avessero assunto sostanze avvelenate”.

Questa straziante memoria è tratta dalla nota scritta dallo stesso Barka in calce al libro. L’autore, poeta, scrittore e critico letterario ucraino emigrato nel 1943 in Germania, stabilitosi poi negli Stati Uniti, fu infatti testimone oculare di quegli eventi. Vasyl Ocheret, in arte Vasyl Barka, era nato a Solonytsia, un villaggio nella regione di Poltava nel 1908 da una famiglia di origini cosacche. All’epoca del Holodomor era un giovane intellettuale di venticinque anni che, dopo aver lavorato come insegnante in un villaggio minerario in Donbas, si era in seguito laureato all’Università di Mosca con una tesi sulla Divina Commedia di Dante.

Il Principe Giallo, la cui stesura iniziò negli Stati Uniti nel 1958, si basa su un mix di impressioni personali e racconti di altri ucraini raccolti in un quarto di secolo.

La parte principale è composta da impressioni personali: la fame si sopportava con fatica, era debilitante, con il corpo segnato dalle ferite aperte dei vasi sanguigni che emettevano un liquido brunastro e la pelle delle gambe che si lacerava, mettendo in risalto una superficie mucosa e sanguinolenta. Era difficile camminare e bisognava appoggiarsi ogni tanto a una parete o a una staccionata, attorno a cui giacevano in tanti, già morti. Sembrava che la fine fosse arrivata, ma con la grazia di Dio siamo sopravvissuti, forse per testimoniare ciò che è accaduto.

Nel complesso l’opera si compone di tre piani che potremmo definire un piano realistico – in cui si rappresenta la disgrazia della famiglia contadina alla ricerca disperata del pane, un piano psicologico – in cui l’autore descrive i sentimenti delle vittime del genocidio e un ultimo piano metafisico-spirituale – in cui si manifestano “quei fenomeni legati al mondo delle forze oscure, profondamente contrarie alla natura umana”.

Dal punto di vista stilistico, è interessante notare che nonostante Barka fosse un poeta modernista – Oxana Pachlovska definisce la sua poesia come un microcosmo ermetico in cui si rispecchiano e si fondono vari macrocosmi come quello della Bibbia, dell’universo orientale, del Rinascimento e dell’antica tradizione popolare ucraina – Il Principe Giallo è un romanzo dalla struttura classica caratterizzato da una prosa complessa.

Alessandro Achilli, che ha tradotto il libro sul testo originale ucraino, sottolinea come l’idioma usato sia complesso, distante dall’ucraino di oggi e ricco di espressioni dialettali.

La versione di Olga Jaworsky è decisamente più letterale della mia. Per rendere la lettura più agevole per il pubblico italiano ho adattato certi brani con una buona dosa di audacia. Sono anche passati trentacinque anni tra le due traduzioni, il che può anche giustificare in parte le due diverse scelte traduttologiche”.

Massimiliano Di Pasquale

Abbecedario Ucraino

Il mio prossimo libro si chiamerà Abbecedario Ucraino e uscirà a fine 2016 – inizi 2017 per i tipi di Edizioni Anfora.

Perché un nuovo libro sull’Ucraina?

Abbecedario Ucraino nasce dall’esigenza, sempre più urgente dopo il Maidan di Kyiv, di raccontare agli italiani l’Ucraina e le complesse vicende storiche, culturali e politiche alla base dell’attuale conflitto con la  Russia.  Il libro, avvalendosi di un particolare registro letterario che compendia al suo interno l’articolo giornalistico, l’analisi geopolitica, il ritratto politico e il reportage, vuole far conoscere al pubblico italiano la storia e la cultura dell’Ucraina ed alcune questioni chiave. Particolare attenzione è dedicata a temi quali la Crimea, il nazionalismo ucraino, che sono stati oggetto di campagne di disinformazione da parte di molti media italiani acriticamente allineati con le versioni moscovite dei fatti, degli eventi e della storia dell’Ucraina. Dalla A di Rinat Akhmetov alla Z di Serhiy Zhadan passando per la M di Ivan Mazepa, la S di Taras Shevchenko e la Y di Viktor Yanukovych, Abbecedario Ucraino racconta con uno stile vivace, brillante, ricco di riferimenti storici e culturali tutto ciò che gli italiani devono sapere di questa straordinaria terra di confine che con la Rivoluzione della Dignità ha testimoniato la volontà di lasciarsi alle spalle l’epoca post-sovietica per aprire una nuova fase di rigenerazione morale.

 

Edizioni Anfora

Nasce nel 2004 con l’intenzione di pubblicare libri di narrativa moderna e contemporanea di autori dell’ Europa Centrale. Usa il termine Europa Centrale sia perché geograficamente i paesi come Germania, Austria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Polonia, Slovenia, Ungheria, Romania (Transilvania), Croazia, Serbia, Ucraina, Lituania, Bosnia Erzegovina di fatto rappresentano il cuore del continente sia perché vuole scrollarsi di dosso il termine Europa dell’Est, spesso usato ancora con l’accezione ‘paesi dell’ex blocco sovietico’.

http://www.edizionianfora.net/

https://massimilianodipasquale.wordpress.com/

Massimiliano Di Pasquale

 

Ucraina: le porte d’Europa

Nel breve arco di qualche settimana – il volume è uscito in libreria lo scorso dicembre – The Gates of Europe, saggio di Serhii Plokhy, docente di Storia Ucraina ad Harvard e direttore dell’Istituto di Ricerca Ucraina presso la stessa Università, che ripercorre più di mille anni di storia del Paese, è già diventato un classico dell’ucrainistica.
Il libro, che ha ricevuto le lodi pubbliche sia dell’ex ambasciatore statunitense a Kyiv John Herbst sia dell’accademico inglese Andrew Wilson, professore di Studi Ucraini all’University College di Londra, è lettura imprescindibile per chi voglia approfondire alcune fondamentali questioni emerse in tutta la loro drammaticità nel recente conflitto tra Russia e Ucraina.
Come sottolinea l’autore nelle pagine introduttive, le immagini del febbraio 2014 relative ai cecchini del governo Azarov che aprono il fuoco sulla folla di dimostranti in Maidan Nezalezhnosti a Kyiv uccidendo e ferendo decine di manifestanti filoeuropei, hanno scioccato il mondo e prodotto un punto di discontinuità nella storia europea degli ultimi venticinque anni le cui conseguenze sono destinate ad influenzare non solo i rapporti tra Russia e Ucraina, ma il futuro dell’Europa così come l’abbiamo conosciuta dal crollo del Muro di Berlino ad oggi.
L’annessione della Crimea alla Federazione Russa del marzo 2014, la guerra ibrida in Donbas e l’abbattimento il 17 luglio 2014 nell’oblast di Donetsk da parte dei separatisti filo-russi dell’aereo della Malaysian airlines, che ha causato la morte di 298 persone, hanno trasformato la guerra russo-ucraina in un conflitto dalle dimensioni internazionali.
Il ritorno a una Nuova Guerra Fredda con l’avvento di un neo-imperialismo russo, come già preconizzato da Edward Lucas nel 2007, non è dunque una provocazione intellettuale “per umiliare la Russia di Putin” come scrisse con una certa impudenza l’ex ambasciatore Sergio Romano, ma una realtà con cui occorre fare i conti.

Cosa ha causato la crisi ucraina? Qual è il ruolo della storia in questi eventi recenti? Cosa differenzia gli ucraini dai russi? Chi ha diritto di governare in Crimea e nell’Ucraina orientale? Perché gli avvenimenti in Ucraina hanno forti ripercussioni internazionali?
Il libro di Plokhy cerca di rispondere a questi interrogativi andando alla radice di molti degli attuali problemi, nella speranza “che la storia possa fornire chiavi di lettura per il presente e influenzare il futuro”.
Passando in rassegna, in un volume di “sole” 395 pagine, più di un millennio di storia – dai tempi di Erodoto, (il primo storico a fornire le tre fondamentali direttrici geografiche dell’Ucraina, tuttora valide, da sud a nord rispettivamente costa della Crimea, cuore centrale della steppa e foreste del nord), fino alla recente guerra in Donbas – l’accademico di Harvard, da valente studioso, sceglie con cura gli eventi su cui approfondire la propria indagine.
Per Plokhy, la cui narrazione compendia al suo interno l’approccio hrushevskyano (Mykhailo Hrushevsky è stato il fondatore della moderna storiografia ucraina ed è lo storico cui è intitolato l’Istituto di Ricerca di Harvard di cui Plokhy è l’attuale Direttore) e i moderni approcci transnazionali che enfatizzano il carattere multietnico dello stato ucraino, centrale è il concetto di Europa.
Il libro, il cui titolo, Le porte d’Europa, è ovviamente una metafora “ma da non prendere alla leggera o da liquidare come una trovata di marketing”, mette infatti in evidenza come “l’Europa è una parte importante della storia ucraina” e al contempo “l’Ucraina è parte della storia dell’Europa”. “Situata al margine occidentale della steppa eurasiatica, l’Ucraina è stata per molti secoli porta d’ingresso per l’Europa. A volte, quando le “porte” erano chiuse a causa di guerre e conflitti, l’Ucraina ha contribuito a fermare le invasioni straniere da est e da ovest; quando erano aperte, come è avvenuto per la maggior parte della storia dell’Ucraina, è servita come ponte tra l’Europa e l’Eurasia, facilitando lo scambio di persone, beni e idee.”
Altrettanto importante, accanto a quella di “europeità”, ai fini dell’analisi storica, è la categoria di nazione. “Nazione è un’importante – sebbene non dominante – categoria di analisi ed elemento della storia che, insieme con l’idea d’Europa in continua evoluzione, definisce la natura di questo lavoro. Questo libro racconta la storia dell’Ucraina entro i confini definiti dagli etnografi e dai cartografi della fine del XIX e l’inizio del XX secolo, che spesso (ma non sempre) coincidono con le frontiere dello Stato Ucraino attuale”.
Il saggio di Plokhy nel definire il suo campo d’indagine fa proprie le coordinate geografiche dello storico greco Erodoto sopra ricordate e, pur nella consapevolezza che “la politica internazionale e nazionale forniscono una trama convincente”, considera la geografia, l’ecologia e la cultura i tre fattori fondamentali per leggere gli avvenimenti storici del Paese.
L’Ucraina contemporanea, considerata dal punto di vista delle tendenze culturali di lungo periodo, è un prodotto dell’interazione di due frontiere in movimento, una delimitata dalla linea tra le steppe eurasiatiche e i parchi dell’Europa orientale, l’altra definita dalla frontiera tra Cristianesimo orientale e occidentale. La prima frontiera era anche quella tra popolazioni sedentarie e nomadi e, alla fine, tra Cristianesimo e Islam. La seconda risale alla divisione dell’impero romano tra Roma e Costantinopoli e segna le differenze di cultura politica tra Europa orientale e occidentale che esistono ancora oggi”.
A detta dell’accademico statunitense l’identità dell’Ucraina attuale deriva “dal movimento di queste frontiere nel corso dei secoli”. Tale movimento “ha dato origine a un insieme unico di caratteristiche culturali che costituiscono le fondamenta dell’identità ucraina odierna”.
Questi dunque gli assunti teorici di un lavoro di grande portata il cui maggior pregio, oltre alla chiarezza e alla brillantezza della prosa, è quello di riuscire ad individuare nella millenaria storia dell’Ucraina alcuni passaggi chiave che ancora oggi influenzano con la loro eredità politico-culturale le vicende del Paese.
Di grande interesse le pagine relative all’Ucraina cosacca – Plokhy è un esperto di storia cosacca (The Cossacks and Religion in Early Modern Ukraine; Tsars and Cossacks: A Study in Iconography; The Cossack Myth History and Nationhood in the Age of Empires) – e quelle dedicate al complesso rapporto tra élite ucraine e russe ai tempi dell’Unione Sovietica.
Entrambi i campi d’indagine, sia quello dell’eredità cosacca – le centurie presenti sul Maidan di Kyiv sono espressione di tale legacy storica – sia quello della dialettica di potere tra russi e ucraini nella defunta URSS – cui si deve tra le altre cose la nascita dei clan di Dnipropetrovsk e di Donetsk, che tanto peso hanno avuto nella storia dell’Ucraina indipendente – risultano illuminanti per comprendere molti dei problemi attuali.

Massimiliano Di Pasquale

Serhii Plokhy The Gates of Europe. A History of Ukraine Basic Books, 2015.

Confini e conflitti dello spazio post-sovietico

Il conflitto tra Russia e Ucraina, sorto all’indomani del Maidan di Kyiv, oltre ad avere sovvertito gli equilibri politici mondiali sancendo di fatto l’inizio di un nuovo scontro, duro e senza infingimenti, tra Occidente e Russia – scontro già palese ad alcuni studiosi da tempo, si pensi al libro del 2007 di Edward Lucas La Nuova Guerra Fredda. Il Putinismo e le minacce per l’Occidente, che anticipava molti degli scenari di lì a venire – offre l’occasione per riflettere su quanto accaduto negli ultimi venticinque anni nei territori della defunta URSS.

Atlante geopolitico dello spazio post-sovietico, il saggio curato da Simone Attilio Bellezza, ucrainista e ricercatore di storia dell’Europa Orientale presso l’Università di Trento, che nel sottotitolo reca la dicitura Confini e Conflitti, si pone proprio questo ambizioso obiettivo.
A detta del curatore, uno degli scopi del volume è “invertire la rotta rispetto ai toni partigiani e da crociata che hanno caratterizzato le analisi dell’attuale crisi fra Russia e Occidente, scaturita dalla guerra ucraina”. L’antidoto alla partigianeria – secondo Bellezza – risiede nel riunire “esperti dei tanti differenti ambiti che costituiscono lo spazio ex sovietico”, “chiedendo loro di valutare quale fosse stata l’evoluzione di ciascuna specifica tematica nel quarto di secolo appena passato”.
Il libro è il risultato di un lavoro collettivo in cui i tre saggi di Bellezza sono affiancati dai contributi di altri dieci studiosi: Fabio Belafatti, Oleksiy Bondarenko, Giovanni Cadioli, Andrea Griffante, Filippo Menga, Simona Merlo, Simone Piras, Alessandra Rognoni, Paolo Sorbello, Umberto Tulli.
I saggi, pur occupandosi di vari argomenti e facendo riferimento a diversi paesi – Ucraina, Bielorussia, Russia, Moldova, Caucaso, Paesi Baltici e Repubbliche Centroasiatiche ex sovietiche –, sono accomunati dal fatto di avere al proprio interno una o più cartine che rappresentano “graficamente la questione trattata”, dal prestare adeguata attenzione alle problematiche legate all’eredità sovietica e dal far spesso riferimento a concetti come nazione ed etnia, parole di non facile definizione in quanto – scrive il curatore – il loro significato è mutato nel tempo.
Pur non condividendo appieno l’idea secondo la quale l’expertise su un determinato argomento/area geografica sia di per se antidoto contro la partigianeria e garanzia di oggettività – la geopolitica non è una scienza esatta come la matematica e l’ottica visuale secondo cui vengono raccontati certi avvenimenti storici tradisce quasi sempre, seppure velatamente, le simpatie ideologiche di chi scrive – la scommessa di Bellezza di voler fornire al lettore una mappa con la quale orientarsi all’interno di confini e conflitti nell’area post-sovietica può considerarsi vinta.
Come la maggioranza dei volumi che compendiano contributi di autori diversi, Atlante geopolitico dello spazio post-sovietico finisce per allineare saggi di qualità non sempre omogenea. Alcuni davvero riusciti e illuminanti, altri lucidi e interessanti, taluni non privi di qualche lacuna.


Alla prima schiera appartengono sicuramente lo scritto di Bellezza Le lingue degli oligarchi: come si è costruito un conflitto nazionale nell’Ucraina post-sovietica e quello di Simona Merlo Le chiese ortodosse nello spazio ex sovietico.
Il saggio di Bellezza, che si rifà alla migliore pubblicistica anglosassone (Motyl, Plokhy, Wilson) pur non snobbando l’ucrainistica italiana (Cinnella, Lami), ha l’indubbio pregio di mettere a fuoco alcune questioni, finora appannaggio degli addetti ai lavori, che meritano altresì di arrivare a un pubblico più vasto. Tra queste la semplicistica e fuorviante lettura di un Est russofono e di un Ovest ucrainofono, ossia di un’Ucraina spaccata politicamente, culturalmente ed elettoralmente per via della lingua adottata. Le cartine allegate al saggio ci mostrano una realtà ben diversa, potremmo definirla a macchia di leopardo, con vastissime aree in cui ucraino e russo si mescolano in un idioma detto surzhyk e con tante piccole isole ucraine all’interno di un Est dove predomina il russo (sarebbe interessante approfondire tale argomento analizzandolo in prospettiva storica lungo la direttrice dialettica città-campagna). In chiave elettorale è importante notare come le preferenze politiche in determinate aree geografiche siano influenzate più dalla presenza di un oligarca di riferimento che dalla divisione linguistica.
Il contributo di Simona Merlo, che da diversi anni studia le questioni religiose nell’ex URSS e in particolare il ruolo delle diverse confessioni, è fondamentale per comprendere il ruolo esercitato dalla Chiesa ortodossa in particolare dal Patriarcato di Mosca, nel forgiare un’identità culturale, quella russa, che ha forti implicazioni politiche.
“Tale discorso – scrive Merlo – ha pure una valenza geopolitica, perché mentre “cittadini della Russia possono essere russi, careliani, tatari, avari o buriati”, al tempo stesso i russi possono essere “cittadini della Russia, degli USA, dell’Australia, della Romania o del Kazachstan”. Il riferimento è soprattutto a quei milioni di russi etnici – e ortodossi – che vivono nello spazio sovietico”.
A tratti lacunoso mi è parso lo scritto di Oleksiy Bondarenko Il “Mondo Russo” da progetto sovranazionale a strumento dell’azione politica che affronta un tema cruciale, ossia quello dell’ideologia della Russia di Putin, anche alla luce del neo-imperialismo belligerante palesatosi nel recente conflitto in Donbas.
Un tema di siffatta importanza poteva essere trattato in maniera più diffusa, per esempio approfondendo la figura di Aleksandr Dugin e la sua teoria euroasiatica, appena abbozzata dall’autore e analizzando le modalità con cui l’ideologia del Rusky Mir è stata propagandata in Europa a partire dalla seconda metà degli anni 2000. Sarebbe stato interessante anche calare tale analisi all’interno del contesto italiano dal momento che alcune riviste di geopolitica del nostro Paese hanno adottato lo stesso concetto di geopolitica, inteso come rapporti di forza, fatto proprio dal Cremlino.
Andrew Wilson, uno dei maggiori studiosi di Ucraina e di mondo post-sovietico, ha sottolineato come questa idea di geopolitica scevra da qualsiasi considerazione di diritto internazionale, assai vicina al pensiero dell’ideologo del Terzo Reich Goebbels, è la stessa su cui si è basato il discorso pronunciato da Putin nel marzo 2014 per celebrare l’occupazione e successiva annessione della Crimea all’interno della Federazione Russa.

Massimiliano Di Pasquale

Simone Attilio Bellezza, Atlante geopolitico dello spazio post-sovietico Editrice La Scuola, 2016.

I libri del 2015 di Eastern Europe Post

È stato ricco di uscite interessanti il 2015 che in questi giorni ci apprestiamo a salutare. Le scelte di Eastern Europe Post, blog che si occupa di Paesi dell’Europa Orientale, riguardano ovviamente saggi o romanzi che per tematiche fanno riferimento al mondo dell’Europa Orientale e all’universo post-sovietico.
Istruzioni per l’uso:
• I libri non sono in ordine di importanza. Il titolo che compare per primo non è necessariamente il miglior libro del 2015.
• Non tutti i testi sono usciti quest’anno ma sono stati inseriti nella lista come necessari recuperi per la loro importanza.
• Uno degli undici titoli è in lingua inglese. Non ancora pubblicato in Italia è altresì facilmente reperibile online nelle librerie Amazon, Hoepli etc.

Serhy Yekelchyk “The Conflict in Ukraine. What everybody needs to Know (Oxford University Press, 2015) U.S. $ 16.95

La pubblicistica canadese, paese dove vive la più grande diaspora ucraina, si è da sempre contraddistinta per la pubblicazione di lavori seri e rigorosi sull’ex granaio dell’URSS. Il libro di Serhy Yekelchik, professore di Storia e di Studi Slavi all’Università di Vittoria in Canada, è un testo agevole dal taglio divulgativo – didattico che ha l’indubbio pregio di spiegare a tanti neofiti le complesse questioni legate alla guerra in Ucraina con fondamentali rimandi alla storia del Paese. È volutamente strutturato sotto forma di domanda e risposta – Chi sono gli oligarchi? Che cosa hanno in comune la Rivoluzione Arancione del 2004 ed Euromaidan? Cosa era la Rus di Kyiv? etc – per renderlo il più possibile fruibile a tutti.

Gian Piero Piretto “Indirizzo: Unione Sovietica. 25 luoghi di un altro mondo” (Sironi Editore – Milano, 2015) € 22,90


Fratello gemello de La vita privata degli oggetti sovietici, interessante volume, uscito quattro anni fa, sempre per i tipi di Sironi, Indirizzo Unione Sovietica passa in rassegna 25 luoghi, pubblici e privati, che emergono dalla dialettica, forse più russa che sovietica, tra spazio ampio e ristretto, tra aperto e chiuso. I luoghi indagati in questo saggio il cui titolo cita una famosa canzone pop del 1972, Moj adres Sovetskij Sojuz (Il mio indirizzo è: Unione Sovietica), “scritta e musicata da due monumenti della musica leggera sovietica, rispettivamente Vladimir Charitonov e David Tuchmanov”, appartengono non solo alla memoria collettiva di chi visse quell’esperienza storica ma ai ricordi di gioventù dello stesso Piretto.

Tommaso Landolfi “I Russi” (Adelphi – Milano, 2015) € 30


Tommaso Landolfi è stato uno dei grandi scrittori del Novecento italiano. Qui lo troviamo nelle vesti di russista e slavista alle prese con il suo amatissimo Gogol e altri mostri sacri della letteratura russa. Il volume uscito per Adelphi raccoglie, per la prima volta, tutti gli scritti di argomento russo prodotti dall’autore italiano tranne la tesi di laurea su Anna Achmatova e i quattro articoli da questa tratti pubblicati nel 1934-35 sulla rivista “L’Europa Orientale”.

Svetlana Aleksievič “Tempo di seconda mano” (Bompiani – Milano, 2014) € 24


Un recupero dal 2014 per Svetlana Aleksievič, vincitrice del premio Nobel 2015. Tempo di seconda mano è un romanzo corale in cui le memorie private di cittadini ex sovietici si intrecciano con gli avvenimenti storici degli ultimi 23 anni, dal 1991 che segnò la dissoluzione dell’URSS, al 2014 del Maidan ucraino. Essenziale per comprendere le idiosincrasie dell’homo sovieticus e la vita nel mondo post-sovietico segnata da stenti, disillusioni e speranze tradite.

Ettore Cinnella “Ucraina. Il genocidio dimenticato 1932-1933” (Della Porta Editori – Pisa, 2015) € 18

Unendo rigore filologico, profondità dell’analisi storica e una sintassi fluida e scorrevole, il testo di Ettore Cinnella si rivela imprescindibile per chi in Italia voglia approfondire una delle pagine più aberranti della storia sovietica. Il Holodomor, la morte per inedia imposta agli agricoltori ucraini nel biennio 1932-33 da Stalin – il termine significa in ucraino sterminio per fame (holod – carestia, fame – e moryty – uccidere) – è infatti una vicenda che non trova ancora spazio nei libri di scuola ed è ignorata dalla maggioranza dei cittadini al di fuori dell’Ucraina. “La morte per fame in tempo di pace, tra inenarrabili sofferenze, di milioni di essere umani, è un crimine che non può esser negletto né sminuito” (Ettore Cinnella).

Spara Jurij “Viaggiatori nel freddo. Come sopravvivere all’inverno russo con la letteratura” (Exòrma – Roma 2015) € 15,90


Spara Jurij, collettivo nato alla fine del secolo scorso per produrre ‘scrittura totale’ e lavorare su più fronti, tradisce sin dal nome, che omaggia una storica canzone dei CCCP di Giovanni Lindo Ferretti, una passione per il mondo sovietico. Viaggiatori nel freddo, scritto da Elisa Baglioni e Francesco Ruggiero, è un diario di viaggio nella Mosca odierna denso di rimandi e citazioni alla migliore letteratura russa (Čechov, Bulgakov, Cvetaeva) e ricco di aneddoti su alcuni luoghi leggendari dell’ex capitale dell’impero sovietico (MGU, Cremlino, Prospettiva Kutuzov, etc).

Anna Bikont, Joanna Szczęsna “Cianfrusaglie del passato. La vita di Wisława Szymborska” (Adelphi – Milano, 2015) € 28


Considerata la più importante poetessa polacca del Novecento, Wisława Szymborska, vincitrice del Premio Nobel nel 1996, è ancora relativamente sconosciuta nel nostro paese. Questa biografia rigorosa e documentata, frutto di accurate ricerche e di lunghe interviste con l’autrice, impreziosita di un ricco apparato iconografico, ci offre la ghiotta opportunità di conoscere vita e opere di un’artista schiva e riservata che non amava troppo confidarsi in pubblico.

Giovanna Brogi, Oxana Pachlovska “Taras Ševčenko. Dalle carceri zariste al Pantheon ucraino” (Le Monnier Università – Firenze, 2015) € 28

Giovanna Brogi e Oxana Pachlovska, ucrainiste di consolidata fama, hanno realizzato un pregevole volume dedicato al poeta ed eroe nazionale ucraino Taras Ševčenko. Il libro non è una monografia ma un testo poliedrico che, alternando contributi dal taglio letterario, analisi politico-culturali, approfondimenti su opere specifiche e una ricca selezione di poesie liriche e poemetti (con testo a fronte), può interessare in egual misura gli amanti della poesia romantica ottocentesca, gli studiosi di storia dell’Europa orientale e chi ha seguito gli avvenimenti del Maidan di Kyiv dove il ritratto del poeta nazionale è stato esposto più volte dai manifestanti quale simbolo della resistenza del popolo ucraino contro il corrotto regime filorusso di Viktor Yanukovych.

Timothy Snyder “Terra Nera. L’olocausto fra Storia e Presente” (Rizzoli – Milano, 2015) € 26

A quattro anni di distanza dal seminale Terre di Sangue (Rizzoli, 2011), diventato testo di riferimento per il dibattito sulle analogie tra nazismo e regime sovietico, lo storico di Yale torna con un altro lavoro che farà discutere per la sua portata innovativa nel leggere la tragedia dell’Olocausto. L’analisi condotta da Snyder, avvalendosi di fonti mai consultate in precedenza e di preziose testimonianze di superstiti, è davvero illuminante perché dimostra che fattori, ritenuti un tempo secondari, come lo smantellamento degli Stati, furono tra le motivazioni reali della Shoah. Nelle conclusioni finali l’accademico statunitense sottolinea come la situazione attuale, venutasi a creare con l’occupazione della Crimea da parte della Russia nel marzo 2014 e la guerra in Donbas, presenti più di una analogia con l’Europa del Patto Molotov-Ribbentrop. “Il presidente Vladimir Putin ha elaborato una dottrina di politica estera basata sulla guerra etnica. Questo approccio, che ricava dal linguaggio la legittimità a invadere a prescindere che sia stato usato in Cecoslovacchia da Hitler o in Ucraina da Putin, decostruisce le logiche della sovranità nazionale e dei diritti e getta le basi per lo smantellamento degli Stati. Trasforma entità statali riconosciute in bersagli di aggressione volontarie e gli individui in oggetti etnici i cui presunti interessi sono determinati da altri paesi”.

Vasilij Grossman “Uno scrittore in guerra” (Adelphi – Milano, 2015) € 23


Continua la pubblicazione presso Adelphi delle opere del più grande scrittore dell’Unione Sovietica. Questo volume, curato da Antony Beever e Luba Vinogradova, raccoglie gli appunti di Grossman in qualità di inviato speciale di Krasnaja zvezda, il giornale dell’esercito sovietico. Gran parte di questo materiale verrà poi utilizzato dallo scrittore di Berdyčiv per il suo monumentale romanzo Vita e Destino (Adephi, 2008 traduzione di Claudia Zonghetti). Di questi taccuini, fondamentali per ricostruire gli anni di guerra dal 1941 al 1945, sorprende la qualità letteraria e l’efficacia nel descrivere la vita quotidiana dei combattenti fuori da ogni retorica propagandistica.

Serena Vitale “Il defunto odiava i pettegolezzi” (Adelphi – Milano, 2015) € 19


Geniale sin dal titolo, il libro di Serena Vitale è tra le cose più belle lette in Italia negli ultimi anni. Il testo, che ricostruisce con estremo rigore storico- filologico quello che è considerato tuttora uno dei più grandi misteri dell’epoca sovietica, ossia la scomparsa del poeta Vladimir Majakovskij – fu vero suicidio? –, seduce per il suo stile originale che mescola abilmente vari registri letterari. La stessa materia, in mano a una penna meno abile ed esperta, avrebbe potuto dar vita a un libro storico probabilmente pedante. Vitale riesce invece a raccontarci la vicenda di Majakovskij come un romanzo giallo ricco di suspense e ironia.

Massimiliano Di Pasquale

Alla scoperta del Landolfi russo

L’opera omnia di Tommaso Landolfi in corso di pubblicazione presso Adelphi dal 1992, si è arricchita recentemente di un interessante volume che, per la prima volta, riunisce tutti gli scritti di argomento russo prodotti dall’autore italiano ad eccezione della tesi di laurea su Anna Achmatova e dei quattro articoli dalla stessa tratti pubblicati nel 1934-35 sulla rivista “L’Europa Orientale”.

Landolfi – “rappresentante genuino della gloriosa nobiltà meridionale” come ebbe a definirsi – è stato molto probabilmente tra i grandi scrittori del Novecento italiano quello dal maggior respiro internazionale.
Italo Calvino, profondo conoscitore della sua opera, nella postfazione all’antologia Le più belle pagine, pubblicata nel 1982 per avvicinare il pubblico italiano a un autore considerato ostico e “per pochi”, mette in evidenza proprio la “sua identificazione con una dimensione della letteratura europea” e la sua frequentazione, cosa assai rara per quei tempi, con la letteratura russa.

Certo per Landolfi bisogna dare un posto speciale alla sua esperienza di traduttore, e non dalle lingue “che sanno tutti” ma dal russo (che nella cultura letteraria italiana resta una lingua per soli specialisti …). Bisogna insomma dire di quel particolare piacere di far vivere accenti lontani e complessi in una impostazione di voce tutta italiana, con la limpidezza e le ombre del suo Gogol…
Passando in rassegna le più di trecento pagine de I Russi che allinea saggi critici su Puškin, Gogol’, Tolstoj, Dostoevskij, Čechov, Pasternak e traduzioni inedite (Bunin, Tolstoj, Chlebnikov, Sel’vinskij e Puškin) torna in mente un’altra riflessione di Calvino. Quella legata all’effetto sorpresa che Landolfi – qui nelle vesti di critico – provoca nel lettore.


Le considerazioni di Landolfi sull’opera di alcuni autori russi ci inducono a guardare questi scrittori sotto una nuova prospettiva, costringendoci a mettere in discussione opinioni critiche consolidate. Landolfi, sia detto senza sussiego o piaggeria, riesce ad ammaliare il lettore anche nelle vesti di recensore e slavista. Possiamo condividere o meno le sue posizioni – immagino che alcuni slavisti dissentiranno da certe interpretazioni di mostri sacri della letteratura russa – ma ciò che Landolfi scrive avvalendosi di una prosa ricca e immaginifica, ha l’effetto dirompente per dirla alla Calvino “d’un’unghia che stride contro un vetro, o d’una carezza contropelo, o d’un’associazione d’idee che si vorrebbe scacciare subito dalla mente”.
La postfazione di Giovanni Maccari che ha curato il volume costituisce un’utile cartina al tornasole per comprendere le interpretazioni landolfiane di alcuni classici come Gogol’ e Puškin e per collocare l’opera del Landolfi slavista in una corretta dimensione storico-filologica. Nei primi anni Trenta, scrive Maccari, la slavistica in Italia “era forse più giovane e senza dubbio più ingenua di lui”, basti pensare che a Firenze, città in cui Landolfi si era laureato, “non c’era una cattedra di questa disciplina, per cui si deve pensare abbia studiato da solo o con l’aiuto di qualche cortese madrelingua”.
Nonostante ciò l’amore di Landolfi per la letteratura russa – un vero e proprio colpo di fulmine “sotto il segno di una leggera esaltazione” – sboccia grazie alle frequentazioni dell’ambiente fiorentino nell’inverno del 1929.
E mentre in Piazza San Marco, nelle aule della facoltà di Lettere, si svolgevano i corsi accuratamente disertati di professori famosi, Landolfi andava per bische e “parlava di letteratura” con i suoi amici fiorentini, studenti come lui e come lui pieni di attese e di speranze, per i destini generali soprattutto, e un po’ anche per i propri. E un bel giorno uno di questi amici, Renato Poggioli, si rinchiude nel suo piccolo appartamento vicino al Ponte Vecchio e ne esce due mesi dopo in possesso di un nuovo e straordinario sapere, ossia la conoscenza dell’alfabeto cirillico”.
Sarà come gettare un fiammifero nella benzina – sottolinea Maccari.
In un gesto eroico degno del dandy colto, raffinato, schivo, autoironico, talvolta depresso già in nuce dentro di lui, Landolfi si lancerà all’inseguimento di Poggioli e qualche anno più tardi conseguirà la laurea in Letteratura russa con una tesi sulla poetessa Anna Achmatova.
Il dualismo morale, i fantasmi, l’innocenza russa, Gogol’ e Dostoevskij entreranno stabilmente “fra gli agenti attivi del mondo immaginario di Landolfi”, un mondo a cui lo scrittore attingerà a piene mani sia per la sua produzione letteraria sia per la sua esistenza di uomo superfluo e di nobile spiantato.

Massimiliano Di Pasquale

Tommaso Landolfi I Russi Adelphi, Milano 2015