PRINCIPE GIALLO

Sinistra figura allegorica ispirata al Viy di Nicolai Gogol, il Principe Giallo – titolo scelto da Vasyl Barka per il suo straordinario romanzo sul Holodomor – è la personificazione della Morte. Una Morte fisica e spirituale che, come ha scritto Oxana Pachlovska in Civiltà Letteraria Ucraina,  “nasce nei recessi più tenebrosi della coscienza umana e scatena i suoi demoni”.

Il libro, uscito in Italia per i tipi di Pentàgora solo nel 2016, cinquantaquattro anni dopo la sua pubblicazione negli Stati Uniti e trentacinque dopo l’edizione francese, è il resoconto di una delle più dolorose sofferenze della storia contemporanea paragonabile forse – scrive il suo autore – “allo sterminio degli ebrei sotto i nazisti”.

Attraverso una prosa dura e diretta ma non priva di squarci poetici, Barka racconta la lenta agonia che accompagna i componenti della famiglia Katrannyk – il padre Myron , la madre Dariya , la nonna Kharytyna e i tre figli Mykola, Olena e Andriy – in un villaggio immaginario dell’Ucraina centro-orientale, Klenotochi, nel terribile 1933. Nessuno ad eccezione del piccolo Andriy verrà risparmiato dall’atroce morte riservata loro dalla requisizione non solo del grano ma di qualsiasi cosa commestibile da parte degli uomini di Mosca come lo spietato capo bolscevico Hryhoriy Otrokhodin.

Se un bambino, consumato dalla fame, prendeva qualche spiga nelle mani ossute, le guardie sparavano all’istante. Gli invasori buttavano a terra i resti della zuppa di semolino tenuta da parte per i figli dalla madre e li schiacciavano con gli stivali. Nei mandanti e negli esecutori non c’era più nessuna traccia di umanità. Si vedeva solo una sorta di perversa maschera demoniaca. Anche nella morte stessa c’era qualcosa di misterioso: all’improvviso gli uccelli in volo rovinavano senza vita sulla terra; morivano anche molti degli zelanti complici della razzia, che di cibo ne avevano in abbondanza. Come se avessero assunto sostanze avvelenate”.

Questa straziante memoria è tratta dalla nota scritta dallo stesso Barka in calce al libro. L’autore, poeta, scrittore e critico letterario ucraino emigrato nel 1943 in Germania, stabilitosi poi negli Stati Uniti, fu infatti testimone oculare di quegli eventi. Vasyl Ocheret, in arte Vasyl Barka, era nato a Solonytsia, un villaggio nella regione di Poltava nel 1908 da una famiglia di origini cosacche. All’epoca del Holodomor era un giovane intellettuale di venticinque anni che, dopo aver lavorato come insegnante in un villaggio minerario in Donbas, si era in seguito laureato all’Università di Mosca con una tesi sulla Divina Commedia di Dante.

Il Principe Giallo, la cui stesura iniziò negli Stati Uniti nel 1958, si basa su un mix di impressioni personali e racconti di altri ucraini raccolti in un quarto di secolo.

La parte principale è composta da impressioni personali: la fame si sopportava con fatica, era debilitante, con il corpo segnato dalle ferite aperte dei vasi sanguigni che emettevano un liquido brunastro e la pelle delle gambe che si lacerava, mettendo in risalto una superficie mucosa e sanguinolenta. Era difficile camminare e bisognava appoggiarsi ogni tanto a una parete o a una staccionata, attorno a cui giacevano in tanti, già morti. Sembrava che la fine fosse arrivata, ma con la grazia di Dio siamo sopravvissuti, forse per testimoniare ciò che è accaduto.

Nel complesso l’opera si compone di tre piani che potremmo definire un piano realistico – in cui si rappresenta la disgrazia della famiglia contadina alla ricerca disperata del pane, un piano psicologico – in cui l’autore descrive i sentimenti delle vittime del genocidio e un ultimo piano metafisico-spirituale – in cui si manifestano “quei fenomeni legati al mondo delle forze oscure, profondamente contrarie alla natura umana”.

Dal punto di vista stilistico, è interessante notare che nonostante Barka fosse un poeta modernista – Oxana Pachlovska definisce la sua poesia come un microcosmo ermetico in cui si rispecchiano e si fondono vari macrocosmi come quello della Bibbia, dell’universo orientale, del Rinascimento e dell’antica tradizione popolare ucraina – Il Principe Giallo è un romanzo dalla struttura classica caratterizzato da una prosa complessa.

Alessandro Achilli, che ha tradotto il libro sul testo originale ucraino, sottolinea come l’idioma usato sia complesso, distante dall’ucraino di oggi e ricco di espressioni dialettali.

La versione di Olga Jaworsky è decisamente più letterale della mia. Per rendere la lettura più agevole per il pubblico italiano ho adattato certi brani con una buona dosa di audacia. Sono anche passati trentacinque anni tra le due traduzioni, il che può anche giustificare in parte le due diverse scelte traduttologiche”.

Massimiliano Di Pasquale

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I libri del 2015 di Eastern Europe Post

È stato ricco di uscite interessanti il 2015 che in questi giorni ci apprestiamo a salutare. Le scelte di Eastern Europe Post, blog che si occupa di Paesi dell’Europa Orientale, riguardano ovviamente saggi o romanzi che per tematiche fanno riferimento al mondo dell’Europa Orientale e all’universo post-sovietico.
Istruzioni per l’uso:
• I libri non sono in ordine di importanza. Il titolo che compare per primo non è necessariamente il miglior libro del 2015.
• Non tutti i testi sono usciti quest’anno ma sono stati inseriti nella lista come necessari recuperi per la loro importanza.
• Uno degli undici titoli è in lingua inglese. Non ancora pubblicato in Italia è altresì facilmente reperibile online nelle librerie Amazon, Hoepli etc.

Serhy Yekelchyk “The Conflict in Ukraine. What everybody needs to Know (Oxford University Press, 2015) U.S. $ 16.95

La pubblicistica canadese, paese dove vive la più grande diaspora ucraina, si è da sempre contraddistinta per la pubblicazione di lavori seri e rigorosi sull’ex granaio dell’URSS. Il libro di Serhy Yekelchik, professore di Storia e di Studi Slavi all’Università di Vittoria in Canada, è un testo agevole dal taglio divulgativo – didattico che ha l’indubbio pregio di spiegare a tanti neofiti le complesse questioni legate alla guerra in Ucraina con fondamentali rimandi alla storia del Paese. È volutamente strutturato sotto forma di domanda e risposta – Chi sono gli oligarchi? Che cosa hanno in comune la Rivoluzione Arancione del 2004 ed Euromaidan? Cosa era la Rus di Kyiv? etc – per renderlo il più possibile fruibile a tutti.

Gian Piero Piretto “Indirizzo: Unione Sovietica. 25 luoghi di un altro mondo” (Sironi Editore – Milano, 2015) € 22,90


Fratello gemello de La vita privata degli oggetti sovietici, interessante volume, uscito quattro anni fa, sempre per i tipi di Sironi, Indirizzo Unione Sovietica passa in rassegna 25 luoghi, pubblici e privati, che emergono dalla dialettica, forse più russa che sovietica, tra spazio ampio e ristretto, tra aperto e chiuso. I luoghi indagati in questo saggio il cui titolo cita una famosa canzone pop del 1972, Moj adres Sovetskij Sojuz (Il mio indirizzo è: Unione Sovietica), “scritta e musicata da due monumenti della musica leggera sovietica, rispettivamente Vladimir Charitonov e David Tuchmanov”, appartengono non solo alla memoria collettiva di chi visse quell’esperienza storica ma ai ricordi di gioventù dello stesso Piretto.

Tommaso Landolfi “I Russi” (Adelphi – Milano, 2015) € 30


Tommaso Landolfi è stato uno dei grandi scrittori del Novecento italiano. Qui lo troviamo nelle vesti di russista e slavista alle prese con il suo amatissimo Gogol e altri mostri sacri della letteratura russa. Il volume uscito per Adelphi raccoglie, per la prima volta, tutti gli scritti di argomento russo prodotti dall’autore italiano tranne la tesi di laurea su Anna Achmatova e i quattro articoli da questa tratti pubblicati nel 1934-35 sulla rivista “L’Europa Orientale”.

Svetlana Aleksievič “Tempo di seconda mano” (Bompiani – Milano, 2014) € 24


Un recupero dal 2014 per Svetlana Aleksievič, vincitrice del premio Nobel 2015. Tempo di seconda mano è un romanzo corale in cui le memorie private di cittadini ex sovietici si intrecciano con gli avvenimenti storici degli ultimi 23 anni, dal 1991 che segnò la dissoluzione dell’URSS, al 2014 del Maidan ucraino. Essenziale per comprendere le idiosincrasie dell’homo sovieticus e la vita nel mondo post-sovietico segnata da stenti, disillusioni e speranze tradite.

Ettore Cinnella “Ucraina. Il genocidio dimenticato 1932-1933” (Della Porta Editori – Pisa, 2015) € 18

Unendo rigore filologico, profondità dell’analisi storica e una sintassi fluida e scorrevole, il testo di Ettore Cinnella si rivela imprescindibile per chi in Italia voglia approfondire una delle pagine più aberranti della storia sovietica. Il Holodomor, la morte per inedia imposta agli agricoltori ucraini nel biennio 1932-33 da Stalin – il termine significa in ucraino sterminio per fame (holod – carestia, fame – e moryty – uccidere) – è infatti una vicenda che non trova ancora spazio nei libri di scuola ed è ignorata dalla maggioranza dei cittadini al di fuori dell’Ucraina. “La morte per fame in tempo di pace, tra inenarrabili sofferenze, di milioni di essere umani, è un crimine che non può esser negletto né sminuito” (Ettore Cinnella).

Spara Jurij “Viaggiatori nel freddo. Come sopravvivere all’inverno russo con la letteratura” (Exòrma – Roma 2015) € 15,90


Spara Jurij, collettivo nato alla fine del secolo scorso per produrre ‘scrittura totale’ e lavorare su più fronti, tradisce sin dal nome, che omaggia una storica canzone dei CCCP di Giovanni Lindo Ferretti, una passione per il mondo sovietico. Viaggiatori nel freddo, scritto da Elisa Baglioni e Francesco Ruggiero, è un diario di viaggio nella Mosca odierna denso di rimandi e citazioni alla migliore letteratura russa (Čechov, Bulgakov, Cvetaeva) e ricco di aneddoti su alcuni luoghi leggendari dell’ex capitale dell’impero sovietico (MGU, Cremlino, Prospettiva Kutuzov, etc).

Anna Bikont, Joanna Szczęsna “Cianfrusaglie del passato. La vita di Wisława Szymborska” (Adelphi – Milano, 2015) € 28


Considerata la più importante poetessa polacca del Novecento, Wisława Szymborska, vincitrice del Premio Nobel nel 1996, è ancora relativamente sconosciuta nel nostro paese. Questa biografia rigorosa e documentata, frutto di accurate ricerche e di lunghe interviste con l’autrice, impreziosita di un ricco apparato iconografico, ci offre la ghiotta opportunità di conoscere vita e opere di un’artista schiva e riservata che non amava troppo confidarsi in pubblico.

Giovanna Brogi, Oxana Pachlovska “Taras Ševčenko. Dalle carceri zariste al Pantheon ucraino” (Le Monnier Università – Firenze, 2015) € 28

Giovanna Brogi e Oxana Pachlovska, ucrainiste di consolidata fama, hanno realizzato un pregevole volume dedicato al poeta ed eroe nazionale ucraino Taras Ševčenko. Il libro non è una monografia ma un testo poliedrico che, alternando contributi dal taglio letterario, analisi politico-culturali, approfondimenti su opere specifiche e una ricca selezione di poesie liriche e poemetti (con testo a fronte), può interessare in egual misura gli amanti della poesia romantica ottocentesca, gli studiosi di storia dell’Europa orientale e chi ha seguito gli avvenimenti del Maidan di Kyiv dove il ritratto del poeta nazionale è stato esposto più volte dai manifestanti quale simbolo della resistenza del popolo ucraino contro il corrotto regime filorusso di Viktor Yanukovych.

Timothy Snyder “Terra Nera. L’olocausto fra Storia e Presente” (Rizzoli – Milano, 2015) € 26

A quattro anni di distanza dal seminale Terre di Sangue (Rizzoli, 2011), diventato testo di riferimento per il dibattito sulle analogie tra nazismo e regime sovietico, lo storico di Yale torna con un altro lavoro che farà discutere per la sua portata innovativa nel leggere la tragedia dell’Olocausto. L’analisi condotta da Snyder, avvalendosi di fonti mai consultate in precedenza e di preziose testimonianze di superstiti, è davvero illuminante perché dimostra che fattori, ritenuti un tempo secondari, come lo smantellamento degli Stati, furono tra le motivazioni reali della Shoah. Nelle conclusioni finali l’accademico statunitense sottolinea come la situazione attuale, venutasi a creare con l’occupazione della Crimea da parte della Russia nel marzo 2014 e la guerra in Donbas, presenti più di una analogia con l’Europa del Patto Molotov-Ribbentrop. “Il presidente Vladimir Putin ha elaborato una dottrina di politica estera basata sulla guerra etnica. Questo approccio, che ricava dal linguaggio la legittimità a invadere a prescindere che sia stato usato in Cecoslovacchia da Hitler o in Ucraina da Putin, decostruisce le logiche della sovranità nazionale e dei diritti e getta le basi per lo smantellamento degli Stati. Trasforma entità statali riconosciute in bersagli di aggressione volontarie e gli individui in oggetti etnici i cui presunti interessi sono determinati da altri paesi”.

Vasilij Grossman “Uno scrittore in guerra” (Adelphi – Milano, 2015) € 23


Continua la pubblicazione presso Adelphi delle opere del più grande scrittore dell’Unione Sovietica. Questo volume, curato da Antony Beever e Luba Vinogradova, raccoglie gli appunti di Grossman in qualità di inviato speciale di Krasnaja zvezda, il giornale dell’esercito sovietico. Gran parte di questo materiale verrà poi utilizzato dallo scrittore di Berdyčiv per il suo monumentale romanzo Vita e Destino (Adephi, 2008 traduzione di Claudia Zonghetti). Di questi taccuini, fondamentali per ricostruire gli anni di guerra dal 1941 al 1945, sorprende la qualità letteraria e l’efficacia nel descrivere la vita quotidiana dei combattenti fuori da ogni retorica propagandistica.

Serena Vitale “Il defunto odiava i pettegolezzi” (Adelphi – Milano, 2015) € 19


Geniale sin dal titolo, il libro di Serena Vitale è tra le cose più belle lette in Italia negli ultimi anni. Il testo, che ricostruisce con estremo rigore storico- filologico quello che è considerato tuttora uno dei più grandi misteri dell’epoca sovietica, ossia la scomparsa del poeta Vladimir Majakovskij – fu vero suicidio? –, seduce per il suo stile originale che mescola abilmente vari registri letterari. La stessa materia, in mano a una penna meno abile ed esperta, avrebbe potuto dar vita a un libro storico probabilmente pedante. Vitale riesce invece a raccontarci la vicenda di Majakovskij come un romanzo giallo ricco di suspense e ironia.

Massimiliano Di Pasquale

Alla scoperta del Landolfi russo

L’opera omnia di Tommaso Landolfi in corso di pubblicazione presso Adelphi dal 1992, si è arricchita recentemente di un interessante volume che, per la prima volta, riunisce tutti gli scritti di argomento russo prodotti dall’autore italiano ad eccezione della tesi di laurea su Anna Achmatova e dei quattro articoli dalla stessa tratti pubblicati nel 1934-35 sulla rivista “L’Europa Orientale”.

Landolfi – “rappresentante genuino della gloriosa nobiltà meridionale” come ebbe a definirsi – è stato molto probabilmente tra i grandi scrittori del Novecento italiano quello dal maggior respiro internazionale.
Italo Calvino, profondo conoscitore della sua opera, nella postfazione all’antologia Le più belle pagine, pubblicata nel 1982 per avvicinare il pubblico italiano a un autore considerato ostico e “per pochi”, mette in evidenza proprio la “sua identificazione con una dimensione della letteratura europea” e la sua frequentazione, cosa assai rara per quei tempi, con la letteratura russa.

Certo per Landolfi bisogna dare un posto speciale alla sua esperienza di traduttore, e non dalle lingue “che sanno tutti” ma dal russo (che nella cultura letteraria italiana resta una lingua per soli specialisti …). Bisogna insomma dire di quel particolare piacere di far vivere accenti lontani e complessi in una impostazione di voce tutta italiana, con la limpidezza e le ombre del suo Gogol…
Passando in rassegna le più di trecento pagine de I Russi che allinea saggi critici su Puškin, Gogol’, Tolstoj, Dostoevskij, Čechov, Pasternak e traduzioni inedite (Bunin, Tolstoj, Chlebnikov, Sel’vinskij e Puškin) torna in mente un’altra riflessione di Calvino. Quella legata all’effetto sorpresa che Landolfi – qui nelle vesti di critico – provoca nel lettore.


Le considerazioni di Landolfi sull’opera di alcuni autori russi ci inducono a guardare questi scrittori sotto una nuova prospettiva, costringendoci a mettere in discussione opinioni critiche consolidate. Landolfi, sia detto senza sussiego o piaggeria, riesce ad ammaliare il lettore anche nelle vesti di recensore e slavista. Possiamo condividere o meno le sue posizioni – immagino che alcuni slavisti dissentiranno da certe interpretazioni di mostri sacri della letteratura russa – ma ciò che Landolfi scrive avvalendosi di una prosa ricca e immaginifica, ha l’effetto dirompente per dirla alla Calvino “d’un’unghia che stride contro un vetro, o d’una carezza contropelo, o d’un’associazione d’idee che si vorrebbe scacciare subito dalla mente”.
La postfazione di Giovanni Maccari che ha curato il volume costituisce un’utile cartina al tornasole per comprendere le interpretazioni landolfiane di alcuni classici come Gogol’ e Puškin e per collocare l’opera del Landolfi slavista in una corretta dimensione storico-filologica. Nei primi anni Trenta, scrive Maccari, la slavistica in Italia “era forse più giovane e senza dubbio più ingenua di lui”, basti pensare che a Firenze, città in cui Landolfi si era laureato, “non c’era una cattedra di questa disciplina, per cui si deve pensare abbia studiato da solo o con l’aiuto di qualche cortese madrelingua”.
Nonostante ciò l’amore di Landolfi per la letteratura russa – un vero e proprio colpo di fulmine “sotto il segno di una leggera esaltazione” – sboccia grazie alle frequentazioni dell’ambiente fiorentino nell’inverno del 1929.
E mentre in Piazza San Marco, nelle aule della facoltà di Lettere, si svolgevano i corsi accuratamente disertati di professori famosi, Landolfi andava per bische e “parlava di letteratura” con i suoi amici fiorentini, studenti come lui e come lui pieni di attese e di speranze, per i destini generali soprattutto, e un po’ anche per i propri. E un bel giorno uno di questi amici, Renato Poggioli, si rinchiude nel suo piccolo appartamento vicino al Ponte Vecchio e ne esce due mesi dopo in possesso di un nuovo e straordinario sapere, ossia la conoscenza dell’alfabeto cirillico”.
Sarà come gettare un fiammifero nella benzina – sottolinea Maccari.
In un gesto eroico degno del dandy colto, raffinato, schivo, autoironico, talvolta depresso già in nuce dentro di lui, Landolfi si lancerà all’inseguimento di Poggioli e qualche anno più tardi conseguirà la laurea in Letteratura russa con una tesi sulla poetessa Anna Achmatova.
Il dualismo morale, i fantasmi, l’innocenza russa, Gogol’ e Dostoevskij entreranno stabilmente “fra gli agenti attivi del mondo immaginario di Landolfi”, un mondo a cui lo scrittore attingerà a piene mani sia per la sua produzione letteraria sia per la sua esistenza di uomo superfluo e di nobile spiantato.

Massimiliano Di Pasquale

Tommaso Landolfi I Russi Adelphi, Milano 2015

Taras Ševčenko. Dalle carceri zariste al Pantheon ucraino

Giovanna Brogi e Oxana Pachlovska – ucrainiste di consolidata fama, già autrici in Italia e all’estero di varie pubblicazioni sulla storia, la cultura e la letteratura ucraina – hanno consegnato alle stampe all’inizio del 2015 un pregevole volume dedicato al poeta ed eroe nazionale ucraino Taras Hryhorovyč Ševčenko.
Il libro, intitolato Taras Ševčenko. Dalle carceri zariste al Pantheon ucraino, uscito per i tipi di Le Monnier Università con il sostegno dell’Istituto di Cultura Italiana di Kyiv, non è una monografia, ma un testo poliedrico che, seppure concepito per finalità didattiche, non va considerato esclusivo appannaggio degli studenti di ucrainistica.
Sfogliando l’indice si intuisce subito che il volume – il primo in Italia a offrire una raccolta di saggi su un classico della letteratura mondiale – è stato pensato per una platea più vasta di quella degli slavisti di professione. Alternando contributi dal taglio letterario, analisi politico-culturali, approfondimenti su opere specifiche e una ricca selezione di poesie liriche e poemetti (con testo a fronte), il libro sul poeta nazionale ucraino può interessare in egual misura gli amanti della poesia romantica ottocentesca, gli studiosi di storia dell’Europa orientale e chi ha seguito gli avvenimenti del Maidan di Kyiv. Nelle proteste di Piazza dell’inverno 2013-2014 il ritratto del poeta nazionale è stato esposto più volte dai manifestanti come simbolo della resistenza del popolo ucraino contro il corrotto regime filorusso di Viktor Yanukovych.
Il saggio di Oxana Pachlovska Taras Ševčenko. «Lottate e vincerete! », in apertura, offre un contributo di grande momento proprio per comprendere l’attualità della figura del poeta anche alla luce della storia più recente del Paese.
Il monito «Lottate e vincerete!», rivolto ai popoli soggetti al dominio imperiale di Mosca contenuto nei versi del poemetto Caucaso, pubblicato nel 1845 – monito scelto come titolo dalla Pachlovska per il suo saggio – riflette uno degli aspetti essenziali della personalità del poeta ucraino, ossia “la determinazione nell’affrontare con incrollabile fermezza e costanza la lotta contro l’ingiustizia e l’oppressione, e la difesa della libertà e della dignità degli uomini, in quanto individui e in quanto popoli, indipendentemente da razza, religione o tradizione culturale”.


Per questo motivo Ševčenko non solo “ha sempre rappresentato, e continua a rappresentare, un punto di riferimento essenziale e una pietra fondante del processo […] di costituzione della nazione ucraina moderna” ma fin dai tempi della Russia zarista è sempre stato “oggetto di critica virulenta da parte di ampie cerchie di intellettuali e poi vittima della persecuzione della polizia zarista”.
Pachlovska, dopo aver ricordato come una vera fioritura di studi sul poeta sia avvenuta solo a partire dal 1991, anno dell’indipendenza ucraina ( in epoca sovietica la figura di Ševčenko fu vittima di ‘appropriazione ideologica’ e il suo messaggio etico, poetico e intellettuale venne piegato ai dettami del ‘socialismo reale’), approfondisce in ottica culturologica alcuni fondamentali questioni quali la dimensione interslava ed europea del suo pensiero, il concetto di patria che si andava sviluppando attorno a lui nella prima metà dell’Ottocento, il possibile futuro assetto geopolitico dei popoli soggetti all’Impero russo e le sue concezioni etiche e religiose.
Tanti sono gli spunti di riflessione proposti dalla studiosa di Kyiv, a cominciare dalla differenza tra i termini Piccola Russia e Ucraina, che costituisce tra l’altro un primo crinale ideologico-semantico tra Taras Ševčenko e Mykola Hohol’ (Nikolai Gogol’ secondo la grafia russa).
Ševčenko […] fece una netta distinzione tra la Piccola Russia e l’Ucraina, definendole come due realtà antitetiche: la prima sottomessa e tendente all’adeguazione al sistema, la seconda, ribelle e conscia della propria storia e identità”. Per il poeta di Kaniv l’Ucraina è una realtà alternativa – radicata in un passato glorioso, quello del Cosaccato – alla Piccola Russia di Caterina II, concepita dalla zarina come spazio totalmente integrato nella nuova patria imperiale.
Molto interessante anche l’analisi comparata tra la poetica di Ševčenko e quella di altri due geni delle culture confinanti (polacca e russa): Adam Mickiewicz (1798-1855) e Aleksandr Puškin (1799-1837).
Ad accomunarli c’è la stessa matrice romantica a dividerli la diversa concettualizzazione attribuita a due valori chiave del Romanticismo, il concetto di libertà e quello di popolo.
Se per Puškin l’impero [N.d.r quello russo, ovviamente!] ha diritto di sacrificare i sudditi nel nome di una gloria imperitura astratta, per Mickiewicz e Ševčenko la nazione è espressione di Dio in terra, mentre l’impero è espressione del demonio, una biblica Bestia degli abissi”.
È utile sottolineare inoltre la differente concezione imperiale che separa Mickiewicz da Puškin. Mentre per il poeta moscovita la Grande Russia “doveva ergersi a baluardo dell’ortodossia, facendo confluire in un’unica realtà politica e culturale tutti i popoli slavi” per Mickiewicz la Polonia, che in passato aveva compiuto ingiustizie verso gli altri popoli, in particolare verso l’Ucraina, avrebbe dovuto “ricomporre i suoi confini storici, abbracciando al suo interno la Lituania, l’Ucraina e la Belarus’, garantendo però a questi popoli, pieno diritto all’autodeterminazione politica e all’affermazione di una propria autonoma soggettività culturale”.
Più complessa la posizione di Ševčenko che deve fare i conti con due realtà, la Polonia e la Russia, che in periodi storici diversi avevano negato all’Ucraina il diritto di esistere.
Per il poeta ucraino tutti i popoli, grandi o piccoli, cristiani o meno, hanno diritto a preservare le proprie tradizioni e a difendere la propria cultura.
In questo senso scrive Pachlovska “Ševčenko compieva il passo – innovativo fino ad essere rivoluzionario – di aprirsi a tutte le culture dell’impero e di rivendicarne il diritto alla propria individualità”. È questa una posizione, sottolinea sempre la studiosa, che “anticipa le moderne tendenze al multiculturalismo e le problematiche anticoloniali novecentesche”.

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Il rapporto tra Gogol’ e Ševčenko, solo accennato nel saggio della Pachlovska, viene indagato, alla luce degli studi più recenti, nell’articolo conclusivo del libro da Giovanna Brogi. È un tema questo affascinante quanto controverso che “continua a suscitare passioni, amarezze, recriminazioni, oppure ostentata indifferenza fra studiosi russi e ucraini”.
Brogi cerca di fissare alcuni punti fermi pur nella consapevolezza “delle profonde differenze fra i due scrittori e, soprattutto, dell’asprezza dei contrasti che ha opposto (e in parte ancora oggi oppone) le varie interpretazioni critiche”.
Per comprendere affinità e differenze tra le due figure è fondamentale accennare brevemente alle loro biografie che rendono ragione delle “divergenti specificità culturali dei due scrittori”.
Gogol’ nato nel 1809 a Velyki Soročynci nei pressi di Poltava da una famiglia della piccola nobiltà ucraino-polacca, “che aveva in Ostap Hohol’, colonnello cosacco del XVII secolo, il proprio più glorioso antenato”, studiò al prestigioso liceo di Nižyn, fondato nel 1805 per diffondere tra i discendenti della nobiltà cosacca “l’educazione russa e farne dei buoni sudditi dell’impero, russofoni e russificati”.
Taras Ševčenko, seppure figlio dell’età cosacca come Gogol’, ebbe un’infanzia molto diversa. Nato nel 1814 a Moryntsy, un villaggio sulla riva destra del Dnipro, da una famiglia di servi della gleba rimase orfano di entrambi i genitori a soli dodici anni e visse un’adolescenza miserrima che riscatterà grazie a un prodigioso talento artistico, letterario e filosofico.
Lo stile di vita di Ševčenko, quando lo scrittore avrà finalmente accesso alle porte dei teatri e dei salotti di Pietroburgo, la cui nobiltà Gogol’ allieta da tempo con i suoi geniali e inquietanti racconti ‘piccolo-russi’, sarà sempre, per certi versi, antitetico rispetto a quello dell’autore delle Anime morte.
Mentre Gogol’ era desideroso di equipararsi ai nobili russi e “faceva ogni sforzo per emergere come scrittore a fianco della stella di Puškin”, Ševčenko, liberatosi dalla condizione servile nel 1838, si immergerà fino al collo nella vita pietroburghese studiando “anatomia, architettura, storia dell’arte, paesaggistica, disegno e pittura, e tutte le materie dei corsi dell’Accademia delle Belle Arti”.
La profonda diversità del background sociale e culturale dei due scrittori spiega perché anche il mito cosacco che li accomuna venga interpretato da Ševčenko in maniera opposta rispetto a Gogol’.
Nell’epistola poetica A Hohol’ scritta da Ševčenko nel 1844 il tema cosacco “si esprime come ‘mito rovesciato’, amara riflessione sull’inglorioso presente: non rombano più i cannoni cosacchi, non si combatte più contro il polacco e il tataro, non si difende più la libertà cosacca a costo della vita come si faceva al tempo di Taras Bul’ba e di Gonta”.
Mentre Ševčenko, figlio della società cosacca contadina, scommette sulla capacità rigenerativa della nazione attraverso la radicalità della sua poesia di protesta, per Gogol’ il mondo cosacco della Piccola Russia – termine che Ševčenko rifiuta preferendogli quello di Ucraina – è un luogo della memoria, un rifugio per l’anima senza alcuna valenza politica.

Massimiliano Di Pasquale

Giovanna Brogi, Oxana Pachlovska Taras Ševčenko. Dalle carceri zariste al Pantheon ucraino Le Monnier Università, Firenze 2015.

I migliori libri del 2014

Qualche settimana fa, quando decisi di scrivere questo articolo sui migliori libri del 2014 di Eastern Europe Post, certo che il Maidan di Kyiv verrà ricordato come uno spartiacque nella Storia dell’Europa Centro-Orientale degli ultimi 100 anni, volevo fare precedere il pezzo vero e proprio da un’analisi di natura geopolitica. Il 2014, al pari del 1989 di cui ricorreva il 25° anniversario, è stato infatti un anno epocale che ha segnato l’inizio di un nuovo scontro, duro e senza infingimenti, tra l’Europa Occidentale e la Russia di Putin. Se venticinque anni fa, con il crollo del Muro di Berlino, si concludeva la Guerra Fredda, oggi a distanza di un quarto di secolo, l’aggressività su scala mondiale della Russia – già denunciata da Edward Lucas nel 2008 in “The New Cold War” – ci pone di fronte all’inquietante scenario geopolitico di una Nuova Guerra Fredda fra l’Occidente e una Russia che, abiurati i timidi tentativi di riforma del primo Eltsin, ha trovato nelle politiche autocratiche e imperialiste di Putin un collante che affascina in egual misura stalinisti, fascisti e populisti anti-occidentali. Dopo un’attenta riflessione ho pensato che un’analisi di siffatta natura esulasse dallo scopo di questo articolo e che fosse più che sufficiente, per rendere ragione delle mie scelte editoriale, la breve introduzione che avete appena letto. Coerentemente con un blog che si occupa di Paesi dell’Europa Orientale le scelte privilegiano libri, sia essi di saggistica o di narrativa, che permettono al lettore italiano di scoprire un universo ancora oggi ignoto e oggetto di letture parziali dovute a molteplici ragioni non ultima l’egemonia culturale in ambito accademico ed editoriale di settori della sinistra italiana storicamente legati all’URSS. La curiosità intellettuale abbatte steccati ideologici, visioni fuorvianti di un mondo altro che ci è stato raccontato solo attraverso stereotipi e ci può accostare a mondi e a culture affascinanti ingiustamente snobbate fino all’altro ieri solo per pigrizia o scarsa conoscenza. Buona lettura
Istruzioni per l’uso:
I libri non sono in ordine di importanza. Il titolo che compare per primo non è necessariamente il miglior libro del 2014 per Eastern Europe Post
• Alcuni testi sono usciti a fine 2013 , altri sono stati inseriti come imprescindibili “recuperi”
• Non sono dieci come le classifiche di fine anno della maggior parte dei giornali ma molti di più

1. Mark Hollingsworth, Stewart Lansley “Londongrad. From Russia with cash. The Inside Story of the Oligarchs” (Four Estate, London, 2010).
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Londongrad, uscito in Inghilterra nel 2010 e mai tradotto in Italia, è un saggio che racconta la storia degli oligarchi russi residenti nella capitale britannica e la complessa rete di relazioni politico-economiche che li ha legati e li lega al Cremlino e a Londra, centro finanziario internazionale, scelto, a partire dalla fine degli anni’90 come base delle proprie attività. Complesso e articolato, capace di coniugare diversi registri giornalistici – dalla cronaca di costume a quella finanziaria, passando inevitabilmente per quella nera, basti pensare all’omicidio Litvinenko – il libro di Hollingsworth e Lansley è lettura imprescindibile per chi voglia conoscere più da vicino la storia della Russia degli ultimi 20 anni.

2. Joseph Roth “L’Anticristo” (Editori Riuniti, 2010).
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Inedito in Italia fino a 4 anni fa, questo lavoro del grande scrittore mitteleuropeo di Brody (Galizia austroungarica) si rivela libro di straordinaria attualità. Imprescindibile cartina al tornasole per decifrare il male del nostro tempo. Gli incubi degli anni ’30 – Roth ben 15 anni prima di Orwell osò mettere sullo stesso piano le aberrazioni del nazismo e quelle del comunismo – il mondo falso e vacuo di Hollywood, epitome di una civiltà dell’immagine così vicina a quella attuale delle “realtà virtuali”, fanno de L’Anticristo opera profetica e assolutamente originale.

3. Edward Lucas “La Nuova Guerra Fredda. Il putinismo e le minacce per l’Occidente” (Università Bocconi Editore, Milano 2009).
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Bollato da Sergio Romano, che ne ha curato la prefazione in Italia, come “una inutile provocazione” dietro la quale si nasconde “non tanto il desiderio di riformare la Russia, quanto di indebolirla e umiliarla”, il testo di Edward Lucas si è rivelato altresì drammaticamente profetico nel delineare uno scenario di Guerra Fredda che i più saggi avevano già intuito dopo l’invasione del Cremlino in Georgia nell’estate del 2008. Chi ha dimestichezza con l’inglese può recuperare l’ultimissima edizione uscita qualche mese fa aggiornata alla recente crisi ucraina.

4. Svetlana Aleksievič “Tempo di seconda mano” (Bompiani 2014).
Tempo di seconda Mano - Svetlana Aleksievic (Bompiani)
Romanzo corale in cui le memorie private di cittadini ex sovietici si intrecciano con gli avvenimenti storici degli ultimi 23 anni, dal 1991 che segnò la dissoluzione dell’URSS, al 2014 del Maidan ucraino. Essenziale per comprendere le idiosincrasie dell’homo sovieticus e la vita nel mondo post-sovietico segnata da stenti, disillusioni e speranze tradite.

5. Charles King “Odessa. Splendore e tragedia di una città di sogno” (Einaudi, 2013).
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Saggio scritto con il piglio fresco e avvincente di un romanzo, il libro di King, frutto di anni di ricerche bibliografiche e sul campo, è un affresco colto e affascinante della città più cosmopolita di Ucraina. Polis meticcia che, nel corso dei secoli, ha ispirato registi come Ėjzenštejn, scrittori quali Aleksandr Puškin e Isaak Babel’ ma in cui si sono consumate pagine tragiche dell’ebraismo orientale.

6. Andrei Kurkov “Diari Ucraini” (Keller, 2014).
Diari Ucraini - Andrei Kurkov (keller)
Le proteste del Maidan di Kyiv nel libro più intimista e cupo di Andrei Kurkov, scrittore pietroburghese dalla vena gogoliana. I suoi diari, che coprono l’arco temporale che va dal novembre 2013 (inizio delle proteste sul Maidan Nezalezhnosti) al giugno 2014, passando in rassegna eventi che sono già storia (caduta del regime di Yanukovych, annessione della Crimea, guerra in Donbas…), sono utilissimi per comprendere cosa sta accadendo oggi sull’ultima frontiera orientale. Complementare al libro di Kurkov l’ebook dal taglio volutamente didattico pubblicato da Mauro Voerzio, Gli angeli del Maidan, che racconta sulla base dell’esperienza diretta – l’autore è stato infatti nei luoghi delle proteste – la Rivoluzione della Dignità del popolo ucraino. gli angeli di maidan - Mauro Voerzio(online https://www.bookrepublic.it/book/9786050321227-gli-angeli-di-maidan/)

7. Antonio Carioti, Paolo Rastelli (a cura di) “1989. Il crollo del Muro di Berlino e la nascita della Nuova Europa” (Corriere della Sera/RCS, 2014).
1989 -
Raccolta di 21 articoli/saggi che da prospettive diverse analizzano, a distanza di 25 anni, l’evento più importante del secondo Novecento. Lettura interessante, seppure dalla qualità disomogenea. Buoni i contributi di Federico Argentieri, Pierluigi Battista, Gian Piero Piretto, Paolo Lepri e le intervista di Antonio Carioti e Paolo Valentino rispettivamente a Gianluca Falanga e a Joschka Fischer.

8. Patrick Leigh Fermor “Fra i Boschi e l’Acqua” (Adelphi 2013).
Fra i Boschi e l'Acqua - Patrick Leigh Fermor (Adelphi)
Meno noto di Chatwin, nonostante lo stesso autore di “In Patagonia”, lo abbia più volte definito il suo maestro, Leigh Fermor è narratore di razza che merita di essere scoperto anche in Italia. Un plauso all’ottima Adelphi che negli ultimi anni sta pubblicando tutto il suo catalogo. Seconda parte del viaggio descritto in “Tempo di Regali” (Adelphi 2009), “Fra i Boschi e L’acqua” ripercorre i mille chilometri successivi dalla Grande Pianura ungherese fino ai Carpazi rumeni. Quando la letteratura di viaggio assurge a vera e propria arte.

9. Rachel Polonsky “La Lanterna Magica di Molotov” (Adelphi 2014).
la lanterna Magica di Molotov - Rachel Polonsky (Adelphi)
Un excursus nella storia della Russia dal taglio assolutamente originale. Una sorta di ricerca del tempo perduto che prende le mosse casualmente dai libri ritrovati dall’autrice nella biblioteca privata dell’appartamento moscovita di Molotov.

10. Valerij Panjuškin “L’Olimpo di Putin”(Edizioni E/0 2014).
L'Olimpo di Putin - Valerij Panjuskin (edizioni EO)
Ogni metropoli ha al suo quartiere esclusivo. A Mosca si chiama Rublyovka: qui vive il gotha della politica e della finanza russa. Chi abita dietro ai muri altissimi che circondano queste ville sontuose appartiene all’Olimpo del nuovo Zar. Il fatto che Putin e Medvedev vengano volutamente lasciati sullo sfondo e che l’autore usi il fioretto rinunciando a stilettate aperte non inficia la rilevanza di un testo che fotografa con nitidezza, seppur venata di sottile sarcasmo e ironia, la Russia attuale.

11. Donatella Sasso “Milena, la terribile ragazza di Praga” (Effatà Editrice, 2014).
Milena la terribile ragazza di Praga - Donatella Sasso (Effatà editrice)
È un libro molto bello e di piacevole lettura quello scritto da Donatella Sasso, ricercatrice di storia contemporanea presso l’Istituto Salvemini di Torino e appassionata di cultura ebraica. Il primo in Italia a ripercorre la vita di Milena Jesenská, nota ai più per la sua tormentata storia d’amore con lo scrittore Franz Kafka…. Il libro della Sasso ci aiuta a scoprire le gesta di una donna la cui straordinaria vita è sempre stata caratterizzata da coraggio e tenacia anche nei momenti più drammatici.

12. Marietta Čudakova “Michail Bulgakov. Cronaca di una vita” (Odoya 2013).
Michail Bulgakov. Cronache di una vita - Marietta Cudakova (Odoya)
Opera monumentale, quasi 500 pagine, che ripercorre la vita di uno dei più grandi scrittori russi del ‘900. “Un libro – come ha acutamente scritto la traduttrice e curatrice dell’opera Claudia Zonghetti – che porta il lettore a Kiev prima e a Mosca poi, sottobraccio a Bulgakov e ai suoi amici e detrattori […] Un libro vivo, che ci scaraventa anima e corpo in una parabola umana faticosissima, intensa e tragica, ma sempre con un angolo delle labbra alzato…”

13. Katja Petrowskaja “Forse Esther” (Adelphi 2014).
Forse Esther - Katja Petrowskaja (Adelphi)
Die Zeit ne ha tessuto le lodi definendolo il migliore romanzo che la letteratura tedesca abbia prodotto dopo Austerlitz di Sebald. Petrowskaja scrive in tedesco ma è nata a Kiev nel 1970 e si è laureata a Tartu in Estonia. Il suo libro, che coniuga cultura russa, ucraina, ebraica e tedesca, è un intenso viaggio a ritroso nella storia del Novecento che parte da una tragedia famigliare. Kiev, Mosca, Varsavia, Berlino… i ghetti, i gulag stalinisti e i lager nazisti…

14. Jan Brokken “Anime Baltiche” (Iperborea 2014).
Anime Baltiche - Jan Brokken (Iperborea)
Riga, Tallinn, Vilnius, Kaliningrad… Anime Baltiche dello scrittore e viaggiatore olandese Jan Brokken, racconta con taglio colto e piacevole, quello della miglior narrativa di viaggio, la storia di questo pezzo dimenticato d’Europa che in troppi ancora oggi confondono con la Russia.

15. Avrom Bendavid-Val “I cieli sono vuoti. Alla scoperta di una città scomparsa” (Guanda 2013).
I cieli sono vuoti - Avrom Bendavid - Val (Guanda)
Nel fortunato romanzo di Jonathan Safran Foer “Ogni cosa è illuminata” il nome di fantasia del villaggio ebraico in cui il protagonista andava alla ricerca delle proprie radici era Trachimbrod, nella realtà si chiamava Trochenbrod. Il libro di Bendaviv-Val ricostruisce con estremo rigore filologico la storia di questo luogo dell’Ucraina occidentale (distrutto nel 1941 dalla furia nazista) esempio unico di cittadina completamente ed esclusivamente ebraica.

16. I.J. Singer “La Famiglia Karnowski” (Adelphi 2013).
La famiglia Karnowski - I.J. Singer (Adelphi)
Il romanzo più bello che mi sia capito di leggere da 10 anni a questa parte. La saga di questa famiglia ebrea (tre generazioni a confronto sullo sfondo di Polonia, Germania e Stati Uniti) raccontata da Singer con uno stile nitido e avvincente – non riesci a staccarti facilmente da queste pagine – è uno dei capolavori del Novecento solo recentemente riscoperto. Verrò accusato di blasfemia se dico che per me è superiore ai “Buddenbrook” di Thomas Mann?

17. Kosztolányi Dezsó “Anna Édes” (Edizioni Anfora, 2014).
Anna Édes Dezsö Kosztolányi(Edizioni Anfora)
Sándor Márai, uno dei più grandi scrittori ungheresi del Novecento, autore di capolavori come “Le Braci” e “L’eredità di Eszter”, parlava di Kosztolányi come di un autentico genio letterario. Leggendo Anna Édes, forse il miglior romanzo dello scrittore di Szabadka, non si può che condividere il giudizio di Márai. Lettura imprescindibile per chi ama le atmosfere drammatiche e decadenti della miglior letteratura mitteleuropea. Grazie ai tipi di Anfora per averci regalato questo autentica perla.

Massimiliano Di Pasquale

L’Europa Orientale nelle pagine di Pier Vittorio Tondelli

Attualità di Tondelli
L’interesse nei confronti di Pier Vittorio Tondelli, a più di vent’anni dalla sua prematura scomparsa, avvenuta nel 1991, a soli 36 anni, non ha mai conosciuto battute d’arresto. Vive nei cuori di lettori vecchi e nuovi, le pagine dello scrittore di Correggio sono state oggetto di molteplici interpretazioni da parte della critica letteraria non solo nazionale.
Interpretazioni che, seppur ampliando lo spettro d’analisi, non sempre hanno favorito una migliore comprensione della sua opera. Tra le tante riflessioni sugli scritti tondelliani meritevole di interesse, per le prospettive che schiude, è quella di Enrico Palandri, scrittore, saggista e coetaneo di Tondelli che esordì nel 1979 con quel Boccalone che in tanti accostarono per temi e luoghi ad Altri Libertini, forse il libro più importante della produzione tondelliana.

Copertina Altri Libertini

Copertina Altri Libertini

Filologia anni ‘80
Enrico Palandri in un breve saggio intitolato Tondelli e la generazione – uscito nel 2005 per i tipi di Laterza – colloca l’opera di Tondelli all’interno di un particolare contesto generazionale, quello di un gruppo di intellettuali che, lasciandosi alle spalle il movimento degli anni ’70, si affacciavano con interesse e curiosità alla nuova decade seguendo percorsi eterogenei e individuali.
A differenza di molte generazioni del Novecento che, a partire dai futuristi, hanno cercato di trovarsi collettivamente nella storia e poi farsi largo come movimento artistico, il nostro è stato un atteggiamento individualistico, marcato non da un’adesione ma semmai da un rifiuto: segnato più dal montaliano ‘quel che non siamo quel che non vogliamo’ che da manifesti.
Ribadita l’individualità dei percorsi e il rifiuto di una “poetica di generazione”, tratto questo che accomuna Tondelli e Palandri a scrittori a loro coevi come Del Giudice, De Carlo e Piersanti, Palandri – che nella sua disamina critica sceglie un taglio in cui la dimensione politico sociale affianca quella più squisitamente letteraria – evidenzia uno dei temi fondamentali dell’opera dello scrittore emiliano, ossia il suo profondo rapporto con gli anni ’80.
Nel capitolo intitolato “anni ‘80” lo scrittore veneziano presentando i tratti distintivi di una decade in cui si assiste per la prima volta nel dopoguerra alla rinuncia alla politica e alla nascita di “qualcosa di diverso” sottolinea come Tondelli finisca per diventare la figura di riferimento di quel decennio. “Pier vive gli anni ottanta sull’onda dell’attenzione al gusto, alla musica, al significato seducente ma non segmentato da opposizioni ideologiche. A questa nuova epoca si dà con generosità: diviene la figura di riferimento per un passaggio che fa storcere il naso a molti, ma che raccoglie consenso in un nuovo territorio” .

Tondelli in una foto di metà anni '80

Tondelli in una foto di metà anni ’80

Nulla di nuovo si potrebbe obiettare visto che da più parti è stato scritto come Tondelli sia stato un autentico filologo di quella decade. In realtà Palandri sembra suggerire che una corretta comprensione dell’opera tondelliana passa proprio per una più approfondita analisi del rapporto che lega lo scrittore di Correggio agli anni ’80.
Un rapporto che va studiato senza alcuna censura o pregiudiziale. La censura cui si fa riferimento è quella di certa critica che usando paradigmi marxisti ha bollato quel decennio come frivolo e vacuo e Tondelli come uno scrittore disimpegnato. In primis il gruppo di “Linea d’Ombra” che considera Pier “un confusionario proprio perché viene via con tanta decisione dalla politica”. Occuparsi del Tondelli filologo anni ’80 significa necessariamente prendere le mosse dal romanzo d’esordio Altri Libertini, pubblicato in quel 1980 che segna non solo l’inizio di una nuova decade, ma il sorgere di una vera e propria narrativa nuova in Italia. Se come scrive Giuseppe Bonura con Il nome della Rosa di Umberto Eco – uscito sempre in quell’anno – “comincia la marcia trionfale della scrittura euforica e aideologica” è altrettanto vero che le ambientazioni anni ’70 presenti nel romanzo a episodi di Tondelli sono completamente private di ogni riferimento ideologico (di qui le critiche degli intellettuali marxisti che continuano a teorizzare l’egemonia della politica sulla cultura) e vengono rilette alla luce di una nuova sensibilità. A ben vedere è proprio questo l’elemento dirompente, rivoluzionario oserei dire eretico di Altri Libertini. L’eresia di Tondelli non è certo quella delle bestemmie – peraltro funzionali all’economia narrativa – presenti nel racconto Postoristoro che valsero allo scrittore un processo per oscenità da cui fu assolto con formula piena, bensì quella di essersi affrancato dagli anni ’70 restituendo centralità all’individualità dell’artista. Un’eresia ancora più forte perché questa operazione di emancipazione si realizza attraverso l’utilizzo di un linguaggio post-moderno che mescola l’alto e il basso, Céline e Kerouac, il teatro e i fumetti, l’opera e la musica rock.
Il postmoderno tondelliano, che troverà sistemazione compiuta ne Il Weekend Postmoderno – romanzo critico che raccoglie tutta la produzione giornalistica, letteraria e saggistica dell’autore e il cui sottotitolo non a caso recita Cronache degli Anni ‘80 –, nasce dunque sull’asfalto dell’ autobahn meravigliosa che univa Carpi, periferia estrema di Berlino al Mare del Nord.

WEEKEND POSTr

Il prisma berlinese
Con Altri Libertini Tondelli si pone dunque in discontinuità dialettica con la tradizione letteraria italiana degli anni ‘70, collocandosi sulla scia delle avanguardie culturali di un’Europa che guarda già, attraverso il prisma berlinese, oltrecortina.
Questo rapporto privilegiato con la metropoli tedesca che ha spinto Fulvio Panzeri a parlare di Berlino come del “luogo dell’anima tondelliana” merita di essere indagato in profondità.
Non solo perché Berlino fa da sfondo ad alcune tra le migliori pagine di Tondelli (su tutte lo splendido affresco nostalgico del racconto “Ragazzi a Natale”), ma perché è attraverso il contatto con questa città divisa che matura nell’autore emiliano la necessità sempre più pressante di confrontarsi con ciò che si schiude al di là del Muro. Approdato sulle rive della Sprea per la prima volta nel 1983 alla ricerca delle atmosfere decadenti anni ’30 descritte da Christopher Isherwood in Addio a Berlino, Tondelli viene a contatto con il “laboratorio culturale” e con la vivacità artistica di una città che agli inizi degli anni ’80 è un’autentica fucina di talenti.
L’underground berlinese di quegli anni esercita un’attrazione davvero singolare su scrittori, musicisti e cineasti. Non è un caso che alcune delle opere più significative in ambito musicale e cinematografico della decade ’77-’87 nascono proprio dall’humus creativo delle case occupate di Kreuzberg e degli eleganti cafè mitteleuropei di Charlottenburg. Dal Bowie della trilogia berlinese ai Depeche Mode “kurtweilliani” di Black Celebration passando per il Wenders de Il cielo sopra Berlino, sono davvero molti gli artisti che vedono in Berlino un luogo in cui ambientare le proprie storie e in cui approdare alla ricerca di stimoli creativi. Parafrasando il Manzoni un vero e proprio risciacquare i panni nella Sprea! Al mito di Berlino non è immune neanche Pier Vittorio che a tal proposito nel 1990 rievocando quei giorni così scriverà:
Nei primi anni ottanta il mito di Berlino, del suo punk, delle case occupate di Kreuzberg, dei suoi teatri e della sua drammaturgia, di un modo di vivere disinibito e “facile” appariva come il più radicato presso le giovani generazioni. In tanti siamo andati a Berlino in quegli anni”.

CCCP

CCCP

Tra i tanti anche due “vicini di casa” di Tondelli, Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni, che proprio a Berlino si conoscono e danno vita ai CCCP Fedeli alla Linea.
Racconterà Zamboni nel 1985 in un’intervista alla fanzine Snowdonia: “La storia è nata quando ho incontrato Giovanni a Berlino per puro caso; anche se abitavamo nella stessa città – Reggio Emilia – non ci conoscevamo assolutamente. Ci siamo trovati in discoteca a Berlino e questo ci ha ispirato molte cose: il tutto accadde quattro anni fa circa. Ci aveva ispirati il fatto che c’erano un sacco di gruppi berlinesi che suonavano musica che era soltanto berlinese, vale a dire era cantata in tedesco e parlava di loro, non era né funky, né parlava di cose che succedono in America. L’altro stimolo è che un giorno siamo andati a Berlino Est e da lì sono cominciate a frullare un po’ di cose […] anche a Berlino Est ci sono i punks, c’erano delle storie del genere e noi siamo stati colpiti da questo fatto, perché di solito pensi che aldilà c’è la steppa, ben che vada”.

Punk Falce e Martello
Pier Vittorio, che all’attività di romanziere ha sempre affiancato quella di giornalista, caratteristica anche questa che contribuisce a farne una figura di scrittore sui generis, non può che raccontare con interesse ciò che succede nel vivace laboratorio culturale di Berlino.
Nel novembre del 1984 in un articolo sulle pagine del settimanale l’Espresso, divenuto ormai celebre – “Punk, Falce e Martello” – lo scrittore si interroga “sul diffuso bisogno di un confronto con l’impero sovietico, senza però gli atteggiamenti caricaturali e le deformazioni del passato”. L’operazione di Tondelli non è di tipo ideologico. Da acuto osservatore dell’universo giovanile l’autore correggese percepisce che il desiderio di confrontarsi con l’immaginario sovietico, un mondo assolutamente alieno ai codici estetici occidentali, è pressante, reale, inderogabile.
A sostegno di questa tesi, sicuramente audace in anni di “edonismo reaganiano”, Tondelli cita il recupero dell’iconografia sovietica nei videoclip dei Frankie Goes To Hollywood, le monografie dedicate alla Russia dalla rivista francese “Metal Hurlant”, i suoni industrial di Cabaret Voltaire e Depeche Mode ispirati ai Fehlfarben, band della DDR e in Italia il punk filosovietico dei CCCP Fedeli alla Linea. L’articolo – che ex-post finisce per assumere una valenza notevole in quanto precorre l’attuale tendenza alla riscoperta di un’identità europea, quella orientale, sottratta alla storia dalla divisione in blocchi della guerra fredda – lascia spazio anche gli interventi del filosofo Stefano Bonaga e del semiologo Lorenzo Miglioli. Entrambi leggono questo “mal di Russia” – in realtà sarebbe più corretto chiamarlo di Unione Sovietica – come la volontà di andare alla scoperta di un mondo quello dell’URSS sconosciuto, misterioso e affascinante anche da un punto di vista estetico in quanto “altro” rispetto a ciò che impera in Occidente.

Depeche Mode - Black Celebration

Depeche Mode – Black Celebration

Bonaga sottolinea come sia “interessante rilevare come spesso una forma che non funziona più a livello etico-politico (in questo caso la figura “socialista” del rigore del consumo e della povertà comunicativa) viene recuperata e stilizzata in senso estetico, come se fosse nell’ordine di una bellezza archeologica”. Tondelli conclude evidenziando che “il filosovietismo anni ’80, così come si sta configurando nel panorama delle voglie e dei discorsi giovanili, appare soprattutto come un problema di identità culturale, un voler fare i conti con duemila anni di cultura europea che pochi decenni di divisione non basteranno certo a cancellare; è un bisogno di avventura e di scoperta di qualcosa che, pur essendo vicino, è meno abbordabile di un qualsiasi viaggio intercontinentale”.
Negli anni successivi lo scrittore di Correggio – mosso dall’idea affatto suggestiva che se era stato possibile immaginarsi “la pianura padana come una prateria, la Via Emilia come un Sunset Boulevard” allora quella prateria si sarebbe potuta trasformare in steppa – fa meta oltrecortina alla ricerca dell’”Europa perduta”.

Dresda
Degno di nota è “il viaggio sentimentale” a Dresda. Il resoconto di questa visita nella Firenze sull’Elba, pubblicato nel numero di aprile del 1985 della Rivista “Antiquariato”, presenta diversi motivi di interesse.
Innanzitutto per la duplice valenza di diario di viaggio ricco di impressioni e osservazioni su questa città d’arte avvolta nella grigia atmosfera socialista – esemplari in tal senso le descrizioni della stazione ferroviaria, della Prager Strasse e dei palazzi costruttivisti con scritte che inneggiano al Socialismo – e di studio preliminare, questo lo scopriremo qualche anno più tardi, per l’ambientazione di alcune pagine di Camere Separate. Nello specifico quelle relative al viaggio in treno da Berlino Est a Dresda di Leo e Thomas, i due protagonisti del romanzo. Tondelli nel restituirci le glaciali atmosfere d’oltrecortina ritrae una Dresda autunnale che sembra uscita da un film di Godard.
Erano solamente le cinque di sera di un giorno di novembre e loro stavano rinchiusi nella stanza novecentoquattro del Lilienstein Hotel e guardavano, oltre le tendine trasparenti, il flusso di pendolari sulla Prager Strasse. Dalla parte opposta della strada c’erano altri alberghi, praticamente tante variazioni millimetriche dell’unico modulo dell’architettura socialista.
Se confrontiamo il reportage giornalistico, poi incluso nella sezione Viaggi de Il weekend Postmoderno, con le pagine sopraccitata di Camere Separate intuiamo facilmente come siano il frutto di quella stessa visita avvenuta nel dicembre 1984.
Il confronto tra i due testi finisce tra l’altro per chiarire l’affermazione di Tondelli secondo cui il Weekend poteva essere legittimamente considerato come una raccolta di testi giornalistici in alcuni casi preliminari all’elaborazione narrativa vera e propria che sarebbe poi confluita nei suoi romanzi. Una sorta di materia grezza con un suo valore intrinseco ma suscettibile di un’ulteriore manipolazione per fini narrativi. Venendo al tema oggetto di questa trattazione, ossia il rapporto tra Tondelli e l’Est Europa, l’essenza più profonda di questo resoconto nella DDR sta probabilmente nella contrapposizione tra l’illustre passato di Dresda, città d’arte, fulcro artistico dell’Europa Centro-Orientale sin da metà ‘500 e il volto assunto dalla stessa città negli anni del socialismo reale.
Questo viaggio sentimentale a Dresda inizia, come per tanti visitatori, dalla cupa stazione ferroviaria per sfociare immediatamente, accompagnato da una folle taciturna e spedita, sulla grande Pragerstrasse, la via di rappresentanza, la strada dei grandi alberghi statali, l’isola pedonale che costituisce il volto della ricostruzione socialista: strade ampie, pavimentazioni moderniste, a grandi mosaici policromi che, però, provocano uno spiazzamento angoscioso: la mancanza di traffico, di passeggio, di insegne di locali e di negozi, di scritte pubblicitarie ( alla sommità di un palazzo un grande pannello luminoso recita: DIE SOZIALISMUS SIEGT, ovvero “Il Socialismo vince”) costituisce un segnale tangibile di un’altra realtà, di un altro modo di vivere, come mi dirà una ragazza al ristorante, lo stress della contemporaneità”.
Ma si badi bene in Tondelli non c’è un discorso politico di condanna verso il regime comunista piuttosto la volontà di ribadire il messaggio programmatico contenuto in “Punk, Falce e Martello”: la necessità per gli occidentali di riscoprire dei luoghi intimamente legati alla radici culturali e storiche dell’Europa.

Murales sul Muro di Berlino

Murales sul Muro di Berlino

Perestrojika, Glasnost, Crollo del Muro di Berlino
Quando l’11 marzo 1985 Michail Gorbaciov viene eletto Segretario Generale del Comitato Centrale del Partito in Unione Sovietica, inizia sotto la sua guida una politica di riforme che avrà una grande eco in tutto il mondo. Parole come Glasnost (“trasparenza”) e Perestrojika (“ristrutturazione”) entrano nel linguaggio comune dei media occidentali e italiani. Va da sé che il processo di apertura del blocco orientale che avrà come conseguenza ultima il dissolvimento dell’URSS, finisce per dare maggiore visibilità alle vicende che accadono oltrecortina. Improvvisamente l’Est Europa riemerge da un silenzio durato quasi 50 anni. Sono in tanti quelli che dopo il crollo del Muro di Berlino del novembre 1989 si avventurano nei territori dell’ex cortina di ferro alla ricerca di simboli e icone di un mondo appena spazzato via dalla Storia. Pier Vittorio che in quel periodo – siamo agli inizi del 1990 – sta lavorando a un nuovo progetto editoriale, la rivista Chorus assieme a Giordano Bruno Guerri capisce come sia necessario avventurarsi nelle capitali ex-socialiste per toccare con mano, osservando e parlando con la gente, i cambiamenti e le novità che interessano queste città riconquistate a pieno diritto all’Europa. In una lettera privata indirizzata proprio a Guerri, che del mensile Chorus era il direttore così scrive “Caro Giordano [….], ti dico quello che io potrei al momento fare: a) Paesi dell’Est – Un viaggio nelle culture giovanili di Budapest, o di Varsavia, o di Leningrado. Nei prossimi anni gran parte delle novità è probabile verranno da queste parti. Tralasciare gli aspetti più giornalistici per raccontare i modi di vita, i locali, le discoteche, l’arte, il teatro, i rapporti interpersonali fra i giovani di queste città. Partirei con Budapest” .
La prima tappa di questi viaggi, che nelle intenzioni di Pier Vittorio avrebbero dovuto raccontare la vita quotidiana e l’immaginario giovanile di queste città, sarà proprio la capitale magiara.
Sarà purtroppo anche l’ultima, visto che di lì a poco Tondelli ci lascerà.
Se fosse ancora tra noi probabilmente ci racconterebbe con quel suo stile accattivante e colloquiale da confidente o da fratello maggiore erudito e cosmopolita del fascino asburgico di Leopoli o delle assolate spiagge sul Mar Nero di Batumi.

Massimiliano Di Pasquale