Kharkiv, Mesopotamia. Ritratto letterario di Serhiy Zhadan

Ho conosciuto Zhadan nell’estate del 2007 a Kharkiv. L’incontro avvenne in Piazza Svobody, sotto la più grande statua di Lenin dell’intera Ucraina, rimossa poi nel 2015 in base alla legge sulla decomunistizzazione.

Serhiy Viktorovych, a trentatré anni, era già uno scrittore affermato con all’attivo diverse opere di poesia e narrativa, alcune delle quali tradotte anche all’estero. Ciononostante si dimostrò estremamente cordiale e privo di quel sussiego che spesso circonda i giovani talenti di successo in Occidente. Indossava una t-shirt blu scuro con il logo della BBC, un berrettino verde militare e aveva l’aria di un timido studente universitario. Non fu difficile rompere il ghiaccio. La comune passione per i Depeche Mode – così aveva intitolato un suo romanzo che sarebbe uscito anche in Italia due anni più tardi – diede il la a una piacevole conversazione che poi si trasformò in un’intervista, dal taglio decisamente pop, pubblicata sulle pagine di un quotidiano online.

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Mi raccontò del suo amore per Kharkiv e per quell’enorme piazza, che seppur priva delle parate militari di un tempo, non smetteva di esercitare grande fascino non foss’altro per le sue dimensioni e perché lì Limonov, scrittore che ammirava, aveva ambientato alcuni dei suoi racconti. Ma soprattutto Zhadan mi raccontò della sua infanzia a Starobilsk, cittadina del Donbas dove aveva abitato fino a diciotto anni, prima di trasferirsi a Kharkiv e di come la sua famiglia, nonostante vivesse in una delle aree più russofone del paese, parlasse ucraino.

“Non è vero che nell’Ucraina dell’Est tutti parlano russo, è uno stereotipo!” mi disse.

Quelle parole mi colpirono molto e mi fecero riflettere. Qualche giorno più tardi, visitando Skovorodynivka, un villaggio nella regione di Kharkiv dove è sepolto il poeta e filosofo Hryhoriy Skovoroda, mi accorsi che anche lì molte persone parlavano ucraino. Capii allora che l’idea di un Est russofono e di un Ovest ucrainofono e di un Paese spaccato politicamente, culturalmente ed elettoralmente per via della lingua adottata era fuorviante. Ben più interessante era la dialettica città-campagna, visto che anche in molte aree rurali dell’Est la gente si esprimeva in ucraino o mescolava  ucraino e russo in un idioma detto surzhyk. Zhadan non parlava ovviamente surzhyk, ma un ucraino eccellente come mi confermò una collega che mi aiutava con la traduzione.

Quando gli chiesi se si trovasse più a suo agio con la prosa o con la poesia mi rispose che non faceva questa distinzione dal momento che – a suo dire – i due linguaggi appartenevano allo stesso universo. Il suo amore per la musica rock lo aveva già portato a sperimentare con i musicisti della scena underground di Kharkiv, in particolare con la band Luk, contaminazioni tra poesia e musica di cui andava fiero.

Non ci trovammo in dissenso neanche su Limonov. Zhadan infatti precisò che gli piaceva come scrittore, ma non condivideva affatto le sue posizioni politiche anti-ucraine. La situazione politica dell’epoca era molto diversa da quella attuale, nessuno avrebbe mai immaginato che sette anni più tardi la Russia avrebbe invaso militarmente la sua ex repubblica sorella.

Prima di salutarci gli chiesi quale fosse il suo album preferito dei Depeche Mode. Rispose Songs of Faith and Devotion, il disco della band di Basildon che anch’io avrei portato con me sulla fatidica isola deserta.

Due anni dopo scoprii con un certo stupore che nel suo libro, a dispetto del titolo, dei Depeche Mode non si parlava quasi mai. La copertina scelta per l’edizione italiana, in cui una falce affilata faceva sanguinare una rosa rossa molto simile a quella presente sulla cover di Violator, il disco più celebre del gruppo britannico, poteva generare qualche equivoco semantico. Nell’opera di Zhadan infatti non vi era traccia delle atmosfere noir, in bilico tra peccato e redenzione, delle canzoni scritte da Martin Gore che la rosa sanguinante sembrava suggerire.

Ma gli affreschi acidi “viscidi e urticanti come una limonata versata sul parquet” che scaturivano dalle sue pagine sporche mi piacquero. Depeche Mode era un romanzo autobiografico che raccontava la cultura underground di Kharkiv intorno al 1993.

Nel libro si parlava di piccoli crimini, sbronze, partite di calcio…

La Kharkiv di Zhadan era molto diversa da quella che avevo conosciuto nei miei primi viaggi in Ucraina degli anni Duemila. Mancavano i colori pastello degli edifici liberty della Pushkinska e della Sumska, le due eleganti vie del centro in cui avevo trascorso pomeriggi interi a scattare fotografie dopo un’indigestione di palazzi costruttivisti e di architettura socialista. D’altronde il colore dominante di quegli anni, il colore che avvolgeva non solo Kharkiv ma tutta l’Ucraina di Kravchuk, era il grigio.

Sono passati più di dieci anni da quell’incontro. Oggi Zhadan è lo scrittore ucraino contemporaneo più famoso al mondo, l’Ucraina attuale è molto diversa da quella degli anni Duemila e a chi scrive è toccato l’onere di raccontare agli italiani, bombardati dalla dezinformatsiya russa, cosa stia realmente succedendo nell’ex granaio dell’URSS.

L’ultimo lemma di Abbecedario Ucraino, saggio in uscita per Gaspari editore nel prossimo mese di giugno, è dedicato proprio a Zhadan.

Zhadan è diventato infatti una delle icone dell’Ucraina del post-Maidan.

Nel marzo 2014 lo scrittore di Starobilsk fu brutalmente pestato da teppisti filo-russi che prendevano d’assalto il palazzo dell’amministrazione regionale di Kharkiv per issarvi la bandiera russa. Erano i giorni convulsi del Maidan. L’ex Presidente Yanukovych aveva abbandonato il Paese e il Cremlino, che aveva già occupato militarmente la Crimea, stava inviando suoi uomini in molte aree dell’Ucraina orientale per arrestare l’onda democratica del Maidan. Autobus provenienti dalla Russia, Kharkiv dista pochi chilometri dal confine con la Federazione, avevano trasportato nella seconda città dell’Ucraina centinaia di teppisti russi armati di mazze da baseball.

Zhadan, che faceva parte del gruppo di manifestanti democratici e filo-ucraini, fu colpito alla testa e al volto perché si era rifiutato di inginocchiarsi a baciare la bandiera russa.

Le sue foto con il volto grondante di sangue fecero il giro di tutto il mondo mettendo in apprensione molti.

Ricoverato all’ospedale, se l’era cavata con un trauma cranico, varie ferite alla testa e una sospetta frattura del naso.

“Non voglio vivere in un paese di corruzione e ingiustizia. La dittatura non è una cosa normale e le persone che non protestano non hanno futuro” scrisse Zhadan in una mail spedita, alcuni giorni dopo l’accaduto, dall’ospedale.

Allora non poteva immaginare che la sua terra d’origine il Donbas, cui aveva dedicato nel 2009 il romanzo Voroshylovhrad (pubblicato in Italia da Voland nel 2016 con il titolo La strada del Donbas), sarebbe stato teatro di un sanguinoso conflitto orchestrato dal Cremlino e che quella tragica esperienza, non ancora conclusa, avrebbe finito per permeare, seppure in forma allegorica, le sue opere future.

Mesopotamia, libro in uscita in Italia nelle prossime settimane per Voland, che verrà presentato dallo stesso Zhadan al Salone Internazionale del libro di Torino 2018, è la prima opera scritta a guerra già iniziata. Secondo capitolo di una trilogia che comprende Voroshylovhrad (2009) e Internat (2017), Mesopotamia è un romanzo ad episodi la cui struttura ricorda da vicino un libro culto della letteratura italiana, Altri Libertini di Pier Vittorio Tondelli. L’unica differenza è che, rispetto all’opera tondelliana, il testo dello scrittore ucraino comprende anche trenta componimenti poetici, collocati alla fine del lavoro.

Come fa notare Giovanna Brogi nella postfazione i nove “racconti costituiscono ciascuno una struttura narrativa autonoma e possono essere letti singolarmente. I personaggi sono però gli stessi, si differenziano da un racconto all’altro perché assumono di volta in volta il ruolo di protagonista, attore secondario o anche di pura comparsa”.

Rispetto all’opera precedente La strada del Donbas, Mesopotamia ci riporta alle ambientazioni urbane care allo scrittore ucraino. Va da sé che l’atmosfera che si respira a Kharkiv nel 2015 è molto diversa da quella ritratta in Depeche Mode, romanzo ambientato nel 1993. I personaggi di questo romanzo pop-picaresco, che talvolta sconfina nei territori di un realismo magico più caucasico che sudamericano, appartengono a un’umanità bislacca senza punti di riferimento alla disperata ricerca della felicità.

I temi del sesso e della morte sono più presenti che in passato. Le figure femminili spesso sovrastano per forza e determinazione quelle maschili, cosa che non sorprende affatto chi conosce la cultura matrilineare ucraina.

Gli affreschi dedicati alla città sono tra le pagine più potenti di un romanzo malinconico, mai disperato. Kharkiv, attraversata da due fiumi, come l’antica regione della Mesopotamia splende grazie alla prosa poetica e immaginifica di Zhadan.

“Il sole penetrava la nebbia e la città cominciava a inondarsi di luce, voci e rumori, svegliandosi e facendo svanire i sogni. La città sorgeva sulle colline fra due fiumi, lambita dalle correnti sui due lati. Nella vallata che si apriva in basso si vedevano già i primi edifici degli operai e le scuole dei loro figli, i neri muri degli ospedali dov’erano ricoverati i lebbrosi, il bianco della calce che ricopriva la prigione dov’erano rinchiusi i ladri e i pazzi. Dietro si estendevano i capannoni delle fabbriche di trattori e carrarmati, le chiese non canoniche che era proibito costruire nella città alta, le scie nere delle piste di volo dell’aerodromo e i campi coltivati a papaveri che appartenevano ai monasteri femminili.”

Massimiliano Di Pasquale

 

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Abbecedario Ucraino – Genesi di un progetto

Quando nel 1991 l’Ucraina ottenne l’indipendenza da Mosca, questa nuova nazione, “una sorpresa nelle cancellerie, nelle università e nei consigli di amministrazione occidentali”, così la definì lo storico Andrew Wilson nel saggio The Ukrainians. Unexpected Nation, in Italia era più inattesa che altrove. Il nostro Paese, che aveva sempre avuto un rapporto stretto e privilegiato con l’Unione Sovietica in ambito politico ed economico, ebbe difficoltà a concepire l’Ucraina come entità statuale indipendente. Nonostante l’URSS fosse un’unione federale di 15 repubbliche, a cui la costituzione sovietica garantiva, in teoria, il diritto di recesso, l’intellighenzia italiana finiva spesso per identificare l’Unione Sovietica con la Russia. Unione Sovietica e Russia venivano frequentemente usati come sinonimi da politici e giornalisti generando equivoci e confusione nell’opinione pubblica. Equivoci che sarebbero continuati anche dopo l’implosione del gigante sovietico.

Negli anni immediatamente successivi al dissolvimento dell’URSS, l’Italia cercò, non senza difficoltà, di comprendere il nuovo scenario geopolitico emerso dal collasso di un’altra ex confederazione socialista, la Jugoslavia. La guerra in Slovenia, Croazia, Serbia, Bosnia Erzegovina e successivamente in Kosovo aveva molte più implicazioni per il nostro Paese, dal momento che avveniva in territori limitrofi al nostro Paese.

Questo focus sui Balcani contribuì a ritardare la comprensione delle dinamiche geopolitiche nell’ex URSS. Per lungo tempo l’Ucraina rimase una sorta di oggetto misterioso per il pubblico italiano e tutto lo spazio post-sovietico continuò a essere, superficialmente, rubricato come Russia.

Fino alla Rivoluzione Arancione del 2004, l’Ucraina risulta pressoché assente dai notiziari televisivi e dalla stampa nostrana. L’unica parziale eccezione a questo trend generale è rappresentata dalla pubblicazione sporadica di articoli di geopolitica su poche riviste specializzate.

Nella stragrande maggioranza di questi scritti il Paese viene presentato come una sorta di appendice della Russia che prima o poi avrebbe aderito o sarebbe stato costretto ad aderire alla Federazione Russa o, nel peggiore dei casi, sarebbe stato diviso in due parti, una ucrainofona a Ovest, l’altra russofona a Est. A parte qualificate eccezioni, coloro che si occupano di Ucraina sono spesso ex corrispondenti da Mosca dei tempi sovietici o addirittura analisti vicini al Cremlino. Analisi povere e polarizzate – sorta di copia e incolla di articoli provenienti soprattutto da media russi e, in misura minore, da fonti occidentali – testimoniano come in Italia manchino esperti di Ucraina o che i pochi ucrainisti italiani non vengano quasi mai interpellati.

La prima volta che gli italiani sentono parlare di Ucraina è nel novembre 2004 con le proteste di piazza, passate alla storia come Rivoluzione Arancione. L’avvenimento coglie di sorpresa la maggioranza dei media autoctoni. La scarsa conoscenza della storia e della politica ucraina, unita al fatto che gli eventi vengono raccontati avvalendosi per lo più di informazioni provenienti da televisioni e agenzie stampa russe, dà vita a una narrazione parziale. La situazione è talmente imbarazzante che Giovanna Brogi, Presidente dell’AISU (Associazione Italiana di Studi Ucraini) invia una lettera aperta ai direttori della RAI TV chiedendo una copertura più equilibrata. Se la RAI non fosse stata in grado di inviare un corrispondente a Kyiv avrebbe potuto trasmettere anche informazioni provenienti da televisioni e agenzie di stampa polacche, che avevano corrispondenti in Ucraina, non solo da quelle russe. Nessuno replica a quella lettera aperta pubblicata sulle pagine del Corriere della Sera.

Negli anni seguenti l’Ucraina scompare di nuovo dai radar dei media italiani fatta eccezione per le vicende riguardanti le guerre del gas tra Mosca e Kyiv dell’epoca arancione. Nel 2012, quando l’Ucraina si accinge ad ospitare insieme alla Polonia gli europei di calcio, i media italiani sembrano più preoccupati dalle uccisioni di cani randagi per ripulire le strade in vista dell’appuntamento sportivo che dalle gravi violazione dei diritti umani che avvengono sotto la presidenza di Viktor Yanukovych.

Il caso Tymoshenko, che riceve ampia copertura mediatica a livello internazionale, con alcuni paesi della UE che minacciano di boicottare Euro 2012 in caso di mancata scarcerazione dell’ex Primo Ministro, in Italia viene quasi ignorato o dipinto semplicemente come una guerra tra oligarchi. Solo pochi giornalisti indipendenti esprimono le loro preoccupazioni per il degrado subito dalla democrazia ucraina con l’avvento di Yanukovych. La maggior parte di essi non sembra curarsi dei processi di giustizia selettiva che riguardano Yuliya Tymoshenko e l’ex ministro degli Interni Yuriy Lutsenko. Nel maggio 2012 Ian Kelly, ambasciatore statunitense presso l’OSCE (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) riferirà di ben tredici funzionari del governo Tymoshenko – 4 ministri, 5 viceministri, 2 capi d’agenzia, un governatore e il responsabile del monopolio del gas di stato – finiti dietro le sbarre per ragioni politiche.

Quando nel novembre 2013 inizia la prima ondata di proteste di Euromaidan a Kyiv, la situazione sul fronte dei media è pressoché simile a quella di nove anni prima. A mano a mano che gli eventi a Kyiv e nel resto del Paese peggiorano, quello che inizialmente era solo un punto di vista pro-russo, dovuto in parte alla poca conoscenza della politica ucraina, si trasforma in una narrazione Mosco-centrica da cui nessun organo di stampa risulta totalmente immune.

In molti giornali, pubblicazioni on line e persino dossier televisivi il governo di Kyiv viene definito una giunta nazista utilizzando lo stesso linguaggio della stampa russa.

Potremmo citare tanti esempi di disinformazione che si sono succeduti dallo scoppio del conflitto fino ad ora, ma il punto chiave è un altro. La narrazione russa veicolata da molti media italiani trova terreno fertile anche a causa della scarsa conoscenza della cultura e della storia ucraina nel nostro Paese.

A partire dal gennaio 2014 ho partecipato in qualità di ucrainista e di esperto di ex URSS a decine di incontri in tutta Italia dedicati alla crisi ucraina. Nel corso di questi dibattiti ho potuto constatare di persona l’esistenza di un pubblico interessato alle vicende dell’Ucraina che purtroppo non trovava testi di riferimento per approfondire certe tematiche.

Il progetto Abbecedario Ucraino nasce alla fine del 2014 per cercare di fornire una risposta a questa urgenza di carattere informativo. Nasce sotto forma di abbecedario, con un formato A-Z, e si avvale di un registro narrativo volutamente composito, che compendia al suo interno profili biografici, reportage, ritratti letterari, analisi geopolitiche, proprio per avvicinare il maggior numero di lettori.

Sono da sempre convinto che la cultura non debba essere confinata entro l’angusta e autoreferenziale turris eburnea dell’accademia, ma aprirsi a un pubblico più vasto, se vuole provare ad avere un impatto sulla società.

Abbecedario Ucraino è stato concepito come un’opera divulgativa nell’accezione più nobile del termine. Per facilitarne la fruizione, in accordo con l’editore Gaspari (https://www.gasparieditore.it/), ho deciso di dividere il saggio in due volumi.

Il primo approfondisce le tematiche politiche, storiche e culturali che hanno interessato l’Ucraina dal 1991, anno dell’indipendenza, fino ad oggi. Semplificando potremmo dire che in questo tomo, oltre ai ritratti di personaggi di primo piano della politica ucraina (Poroshenko, Saakashvili, Tymoshenko, Yanukovych, Yushchenko) e agli eventi più importanti a livello socio-economico (Indipendenza, Stagione degli Oligarchi, Rivoluzione Arancione), il lettore troverà risposta a molti dei quesiti emersi in tutta la loro drammaticità con il Maidan di Kyiv (Crimea, Donbas, Euromaidan). Accanto a queste voci, essenziali per ricostruire il panorama politico ed economico degli ultimi ventisette anni, trovano spazio lemmi che approfondiscono specifiche questioni culturali e storiche (Diaspora Ucraina, Italiani di Crimea), ritratti di scrittori contemporanei ucraini o legati all’Ucraina (Limonov, Zhadan) e fenomeni di costume (Femen).

Il secondo volume, che uscirà nel 2019, si occuperà invece di protagonisti e di eventi della storia ucraina la cui eredità risulta fondamentale per una corretta comprensione delle problematiche politico-culturali attuali (Rus di Kyiv, Cosaccato, Mazepa, Bandera, Holodomor, Chornobyl, etc).

Per informazioni e aggiornamenti

https://www.facebook.com/Abbecedario-Ucraino-2089959197915114/

Massimiliano Di Pasquale

 

Cortocircuiti diplomatici: l’ambasciatore italiano che difende Putin

Galateo diplomatico, equilibrio, coerenza con gli indirizzi di politica estera del Paese che si rappresenta sono tre regole a cui un diplomatico non dovrebbe mai abdicare nell’esercizio delle proprie funzioni, a maggior ragione se l’incarico svolto è quello di ambasciatore.

Per comprendere il ruolo della diplomazia in Italia e il suo legame con il Ministero degli Esteri è utile leggere quanto scritto sul sito della Farnesina: “Nella gestione delle relazioni internazionali, il Ministero degli Affari Esteri contribuisce a individuare e definire l’interesse nazionale, sia esso politico, economico, culturale o sociale, e, tramite le strutture di cui dispone, se ne fa promotore ed esecutore”.

Il passo chiarisce in modo inequivocabile come i diplomatici di ogni rango debbano essere promotori ed esecutori dell’interesse nazionale. Interesse nazionale che viene individuato da un organo politico, il Ministero degli Esteri. Quest’ultimo punto è fondamentale per comprendere le critiche piovute sull’ambasciatore italiano a Mosca, Cesare Maria Ragaglini, all’indomani dell’intervista pubblicata dal Corriere della Sera martedì 25 luglio.

Il pezzo, a firma Paolo Valentino (già autore di un’intervista con Vladimir Putin nel giugno 2015, considerata da alcuni un po’ troppo accomodante con l’inquilino del Cremlino), aveva come oggetto i rapporti tra Italia e Russia, la crisi ucraina e il ruolo della NATO.

Le risposte fornite da Ragaglini, in evidente contraddizione con la posizione ufficiale del governo italiano – ribadita dal premier Gentiloni anche a fine giugno, quando l’Europa aveva confermato le sanzioni alla Russia – hanno provocato la reazione indignata dell’ambasciatore ucraino in Italia Yevhen Perelygin, del presidente dell’Assemblea Parlamentare della Nato Paolo Alli e del presidente della Commissione Affari Esteri della Camera Fabrizio Cicchitto.

Un’analisi puntuale delle affermazioni di Ragaglini paleserà in maniera lampante il motivo per cui le tre figure istituzionali sopracitate abbiano stigmatizzato le parole del diplomatico italiano e sottolineato la grave gaffe diplomatica causata dal suo comportamento.

“Non condividiamo molte delle osservazioni fatte dall’ambasciatore italiano in Russia Cesare Ragaglini. L’annessione della Crimea è stata una patente violazione del diritto internazionale ed è grave che essa venga sostanzialmente giustificata da un ambasciatore italiano […] Già la Russia è rappresentata in Italia e in altre nazioni da ambasciatori di alto livello e professionalità e non ha certo bisogno che questa funzione venga svolta da ambasciatori italiani” (Fabrizio Cicchitto).
“Ragaglini può dire quello che vuole, ma finché Putin continuerà a violare il diritto internazionale, le sanzioni saranno inevitabili” (Paolo Alli).
“L’Ambasciatore italiano a Mosca Cesare Maria Ragaglini, nella sua intervista al Corriere della Sera, ha rilasciato dichiarazioni ambigue e controverse, ed è il caso di dirlo, quasi certamente non in linea con l’indirizzo politico del paese, l’Italia, che egli rappresenta a Mosca. Non è chiaro a nessuno, così come non è chiaro a noi, come l’Ambasciatore possa dichiarare apertamente posizioni fuori dalle sue competenze” (Yevhen Perelygin).

Procediamo con ordine partendo dall’incipit del pezzo, un virgolettato in cui Ragaglini afferma testualmente: “Penso che il presidente Putin veda nell’Europa un partner naturale. La cosa che lui e i russi si aspettano dalla comunità internazionale è il rispetto. Non è solo una questione sentimentale. In realtà racchiude una parabola. Dopo l’implosione dell’Urss, la Russia si è trovata sull’orlo del fallimento, depredata delle sue risorse, destabilizzata, indebolita militarmente, privata del suo status di grande potenza, dominata da un senso generale di insicurezza. Putin ha risollevato il Paese e dopo la crisi ucraina, vissuta come l’ultima umiliazione, ha tracciato una linea rossa”.

Chi conosce la storia più recente della Russia non potrà che scorgere in queste affermazioni i capisaldi della vulgata di Putin, ossia la teoria della Russia umiliata, il reputare il crollo dell’URSS la più grave catastrofe del secolo scorso e il considerare l’Ucraina non uno stato sovrano, ma un’appendice della Russia stessa. Che simili affermazioni vengano fatte non dall’ambasciatore russo a Roma, ma dal suo omologo italiano a Mosca, è davvero sorprendente.

A sorprendere, poi, non è solo l’inopportunità di tali asserzioni da parte di un funzionario definito da Paolo Valentino “uno dei migliori diplomatici italiani”, ma la grossolanità della ricostruzione storica.

Il crollo dell’Impero Sovietico è stato oggetto di analisi approfondite da parte di illustri sovietologi – tra i contributi più interessanti citerei il volume di Andrea Graziosi, L’Urss dal trionfo al degrado (Il Mulino 2008), e il saggio dell’accademico di Harvard Serhii Plokhy, The Last Empire. The final days of Soviet Union (2014) – i quali, seppure in ottica diversa, hanno sottolineato il fallimento politico, economico e morale di un regime totalitario, va da sé irriformabile.

Eloquente quanto affermato da Andrea Graziosi in un’intervista di qualche anno fa sul sito Osservatorio Balcani e Caucaso: “L’Unione Sovietica è andata in crisi perché il sistema socio-economico non funzionava più. Gli uomini morivano a 63 anni, si viveva malissimo, non c’erano soldi, mancavano i beni da comprare.
Era talmente in crisi che tutto il gruppo dirigente, compreso forse l’ultimo Brezhnev, era rassegnato a riforme radicali” (Andrea Graziosi).

La Russia post-sovietica ha sicuramente attraversato un periodo di gravi difficoltà nei primi anni della sua indipendenza, ma le ragioni di tale crisi non vanno certo individuate all’esterno – FMI e Stati Uniti elargirono anzi notevoli aiuti finanziari per la ricostruzione del Paese – quanto piuttosto nell’incapacità di effettuare riforme in ambito politico ed economico. Le riforme promosse dal primo Eltsin per cercare di convertire gradualmente il sistema all’economia di mercato furono bloccate sistematicamente dalla vecchia nomenklatura sovietica.

Ma veniamo all’affermazione forse più sconcertante, ossia quella secondo la quale “Putin ha risollevato il Paese e dopo la crisi ucraina, vissuta come l’ultima umiliazione, ha tracciato una linea rossa”.

Prescindendo dai metodi attraverso i quali Putin avrebbe risollevato la Russia – i dati economici e il livello di servizi, infrastrutture e sanità della Federazione fotografano una realtà molto diversa da quella evocata da Ragaglini – vorrei soffermarmi sul concetto della “crisi ucraina vissuta come umiliazione”. Parlare di umiliazione russa in relazione alla crisi ucraina significa non riconoscere all’Ucraina la sua natura di stato indipendente né il suo diritto a essere soggetto della Storia, e assimilare il suo popolo, la sua cultura, a quelli russi.

Come ha fatto notare il sito StopFake, è affatto singolare che nel discorso dell’ambasciatore “compaiono quasi tutte le keywords della propaganda russa (tranne quella degli ucraini nazisti), magari pronunciate involontariamente o dovute al fatto che chi vive nella società russa non può evitare il bombardamento mediatico e non rimanerne condizionato”.

Altrettanto grave è quanto asserito dal diplomatico italiano sulla Crimea. “Intanto la Crimea non era il primo Paese che votava per la sua indipendenza in Europa”.
Affermando ciò Ragaglini sembra dimenticare che la Crimea non è un Paese sovrano, ma parte del territorio ucraino, e che un eventuale referendum per sancire la sua indipendenza da Kyiv andava concordato con le autorità ucraine. L’idea della Crimea come territorio russo è un altro dei capisaldi della propaganda russa. Sentire tali affermazioni dalla bocca di un ambasciatore sconcerta per tante ragioni, non ultimo perché contribuisce a rafforzare, nei lettori di un’autorevole testata, un’idea falsa.

Storicamente parlando, la Crimea fu annessa dall’impero russo nel 1783, anche se la colonizzazione avvenne a partire dal 1853. Fu realmente russa dal 1853 al 1917. Con la formazione dell’URSS, poi, dal 1921 al 1945 divenne una repubblica sovietica separata. Dal 1945 al 1954 fece parte della Russia e dal 1954 al 2014 è stata ucraina. In sostanza è stata russa per 73 anni, ucraina per 60 anni, ma tatara per 400 anni.

Altro discorso è la questione del presunto “regalo” di Khrushchev del 1954. La Crimea non fu regalata, bensì scambiata, ai tempi di Khrushchev, ma tale decisione venne presa collegialmente dai vertici del Cremlino, tanto che in calce al documento che ufficializzava questo passaggio troviamo le firme di Pegov e Voroshilov. In cambio l’Ucraina dovette rinunciare a una parte dei propri territori della zona di Taganrog. La Crimea era isolata dal territorio russo e priva di acqua potabile. In seguito, grazie alle opere di ingegneria, l’acqua del Dnipro arrivò in Crimea. Tutto ciò avvenne solo per una migliore gestione economica del territorio, in quanto la Crimea è diretta estensione del territorio ucraino.

Il referendum del 2014 di cui parla Ragaglini, oltre che palesemente manipolato nei suoi risultati finali, è stato imposto alla popolazione locale con kalashnikov e intimidazioni dai famosi ‘omini verdi’.

Crimea is Ukraine

Veniamo ora alle affermazioni sulla NATO che hanno suscitato le proteste di Paolo Alli, presidente dell’Assemblea Parlamentare della Nato, l’organo di raccordo tra i Parlamenti nazionali e l’Alleanza atlantica: “Non è possibile pensare che l’Ucraina entri nella Nato, che poi è il punto focale. Se risolviamo questo problema, risolveremo tutto il resto. Piaccia o meno, è così” afferma Ragaglini rispondendo a Valentino che gli chiede come si esca dalla crisi ucraina.

Ancora una volta le parole dell’ambasciatore sembrano echeggiare quelle del Cremlino e confondono cause ed effetti del conflitto ucraino. La Russia, con buona pace di Ragaglini, è sottoposta a sanzioni perché ha annesso illegalmente parte del territorio ucraino, la Crimea, e perché ha invaso i territori del Donbas fornendo assistenza militare e inviando proxy a combattere nelle fila dei separatisti. Se l’opinione pubblica ucraina è oggi per la maggior parte favorevole a un ingresso nella Nato è solo perché la Russia, violando il Memorandum di Bupadest del 1994, ha invaso il suo territorio.

“I simpatizzanti di Putin in occidente e lo stesso presidente russo giustificano le violazioni del diritto internazionale di cui si macchia continuamente Mosca in virtù del principio di autodeterminazione dei popoli. Poi, però, negano a un popolo sovrano come quello ucraino – o quello georgiano – il diritto di aderire liberamente alla Nato o all’Unione europea: due prospettive tra loro fortemente legate” (Paolo Alli).

All’ambasciatore Ragaglini che invoca il rispetto della Russia da parte della comunità internazionale vorrei dedicare le riflessioni di due storici, Serhii Plokhy e Timothy Snyder, proprio sul tema del (mancato) rispetto del diritto internazionale da parte del Cremlino.

“Per la prima volta dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, una grande potenza europea ha fatto guerra a un vicino più debole e ha annesso una parte del territorio di uno stato sovrano. […] L’immotivata aggressione russa contro l’Ucraina ha minacciato le fondamenta dell’ordine internazionale – una minaccia alla quale l’Unione europea e la maggior parte del mondo non erano preparati a rispondere, ma che richiede un’adeguata controazione” (Serhii Plokhy, The Gates of Europe).

“Inaugurata nel 2013 una nuova fase coloniale, i leader e i propagandisti russi hanno negato ai loro vicini ucraini il diritto di esistere o li hanno etichettati come russi di second’ordine. Con parole che ricordano quelle pronunciate da Hitler sugli ucraini (e sui russi), le autorità hanno definito l’Ucraina un’entità creata artificialmente, senza storia, cultura né lingua, appoggiata da un gruppo mondiale di ebrei, omosessuali, europei e americani. […] Il presidente Vladimir Putin ha elaborato una dottrina di politica estera basata sulla guerra etnica. Questo approccio, che ricava dal linguaggio la legittimità a invadere a prescindere, che sia stato usato in Cecoslovacchia da Hitler o in Ucraina da Putin, decostruisce le logiche della sovranità e dei diritti e getta le basi per lo smantellamento degli Stati” (Timothy Snyder, Terra Nera).

Massimiliano Di Pasquale

Articolo apparso per la prima volta su Strade online il 1 agosto 2017

http://stradeonline.it/istituzioni-ed-economia/2986-cortocircuiti-diplomatici-l-ambasciatore-italiano-che-difende-putin

 

 

G come Galizia

G come Galizia è una delle voci di Abbecedario Ucraino libro di Massimiliano Di Pasquale  che uscirà  per Gaspari Editore.  L’autore in un’intervista rilasciata nel luglio 2016 all ‘Ukrainian Media Center di Kyiv così l’aveva definito: ” Il libro si chiamerà Abbecedario ucraino. L’ho concepito come una sorta di Ucraina dalla A alla Z, ma non sarà un testo di carattere enciclopedico. L’idea è quella di selezionare alcuni voci per spiegare questioni che non sono note in Italia anche a causa della disinformazione. Sarà un libro che cercherà di raccontare anche gli aspetti più controversi. Accanto a voci abbastanza sintetiche, come i profili biografici di alcuni personaggi storici, troveranno spazio anche lemmi che raccontano luoghi del Paese con lo stile del reportage. Naturalmente non mancheranno voci un po’ più politiche. Lo scopo – come ho già sottolineato – è far conoscere l’Ucraina agli italiani e soprattutto approfondire e puntualizzare quei temi che sono stati distorti dai media filorussi. Penso alla questione della Crimea come “territorio non ucraino”, alla figura controversa di Bandera demonizzata e strumentalizzata dalla propaganda, prima sovietica, oggi russa. Ci saranno anche ritratti di importanti figure del passato la cui eredità culturale è tuttora molto forte come quella dell’etmano Mazepa e del poeta-eroe nazionale Taras Shevchenko. È sicuramente un libro ambizioso anche perché si avvale di diversi registri stilistici: il saggio, il reportage, il ritratto biografico.” 

Finis terrae come l’omonima regione iberica affacciata sull’Atlantico, la Galizia, che per quasi centocinquant’anni, dal 1772 al 1918, è stata la provincia più orientale dell’Impero austriaco, ha sempre esercitato una straordinaria attrazione su scrittori e viaggiatori per il crogiuolo di etnie e culture che vi convivevano in modo sostanzialmente pacifico sotto la Corona asburgica.

Leopold von Sacher-Masoch, che analogamente a Joseph Roth, Bruno Schulz, Gregor von Rezzori, Karl Emil Franzos e tanti altri ha raccontato questo universo dal singolare fascino etnografico, così scriveva in una pagina autobiografica del 1887.

“In un paese come la Galizia ove da secoli si trovano confessioni e nazionalità tanto diverse, è quasi implicito tollerarsi a vicenda. In un territorio nel quale Polacchi, Russi, Piccoli Russi, Romeni, Ebrei, Tedeschi, Armeni, Italiani, Ungheresi, Zingari e Turchi unitariamente convivono e che, per quanto attiene alle religioni, accoglie cattolici greci e romani, ortodossi greci e armeni, lipovani, duchoborziani, ebrei, karaiti, cassidim, luterani, calvinisti, mennoniti, maomettani e pagani, non vi può essere alcun odio razziale, alcuna persecuzione religiosa e neanche alcun antisemitismo”.

La visione di Sacher-Masoch, sicuramente edulcorata da quel mito asburgico che lo affascinò sin da adolescente, se da un lato appare forse troppo idilliaca, dall’altro è in grado di restituirci la vivacità di una regione in cui – come sottolineò anche Joseph Roth nel suo reportage Viaggio in Galizia – “vi è più cultura di quanto le sue insufficienti fognature farebbero pensare”.

La Galizia, nonostante sporcizia, povertà, alcolismo e analfabetismo – piaghe peraltro comuni a tante zone dell’Europa dell’Ottocento – era una terra feconda a livello letterario e nella quale i contrasti sociali, talvolta anche aspri, non degenerarono mai.

Solo quando nel 1918 il regno di Galizia e Lodomiria cessò di esistere – la Galizia venne annessa alla Polonia e la Bucovina alla Romania (oggi la maggior parte di questi territori fa parte dell’Ucraina) –, si incrinò anche quella straordinaria cultura della tolleranza asburgica che per un secolo e mezzo aveva scongiurato eccidi e violenze.

Vent’anni più tardi, con l’avvento della Seconda Guerra Mondiale, si assisterà infatti alla definitiva distruzione del multiculturalismo di questa regione prima con il genocidio nazista, poi con gli stermini dello stalinismo. Martin Pollack, giornalista e scrittore tedesco che alla Galizia ha dedicato un bellissimo libro, tradotto recentemente anche in Italia, osserva a tal proposito come “nel Ventesimo secolo nessun’altra parte d’Europa è stata tormentata dalla Storia più della Galizia”. “Eppure – scrive ancora Pollack – questa terra così segnata dalla morte ha sempre avuto una forza d’attrazione straordinaria, che la pervade ancora oggi, ecco, si potrebbe persino dire che da quando la regione è scomparsa dalle carte geografiche il suo fascino è addirittura aumentato”.

A chiunque abbia visitato questi luoghi non sarà sicuramente sfuggita la loro singolare specificità. Oltre alle vestigia asburgiche la Galizia si caratterizza infatti per la natura fiera e indipendente dei suoi abitanti e per essere forse l’unica regione dell’Ucraina in cui sia quasi impossibile trovare scampoli di Unione Sovietica.

Ho ancora nitido il ricordo del mio primo viaggio a Leopoli e nei Carpazi. Era l’estate del 2004, qualche mese più tardi l’Ucraina avrebbe fatto parlare di sé le cronache internazionali per la Rivoluzione Arancione. Quando il treno sul quale viaggiavo, proveniente da Odessa, giunse nel capoluogo galiziano mi trovai immerso in un’atmosfera molto diversa da quella respirata le settimane precedenti in Crimea e a Kharkiv. Trascorsi la prima notte in un villaggio di campagna ospite di un amico, Volodymyr, conosciuto qualche giorno prima su un vecchio torpedone diretto a Odessa. Mi sembrò di essere stato catapultato, come d’incanto, indietro di qualche secolo in un mondo in cui la gente vive tuttora in simbiosi con la natura, un mondo dove sopravvivono riti e credenze ancestrali e in cui religione e superstizione finiscono spesso per confondersi.

L’indomani, camminando con Volodymyr ai bordi della strada principale, una delle poche asfaltate, in direzione del cimitero locale, incontrammo solo qualche mucca, poche persone in bicicletta e contadini su carri trainati da cavalli. Nemmeno l’ombra di un’automobile. Tutto era avvolto in un’atmosfera di quiete quasi irreale.

Durante quel soggiorno in Galizia venni a conoscenza della storia più recente di questa regione che, grazie anche alla politica culturale liberale degli austriaci verso i “ruteni” (così venivano chiamati gli ucraini in passato), assunse il ruolo di “Piemonte ucraino”, diventando il centro del movimento nazionale e contribuendo all’indipendenza del Paese.

Fu Lilya, una giornalista di Ternopil incontrata in una guest house di Yaremche, a parlarmi per la prima volta di Stepan Bandera, Ivan Franko, Mykhailo Hrushevsky e di altri personaggi storici legati a queste terre e alla lotta per l’autonomia da Mosca e da Varsavia.

Molti dei nomi menzionati da Lilya nel corso delle nostre chiacchierate serali, allietate da freschi boccali di Lvivske, l’ottima lager prodotta a Leopoli, ricorrono spesso nel reportage di Martin Pollack, Galizia. Viaggio nel cuore scomparso della Mitteleuropa.

Il libro del giornalista e scrittore tedesco, uscito in Italia a ben sedici anni dalla sua pubblicazione in Germania, è un testo fondamentale per conoscere una terra che per ironia della storia “ha risvegliato l’interesse degli occidentali a partire dalla sua distruzione”.

Il reportage di Pollack è “un viaggio immaginario attraverso una regione scomparsa” che si svolge intorno al 1900, epoca a cui risalgono i brani tratti dalle opere degli autori di Galizia e Bucovina che hanno fatto di queste zone “un luogo letterario indimenticabile, in cui, al di là di tutti gli eccidi e i conflitti, si era giunti a una feconda interazione tra popoli e culture”.

Il lungo tour inizia a Tarnów, città polacca della Galizia occidentale, che Pollack immagina di raggiungere in treno su un convoglio della Carl Ludwig-Bahn, la ferrovia che prendeva il nome da Carlo Ludovico, fratello minore dell’imperatore Francesco Giuseppe. La tratta che da Cracovia, passando per Tarnów, Przemyśl, Leopoli e Ternopil, giungeva fino alla frontiera russa, era usata di frequente da Karl Emil Franzos, un poeta e giornalista ebreo di Chortkiv, una cittadina polacco-ruteno-ebraica sul fiume Siret.

Di Franzos, i cui racconti accompagneranno il peregrinare letterario di Pollack anche a Verkhovyna e a Chernivtsi, l’autore tedesco narra un singolare aneddoto accaduto a Przemyśl.

Nel libro Aus Halb-Asien, il giornalista ebreo, descrivendo lo squallore della maggior parte dei ristoranti di Przemyśl, menzionò quello della stazione ferroviaria dove gli fu servita la più strana cotoletta di vitello che avesse mai visto.

“Era una cotoletta di vitello ripiena, ovvero ci trovai: un chiodo molto arrugginito, una molla d’acciaio e un ciuffo di capelli”. L’oste schernito spedì una lunga replica al noto giornale locale ‘Przemyślanin’ rigettando tutte le accuse di Franzos definendolo un libellista antipolacco. La lettera fu regolarmente pubblicata, ma l’ingiuriosa nota sulla “cotoletta di vitello ripiena” al ristorante della stazione di Przemyśl non fu eliminata nelle edizioni successive delle opere dello scrittore ebreo.

Prima di giungere a Drohobych, luogo che diede i natali a Bruno Schulz, scrittore e illustratore ebreo di lingua polacca, che Isaac Singer in una celebre intervista a Philip Roth definì più bravo di Frank Kafka, il tour immaginario di Pollack fa tappa a Dobromyl e Sambir, località oggi in territorio ucraino.

Dobromyl, piccola città a soli cinque chilometri dal confine polacco, era agli inizi del secolo scorso un tipico villaggio ebraico. Più della metà dei suoi quattromila abitanti erano ebrei nonostante secondo gli uffici anagrafici austriaci costoro non rappresentassero una nazionalità a se stante poiché questa si definiva in base alla lingua parlata. La stragrande maggioranza di essi parlava yiddish ma, ricorda Pollack, “questo non bastava per considerarla una lingua di cui valesse la pena occuparsi in una statistica”. Anche gli ebrei assimilati si riferivano raramente a tale idioma come a una lingua vera e propria.

“In tal modo gli ebrei galiziani vennero conteggiati dalla burocrazia austriaca come polacchi, tedeschi o, più di rado, ruteni, un errore che non sembrava disturbare particolarmente neppure i diretti interessati: avevano altro a cui pensare”.

L’altro, cui allude Pollack, è ovviamente la quotidiana lotta contro l’indigenza.

“La vita degli ebrei in Galizia era indicibilmente misera. Gall-izia, era abituato a dire Reuben Mehler, un piccolo artigiano di Dobromyl, la Gall-izia si chiama così perché qui la vita è molto dolorosa. Dolorosa come una galla”.

Per sfuggire a questa condizione miserevole molti cercarono fortuna in America. Tra questi anche il figlio di Mehler che una volta giunto negli Stati Uniti anglicizzò il suo cognome in Miller.

Saul Miller, il nipote del vecchio Reuben, raccontò la storia della sua famiglia in un bel libro intitolato Dobromil. Life in a Galician Shtetl 1890-1907. Voleva che i propri figli conoscessero com’era dura la vita in uno shtetl ebraico della Galizia in cui tutto ruotava intorno al sostentamento, il parnose così difficile da procacciarsi.

Dagli appunti autobiografici del critico letterario Artur Sandauer, nato a Sambir nel 1913, Pollack apprende come la cittadina, che ai primi del Novecento contava diciassettemila abitanti, principalmente di origine polacca, fosse divisa in aree diversissime tra loro come Ringplatz, il quartiere borghese con le sue ville e i licei, Torgovytsya, il rione che confinava dal lato del fiume Mlynivka con il ghetto più profondo e Blic, il sobborgo sulle rive del Dnistr in cui gli ebrei praticanti vivevano come nello shtetl in osservanza delle leggi tradizionali.

Proseguendo oltre Sambir, la Transversalbahn, la Ferrovia trasversale, con cui Pollack compie il suo viaggio immaginario nelle terre più orientali della Cacania – con questo nome fittizio Robert Musil chiama l’impero austroungarico nel suo capolavoro L’uomo senza qualità –, giunge fino a Drohobych.

Le pagine che Pollack dedica alla Pennsylvania della Galizia, così detta per lo straordinario sviluppo che qui conobbe a fine Ottocento l’industria petrolifera, sono tra le più interessanti del libro. Soprattutto perché la Drohobych attuale è molto diversa da quella descritta dallo scrittore tedesco sulla scorta delle notizie tratte dal settimanale “Tygodnik Samborsko-Drohobycky”nel 1900 e dalle pagine di Saul Raphael Landau, Józef Rogosz e Artur Gruszecki.

Il fervore industriale legato al petrolio, che animava il centro galiziano a metà dell’Ottocento quando ingegneri statunitensi portarono qui le prime torri di trivellazione che utilizzavano la “perforazione ad asta con metodo canadese” sperimentate con successo in Pennsylvania, è pressoché scomparso.

Quando nel 2009 giunsi a Drohobych a bordo di una marshrutka sulla quale ero salito alla stazione ferroviaria di Leopoli, non trovai il luogo sudicio popolato da “vetturini imbroglioni” e da “commercianti primitivi” descritto da Alfred Döblin nel suo viaggio in Polonia del 1924, bensì una città sicuramente povera ma dignitosa.

Una delle caratteristiche che contraddistingue la Galizia attuale, e più in generale l’Ucraina, è indubbiamente la grande dignità del suo popolo. Nel corso della mia visita a Drohobych non vidi alcun mendicante, come era successo ottantacinque anni prima all’autore di Berlin-Alexanderplatz, ma tante persone, principalmente donne, occupate a sbarcare il lunario al mercato locale vendendo miele, latte, formaggi, lamponi, fragole, mirtilli, funghi, pomodori, melanzane, cavoli, peperoni.

I colori e gli odori del Tsentralny Rynok di Drohobych mi trasmisero un senso di vitalità e di operosità ma non potei esimermi dall’osservare come quelle tracce di Galizia povera e rurale fossero difficilmente riscontrabili, qualche chilometro più a ovest, nella Galizia oggi in territorio polacco.

Questa terra, tra le più martoriate nel Novecento, avrebbe potuto conoscere sicuramente una sorte migliore se, per un accidente della storia, non fosse stata inglobata nel dopoguerra nell’URSS.

I funzionari di Mosca, detestati dalla stragrande maggioranza della popolazione, abituata a monarchi illuminati e rispettosi delle identità culturali come Francesco Giuseppe I che conosceva polacco e ruteno, pensarono quasi esclusivamente a reprimere ogni forma di dissenso. Ciononostante non riuscirono mai a russificare questa regione. Oksana Zabuzhko, scrittrice ucraina originaria di Lutsk, Volinia, nel suo monumentale romanzo storico The Museum of Abandoned Secrets , sostiene che furono proprio i comitati di autodifesa dei partigiani ucraini della Galizia nel dopoguerra a impedire al regime sovietico di perpetrare una strategia genocidaria nell’Ovest del Paese, come quella che si ebbe nel 1932-1933 con il Holodomor, che avrebbe distrutto l’Ucraina per sempre.

Parlando di Drohobych è impossibile non citare il suo cittadino più illustre: Bruno Schulz. Anche Pollack – prima di proseguire il suo viaggio alla volta di Nahuyevitsi, villaggio ove nacque Ivan Franko, importante intellettuale ucraino di fine Ottocento – tributa il suo personale omaggio all’autore de Le botteghe color cannella introducendoci nel suo magico mondo letterario.

I racconti di Schulz, osserva lo scrittore tedesco, sono “frammenti di un’autobiografia grottesca-fantastica, in cui l’autore ci guida attraverso i paesaggi irrecuperabilmente perduti della sua infanzia, che mitizza, ma al tempo stesso ritrae con precisione”.

Schulz, che proveniva da una famiglia ebraica assimilata – ‘polacco di religione mosaica’ amava definirsi suo padre Jakub – pone al centro del suo immaginario letterario proprio Drohobych.

Artur Sandauer, che lo conobbe quando era un giovane critico, nella prefazione all’edizione polacca dei racconti, evidenziò che Schulz non si era mai allontanato dall’ambito tematico dell’infanzia in una piccola città.

“Sebbene avesse studiato per due anni all’Accademia di belle arti di Vienna, soggiornasse spesso a Leopoli e una volta avesse persino fatto un viaggio a Parigi, non riuscì mai a liberarsi dal sortilegio di quella provincia, con le sue strade vuote e le sue ore vuote, con i mucchi di spazzatura e le ville cresciute a dismisura” (Sandauer).

L’ostinazione a non voler lasciare il luogo in cui era nato gli fu fatale.

Nonostante alcuni amici di Varsavia avessero cercato di farlo scappare dalla Galizia, occupata a partire dal 1941 dalle truppe naziste, che di lì a poco avrebbero iniziato un giro di vite sulla popolazione ebraica, Schulz preferì rimanere a Drohobych dove morì il 19 novembre 1942 assassinato da Karl Gunther, un funzionario della Gestapo durante un rastrellamento.

La tappa successiva del tour di Pollack è Stryi, un tempo stazione terminale della Ferrovia del Dnistr.

“L’edificio bianco a due piani della stazione, a venti minuti a piedi dalla città, era uno dei ritrovi preferiti dei borghesi di Stryj, che il sabato pomeriggio prendevano volentieri una birra seduti nell’ombreggiata veranda del Dienstl, il ristorante della stazione, osservando l’andirivieni dei treni e dei viaggiatori. Sembrava quasi quello di una grande città: l’enorme orario delle k.k. Staatsbahnen [Ferrovie imperialregie dello Stato austriaco], stampato su carta giallo ocra e appeso alla parete della biglietteria, informava che partivano cinque treni al giorno per Leopoli, quattro per Przemyśl, uno per Ivano-Frankivs’k e tre per Lavochne, alla frontiera con l’Ungheria; altrettanti erano i treni in arrivo.”

Dell’ambita località di villeggiatura, che nei primi del Novecento attirava diversi turisti specie nella stagione estiva grazie a stabilimenti balneari sul fiume e alla vicinanza ai Carpazi, la Stryi odierna conserva solo il ruolo di fondamentale nodo viario. La maggior parte delle marshrutky provenienti dall’Italia, attraversato il confine ungherese a Chop, fanno tappa qui. Molti dei passeggeri, in prevalenza donne che lavorano nel nostro paese e tornano a casa per visitare i propri familiari per qualche settimana, proseguono il loro viaggio salendo su altri mezzi diretti un po’ in tutta l’Ucraina.

Mentre la Stryi attuale sembra aver perso il fascino che ai primi del Novecento ne faceva, in virtù dell’elegante ricostruzione edilizia successiva al terribile incendio del 1886, una delle più graziose città della Galizia orientale, i suoi dintorni, ossia l’area dei Carpazi costituisce tuttora una delle principali destinazioni turistiche del Paese. In queste zone negli ultimi anni si è assistito anche a un incremento del turismo estivo. Con l’occupazione della Crimea da parte della Federazione Russa nel marzo 2014, molti di coloro che un tempo sceglievano di trascorrere le vacanze a Yalta, Yevpatoriya o Feodosiya, oggi optano per una villeggiatura in montagna in località come Yaremche, Vorokhta e Bukovel.

Se per gli amanti del trekking le escursioni sul monte Hoverla, la cima più elevata del gruppo del Chornohora (Le Montagne Nere), costituiscono meta obbligata, chi preferisce una vacanza all’insegna della cultura, prima di raggiungere Yaremche, farà tappa anche a Ivano-Frankivsk, ridente città dall’atmosfera mitteleuropea e a Kolomiya, piccolo centro a circa cinquanta chilometri dalla catena montuosa di Chornohora famoso per la cultura Hutsul.

Ecco come appariva Ivano-Frankivsk, seconda città della Galizia dopo Leopoli, all’inizio del secolo scorso ad Alexander Granash, un piccolo garzone di fornaio ebreo, poi caratterista dei teatri di Max Reinhardt a Berlino, assurto alla celebrità nel ruolo di Knock nel Nosferatu di Murnau.

“La cittadina sembrava una casa delle bambole. C’erano delle belle case bianche a più piani e parchi e giardini e fiori e viali alberati, una grande, linda piazza del mercato e magnifiche vetrine; alla sera si accendevano i lampioni elettrici e c’era luce come di giorno, solo molto più allegra. La via principale, il passeggio, si chiamava da un lato linea A e dall’altro linea B. Era il ritrovo dei giovani. Ragazze graziose e ben vestite passeggiavano avanti e indietro insieme a studenti e ufficiali azzimati, chiacchierando e ridendo. C’erano caffè con la musica, ristoranti e una galleria che era un punto di incontro.”

Percorrendo oggi le strade acciottolate del centro, tra edifici neoclassici dai tenui colori pastello, chiese barocche e ville austroungariche fresche di restauro, Ivano-Frankivsk, lasciatasi alle spalle il grigiore sovietico, sembra tornata allo splendore di un tempo.

Dell’epoca descritta da Alexander Granash mancano all’appello quasi tutte le cinquanta sinagoghe che, fino all’inizio degli anni Quaranta, contribuivano a fare di questa città polacca di frontiera, come ricorda anche Pollack, un fervente centro di cultura yiddish.

“Dei trentamila abitanti di Ivano-Frankivs’k, la metà erano ebrei, e metà di loro ricevevano l’armengroschen, un sussidio di importo variabile tra uno e cinque fiorini pagato una volta all’anno dalla comunità israelitica ai più bisognosi alla festa di Pesach. Ma in confronto ai braccianti ruteni, che avevano trasferito in città la miseria dei villaggi, gli ebrei sembravano ricchi”.

La principale attrazione di Kolomiya, che nel 1900, sulla base dei racconti di Saul Raphael Landau, Pollack identifica come un centro ebraico caratterizzato dalle presenza di una particolare categoria di lavoratori, i portatori d’acqua, già organizzata secondo modalità imprenditoriali moderne, è oggi il Museo delle Pysanky, le coloratissime uova di Pasqua, dipinte a mano, celebri in tutto il mondo.

Nell’estate di qualche anno fa visitai questo edificio a forma d’uovo decorato con motivi geometrici policromi e rimasi letteralmente affascinato dalla singolare collezione che ospita più di diecimila esemplari dipinti con stili diversi a seconda delle aree di provenienza.

Una studentessa di storia dell’arte della vicina Ivano-Frankivsk mi raccontò che i primi esempi di uova decorate furono ritrovati dagli archeologici nelle regioni di Kyiv e Poltava. E che molte delle decorazioni usate, quali i segni solari (cerchi, croci e stelle), testimoniano come la tradizione delle uova dipinte derivi dalla cultura pagana e che, solo in seguito all’evangelizzazione dell’Ucraina, è stata inglobata nella festività cristiana della Pasqua.

Gli echi della cultura pagana e l’eterogeneità delle etnie sono sempre stati i tratti distintivi delle terre galiziane comprese tra Stryi, Ivano-Frankivsk e Kolomiya.

“A Verkhnje Syn’ovydne erano di casa i boyko, che per lingua, abbigliamento e usanze si distinguevano nettamente dai ruteni di pianura. I boyko abitavano nella sezione centrale dei Carpazi Boscosi; in quella occidentale vivevano i lemchi; in quella orientale, che arrivava fino alla Bucovina e all’Ungheria settentrionale, gli huzuli. In generale i boyko avevano un fisico massiccio ed erano esperti allevatori di bovini apprezzati fino in Ungheria, che vendevano alle fiere autunnali nelle cittadine carpatiche di Borynja e Ljutovys’ka. […] Per raggiungere gli huzuli, che erano vicini dei boyko, si dovevano varcare le impervie montagne dei Carpazi Boscosi oppure tornare a Stryj e da lì andare a Ivano-Frankivs’k”(Pollack).

Nel 1700 in un villaggio vicino a Kolomiya, Pechenizhyn, nacque il mitico Oleksa Dovbush, soprannominato “il Robin Hood dei Carpazi”. Personaggio leggendario di cui parla anche Leopold von Sacher-Masoch nello splendido racconto sulla cultura hutsul Haydamak, il brigante, Dovbush si nascondeva spesso all’interno delle grotte formate da massicci rocciosi in prossimità di Yaremche.

Analogamente all’eroe di Sherwood Dovbush e la sua banda di opryshky rubavano ai ricchi commercianti e ai ricchi proprietari terrieri e distribuivano il bottino ai poveri contadini dei villaggi dei Carpazi. Sebbene i polacchi avessero messo una taglia sulla sua testa e inviato migliaia di soldati a cercarlo, Dovbush, che non si fermava in un rifugio per più di dodici giorni, non fu mai catturato. Questo almeno narra la leggenda. Pollack, sulla base di notizie documentate, sostiene che Dovbush venne ucciso in un’imboscata nel 1745 nel villaggio di Kosmach da un certo Stepan Dzvinchuk, un hutsul come lui. Oggi il villaggio di Kosmach ospita un piccolo museo dedicato al Robin Hood dei Carpazi.

Lasciate le località montane di Verkhovyna e Kolomiya il viaggio immaginario di Pollack prosegue a Chernivtsi per poi concludersi nella Galizia orientale a Brody, dove nacque Joseph Roth, uno dei più illustri cantori del Finis Austriae e Leopoli.

Le pagine di Karl Emil Franzos e di Franz Porunsky accompagnano il peregrinare letterario del giornalista tedesco a Chernivtsi, capitale della Bucovina e luogo natale, tra gli altri, di Paul Celan e Gregor von Rezzori.

Chernivtsi e Leopoli, città tra le più affascinanti dell’intera Ucraina per il loro retaggio storico e culturale meritano un’attenzione particolare e per questo motivo Abbecedario Ucraino dedica loro due lemmi separati.

Massimiliano Di Pasquale

ABBECEDARIO UCRAINO https://wordpress.com/stats/post/986/massimilianodipasquale.wordpress.com

INTERVISTA UKRAINIAN CRISIS MEDIA CENTER http://uacrisis.org/it/45904-m-di-pasquale-intervista

Biography

Graduated in Business Economics at Bocconi University in Milan, Massimiliano Di Pasquale is an Italian author, photographer and freelance journalist, writing regularly about Ukrainian culture and politics for several Italian magazines and newspapers. From November 1999 to April 2004 he lived in London where he combined his activity as marketing consultant with that of freelance journalist. Di Pasquale is a member of AISU, Italian Association of Ukrainian Studies and of BSS, Baltic Studies Section, a non-profitmaking Academic Association on Baltic Studies at Milan University, which gathers scholars, specialists, researchers and PhDs focused in this specific field. Besides his essays, articles, and participations at international conferences and seminars as Ukrainian expert and sovietologist, Di Pasquale published his first photographic book in 2010 In Ucraina. Immagini per un diario (In Ukraine. Pictures for a Diary); in 2012 the travel book Ucraina terra di confine. Viaggi nell’Europa sconosciuta (Ukraine Borderland. Trips in the Unknown Europe); in December 2015 his last major work Riga Magica. Cronache dal Baltico (Magic Riga. Chronicles from the Baltic region). In the last three years he has been working on a new book called Abbecedario Ucraino, sort of Ukraine from A to Z, due in Autumn 2017.

 

 

 

 

PRINCIPE GIALLO

Sinistra figura allegorica ispirata al Viy di Nicolai Gogol, il Principe Giallo – titolo scelto da Vasyl Barka per il suo straordinario romanzo sul Holodomor – è la personificazione della Morte. Una Morte fisica e spirituale che, come ha scritto Oxana Pachlovska in Civiltà Letteraria Ucraina,  “nasce nei recessi più tenebrosi della coscienza umana e scatena i suoi demoni”.

Il libro, uscito in Italia per i tipi di Pentàgora solo nel 2016, cinquantaquattro anni dopo la sua pubblicazione negli Stati Uniti e trentacinque dopo l’edizione francese, è il resoconto di una delle più dolorose sofferenze della storia contemporanea paragonabile forse – scrive il suo autore – “allo sterminio degli ebrei sotto i nazisti”.

Attraverso una prosa dura e diretta ma non priva di squarci poetici, Barka racconta la lenta agonia che accompagna i componenti della famiglia Katrannyk – il padre Myron , la madre Dariya , la nonna Kharytyna e i tre figli Mykola, Olena e Andriy – in un villaggio immaginario dell’Ucraina centro-orientale, Klenotochi, nel terribile 1933. Nessuno ad eccezione del piccolo Andriy verrà risparmiato dall’atroce morte riservata loro dalla requisizione non solo del grano ma di qualsiasi cosa commestibile da parte degli uomini di Mosca come lo spietato capo bolscevico Hryhoriy Otrokhodin.

Se un bambino, consumato dalla fame, prendeva qualche spiga nelle mani ossute, le guardie sparavano all’istante. Gli invasori buttavano a terra i resti della zuppa di semolino tenuta da parte per i figli dalla madre e li schiacciavano con gli stivali. Nei mandanti e negli esecutori non c’era più nessuna traccia di umanità. Si vedeva solo una sorta di perversa maschera demoniaca. Anche nella morte stessa c’era qualcosa di misterioso: all’improvviso gli uccelli in volo rovinavano senza vita sulla terra; morivano anche molti degli zelanti complici della razzia, che di cibo ne avevano in abbondanza. Come se avessero assunto sostanze avvelenate”.

Questa straziante memoria è tratta dalla nota scritta dallo stesso Barka in calce al libro. L’autore, poeta, scrittore e critico letterario ucraino emigrato nel 1943 in Germania, stabilitosi poi negli Stati Uniti, fu infatti testimone oculare di quegli eventi. Vasyl Ocheret, in arte Vasyl Barka, era nato a Solonytsia, un villaggio nella regione di Poltava nel 1908 da una famiglia di origini cosacche. All’epoca del Holodomor era un giovane intellettuale di venticinque anni che, dopo aver lavorato come insegnante in un villaggio minerario in Donbas, si era in seguito laureato all’Università di Mosca con una tesi sulla Divina Commedia di Dante.

Il Principe Giallo, la cui stesura iniziò negli Stati Uniti nel 1958, si basa su un mix di impressioni personali e racconti di altri ucraini raccolti in un quarto di secolo.

La parte principale è composta da impressioni personali: la fame si sopportava con fatica, era debilitante, con il corpo segnato dalle ferite aperte dei vasi sanguigni che emettevano un liquido brunastro e la pelle delle gambe che si lacerava, mettendo in risalto una superficie mucosa e sanguinolenta. Era difficile camminare e bisognava appoggiarsi ogni tanto a una parete o a una staccionata, attorno a cui giacevano in tanti, già morti. Sembrava che la fine fosse arrivata, ma con la grazia di Dio siamo sopravvissuti, forse per testimoniare ciò che è accaduto.

Nel complesso l’opera si compone di tre piani che potremmo definire un piano realistico – in cui si rappresenta la disgrazia della famiglia contadina alla ricerca disperata del pane, un piano psicologico – in cui l’autore descrive i sentimenti delle vittime del genocidio e un ultimo piano metafisico-spirituale – in cui si manifestano “quei fenomeni legati al mondo delle forze oscure, profondamente contrarie alla natura umana”.

Dal punto di vista stilistico, è interessante notare che nonostante Barka fosse un poeta modernista – Oxana Pachlovska definisce la sua poesia come un microcosmo ermetico in cui si rispecchiano e si fondono vari macrocosmi come quello della Bibbia, dell’universo orientale, del Rinascimento e dell’antica tradizione popolare ucraina – Il Principe Giallo è un romanzo dalla struttura classica caratterizzato da una prosa complessa.

Alessandro Achilli, che ha tradotto il libro sul testo originale ucraino, sottolinea come l’idioma usato sia complesso, distante dall’ucraino di oggi e ricco di espressioni dialettali.

La versione di Olga Jaworsky è decisamente più letterale della mia. Per rendere la lettura più agevole per il pubblico italiano ho adattato certi brani con una buona dosa di audacia. Sono anche passati trentacinque anni tra le due traduzioni, il che può anche giustificare in parte le due diverse scelte traduttologiche”.

Massimiliano Di Pasquale

Abbecedario Ucraino

Il mio prossimo libro si chiamerà Abbecedario Ucraino e uscirà per Gaspari Editore nel 2018

Perché un nuovo libro sull’Ucraina?

Abbecedario Ucraino nasce dall’esigenza, sempre più urgente dopo il Maidan di Kyiv, di raccontare agli italiani l’Ucraina e le complesse vicende storiche, culturali e politiche alla base dell’attuale conflitto con la  Russia.  Il libro, avvalendosi di un particolare registro letterario che compendia al suo interno l’articolo giornalistico, l’analisi geopolitica, il ritratto politico e il reportage, vuole far conoscere al pubblico italiano la storia e la cultura dell’Ucraina ed alcune questioni chiave. Particolare attenzione è dedicata a temi quali la Crimea, il nazionalismo ucraino, che sono stati oggetto di campagne di disinformazione da parte di molti media italiani acriticamente allineati con le versioni moscovite dei fatti, degli eventi e della storia dell’Ucraina. Dalla A di Rinat Akhmetov alla Z di Serhiy Zhadan passando per la M di Ivan Mazepa, la S di Taras Shevchenko e la Y di Viktor Yanukovych, Abbecedario Ucraino racconta con uno stile vivace, brillante, ricco di riferimenti storici e culturali tutto ciò che gli italiani devono sapere di questa straordinaria terra di confine che con la Rivoluzione della Dignità ha testimoniato la volontà di lasciarsi alle spalle l’epoca post-sovietica per aprire una nuova fase di rigenerazione morale.

 

 

Massimiliano Di Pasquale

 

Ucraina: le porte d’Europa

Nel breve arco di qualche settimana – il volume è uscito in libreria lo scorso dicembre – The Gates of Europe, saggio di Serhii Plokhy, docente di Storia Ucraina ad Harvard e direttore dell’Istituto di Ricerca Ucraina presso la stessa Università, che ripercorre più di mille anni di storia del Paese, è già diventato un classico dell’ucrainistica.
Il libro, che ha ricevuto le lodi pubbliche sia dell’ex ambasciatore statunitense a Kyiv John Herbst sia dell’accademico inglese Andrew Wilson, professore di Studi Ucraini all’University College di Londra, è lettura imprescindibile per chi voglia approfondire alcune fondamentali questioni emerse in tutta la loro drammaticità nel recente conflitto tra Russia e Ucraina.
Come sottolinea l’autore nelle pagine introduttive, le immagini del febbraio 2014 relative ai cecchini del governo Azarov che aprono il fuoco sulla folla di dimostranti in Maidan Nezalezhnosti a Kyiv uccidendo e ferendo decine di manifestanti filoeuropei, hanno scioccato il mondo e prodotto un punto di discontinuità nella storia europea degli ultimi venticinque anni le cui conseguenze sono destinate ad influenzare non solo i rapporti tra Russia e Ucraina, ma il futuro dell’Europa così come l’abbiamo conosciuta dal crollo del Muro di Berlino ad oggi.
L’annessione della Crimea alla Federazione Russa del marzo 2014, la guerra ibrida in Donbas e l’abbattimento il 17 luglio 2014 nell’oblast di Donetsk da parte dei separatisti filo-russi dell’aereo della Malaysian airlines, che ha causato la morte di 298 persone, hanno trasformato la guerra russo-ucraina in un conflitto dalle dimensioni internazionali.
Il ritorno a una Nuova Guerra Fredda con l’avvento di un neo-imperialismo russo, come già preconizzato da Edward Lucas nel 2007, non è dunque una provocazione intellettuale “per umiliare la Russia di Putin” come scrisse con una certa impudenza l’ex ambasciatore Sergio Romano, ma una realtà con cui occorre fare i conti.

Cosa ha causato la crisi ucraina? Qual è il ruolo della storia in questi eventi recenti? Cosa differenzia gli ucraini dai russi? Chi ha diritto di governare in Crimea e nell’Ucraina orientale? Perché gli avvenimenti in Ucraina hanno forti ripercussioni internazionali?
Il libro di Plokhy cerca di rispondere a questi interrogativi andando alla radice di molti degli attuali problemi, nella speranza “che la storia possa fornire chiavi di lettura per il presente e influenzare il futuro”.
Passando in rassegna, in un volume di “sole” 395 pagine, più di un millennio di storia – dai tempi di Erodoto, (il primo storico a fornire le tre fondamentali direttrici geografiche dell’Ucraina, tuttora valide, da sud a nord rispettivamente costa della Crimea, cuore centrale della steppa e foreste del nord), fino alla recente guerra in Donbas – l’accademico di Harvard, da valente studioso, sceglie con cura gli eventi su cui approfondire la propria indagine.
Per Plokhy, la cui narrazione compendia al suo interno l’approccio hrushevskyano (Mykhailo Hrushevsky è stato il fondatore della moderna storiografia ucraina ed è lo storico cui è intitolato l’Istituto di Ricerca di Harvard di cui Plokhy è l’attuale Direttore) e i moderni approcci transnazionali che enfatizzano il carattere multietnico dello stato ucraino, centrale è il concetto di Europa.
Il libro, il cui titolo, Le porte d’Europa, è ovviamente una metafora “ma da non prendere alla leggera o da liquidare come una trovata di marketing”, mette infatti in evidenza come “l’Europa è una parte importante della storia ucraina” e al contempo “l’Ucraina è parte della storia dell’Europa”. “Situata al margine occidentale della steppa eurasiatica, l’Ucraina è stata per molti secoli porta d’ingresso per l’Europa. A volte, quando le “porte” erano chiuse a causa di guerre e conflitti, l’Ucraina ha contribuito a fermare le invasioni straniere da est e da ovest; quando erano aperte, come è avvenuto per la maggior parte della storia dell’Ucraina, è servita come ponte tra l’Europa e l’Eurasia, facilitando lo scambio di persone, beni e idee.”
Altrettanto importante, accanto a quella di “europeità”, ai fini dell’analisi storica, è la categoria di nazione. “Nazione è un’importante – sebbene non dominante – categoria di analisi ed elemento della storia che, insieme con l’idea d’Europa in continua evoluzione, definisce la natura di questo lavoro. Questo libro racconta la storia dell’Ucraina entro i confini definiti dagli etnografi e dai cartografi della fine del XIX e l’inizio del XX secolo, che spesso (ma non sempre) coincidono con le frontiere dello Stato Ucraino attuale”.
Il saggio di Plokhy nel definire il suo campo d’indagine fa proprie le coordinate geografiche dello storico greco Erodoto sopra ricordate e, pur nella consapevolezza che “la politica internazionale e nazionale forniscono una trama convincente”, considera la geografia, l’ecologia e la cultura i tre fattori fondamentali per leggere gli avvenimenti storici del Paese.
L’Ucraina contemporanea, considerata dal punto di vista delle tendenze culturali di lungo periodo, è un prodotto dell’interazione di due frontiere in movimento, una delimitata dalla linea tra le steppe eurasiatiche e i parchi dell’Europa orientale, l’altra definita dalla frontiera tra Cristianesimo orientale e occidentale. La prima frontiera era anche quella tra popolazioni sedentarie e nomadi e, alla fine, tra Cristianesimo e Islam. La seconda risale alla divisione dell’impero romano tra Roma e Costantinopoli e segna le differenze di cultura politica tra Europa orientale e occidentale che esistono ancora oggi”.
A detta dell’accademico statunitense l’identità dell’Ucraina attuale deriva “dal movimento di queste frontiere nel corso dei secoli”. Tale movimento “ha dato origine a un insieme unico di caratteristiche culturali che costituiscono le fondamenta dell’identità ucraina odierna”.
Questi dunque gli assunti teorici di un lavoro di grande portata il cui maggior pregio, oltre alla chiarezza e alla brillantezza della prosa, è quello di riuscire ad individuare nella millenaria storia dell’Ucraina alcuni passaggi chiave che ancora oggi influenzano con la loro eredità politico-culturale le vicende del Paese.
Di grande interesse le pagine relative all’Ucraina cosacca – Plokhy è un esperto di storia cosacca (The Cossacks and Religion in Early Modern Ukraine; Tsars and Cossacks: A Study in Iconography; The Cossack Myth History and Nationhood in the Age of Empires) – e quelle dedicate al complesso rapporto tra élite ucraine e russe ai tempi dell’Unione Sovietica.
Entrambi i campi d’indagine, sia quello dell’eredità cosacca – le centurie presenti sul Maidan di Kyiv sono espressione di tale legacy storica – sia quello della dialettica di potere tra russi e ucraini nella defunta URSS – cui si deve tra le altre cose la nascita dei clan di Dnipropetrovsk e di Donetsk, che tanto peso hanno avuto nella storia dell’Ucraina indipendente – risultano illuminanti per comprendere molti dei problemi attuali.

Massimiliano Di Pasquale

Serhii Plokhy The Gates of Europe. A History of Ukraine Basic Books, 2015.