Kharkiv, Mesopotamia. Ritratto letterario di Serhiy Zhadan

Ho conosciuto Zhadan nell’estate del 2007 a Kharkiv. L’incontro avvenne in Piazza Svobody, sotto la più grande statua di Lenin dell’intera Ucraina, rimossa poi nel 2015 in base alla legge sulla decomunistizzazione.

Serhiy Viktorovych, a trentatré anni, era già uno scrittore affermato con all’attivo diverse opere di poesia e narrativa, alcune delle quali tradotte anche all’estero. Ciononostante si dimostrò estremamente cordiale e privo di quel sussiego che spesso circonda i giovani talenti di successo in Occidente. Indossava una t-shirt blu scuro con il logo della BBC, un berrettino verde militare e aveva l’aria di un timido studente universitario. Non fu difficile rompere il ghiaccio. La comune passione per i Depeche Mode – così aveva intitolato un suo romanzo che sarebbe uscito anche in Italia due anni più tardi – diede il la a una piacevole conversazione che poi si trasformò in un’intervista, dal taglio decisamente pop, pubblicata sulle pagine di un quotidiano online.

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Mi raccontò del suo amore per Kharkiv e per quell’enorme piazza, che seppur priva delle parate militari di un tempo, non smetteva di esercitare grande fascino non foss’altro per le sue dimensioni e perché lì Limonov, scrittore che ammirava, aveva ambientato alcuni dei suoi racconti. Ma soprattutto Zhadan mi raccontò della sua infanzia a Starobilsk, cittadina del Donbas dove aveva abitato fino a diciotto anni, prima di trasferirsi a Kharkiv e di come la sua famiglia, nonostante vivesse in una delle aree più russofone del paese, parlasse ucraino.

“Non è vero che nell’Ucraina dell’Est tutti parlano russo, è uno stereotipo!” mi disse.

Quelle parole mi colpirono molto e mi fecero riflettere. Qualche giorno più tardi, visitando Skovorodynivka, un villaggio nella regione di Kharkiv dove è sepolto il poeta e filosofo Hryhoriy Skovoroda, mi accorsi che anche lì molte persone parlavano ucraino. Capii allora che l’idea di un Est russofono e di un Ovest ucrainofono e di un Paese spaccato politicamente, culturalmente ed elettoralmente per via della lingua adottata era fuorviante. Ben più interessante era la dialettica città-campagna, visto che anche in molte aree rurali dell’Est la gente si esprimeva in ucraino o mescolava  ucraino e russo in un idioma detto surzhyk. Zhadan non parlava ovviamente surzhyk, ma un ucraino eccellente come mi confermò una collega che mi aiutava con la traduzione.

Quando gli chiesi se si trovasse più a suo agio con la prosa o con la poesia mi rispose che non faceva questa distinzione dal momento che – a suo dire – i due linguaggi appartenevano allo stesso universo. Il suo amore per la musica rock lo aveva già portato a sperimentare con i musicisti della scena underground di Kharkiv, in particolare con la band Luk, contaminazioni tra poesia e musica di cui andava fiero.

Non ci trovammo in dissenso neanche su Limonov. Zhadan infatti precisò che gli piaceva come scrittore, ma non condivideva affatto le sue posizioni politiche anti-ucraine. La situazione politica dell’epoca era molto diversa da quella attuale, nessuno avrebbe mai immaginato che sette anni più tardi la Russia avrebbe invaso militarmente la sua ex repubblica sorella.

Prima di salutarci gli chiesi quale fosse il suo album preferito dei Depeche Mode. Rispose Songs of Faith and Devotion, il disco della band di Basildon che anch’io avrei portato con me sulla fatidica isola deserta.

Due anni dopo scoprii con un certo stupore che nel suo libro, a dispetto del titolo, dei Depeche Mode non si parlava quasi mai. La copertina scelta per l’edizione italiana, in cui una falce affilata faceva sanguinare una rosa rossa molto simile a quella presente sulla cover di Violator, il disco più celebre del gruppo britannico, poteva generare qualche equivoco semantico. Nell’opera di Zhadan infatti non vi era traccia delle atmosfere noir, in bilico tra peccato e redenzione, delle canzoni scritte da Martin Gore che la rosa sanguinante sembrava suggerire.

Ma gli affreschi acidi “viscidi e urticanti come una limonata versata sul parquet” che scaturivano dalle sue pagine sporche mi piacquero. Depeche Mode era un romanzo autobiografico che raccontava la cultura underground di Kharkiv intorno al 1993.

Nel libro si parlava di piccoli crimini, sbronze, partite di calcio…

La Kharkiv di Zhadan era molto diversa da quella che avevo conosciuto nei miei primi viaggi in Ucraina degli anni Duemila. Mancavano i colori pastello degli edifici liberty della Pushkinska e della Sumska, le due eleganti vie del centro in cui avevo trascorso pomeriggi interi a scattare fotografie dopo un’indigestione di palazzi costruttivisti e di architettura socialista. D’altronde il colore dominante di quegli anni, il colore che avvolgeva non solo Kharkiv ma tutta l’Ucraina di Kravchuk, era il grigio.

Sono passati più di dieci anni da quell’incontro. Oggi Zhadan è lo scrittore ucraino contemporaneo più famoso al mondo, l’Ucraina attuale è molto diversa da quella degli anni Duemila e a chi scrive è toccato l’onere di raccontare agli italiani, bombardati dalla dezinformatsiya russa, cosa stia realmente succedendo nell’ex granaio dell’URSS.

L’ultimo lemma di Abbecedario Ucraino, saggio in uscita per Gaspari editore nel prossimo mese di giugno, è dedicato proprio a Zhadan.

Zhadan è diventato infatti una delle icone dell’Ucraina del post-Maidan.

Nel marzo 2014 lo scrittore di Starobilsk fu brutalmente pestato da teppisti filo-russi che prendevano d’assalto il palazzo dell’amministrazione regionale di Kharkiv per issarvi la bandiera russa. Erano i giorni convulsi del Maidan. L’ex Presidente Yanukovych aveva abbandonato il Paese e il Cremlino, che aveva già occupato militarmente la Crimea, stava inviando suoi uomini in molte aree dell’Ucraina orientale per arrestare l’onda democratica del Maidan. Autobus provenienti dalla Russia, Kharkiv dista pochi chilometri dal confine con la Federazione, avevano trasportato nella seconda città dell’Ucraina centinaia di teppisti russi armati di mazze da baseball.

Zhadan, che faceva parte del gruppo di manifestanti democratici e filo-ucraini, fu colpito alla testa e al volto perché si era rifiutato di inginocchiarsi a baciare la bandiera russa.

Le sue foto con il volto grondante di sangue fecero il giro di tutto il mondo mettendo in apprensione molti.

Ricoverato all’ospedale, se l’era cavata con un trauma cranico, varie ferite alla testa e una sospetta frattura del naso.

“Non voglio vivere in un paese di corruzione e ingiustizia. La dittatura non è una cosa normale e le persone che non protestano non hanno futuro” scrisse Zhadan in una mail spedita, alcuni giorni dopo l’accaduto, dall’ospedale.

Allora non poteva immaginare che la sua terra d’origine il Donbas, cui aveva dedicato nel 2009 il romanzo Voroshylovhrad (pubblicato in Italia da Voland nel 2016 con il titolo La strada del Donbas), sarebbe stato teatro di un sanguinoso conflitto orchestrato dal Cremlino e che quella tragica esperienza, non ancora conclusa, avrebbe finito per permeare, seppure in forma allegorica, le sue opere future.

Mesopotamia, libro in uscita in Italia nelle prossime settimane per Voland, che verrà presentato dallo stesso Zhadan al Salone Internazionale del libro di Torino 2018, è la prima opera scritta a guerra già iniziata. Secondo capitolo di una trilogia che comprende Voroshylovhrad (2009) e Internat (2017), Mesopotamia è un romanzo ad episodi la cui struttura ricorda da vicino un libro culto della letteratura italiana, Altri Libertini di Pier Vittorio Tondelli. L’unica differenza è che, rispetto all’opera tondelliana, il testo dello scrittore ucraino comprende anche trenta componimenti poetici, collocati alla fine del lavoro.

Come fa notare Giovanna Brogi nella postfazione i nove “racconti costituiscono ciascuno una struttura narrativa autonoma e possono essere letti singolarmente. I personaggi sono però gli stessi, si differenziano da un racconto all’altro perché assumono di volta in volta il ruolo di protagonista, attore secondario o anche di pura comparsa”.

Rispetto all’opera precedente La strada del Donbas, Mesopotamia ci riporta alle ambientazioni urbane care allo scrittore ucraino. Va da sé che l’atmosfera che si respira a Kharkiv nel 2015 è molto diversa da quella ritratta in Depeche Mode, romanzo ambientato nel 1993. I personaggi di questo romanzo pop-picaresco, che talvolta sconfina nei territori di un realismo magico più caucasico che sudamericano, appartengono a un’umanità bislacca senza punti di riferimento alla disperata ricerca della felicità.

I temi del sesso e della morte sono più presenti che in passato. Le figure femminili spesso sovrastano per forza e determinazione quelle maschili, cosa che non sorprende affatto chi conosce la cultura matrilineare ucraina.

Gli affreschi dedicati alla città sono tra le pagine più potenti di un romanzo malinconico, mai disperato. Kharkiv, attraversata da due fiumi, come l’antica regione della Mesopotamia splende grazie alla prosa poetica e immaginifica di Zhadan.

“Il sole penetrava la nebbia e la città cominciava a inondarsi di luce, voci e rumori, svegliandosi e facendo svanire i sogni. La città sorgeva sulle colline fra due fiumi, lambita dalle correnti sui due lati. Nella vallata che si apriva in basso si vedevano già i primi edifici degli operai e le scuole dei loro figli, i neri muri degli ospedali dov’erano ricoverati i lebbrosi, il bianco della calce che ricopriva la prigione dov’erano rinchiusi i ladri e i pazzi. Dietro si estendevano i capannoni delle fabbriche di trattori e carrarmati, le chiese non canoniche che era proibito costruire nella città alta, le scie nere delle piste di volo dell’aerodromo e i campi coltivati a papaveri che appartenevano ai monasteri femminili.”

Massimiliano Di Pasquale

 

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Abbecedario Ucraino – Genesi di un progetto

Quando nel 1991 l’Ucraina ottenne l’indipendenza da Mosca, questa nuova nazione, “una sorpresa nelle cancellerie, nelle università e nei consigli di amministrazione occidentali”, così la definì lo storico Andrew Wilson nel saggio The Ukrainians. Unexpected Nation, in Italia era più inattesa che altrove. Il nostro Paese, che aveva sempre avuto un rapporto stretto e privilegiato con l’Unione Sovietica in ambito politico ed economico, ebbe difficoltà a concepire l’Ucraina come entità statuale indipendente. Nonostante l’URSS fosse un’unione federale di 15 repubbliche, a cui la costituzione sovietica garantiva, in teoria, il diritto di recesso, l’intellighenzia italiana finiva spesso per identificare l’Unione Sovietica con la Russia. Unione Sovietica e Russia venivano frequentemente usati come sinonimi da politici e giornalisti generando equivoci e confusione nell’opinione pubblica. Equivoci che sarebbero continuati anche dopo l’implosione del gigante sovietico.

Negli anni immediatamente successivi al dissolvimento dell’URSS, l’Italia cercò, non senza difficoltà, di comprendere il nuovo scenario geopolitico emerso dal collasso di un’altra ex confederazione socialista, la Jugoslavia. La guerra in Slovenia, Croazia, Serbia, Bosnia Erzegovina e successivamente in Kosovo aveva molte più implicazioni per il nostro Paese, dal momento che avveniva in territori limitrofi al nostro Paese.

Questo focus sui Balcani contribuì a ritardare la comprensione delle dinamiche geopolitiche nell’ex URSS. Per lungo tempo l’Ucraina rimase una sorta di oggetto misterioso per il pubblico italiano e tutto lo spazio post-sovietico continuò a essere, superficialmente, rubricato come Russia.

Fino alla Rivoluzione Arancione del 2004, l’Ucraina risulta pressoché assente dai notiziari televisivi e dalla stampa nostrana. L’unica parziale eccezione a questo trend generale è rappresentata dalla pubblicazione sporadica di articoli di geopolitica su poche riviste specializzate.

Nella stragrande maggioranza di questi scritti il Paese viene presentato come una sorta di appendice della Russia che prima o poi avrebbe aderito o sarebbe stato costretto ad aderire alla Federazione Russa o, nel peggiore dei casi, sarebbe stato diviso in due parti, una ucrainofona a Ovest, l’altra russofona a Est. A parte qualificate eccezioni, coloro che si occupano di Ucraina sono spesso ex corrispondenti da Mosca dei tempi sovietici o addirittura analisti vicini al Cremlino. Analisi povere e polarizzate – sorta di copia e incolla di articoli provenienti soprattutto da media russi e, in misura minore, da fonti occidentali – testimoniano come in Italia manchino esperti di Ucraina o che i pochi ucrainisti italiani non vengano quasi mai interpellati.

La prima volta che gli italiani sentono parlare di Ucraina è nel novembre 2004 con le proteste di piazza, passate alla storia come Rivoluzione Arancione. L’avvenimento coglie di sorpresa la maggioranza dei media autoctoni. La scarsa conoscenza della storia e della politica ucraina, unita al fatto che gli eventi vengono raccontati avvalendosi per lo più di informazioni provenienti da televisioni e agenzie stampa russe, dà vita a una narrazione parziale. La situazione è talmente imbarazzante che Giovanna Brogi, Presidente dell’AISU (Associazione Italiana di Studi Ucraini) invia una lettera aperta ai direttori della RAI TV chiedendo una copertura più equilibrata. Se la RAI non fosse stata in grado di inviare un corrispondente a Kyiv avrebbe potuto trasmettere anche informazioni provenienti da televisioni e agenzie di stampa polacche, che avevano corrispondenti in Ucraina, non solo da quelle russe. Nessuno replica a quella lettera aperta pubblicata sulle pagine del Corriere della Sera.

Negli anni seguenti l’Ucraina scompare di nuovo dai radar dei media italiani fatta eccezione per le vicende riguardanti le guerre del gas tra Mosca e Kyiv dell’epoca arancione. Nel 2012, quando l’Ucraina si accinge ad ospitare insieme alla Polonia gli europei di calcio, i media italiani sembrano più preoccupati dalle uccisioni di cani randagi per ripulire le strade in vista dell’appuntamento sportivo che dalle gravi violazione dei diritti umani che avvengono sotto la presidenza di Viktor Yanukovych.

Il caso Tymoshenko, che riceve ampia copertura mediatica a livello internazionale, con alcuni paesi della UE che minacciano di boicottare Euro 2012 in caso di mancata scarcerazione dell’ex Primo Ministro, in Italia viene quasi ignorato o dipinto semplicemente come una guerra tra oligarchi. Solo pochi giornalisti indipendenti esprimono le loro preoccupazioni per il degrado subito dalla democrazia ucraina con l’avvento di Yanukovych. La maggior parte di essi non sembra curarsi dei processi di giustizia selettiva che riguardano Yuliya Tymoshenko e l’ex ministro degli Interni Yuriy Lutsenko. Nel maggio 2012 Ian Kelly, ambasciatore statunitense presso l’OSCE (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) riferirà di ben tredici funzionari del governo Tymoshenko – 4 ministri, 5 viceministri, 2 capi d’agenzia, un governatore e il responsabile del monopolio del gas di stato – finiti dietro le sbarre per ragioni politiche.

Quando nel novembre 2013 inizia la prima ondata di proteste di Euromaidan a Kyiv, la situazione sul fronte dei media è pressoché simile a quella di nove anni prima. A mano a mano che gli eventi a Kyiv e nel resto del Paese peggiorano, quello che inizialmente era solo un punto di vista pro-russo, dovuto in parte alla poca conoscenza della politica ucraina, si trasforma in una narrazione Mosco-centrica da cui nessun organo di stampa risulta totalmente immune.

In molti giornali, pubblicazioni on line e persino dossier televisivi il governo di Kyiv viene definito una giunta nazista utilizzando lo stesso linguaggio della stampa russa.

Potremmo citare tanti esempi di disinformazione che si sono succeduti dallo scoppio del conflitto fino ad ora, ma il punto chiave è un altro. La narrazione russa veicolata da molti media italiani trova terreno fertile anche a causa della scarsa conoscenza della cultura e della storia ucraina nel nostro Paese.

A partire dal gennaio 2014 ho partecipato in qualità di ucrainista e di esperto di ex URSS a decine di incontri in tutta Italia dedicati alla crisi ucraina. Nel corso di questi dibattiti ho potuto constatare di persona l’esistenza di un pubblico interessato alle vicende dell’Ucraina che purtroppo non trovava testi di riferimento per approfondire certe tematiche.

Il progetto Abbecedario Ucraino nasce alla fine del 2014 per cercare di fornire una risposta a questa urgenza di carattere informativo. Nasce sotto forma di abbecedario, con un formato A-Z, e si avvale di un registro narrativo volutamente composito, che compendia al suo interno profili biografici, reportage, ritratti letterari, analisi geopolitiche, proprio per avvicinare il maggior numero di lettori.

Sono da sempre convinto che la cultura non debba essere confinata entro l’angusta e autoreferenziale turris eburnea dell’accademia, ma aprirsi a un pubblico più vasto, se vuole provare ad avere un impatto sulla società.

Abbecedario Ucraino è stato concepito come un’opera divulgativa nell’accezione più nobile del termine. Per facilitarne la fruizione, in accordo con l’editore Gaspari (https://www.gasparieditore.it/), ho deciso di dividere il saggio in due volumi.

Il primo approfondisce le tematiche politiche, storiche e culturali che hanno interessato l’Ucraina dal 1991, anno dell’indipendenza, fino ad oggi. Semplificando potremmo dire che in questo tomo, oltre ai ritratti di personaggi di primo piano della politica ucraina (Poroshenko, Saakashvili, Tymoshenko, Yanukovych, Yushchenko) e agli eventi più importanti a livello socio-economico (Indipendenza, Stagione degli Oligarchi, Rivoluzione Arancione), il lettore troverà risposta a molti dei quesiti emersi in tutta la loro drammaticità con il Maidan di Kyiv (Crimea, Donbas, Euromaidan). Accanto a queste voci, essenziali per ricostruire il panorama politico ed economico degli ultimi ventisette anni, trovano spazio lemmi che approfondiscono specifiche questioni culturali e storiche (Diaspora Ucraina, Italiani di Crimea), ritratti di scrittori contemporanei ucraini o legati all’Ucraina (Limonov, Zhadan) e fenomeni di costume (Femen).

Il secondo volume, che uscirà nel 2019, si occuperà invece di protagonisti e di eventi della storia ucraina la cui eredità risulta fondamentale per una corretta comprensione delle problematiche politico-culturali attuali (Rus di Kyiv, Cosaccato, Mazepa, Bandera, Holodomor, Chornobyl, etc).

Per informazioni e aggiornamenti

https://www.facebook.com/Abbecedario-Ucraino-2089959197915114/

Massimiliano Di Pasquale

 

G come Galizia

G come Galizia è una delle voci di Abbecedario Ucraino libro di Massimiliano Di Pasquale  che uscirà  per Gaspari Editore.  L’autore in un’intervista rilasciata nel luglio 2016 all ‘Ukrainian Media Center di Kyiv così l’aveva definito: ” Il libro si chiamerà Abbecedario ucraino. L’ho concepito come una sorta di Ucraina dalla A alla Z, ma non sarà un testo di carattere enciclopedico. L’idea è quella di selezionare alcuni voci per spiegare questioni che non sono note in Italia anche a causa della disinformazione. Sarà un libro che cercherà di raccontare anche gli aspetti più controversi. Accanto a voci abbastanza sintetiche, come i profili biografici di alcuni personaggi storici, troveranno spazio anche lemmi che raccontano luoghi del Paese con lo stile del reportage. Naturalmente non mancheranno voci un po’ più politiche. Lo scopo – come ho già sottolineato – è far conoscere l’Ucraina agli italiani e soprattutto approfondire e puntualizzare quei temi che sono stati distorti dai media filorussi. Penso alla questione della Crimea come “territorio non ucraino”, alla figura controversa di Bandera demonizzata e strumentalizzata dalla propaganda, prima sovietica, oggi russa. Ci saranno anche ritratti di importanti figure del passato la cui eredità culturale è tuttora molto forte come quella dell’etmano Mazepa e del poeta-eroe nazionale Taras Shevchenko. È sicuramente un libro ambizioso anche perché si avvale di diversi registri stilistici: il saggio, il reportage, il ritratto biografico.” 

Finis terrae come l’omonima regione iberica affacciata sull’Atlantico, la Galizia, che per quasi centocinquant’anni, dal 1772 al 1918, è stata la provincia più orientale dell’Impero austriaco, ha sempre esercitato una straordinaria attrazione su scrittori e viaggiatori per il crogiuolo di etnie e culture che vi convivevano in modo sostanzialmente pacifico sotto la Corona asburgica.

Leopold von Sacher-Masoch, che analogamente a Joseph Roth, Bruno Schulz, Gregor von Rezzori, Karl Emil Franzos e tanti altri ha raccontato questo universo dal singolare fascino etnografico, così scriveva in una pagina autobiografica del 1887.

“In un paese come la Galizia ove da secoli si trovano confessioni e nazionalità tanto diverse, è quasi implicito tollerarsi a vicenda. In un territorio nel quale Polacchi, Russi, Piccoli Russi, Romeni, Ebrei, Tedeschi, Armeni, Italiani, Ungheresi, Zingari e Turchi unitariamente convivono e che, per quanto attiene alle religioni, accoglie cattolici greci e romani, ortodossi greci e armeni, lipovani, duchoborziani, ebrei, karaiti, cassidim, luterani, calvinisti, mennoniti, maomettani e pagani, non vi può essere alcun odio razziale, alcuna persecuzione religiosa e neanche alcun antisemitismo”.

La visione di Sacher-Masoch, sicuramente edulcorata da quel mito asburgico che lo affascinò sin da adolescente, se da un lato appare forse troppo idilliaca, dall’altro è in grado di restituirci la vivacità di una regione in cui – come sottolineò anche Joseph Roth nel suo reportage Viaggio in Galizia – “vi è più cultura di quanto le sue insufficienti fognature farebbero pensare”.

La Galizia, nonostante sporcizia, povertà, alcolismo e analfabetismo – piaghe peraltro comuni a tante zone dell’Europa dell’Ottocento – era una terra feconda a livello letterario e nella quale i contrasti sociali, talvolta anche aspri, non degenerarono mai.

Solo quando nel 1918 il regno di Galizia e Lodomiria cessò di esistere – la Galizia venne annessa alla Polonia e la Bucovina alla Romania (oggi la maggior parte di questi territori fa parte dell’Ucraina) –, si incrinò anche quella straordinaria cultura della tolleranza asburgica che per un secolo e mezzo aveva scongiurato eccidi e violenze.

Vent’anni più tardi, con l’avvento della Seconda Guerra Mondiale, si assisterà infatti alla definitiva distruzione del multiculturalismo di questa regione prima con il genocidio nazista, poi con gli stermini dello stalinismo. Martin Pollack, giornalista e scrittore tedesco che alla Galizia ha dedicato un bellissimo libro, tradotto recentemente anche in Italia, osserva a tal proposito come “nel Ventesimo secolo nessun’altra parte d’Europa è stata tormentata dalla Storia più della Galizia”. “Eppure – scrive ancora Pollack – questa terra così segnata dalla morte ha sempre avuto una forza d’attrazione straordinaria, che la pervade ancora oggi, ecco, si potrebbe persino dire che da quando la regione è scomparsa dalle carte geografiche il suo fascino è addirittura aumentato”.

A chiunque abbia visitato questi luoghi non sarà sicuramente sfuggita la loro singolare specificità. Oltre alle vestigia asburgiche la Galizia si caratterizza infatti per la natura fiera e indipendente dei suoi abitanti e per essere forse l’unica regione dell’Ucraina in cui sia quasi impossibile trovare scampoli di Unione Sovietica.

Ho ancora nitido il ricordo del mio primo viaggio a Leopoli e nei Carpazi. Era l’estate del 2004, qualche mese più tardi l’Ucraina avrebbe fatto parlare di sé le cronache internazionali per la Rivoluzione Arancione. Quando il treno sul quale viaggiavo, proveniente da Odessa, giunse nel capoluogo galiziano mi trovai immerso in un’atmosfera molto diversa da quella respirata le settimane precedenti in Crimea e a Kharkiv. Trascorsi la prima notte in un villaggio di campagna ospite di un amico, Volodymyr, conosciuto qualche giorno prima su un vecchio torpedone diretto a Odessa. Mi sembrò di essere stato catapultato, come d’incanto, indietro di qualche secolo in un mondo in cui la gente vive tuttora in simbiosi con la natura, un mondo dove sopravvivono riti e credenze ancestrali e in cui religione e superstizione finiscono spesso per confondersi.

L’indomani, camminando con Volodymyr ai bordi della strada principale, una delle poche asfaltate, in direzione del cimitero locale, incontrammo solo qualche mucca, poche persone in bicicletta e contadini su carri trainati da cavalli. Nemmeno l’ombra di un’automobile. Tutto era avvolto in un’atmosfera di quiete quasi irreale.

Durante quel soggiorno in Galizia venni a conoscenza della storia più recente di questa regione che, grazie anche alla politica culturale liberale degli austriaci verso i “ruteni” (così venivano chiamati gli ucraini in passato), assunse il ruolo di “Piemonte ucraino”, diventando il centro del movimento nazionale e contribuendo all’indipendenza del Paese.

Fu Lilya, una giornalista di Ternopil incontrata in una guest house di Yaremche, a parlarmi per la prima volta di Stepan Bandera, Ivan Franko, Mykhailo Hrushevsky e di altri personaggi storici legati a queste terre e alla lotta per l’autonomia da Mosca e da Varsavia.

Molti dei nomi menzionati da Lilya nel corso delle nostre chiacchierate serali, allietate da freschi boccali di Lvivske, l’ottima lager prodotta a Leopoli, ricorrono spesso nel reportage di Martin Pollack, Galizia. Viaggio nel cuore scomparso della Mitteleuropa.

Il libro del giornalista e scrittore tedesco, uscito in Italia a ben sedici anni dalla sua pubblicazione in Germania, è un testo fondamentale per conoscere una terra che per ironia della storia “ha risvegliato l’interesse degli occidentali a partire dalla sua distruzione”.

Il reportage di Pollack è “un viaggio immaginario attraverso una regione scomparsa” che si svolge intorno al 1900, epoca a cui risalgono i brani tratti dalle opere degli autori di Galizia e Bucovina che hanno fatto di queste zone “un luogo letterario indimenticabile, in cui, al di là di tutti gli eccidi e i conflitti, si era giunti a una feconda interazione tra popoli e culture”.

Il lungo tour inizia a Tarnów, città polacca della Galizia occidentale, che Pollack immagina di raggiungere in treno su un convoglio della Carl Ludwig-Bahn, la ferrovia che prendeva il nome da Carlo Ludovico, fratello minore dell’imperatore Francesco Giuseppe. La tratta che da Cracovia, passando per Tarnów, Przemyśl, Leopoli e Ternopil, giungeva fino alla frontiera russa, era usata di frequente da Karl Emil Franzos, un poeta e giornalista ebreo di Chortkiv, una cittadina polacco-ruteno-ebraica sul fiume Siret.

Di Franzos, i cui racconti accompagneranno il peregrinare letterario di Pollack anche a Verkhovyna e a Chernivtsi, l’autore tedesco narra un singolare aneddoto accaduto a Przemyśl.

Nel libro Aus Halb-Asien, il giornalista ebreo, descrivendo lo squallore della maggior parte dei ristoranti di Przemyśl, menzionò quello della stazione ferroviaria dove gli fu servita la più strana cotoletta di vitello che avesse mai visto.

“Era una cotoletta di vitello ripiena, ovvero ci trovai: un chiodo molto arrugginito, una molla d’acciaio e un ciuffo di capelli”. L’oste schernito spedì una lunga replica al noto giornale locale ‘Przemyślanin’ rigettando tutte le accuse di Franzos definendolo un libellista antipolacco. La lettera fu regolarmente pubblicata, ma l’ingiuriosa nota sulla “cotoletta di vitello ripiena” al ristorante della stazione di Przemyśl non fu eliminata nelle edizioni successive delle opere dello scrittore ebreo.

Prima di giungere a Drohobych, luogo che diede i natali a Bruno Schulz, scrittore e illustratore ebreo di lingua polacca, che Isaac Singer in una celebre intervista a Philip Roth definì più bravo di Frank Kafka, il tour immaginario di Pollack fa tappa a Dobromyl e Sambir, località oggi in territorio ucraino.

Dobromyl, piccola città a soli cinque chilometri dal confine polacco, era agli inizi del secolo scorso un tipico villaggio ebraico. Più della metà dei suoi quattromila abitanti erano ebrei nonostante secondo gli uffici anagrafici austriaci costoro non rappresentassero una nazionalità a se stante poiché questa si definiva in base alla lingua parlata. La stragrande maggioranza di essi parlava yiddish ma, ricorda Pollack, “questo non bastava per considerarla una lingua di cui valesse la pena occuparsi in una statistica”. Anche gli ebrei assimilati si riferivano raramente a tale idioma come a una lingua vera e propria.

“In tal modo gli ebrei galiziani vennero conteggiati dalla burocrazia austriaca come polacchi, tedeschi o, più di rado, ruteni, un errore che non sembrava disturbare particolarmente neppure i diretti interessati: avevano altro a cui pensare”.

L’altro, cui allude Pollack, è ovviamente la quotidiana lotta contro l’indigenza.

“La vita degli ebrei in Galizia era indicibilmente misera. Gall-izia, era abituato a dire Reuben Mehler, un piccolo artigiano di Dobromyl, la Gall-izia si chiama così perché qui la vita è molto dolorosa. Dolorosa come una galla”.

Per sfuggire a questa condizione miserevole molti cercarono fortuna in America. Tra questi anche il figlio di Mehler che una volta giunto negli Stati Uniti anglicizzò il suo cognome in Miller.

Saul Miller, il nipote del vecchio Reuben, raccontò la storia della sua famiglia in un bel libro intitolato Dobromil. Life in a Galician Shtetl 1890-1907. Voleva che i propri figli conoscessero com’era dura la vita in uno shtetl ebraico della Galizia in cui tutto ruotava intorno al sostentamento, il parnose così difficile da procacciarsi.

Dagli appunti autobiografici del critico letterario Artur Sandauer, nato a Sambir nel 1913, Pollack apprende come la cittadina, che ai primi del Novecento contava diciassettemila abitanti, principalmente di origine polacca, fosse divisa in aree diversissime tra loro come Ringplatz, il quartiere borghese con le sue ville e i licei, Torgovytsya, il rione che confinava dal lato del fiume Mlynivka con il ghetto più profondo e Blic, il sobborgo sulle rive del Dnistr in cui gli ebrei praticanti vivevano come nello shtetl in osservanza delle leggi tradizionali.

Proseguendo oltre Sambir, la Transversalbahn, la Ferrovia trasversale, con cui Pollack compie il suo viaggio immaginario nelle terre più orientali della Cacania – con questo nome fittizio Robert Musil chiama l’impero austroungarico nel suo capolavoro L’uomo senza qualità –, giunge fino a Drohobych.

Le pagine che Pollack dedica alla Pennsylvania della Galizia, così detta per lo straordinario sviluppo che qui conobbe a fine Ottocento l’industria petrolifera, sono tra le più interessanti del libro. Soprattutto perché la Drohobych attuale è molto diversa da quella descritta dallo scrittore tedesco sulla scorta delle notizie tratte dal settimanale “Tygodnik Samborsko-Drohobycky”nel 1900 e dalle pagine di Saul Raphael Landau, Józef Rogosz e Artur Gruszecki.

Il fervore industriale legato al petrolio, che animava il centro galiziano a metà dell’Ottocento quando ingegneri statunitensi portarono qui le prime torri di trivellazione che utilizzavano la “perforazione ad asta con metodo canadese” sperimentate con successo in Pennsylvania, è pressoché scomparso.

Quando nel 2009 giunsi a Drohobych a bordo di una marshrutka sulla quale ero salito alla stazione ferroviaria di Leopoli, non trovai il luogo sudicio popolato da “vetturini imbroglioni” e da “commercianti primitivi” descritto da Alfred Döblin nel suo viaggio in Polonia del 1924, bensì una città sicuramente povera ma dignitosa.

Una delle caratteristiche che contraddistingue la Galizia attuale, e più in generale l’Ucraina, è indubbiamente la grande dignità del suo popolo. Nel corso della mia visita a Drohobych non vidi alcun mendicante, come era successo ottantacinque anni prima all’autore di Berlin-Alexanderplatz, ma tante persone, principalmente donne, occupate a sbarcare il lunario al mercato locale vendendo miele, latte, formaggi, lamponi, fragole, mirtilli, funghi, pomodori, melanzane, cavoli, peperoni.

I colori e gli odori del Tsentralny Rynok di Drohobych mi trasmisero un senso di vitalità e di operosità ma non potei esimermi dall’osservare come quelle tracce di Galizia povera e rurale fossero difficilmente riscontrabili, qualche chilometro più a ovest, nella Galizia oggi in territorio polacco.

Questa terra, tra le più martoriate nel Novecento, avrebbe potuto conoscere sicuramente una sorte migliore se, per un accidente della storia, non fosse stata inglobata nel dopoguerra nell’URSS.

I funzionari di Mosca, detestati dalla stragrande maggioranza della popolazione, abituata a monarchi illuminati e rispettosi delle identità culturali come Francesco Giuseppe I che conosceva polacco e ruteno, pensarono quasi esclusivamente a reprimere ogni forma di dissenso. Ciononostante non riuscirono mai a russificare questa regione. Oksana Zabuzhko, scrittrice ucraina originaria di Lutsk, Volinia, nel suo monumentale romanzo storico The Museum of Abandoned Secrets , sostiene che furono proprio i comitati di autodifesa dei partigiani ucraini della Galizia nel dopoguerra a impedire al regime sovietico di perpetrare una strategia genocidaria nell’Ovest del Paese, come quella che si ebbe nel 1932-1933 con il Holodomor, che avrebbe distrutto l’Ucraina per sempre.

Parlando di Drohobych è impossibile non citare il suo cittadino più illustre: Bruno Schulz. Anche Pollack – prima di proseguire il suo viaggio alla volta di Nahuyevitsi, villaggio ove nacque Ivan Franko, importante intellettuale ucraino di fine Ottocento – tributa il suo personale omaggio all’autore de Le botteghe color cannella introducendoci nel suo magico mondo letterario.

I racconti di Schulz, osserva lo scrittore tedesco, sono “frammenti di un’autobiografia grottesca-fantastica, in cui l’autore ci guida attraverso i paesaggi irrecuperabilmente perduti della sua infanzia, che mitizza, ma al tempo stesso ritrae con precisione”.

Schulz, che proveniva da una famiglia ebraica assimilata – ‘polacco di religione mosaica’ amava definirsi suo padre Jakub – pone al centro del suo immaginario letterario proprio Drohobych.

Artur Sandauer, che lo conobbe quando era un giovane critico, nella prefazione all’edizione polacca dei racconti, evidenziò che Schulz non si era mai allontanato dall’ambito tematico dell’infanzia in una piccola città.

“Sebbene avesse studiato per due anni all’Accademia di belle arti di Vienna, soggiornasse spesso a Leopoli e una volta avesse persino fatto un viaggio a Parigi, non riuscì mai a liberarsi dal sortilegio di quella provincia, con le sue strade vuote e le sue ore vuote, con i mucchi di spazzatura e le ville cresciute a dismisura” (Sandauer).

L’ostinazione a non voler lasciare il luogo in cui era nato gli fu fatale.

Nonostante alcuni amici di Varsavia avessero cercato di farlo scappare dalla Galizia, occupata a partire dal 1941 dalle truppe naziste, che di lì a poco avrebbero iniziato un giro di vite sulla popolazione ebraica, Schulz preferì rimanere a Drohobych dove morì il 19 novembre 1942 assassinato da Karl Gunther, un funzionario della Gestapo durante un rastrellamento.

La tappa successiva del tour di Pollack è Stryi, un tempo stazione terminale della Ferrovia del Dnistr.

“L’edificio bianco a due piani della stazione, a venti minuti a piedi dalla città, era uno dei ritrovi preferiti dei borghesi di Stryj, che il sabato pomeriggio prendevano volentieri una birra seduti nell’ombreggiata veranda del Dienstl, il ristorante della stazione, osservando l’andirivieni dei treni e dei viaggiatori. Sembrava quasi quello di una grande città: l’enorme orario delle k.k. Staatsbahnen [Ferrovie imperialregie dello Stato austriaco], stampato su carta giallo ocra e appeso alla parete della biglietteria, informava che partivano cinque treni al giorno per Leopoli, quattro per Przemyśl, uno per Ivano-Frankivs’k e tre per Lavochne, alla frontiera con l’Ungheria; altrettanti erano i treni in arrivo.”

Dell’ambita località di villeggiatura, che nei primi del Novecento attirava diversi turisti specie nella stagione estiva grazie a stabilimenti balneari sul fiume e alla vicinanza ai Carpazi, la Stryi odierna conserva solo il ruolo di fondamentale nodo viario. La maggior parte delle marshrutky provenienti dall’Italia, attraversato il confine ungherese a Chop, fanno tappa qui. Molti dei passeggeri, in prevalenza donne che lavorano nel nostro paese e tornano a casa per visitare i propri familiari per qualche settimana, proseguono il loro viaggio salendo su altri mezzi diretti un po’ in tutta l’Ucraina.

Mentre la Stryi attuale sembra aver perso il fascino che ai primi del Novecento ne faceva, in virtù dell’elegante ricostruzione edilizia successiva al terribile incendio del 1886, una delle più graziose città della Galizia orientale, i suoi dintorni, ossia l’area dei Carpazi costituisce tuttora una delle principali destinazioni turistiche del Paese. In queste zone negli ultimi anni si è assistito anche a un incremento del turismo estivo. Con l’occupazione della Crimea da parte della Federazione Russa nel marzo 2014, molti di coloro che un tempo sceglievano di trascorrere le vacanze a Yalta, Yevpatoriya o Feodosiya, oggi optano per una villeggiatura in montagna in località come Yaremche, Vorokhta e Bukovel.

Se per gli amanti del trekking le escursioni sul monte Hoverla, la cima più elevata del gruppo del Chornohora (Le Montagne Nere), costituiscono meta obbligata, chi preferisce una vacanza all’insegna della cultura, prima di raggiungere Yaremche, farà tappa anche a Ivano-Frankivsk, ridente città dall’atmosfera mitteleuropea e a Kolomiya, piccolo centro a circa cinquanta chilometri dalla catena montuosa di Chornohora famoso per la cultura Hutsul.

Ecco come appariva Ivano-Frankivsk, seconda città della Galizia dopo Leopoli, all’inizio del secolo scorso ad Alexander Granash, un piccolo garzone di fornaio ebreo, poi caratterista dei teatri di Max Reinhardt a Berlino, assurto alla celebrità nel ruolo di Knock nel Nosferatu di Murnau.

“La cittadina sembrava una casa delle bambole. C’erano delle belle case bianche a più piani e parchi e giardini e fiori e viali alberati, una grande, linda piazza del mercato e magnifiche vetrine; alla sera si accendevano i lampioni elettrici e c’era luce come di giorno, solo molto più allegra. La via principale, il passeggio, si chiamava da un lato linea A e dall’altro linea B. Era il ritrovo dei giovani. Ragazze graziose e ben vestite passeggiavano avanti e indietro insieme a studenti e ufficiali azzimati, chiacchierando e ridendo. C’erano caffè con la musica, ristoranti e una galleria che era un punto di incontro.”

Percorrendo oggi le strade acciottolate del centro, tra edifici neoclassici dai tenui colori pastello, chiese barocche e ville austroungariche fresche di restauro, Ivano-Frankivsk, lasciatasi alle spalle il grigiore sovietico, sembra tornata allo splendore di un tempo.

Dell’epoca descritta da Alexander Granash mancano all’appello quasi tutte le cinquanta sinagoghe che, fino all’inizio degli anni Quaranta, contribuivano a fare di questa città polacca di frontiera, come ricorda anche Pollack, un fervente centro di cultura yiddish.

“Dei trentamila abitanti di Ivano-Frankivs’k, la metà erano ebrei, e metà di loro ricevevano l’armengroschen, un sussidio di importo variabile tra uno e cinque fiorini pagato una volta all’anno dalla comunità israelitica ai più bisognosi alla festa di Pesach. Ma in confronto ai braccianti ruteni, che avevano trasferito in città la miseria dei villaggi, gli ebrei sembravano ricchi”.

La principale attrazione di Kolomiya, che nel 1900, sulla base dei racconti di Saul Raphael Landau, Pollack identifica come un centro ebraico caratterizzato dalle presenza di una particolare categoria di lavoratori, i portatori d’acqua, già organizzata secondo modalità imprenditoriali moderne, è oggi il Museo delle Pysanky, le coloratissime uova di Pasqua, dipinte a mano, celebri in tutto il mondo.

Nell’estate di qualche anno fa visitai questo edificio a forma d’uovo decorato con motivi geometrici policromi e rimasi letteralmente affascinato dalla singolare collezione che ospita più di diecimila esemplari dipinti con stili diversi a seconda delle aree di provenienza.

Una studentessa di storia dell’arte della vicina Ivano-Frankivsk mi raccontò che i primi esempi di uova decorate furono ritrovati dagli archeologici nelle regioni di Kyiv e Poltava. E che molte delle decorazioni usate, quali i segni solari (cerchi, croci e stelle), testimoniano come la tradizione delle uova dipinte derivi dalla cultura pagana e che, solo in seguito all’evangelizzazione dell’Ucraina, è stata inglobata nella festività cristiana della Pasqua.

Gli echi della cultura pagana e l’eterogeneità delle etnie sono sempre stati i tratti distintivi delle terre galiziane comprese tra Stryi, Ivano-Frankivsk e Kolomiya.

“A Verkhnje Syn’ovydne erano di casa i boyko, che per lingua, abbigliamento e usanze si distinguevano nettamente dai ruteni di pianura. I boyko abitavano nella sezione centrale dei Carpazi Boscosi; in quella occidentale vivevano i lemchi; in quella orientale, che arrivava fino alla Bucovina e all’Ungheria settentrionale, gli huzuli. In generale i boyko avevano un fisico massiccio ed erano esperti allevatori di bovini apprezzati fino in Ungheria, che vendevano alle fiere autunnali nelle cittadine carpatiche di Borynja e Ljutovys’ka. […] Per raggiungere gli huzuli, che erano vicini dei boyko, si dovevano varcare le impervie montagne dei Carpazi Boscosi oppure tornare a Stryj e da lì andare a Ivano-Frankivs’k”(Pollack).

Nel 1700 in un villaggio vicino a Kolomiya, Pechenizhyn, nacque il mitico Oleksa Dovbush, soprannominato “il Robin Hood dei Carpazi”. Personaggio leggendario di cui parla anche Leopold von Sacher-Masoch nello splendido racconto sulla cultura hutsul Haydamak, il brigante, Dovbush si nascondeva spesso all’interno delle grotte formate da massicci rocciosi in prossimità di Yaremche.

Analogamente all’eroe di Sherwood Dovbush e la sua banda di opryshky rubavano ai ricchi commercianti e ai ricchi proprietari terrieri e distribuivano il bottino ai poveri contadini dei villaggi dei Carpazi. Sebbene i polacchi avessero messo una taglia sulla sua testa e inviato migliaia di soldati a cercarlo, Dovbush, che non si fermava in un rifugio per più di dodici giorni, non fu mai catturato. Questo almeno narra la leggenda. Pollack, sulla base di notizie documentate, sostiene che Dovbush venne ucciso in un’imboscata nel 1745 nel villaggio di Kosmach da un certo Stepan Dzvinchuk, un hutsul come lui. Oggi il villaggio di Kosmach ospita un piccolo museo dedicato al Robin Hood dei Carpazi.

Lasciate le località montane di Verkhovyna e Kolomiya il viaggio immaginario di Pollack prosegue a Chernivtsi per poi concludersi nella Galizia orientale a Brody, dove nacque Joseph Roth, uno dei più illustri cantori del Finis Austriae e Leopoli.

Le pagine di Karl Emil Franzos e di Franz Porunsky accompagnano il peregrinare letterario del giornalista tedesco a Chernivtsi, capitale della Bucovina e luogo natale, tra gli altri, di Paul Celan e Gregor von Rezzori.

Chernivtsi e Leopoli, città tra le più affascinanti dell’intera Ucraina per il loro retaggio storico e culturale meritano un’attenzione particolare e per questo motivo Abbecedario Ucraino dedica loro due lemmi separati.

Massimiliano Di Pasquale

ABBECEDARIO UCRAINO https://wordpress.com/stats/post/986/massimilianodipasquale.wordpress.com

INTERVISTA UKRAINIAN CRISIS MEDIA CENTER http://uacrisis.org/it/45904-m-di-pasquale-intervista

Biography

Graduated in Business Economics at Bocconi University in Milan, Massimiliano Di Pasquale is an Italian author, photographer and freelance journalist, writing regularly about Ukrainian culture and politics for several Italian magazines and newspapers. From November 1999 to April 2004 he lived in London where he combined his activity as marketing consultant with that of freelance journalist. Di Pasquale is a member of AISU, Italian Association of Ukrainian Studies and of BSS, Baltic Studies Section, a non-profitmaking Academic Association on Baltic Studies at Milan University, which gathers scholars, specialists, researchers and PhDs focused in this specific field. Besides his essays, articles, and participations at international conferences and seminars as Ukrainian expert and sovietologist, Di Pasquale published his first photographic book in 2010 In Ucraina. Immagini per un diario (In Ukraine. Pictures for a Diary); in 2012 the travel book Ucraina terra di confine. Viaggi nell’Europa sconosciuta (Ukraine Borderland. Trips in the Unknown Europe); in December 2015 his last major work Riga Magica. Cronache dal Baltico (Magic Riga. Chronicles from the Baltic region). In the last three years he has been working on a new book called Abbecedario Ucraino, sort of Ukraine from A to Z, due in Autumn 2017.

 

 

 

 

PRINCIPE GIALLO

Sinistra figura allegorica ispirata al Viy di Nicolai Gogol, il Principe Giallo – titolo scelto da Vasyl Barka per il suo straordinario romanzo sul Holodomor – è la personificazione della Morte. Una Morte fisica e spirituale che, come ha scritto Oxana Pachlovska in Civiltà Letteraria Ucraina,  “nasce nei recessi più tenebrosi della coscienza umana e scatena i suoi demoni”.

Il libro, uscito in Italia per i tipi di Pentàgora solo nel 2016, cinquantaquattro anni dopo la sua pubblicazione negli Stati Uniti e trentacinque dopo l’edizione francese, è il resoconto di una delle più dolorose sofferenze della storia contemporanea paragonabile forse – scrive il suo autore – “allo sterminio degli ebrei sotto i nazisti”.

Attraverso una prosa dura e diretta ma non priva di squarci poetici, Barka racconta la lenta agonia che accompagna i componenti della famiglia Katrannyk – il padre Myron , la madre Dariya , la nonna Kharytyna e i tre figli Mykola, Olena e Andriy – in un villaggio immaginario dell’Ucraina centro-orientale, Klenotochi, nel terribile 1933. Nessuno ad eccezione del piccolo Andriy verrà risparmiato dall’atroce morte riservata loro dalla requisizione non solo del grano ma di qualsiasi cosa commestibile da parte degli uomini di Mosca come lo spietato capo bolscevico Hryhoriy Otrokhodin.

Se un bambino, consumato dalla fame, prendeva qualche spiga nelle mani ossute, le guardie sparavano all’istante. Gli invasori buttavano a terra i resti della zuppa di semolino tenuta da parte per i figli dalla madre e li schiacciavano con gli stivali. Nei mandanti e negli esecutori non c’era più nessuna traccia di umanità. Si vedeva solo una sorta di perversa maschera demoniaca. Anche nella morte stessa c’era qualcosa di misterioso: all’improvviso gli uccelli in volo rovinavano senza vita sulla terra; morivano anche molti degli zelanti complici della razzia, che di cibo ne avevano in abbondanza. Come se avessero assunto sostanze avvelenate”.

Questa straziante memoria è tratta dalla nota scritta dallo stesso Barka in calce al libro. L’autore, poeta, scrittore e critico letterario ucraino emigrato nel 1943 in Germania, stabilitosi poi negli Stati Uniti, fu infatti testimone oculare di quegli eventi. Vasyl Ocheret, in arte Vasyl Barka, era nato a Solonytsia, un villaggio nella regione di Poltava nel 1908 da una famiglia di origini cosacche. All’epoca del Holodomor era un giovane intellettuale di venticinque anni che, dopo aver lavorato come insegnante in un villaggio minerario in Donbas, si era in seguito laureato all’Università di Mosca con una tesi sulla Divina Commedia di Dante.

Il Principe Giallo, la cui stesura iniziò negli Stati Uniti nel 1958, si basa su un mix di impressioni personali e racconti di altri ucraini raccolti in un quarto di secolo.

La parte principale è composta da impressioni personali: la fame si sopportava con fatica, era debilitante, con il corpo segnato dalle ferite aperte dei vasi sanguigni che emettevano un liquido brunastro e la pelle delle gambe che si lacerava, mettendo in risalto una superficie mucosa e sanguinolenta. Era difficile camminare e bisognava appoggiarsi ogni tanto a una parete o a una staccionata, attorno a cui giacevano in tanti, già morti. Sembrava che la fine fosse arrivata, ma con la grazia di Dio siamo sopravvissuti, forse per testimoniare ciò che è accaduto.

Nel complesso l’opera si compone di tre piani che potremmo definire un piano realistico – in cui si rappresenta la disgrazia della famiglia contadina alla ricerca disperata del pane, un piano psicologico – in cui l’autore descrive i sentimenti delle vittime del genocidio e un ultimo piano metafisico-spirituale – in cui si manifestano “quei fenomeni legati al mondo delle forze oscure, profondamente contrarie alla natura umana”.

Dal punto di vista stilistico, è interessante notare che nonostante Barka fosse un poeta modernista – Oxana Pachlovska definisce la sua poesia come un microcosmo ermetico in cui si rispecchiano e si fondono vari macrocosmi come quello della Bibbia, dell’universo orientale, del Rinascimento e dell’antica tradizione popolare ucraina – Il Principe Giallo è un romanzo dalla struttura classica caratterizzato da una prosa complessa.

Alessandro Achilli, che ha tradotto il libro sul testo originale ucraino, sottolinea come l’idioma usato sia complesso, distante dall’ucraino di oggi e ricco di espressioni dialettali.

La versione di Olga Jaworsky è decisamente più letterale della mia. Per rendere la lettura più agevole per il pubblico italiano ho adattato certi brani con una buona dosa di audacia. Sono anche passati trentacinque anni tra le due traduzioni, il che può anche giustificare in parte le due diverse scelte traduttologiche”.

Massimiliano Di Pasquale

I libri del 2015 di Eastern Europe Post

È stato ricco di uscite interessanti il 2015 che in questi giorni ci apprestiamo a salutare. Le scelte di Eastern Europe Post, blog che si occupa di Paesi dell’Europa Orientale, riguardano ovviamente saggi o romanzi che per tematiche fanno riferimento al mondo dell’Europa Orientale e all’universo post-sovietico.
Istruzioni per l’uso:
• I libri non sono in ordine di importanza. Il titolo che compare per primo non è necessariamente il miglior libro del 2015.
• Non tutti i testi sono usciti quest’anno ma sono stati inseriti nella lista come necessari recuperi per la loro importanza.
• Uno degli undici titoli è in lingua inglese. Non ancora pubblicato in Italia è altresì facilmente reperibile online nelle librerie Amazon, Hoepli etc.

Serhy Yekelchyk “The Conflict in Ukraine. What everybody needs to Know (Oxford University Press, 2015) U.S. $ 16.95

La pubblicistica canadese, paese dove vive la più grande diaspora ucraina, si è da sempre contraddistinta per la pubblicazione di lavori seri e rigorosi sull’ex granaio dell’URSS. Il libro di Serhy Yekelchik, professore di Storia e di Studi Slavi all’Università di Vittoria in Canada, è un testo agevole dal taglio divulgativo – didattico che ha l’indubbio pregio di spiegare a tanti neofiti le complesse questioni legate alla guerra in Ucraina con fondamentali rimandi alla storia del Paese. È volutamente strutturato sotto forma di domanda e risposta – Chi sono gli oligarchi? Che cosa hanno in comune la Rivoluzione Arancione del 2004 ed Euromaidan? Cosa era la Rus di Kyiv? etc – per renderlo il più possibile fruibile a tutti.

Gian Piero Piretto “Indirizzo: Unione Sovietica. 25 luoghi di un altro mondo” (Sironi Editore – Milano, 2015) € 22,90


Fratello gemello de La vita privata degli oggetti sovietici, interessante volume, uscito quattro anni fa, sempre per i tipi di Sironi, Indirizzo Unione Sovietica passa in rassegna 25 luoghi, pubblici e privati, che emergono dalla dialettica, forse più russa che sovietica, tra spazio ampio e ristretto, tra aperto e chiuso. I luoghi indagati in questo saggio il cui titolo cita una famosa canzone pop del 1972, Moj adres Sovetskij Sojuz (Il mio indirizzo è: Unione Sovietica), “scritta e musicata da due monumenti della musica leggera sovietica, rispettivamente Vladimir Charitonov e David Tuchmanov”, appartengono non solo alla memoria collettiva di chi visse quell’esperienza storica ma ai ricordi di gioventù dello stesso Piretto.

Tommaso Landolfi “I Russi” (Adelphi – Milano, 2015) € 30


Tommaso Landolfi è stato uno dei grandi scrittori del Novecento italiano. Qui lo troviamo nelle vesti di russista e slavista alle prese con il suo amatissimo Gogol e altri mostri sacri della letteratura russa. Il volume uscito per Adelphi raccoglie, per la prima volta, tutti gli scritti di argomento russo prodotti dall’autore italiano tranne la tesi di laurea su Anna Achmatova e i quattro articoli da questa tratti pubblicati nel 1934-35 sulla rivista “L’Europa Orientale”.

Svetlana Aleksievič “Tempo di seconda mano” (Bompiani – Milano, 2014) € 24


Un recupero dal 2014 per Svetlana Aleksievič, vincitrice del premio Nobel 2015. Tempo di seconda mano è un romanzo corale in cui le memorie private di cittadini ex sovietici si intrecciano con gli avvenimenti storici degli ultimi 23 anni, dal 1991 che segnò la dissoluzione dell’URSS, al 2014 del Maidan ucraino. Essenziale per comprendere le idiosincrasie dell’homo sovieticus e la vita nel mondo post-sovietico segnata da stenti, disillusioni e speranze tradite.

Ettore Cinnella “Ucraina. Il genocidio dimenticato 1932-1933” (Della Porta Editori – Pisa, 2015) € 18

Unendo rigore filologico, profondità dell’analisi storica e una sintassi fluida e scorrevole, il testo di Ettore Cinnella si rivela imprescindibile per chi in Italia voglia approfondire una delle pagine più aberranti della storia sovietica. Il Holodomor, la morte per inedia imposta agli agricoltori ucraini nel biennio 1932-33 da Stalin – il termine significa in ucraino sterminio per fame (holod – carestia, fame – e moryty – uccidere) – è infatti una vicenda che non trova ancora spazio nei libri di scuola ed è ignorata dalla maggioranza dei cittadini al di fuori dell’Ucraina. “La morte per fame in tempo di pace, tra inenarrabili sofferenze, di milioni di essere umani, è un crimine che non può esser negletto né sminuito” (Ettore Cinnella).

Spara Jurij “Viaggiatori nel freddo. Come sopravvivere all’inverno russo con la letteratura” (Exòrma – Roma 2015) € 15,90


Spara Jurij, collettivo nato alla fine del secolo scorso per produrre ‘scrittura totale’ e lavorare su più fronti, tradisce sin dal nome, che omaggia una storica canzone dei CCCP di Giovanni Lindo Ferretti, una passione per il mondo sovietico. Viaggiatori nel freddo, scritto da Elisa Baglioni e Francesco Ruggiero, è un diario di viaggio nella Mosca odierna denso di rimandi e citazioni alla migliore letteratura russa (Čechov, Bulgakov, Cvetaeva) e ricco di aneddoti su alcuni luoghi leggendari dell’ex capitale dell’impero sovietico (MGU, Cremlino, Prospettiva Kutuzov, etc).

Anna Bikont, Joanna Szczęsna “Cianfrusaglie del passato. La vita di Wisława Szymborska” (Adelphi – Milano, 2015) € 28


Considerata la più importante poetessa polacca del Novecento, Wisława Szymborska, vincitrice del Premio Nobel nel 1996, è ancora relativamente sconosciuta nel nostro paese. Questa biografia rigorosa e documentata, frutto di accurate ricerche e di lunghe interviste con l’autrice, impreziosita di un ricco apparato iconografico, ci offre la ghiotta opportunità di conoscere vita e opere di un’artista schiva e riservata che non amava troppo confidarsi in pubblico.

Giovanna Brogi, Oxana Pachlovska “Taras Ševčenko. Dalle carceri zariste al Pantheon ucraino” (Le Monnier Università – Firenze, 2015) € 28

Giovanna Brogi e Oxana Pachlovska, ucrainiste di consolidata fama, hanno realizzato un pregevole volume dedicato al poeta ed eroe nazionale ucraino Taras Ševčenko. Il libro non è una monografia ma un testo poliedrico che, alternando contributi dal taglio letterario, analisi politico-culturali, approfondimenti su opere specifiche e una ricca selezione di poesie liriche e poemetti (con testo a fronte), può interessare in egual misura gli amanti della poesia romantica ottocentesca, gli studiosi di storia dell’Europa orientale e chi ha seguito gli avvenimenti del Maidan di Kyiv dove il ritratto del poeta nazionale è stato esposto più volte dai manifestanti quale simbolo della resistenza del popolo ucraino contro il corrotto regime filorusso di Viktor Yanukovych.

Timothy Snyder “Terra Nera. L’olocausto fra Storia e Presente” (Rizzoli – Milano, 2015) € 26

A quattro anni di distanza dal seminale Terre di Sangue (Rizzoli, 2011), diventato testo di riferimento per il dibattito sulle analogie tra nazismo e regime sovietico, lo storico di Yale torna con un altro lavoro che farà discutere per la sua portata innovativa nel leggere la tragedia dell’Olocausto. L’analisi condotta da Snyder, avvalendosi di fonti mai consultate in precedenza e di preziose testimonianze di superstiti, è davvero illuminante perché dimostra che fattori, ritenuti un tempo secondari, come lo smantellamento degli Stati, furono tra le motivazioni reali della Shoah. Nelle conclusioni finali l’accademico statunitense sottolinea come la situazione attuale, venutasi a creare con l’occupazione della Crimea da parte della Russia nel marzo 2014 e la guerra in Donbas, presenti più di una analogia con l’Europa del Patto Molotov-Ribbentrop. “Il presidente Vladimir Putin ha elaborato una dottrina di politica estera basata sulla guerra etnica. Questo approccio, che ricava dal linguaggio la legittimità a invadere a prescindere che sia stato usato in Cecoslovacchia da Hitler o in Ucraina da Putin, decostruisce le logiche della sovranità nazionale e dei diritti e getta le basi per lo smantellamento degli Stati. Trasforma entità statali riconosciute in bersagli di aggressione volontarie e gli individui in oggetti etnici i cui presunti interessi sono determinati da altri paesi”.

Vasilij Grossman “Uno scrittore in guerra” (Adelphi – Milano, 2015) € 23


Continua la pubblicazione presso Adelphi delle opere del più grande scrittore dell’Unione Sovietica. Questo volume, curato da Antony Beever e Luba Vinogradova, raccoglie gli appunti di Grossman in qualità di inviato speciale di Krasnaja zvezda, il giornale dell’esercito sovietico. Gran parte di questo materiale verrà poi utilizzato dallo scrittore di Berdyčiv per il suo monumentale romanzo Vita e Destino (Adephi, 2008 traduzione di Claudia Zonghetti). Di questi taccuini, fondamentali per ricostruire gli anni di guerra dal 1941 al 1945, sorprende la qualità letteraria e l’efficacia nel descrivere la vita quotidiana dei combattenti fuori da ogni retorica propagandistica.

Serena Vitale “Il defunto odiava i pettegolezzi” (Adelphi – Milano, 2015) € 19


Geniale sin dal titolo, il libro di Serena Vitale è tra le cose più belle lette in Italia negli ultimi anni. Il testo, che ricostruisce con estremo rigore storico- filologico quello che è considerato tuttora uno dei più grandi misteri dell’epoca sovietica, ossia la scomparsa del poeta Vladimir Majakovskij – fu vero suicidio? –, seduce per il suo stile originale che mescola abilmente vari registri letterari. La stessa materia, in mano a una penna meno abile ed esperta, avrebbe potuto dar vita a un libro storico probabilmente pedante. Vitale riesce invece a raccontarci la vicenda di Majakovskij come un romanzo giallo ricco di suspense e ironia.

Massimiliano Di Pasquale

Taras Ševčenko. Dalle carceri zariste al Pantheon ucraino

Giovanna Brogi e Oxana Pachlovska – ucrainiste di consolidata fama, già autrici in Italia e all’estero di varie pubblicazioni sulla storia, la cultura e la letteratura ucraina – hanno consegnato alle stampe all’inizio del 2015 un pregevole volume dedicato al poeta ed eroe nazionale ucraino Taras Hryhorovyč Ševčenko.
Il libro, intitolato Taras Ševčenko. Dalle carceri zariste al Pantheon ucraino, uscito per i tipi di Le Monnier Università con il sostegno dell’Istituto di Cultura Italiana di Kyiv, non è una monografia, ma un testo poliedrico che, seppure concepito per finalità didattiche, non va considerato esclusivo appannaggio degli studenti di ucrainistica.
Sfogliando l’indice si intuisce subito che il volume – il primo in Italia a offrire una raccolta di saggi su un classico della letteratura mondiale – è stato pensato per una platea più vasta di quella degli slavisti di professione. Alternando contributi dal taglio letterario, analisi politico-culturali, approfondimenti su opere specifiche e una ricca selezione di poesie liriche e poemetti (con testo a fronte), il libro sul poeta nazionale ucraino può interessare in egual misura gli amanti della poesia romantica ottocentesca, gli studiosi di storia dell’Europa orientale e chi ha seguito gli avvenimenti del Maidan di Kyiv. Nelle proteste di Piazza dell’inverno 2013-2014 il ritratto del poeta nazionale è stato esposto più volte dai manifestanti come simbolo della resistenza del popolo ucraino contro il corrotto regime filorusso di Viktor Yanukovych.
Il saggio di Oxana Pachlovska Taras Ševčenko. «Lottate e vincerete! », in apertura, offre un contributo di grande momento proprio per comprendere l’attualità della figura del poeta anche alla luce della storia più recente del Paese.
Il monito «Lottate e vincerete!», rivolto ai popoli soggetti al dominio imperiale di Mosca contenuto nei versi del poemetto Caucaso, pubblicato nel 1845 – monito scelto come titolo dalla Pachlovska per il suo saggio – riflette uno degli aspetti essenziali della personalità del poeta ucraino, ossia “la determinazione nell’affrontare con incrollabile fermezza e costanza la lotta contro l’ingiustizia e l’oppressione, e la difesa della libertà e della dignità degli uomini, in quanto individui e in quanto popoli, indipendentemente da razza, religione o tradizione culturale”.


Per questo motivo Ševčenko non solo “ha sempre rappresentato, e continua a rappresentare, un punto di riferimento essenziale e una pietra fondante del processo […] di costituzione della nazione ucraina moderna” ma fin dai tempi della Russia zarista è sempre stato “oggetto di critica virulenta da parte di ampie cerchie di intellettuali e poi vittima della persecuzione della polizia zarista”.
Pachlovska, dopo aver ricordato come una vera fioritura di studi sul poeta sia avvenuta solo a partire dal 1991, anno dell’indipendenza ucraina ( in epoca sovietica la figura di Ševčenko fu vittima di ‘appropriazione ideologica’ e il suo messaggio etico, poetico e intellettuale venne piegato ai dettami del ‘socialismo reale’), approfondisce in ottica culturologica alcuni fondamentali questioni quali la dimensione interslava ed europea del suo pensiero, il concetto di patria che si andava sviluppando attorno a lui nella prima metà dell’Ottocento, il possibile futuro assetto geopolitico dei popoli soggetti all’Impero russo e le sue concezioni etiche e religiose.
Tanti sono gli spunti di riflessione proposti dalla studiosa di Kyiv, a cominciare dalla differenza tra i termini Piccola Russia e Ucraina, che costituisce tra l’altro un primo crinale ideologico-semantico tra Taras Ševčenko e Mykola Hohol’ (Nikolai Gogol’ secondo la grafia russa).
Ševčenko […] fece una netta distinzione tra la Piccola Russia e l’Ucraina, definendole come due realtà antitetiche: la prima sottomessa e tendente all’adeguazione al sistema, la seconda, ribelle e conscia della propria storia e identità”. Per il poeta di Kaniv l’Ucraina è una realtà alternativa – radicata in un passato glorioso, quello del Cosaccato – alla Piccola Russia di Caterina II, concepita dalla zarina come spazio totalmente integrato nella nuova patria imperiale.
Molto interessante anche l’analisi comparata tra la poetica di Ševčenko e quella di altri due geni delle culture confinanti (polacca e russa): Adam Mickiewicz (1798-1855) e Aleksandr Puškin (1799-1837).
Ad accomunarli c’è la stessa matrice romantica a dividerli la diversa concettualizzazione attribuita a due valori chiave del Romanticismo, il concetto di libertà e quello di popolo.
Se per Puškin l’impero [N.d.r quello russo, ovviamente!] ha diritto di sacrificare i sudditi nel nome di una gloria imperitura astratta, per Mickiewicz e Ševčenko la nazione è espressione di Dio in terra, mentre l’impero è espressione del demonio, una biblica Bestia degli abissi”.
È utile sottolineare inoltre la differente concezione imperiale che separa Mickiewicz da Puškin. Mentre per il poeta moscovita la Grande Russia “doveva ergersi a baluardo dell’ortodossia, facendo confluire in un’unica realtà politica e culturale tutti i popoli slavi” per Mickiewicz la Polonia, che in passato aveva compiuto ingiustizie verso gli altri popoli, in particolare verso l’Ucraina, avrebbe dovuto “ricomporre i suoi confini storici, abbracciando al suo interno la Lituania, l’Ucraina e la Belarus’, garantendo però a questi popoli, pieno diritto all’autodeterminazione politica e all’affermazione di una propria autonoma soggettività culturale”.
Più complessa la posizione di Ševčenko che deve fare i conti con due realtà, la Polonia e la Russia, che in periodi storici diversi avevano negato all’Ucraina il diritto di esistere.
Per il poeta ucraino tutti i popoli, grandi o piccoli, cristiani o meno, hanno diritto a preservare le proprie tradizioni e a difendere la propria cultura.
In questo senso scrive Pachlovska “Ševčenko compieva il passo – innovativo fino ad essere rivoluzionario – di aprirsi a tutte le culture dell’impero e di rivendicarne il diritto alla propria individualità”. È questa una posizione, sottolinea sempre la studiosa, che “anticipa le moderne tendenze al multiculturalismo e le problematiche anticoloniali novecentesche”.

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Il rapporto tra Gogol’ e Ševčenko, solo accennato nel saggio della Pachlovska, viene indagato, alla luce degli studi più recenti, nell’articolo conclusivo del libro da Giovanna Brogi. È un tema questo affascinante quanto controverso che “continua a suscitare passioni, amarezze, recriminazioni, oppure ostentata indifferenza fra studiosi russi e ucraini”.
Brogi cerca di fissare alcuni punti fermi pur nella consapevolezza “delle profonde differenze fra i due scrittori e, soprattutto, dell’asprezza dei contrasti che ha opposto (e in parte ancora oggi oppone) le varie interpretazioni critiche”.
Per comprendere affinità e differenze tra le due figure è fondamentale accennare brevemente alle loro biografie che rendono ragione delle “divergenti specificità culturali dei due scrittori”.
Gogol’ nato nel 1809 a Velyki Soročynci nei pressi di Poltava da una famiglia della piccola nobiltà ucraino-polacca, “che aveva in Ostap Hohol’, colonnello cosacco del XVII secolo, il proprio più glorioso antenato”, studiò al prestigioso liceo di Nižyn, fondato nel 1805 per diffondere tra i discendenti della nobiltà cosacca “l’educazione russa e farne dei buoni sudditi dell’impero, russofoni e russificati”.
Taras Ševčenko, seppure figlio dell’età cosacca come Gogol’, ebbe un’infanzia molto diversa. Nato nel 1814 a Moryntsy, un villaggio sulla riva destra del Dnipro, da una famiglia di servi della gleba rimase orfano di entrambi i genitori a soli dodici anni e visse un’adolescenza miserrima che riscatterà grazie a un prodigioso talento artistico, letterario e filosofico.
Lo stile di vita di Ševčenko, quando lo scrittore avrà finalmente accesso alle porte dei teatri e dei salotti di Pietroburgo, la cui nobiltà Gogol’ allieta da tempo con i suoi geniali e inquietanti racconti ‘piccolo-russi’, sarà sempre, per certi versi, antitetico rispetto a quello dell’autore delle Anime morte.
Mentre Gogol’ era desideroso di equipararsi ai nobili russi e “faceva ogni sforzo per emergere come scrittore a fianco della stella di Puškin”, Ševčenko, liberatosi dalla condizione servile nel 1838, si immergerà fino al collo nella vita pietroburghese studiando “anatomia, architettura, storia dell’arte, paesaggistica, disegno e pittura, e tutte le materie dei corsi dell’Accademia delle Belle Arti”.
La profonda diversità del background sociale e culturale dei due scrittori spiega perché anche il mito cosacco che li accomuna venga interpretato da Ševčenko in maniera opposta rispetto a Gogol’.
Nell’epistola poetica A Hohol’ scritta da Ševčenko nel 1844 il tema cosacco “si esprime come ‘mito rovesciato’, amara riflessione sull’inglorioso presente: non rombano più i cannoni cosacchi, non si combatte più contro il polacco e il tataro, non si difende più la libertà cosacca a costo della vita come si faceva al tempo di Taras Bul’ba e di Gonta”.
Mentre Ševčenko, figlio della società cosacca contadina, scommette sulla capacità rigenerativa della nazione attraverso la radicalità della sua poesia di protesta, per Gogol’ il mondo cosacco della Piccola Russia – termine che Ševčenko rifiuta preferendogli quello di Ucraina – è un luogo della memoria, un rifugio per l’anima senza alcuna valenza politica.

Massimiliano Di Pasquale

Giovanna Brogi, Oxana Pachlovska Taras Ševčenko. Dalle carceri zariste al Pantheon ucraino Le Monnier Università, Firenze 2015.

I migliori libri del 2014

Qualche settimana fa, quando decisi di scrivere questo articolo sui migliori libri del 2014 di Eastern Europe Post, certo che il Maidan di Kyiv verrà ricordato come uno spartiacque nella Storia dell’Europa Centro-Orientale degli ultimi 100 anni, volevo fare precedere il pezzo vero e proprio da un’analisi di natura geopolitica. Il 2014, al pari del 1989 di cui ricorreva il 25° anniversario, è stato infatti un anno epocale che ha segnato l’inizio di un nuovo scontro, duro e senza infingimenti, tra l’Europa Occidentale e la Russia di Putin. Se venticinque anni fa, con il crollo del Muro di Berlino, si concludeva la Guerra Fredda, oggi a distanza di un quarto di secolo, l’aggressività su scala mondiale della Russia – già denunciata da Edward Lucas nel 2008 in “The New Cold War” – ci pone di fronte all’inquietante scenario geopolitico di una Nuova Guerra Fredda fra l’Occidente e una Russia che, abiurati i timidi tentativi di riforma del primo Eltsin, ha trovato nelle politiche autocratiche e imperialiste di Putin un collante che affascina in egual misura stalinisti, fascisti e populisti anti-occidentali. Dopo un’attenta riflessione ho pensato che un’analisi di siffatta natura esulasse dallo scopo di questo articolo e che fosse più che sufficiente, per rendere ragione delle mie scelte editoriale, la breve introduzione che avete appena letto. Coerentemente con un blog che si occupa di Paesi dell’Europa Orientale le scelte privilegiano libri, sia essi di saggistica o di narrativa, che permettono al lettore italiano di scoprire un universo ancora oggi ignoto e oggetto di letture parziali dovute a molteplici ragioni non ultima l’egemonia culturale in ambito accademico ed editoriale di settori della sinistra italiana storicamente legati all’URSS. La curiosità intellettuale abbatte steccati ideologici, visioni fuorvianti di un mondo altro che ci è stato raccontato solo attraverso stereotipi e ci può accostare a mondi e a culture affascinanti ingiustamente snobbate fino all’altro ieri solo per pigrizia o scarsa conoscenza. Buona lettura
Istruzioni per l’uso:
I libri non sono in ordine di importanza. Il titolo che compare per primo non è necessariamente il miglior libro del 2014 per Eastern Europe Post
• Alcuni testi sono usciti a fine 2013 , altri sono stati inseriti come imprescindibili “recuperi”
• Non sono dieci come le classifiche di fine anno della maggior parte dei giornali ma molti di più

1. Mark Hollingsworth, Stewart Lansley “Londongrad. From Russia with cash. The Inside Story of the Oligarchs” (Four Estate, London, 2010).
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Londongrad, uscito in Inghilterra nel 2010 e mai tradotto in Italia, è un saggio che racconta la storia degli oligarchi russi residenti nella capitale britannica e la complessa rete di relazioni politico-economiche che li ha legati e li lega al Cremlino e a Londra, centro finanziario internazionale, scelto, a partire dalla fine degli anni’90 come base delle proprie attività. Complesso e articolato, capace di coniugare diversi registri giornalistici – dalla cronaca di costume a quella finanziaria, passando inevitabilmente per quella nera, basti pensare all’omicidio Litvinenko – il libro di Hollingsworth e Lansley è lettura imprescindibile per chi voglia conoscere più da vicino la storia della Russia degli ultimi 20 anni.

2. Joseph Roth “L’Anticristo” (Editori Riuniti, 2010).
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Inedito in Italia fino a 4 anni fa, questo lavoro del grande scrittore mitteleuropeo di Brody (Galizia austroungarica) si rivela libro di straordinaria attualità. Imprescindibile cartina al tornasole per decifrare il male del nostro tempo. Gli incubi degli anni ’30 – Roth ben 15 anni prima di Orwell osò mettere sullo stesso piano le aberrazioni del nazismo e quelle del comunismo – il mondo falso e vacuo di Hollywood, epitome di una civiltà dell’immagine così vicina a quella attuale delle “realtà virtuali”, fanno de L’Anticristo opera profetica e assolutamente originale.

3. Edward Lucas “La Nuova Guerra Fredda. Il putinismo e le minacce per l’Occidente” (Università Bocconi Editore, Milano 2009).
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Bollato da Sergio Romano, che ne ha curato la prefazione in Italia, come “una inutile provocazione” dietro la quale si nasconde “non tanto il desiderio di riformare la Russia, quanto di indebolirla e umiliarla”, il testo di Edward Lucas si è rivelato altresì drammaticamente profetico nel delineare uno scenario di Guerra Fredda che i più saggi avevano già intuito dopo l’invasione del Cremlino in Georgia nell’estate del 2008. Chi ha dimestichezza con l’inglese può recuperare l’ultimissima edizione uscita qualche mese fa aggiornata alla recente crisi ucraina.

4. Svetlana Aleksievič “Tempo di seconda mano” (Bompiani 2014).
Tempo di seconda Mano - Svetlana Aleksievic (Bompiani)
Romanzo corale in cui le memorie private di cittadini ex sovietici si intrecciano con gli avvenimenti storici degli ultimi 23 anni, dal 1991 che segnò la dissoluzione dell’URSS, al 2014 del Maidan ucraino. Essenziale per comprendere le idiosincrasie dell’homo sovieticus e la vita nel mondo post-sovietico segnata da stenti, disillusioni e speranze tradite.

5. Charles King “Odessa. Splendore e tragedia di una città di sogno” (Einaudi, 2013).
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Saggio scritto con il piglio fresco e avvincente di un romanzo, il libro di King, frutto di anni di ricerche bibliografiche e sul campo, è un affresco colto e affascinante della città più cosmopolita di Ucraina. Polis meticcia che, nel corso dei secoli, ha ispirato registi come Ėjzenštejn, scrittori quali Aleksandr Puškin e Isaak Babel’ ma in cui si sono consumate pagine tragiche dell’ebraismo orientale.

6. Andrei Kurkov “Diari Ucraini” (Keller, 2014).
Diari Ucraini - Andrei Kurkov (keller)
Le proteste del Maidan di Kyiv nel libro più intimista e cupo di Andrei Kurkov, scrittore pietroburghese dalla vena gogoliana. I suoi diari, che coprono l’arco temporale che va dal novembre 2013 (inizio delle proteste sul Maidan Nezalezhnosti) al giugno 2014, passando in rassegna eventi che sono già storia (caduta del regime di Yanukovych, annessione della Crimea, guerra in Donbas…), sono utilissimi per comprendere cosa sta accadendo oggi sull’ultima frontiera orientale. Complementare al libro di Kurkov l’ebook dal taglio volutamente didattico pubblicato da Mauro Voerzio, Gli angeli del Maidan, che racconta sulla base dell’esperienza diretta – l’autore è stato infatti nei luoghi delle proteste – la Rivoluzione della Dignità del popolo ucraino. gli angeli di maidan - Mauro Voerzio(online https://www.bookrepublic.it/book/9786050321227-gli-angeli-di-maidan/)

7. Antonio Carioti, Paolo Rastelli (a cura di) “1989. Il crollo del Muro di Berlino e la nascita della Nuova Europa” (Corriere della Sera/RCS, 2014).
1989 -
Raccolta di 21 articoli/saggi che da prospettive diverse analizzano, a distanza di 25 anni, l’evento più importante del secondo Novecento. Lettura interessante, seppure dalla qualità disomogenea. Buoni i contributi di Federico Argentieri, Pierluigi Battista, Gian Piero Piretto, Paolo Lepri e le intervista di Antonio Carioti e Paolo Valentino rispettivamente a Gianluca Falanga e a Joschka Fischer.

8. Patrick Leigh Fermor “Fra i Boschi e l’Acqua” (Adelphi 2013).
Fra i Boschi e l'Acqua - Patrick Leigh Fermor (Adelphi)
Meno noto di Chatwin, nonostante lo stesso autore di “In Patagonia”, lo abbia più volte definito il suo maestro, Leigh Fermor è narratore di razza che merita di essere scoperto anche in Italia. Un plauso all’ottima Adelphi che negli ultimi anni sta pubblicando tutto il suo catalogo. Seconda parte del viaggio descritto in “Tempo di Regali” (Adelphi 2009), “Fra i Boschi e L’acqua” ripercorre i mille chilometri successivi dalla Grande Pianura ungherese fino ai Carpazi rumeni. Quando la letteratura di viaggio assurge a vera e propria arte.

9. Rachel Polonsky “La Lanterna Magica di Molotov” (Adelphi 2014).
la lanterna Magica di Molotov - Rachel Polonsky (Adelphi)
Un excursus nella storia della Russia dal taglio assolutamente originale. Una sorta di ricerca del tempo perduto che prende le mosse casualmente dai libri ritrovati dall’autrice nella biblioteca privata dell’appartamento moscovita di Molotov.

10. Valerij Panjuškin “L’Olimpo di Putin”(Edizioni E/0 2014).
L'Olimpo di Putin - Valerij Panjuskin (edizioni EO)
Ogni metropoli ha al suo quartiere esclusivo. A Mosca si chiama Rublyovka: qui vive il gotha della politica e della finanza russa. Chi abita dietro ai muri altissimi che circondano queste ville sontuose appartiene all’Olimpo del nuovo Zar. Il fatto che Putin e Medvedev vengano volutamente lasciati sullo sfondo e che l’autore usi il fioretto rinunciando a stilettate aperte non inficia la rilevanza di un testo che fotografa con nitidezza, seppur venata di sottile sarcasmo e ironia, la Russia attuale.

11. Donatella Sasso “Milena, la terribile ragazza di Praga” (Effatà Editrice, 2014).
Milena la terribile ragazza di Praga - Donatella Sasso (Effatà editrice)
È un libro molto bello e di piacevole lettura quello scritto da Donatella Sasso, ricercatrice di storia contemporanea presso l’Istituto Salvemini di Torino e appassionata di cultura ebraica. Il primo in Italia a ripercorre la vita di Milena Jesenská, nota ai più per la sua tormentata storia d’amore con lo scrittore Franz Kafka…. Il libro della Sasso ci aiuta a scoprire le gesta di una donna la cui straordinaria vita è sempre stata caratterizzata da coraggio e tenacia anche nei momenti più drammatici.

12. Marietta Čudakova “Michail Bulgakov. Cronaca di una vita” (Odoya 2013).
Michail Bulgakov. Cronache di una vita - Marietta Cudakova (Odoya)
Opera monumentale, quasi 500 pagine, che ripercorre la vita di uno dei più grandi scrittori russi del ‘900. “Un libro – come ha acutamente scritto la traduttrice e curatrice dell’opera Claudia Zonghetti – che porta il lettore a Kiev prima e a Mosca poi, sottobraccio a Bulgakov e ai suoi amici e detrattori […] Un libro vivo, che ci scaraventa anima e corpo in una parabola umana faticosissima, intensa e tragica, ma sempre con un angolo delle labbra alzato…”

13. Katja Petrowskaja “Forse Esther” (Adelphi 2014).
Forse Esther - Katja Petrowskaja (Adelphi)
Die Zeit ne ha tessuto le lodi definendolo il migliore romanzo che la letteratura tedesca abbia prodotto dopo Austerlitz di Sebald. Petrowskaja scrive in tedesco ma è nata a Kiev nel 1970 e si è laureata a Tartu in Estonia. Il suo libro, che coniuga cultura russa, ucraina, ebraica e tedesca, è un intenso viaggio a ritroso nella storia del Novecento che parte da una tragedia famigliare. Kiev, Mosca, Varsavia, Berlino… i ghetti, i gulag stalinisti e i lager nazisti…

14. Jan Brokken “Anime Baltiche” (Iperborea 2014).
Anime Baltiche - Jan Brokken (Iperborea)
Riga, Tallinn, Vilnius, Kaliningrad… Anime Baltiche dello scrittore e viaggiatore olandese Jan Brokken, racconta con taglio colto e piacevole, quello della miglior narrativa di viaggio, la storia di questo pezzo dimenticato d’Europa che in troppi ancora oggi confondono con la Russia.

15. Avrom Bendavid-Val “I cieli sono vuoti. Alla scoperta di una città scomparsa” (Guanda 2013).
I cieli sono vuoti - Avrom Bendavid - Val (Guanda)
Nel fortunato romanzo di Jonathan Safran Foer “Ogni cosa è illuminata” il nome di fantasia del villaggio ebraico in cui il protagonista andava alla ricerca delle proprie radici era Trachimbrod, nella realtà si chiamava Trochenbrod. Il libro di Bendaviv-Val ricostruisce con estremo rigore filologico la storia di questo luogo dell’Ucraina occidentale (distrutto nel 1941 dalla furia nazista) esempio unico di cittadina completamente ed esclusivamente ebraica.

16. I.J. Singer “La Famiglia Karnowski” (Adelphi 2013).
La famiglia Karnowski - I.J. Singer (Adelphi)
Il romanzo più bello che mi sia capito di leggere da 10 anni a questa parte. La saga di questa famiglia ebrea (tre generazioni a confronto sullo sfondo di Polonia, Germania e Stati Uniti) raccontata da Singer con uno stile nitido e avvincente – non riesci a staccarti facilmente da queste pagine – è uno dei capolavori del Novecento solo recentemente riscoperto. Verrò accusato di blasfemia se dico che per me è superiore ai “Buddenbrook” di Thomas Mann?

17. Kosztolányi Dezsó “Anna Édes” (Edizioni Anfora, 2014).
Anna Édes Dezsö Kosztolányi(Edizioni Anfora)
Sándor Márai, uno dei più grandi scrittori ungheresi del Novecento, autore di capolavori come “Le Braci” e “L’eredità di Eszter”, parlava di Kosztolányi come di un autentico genio letterario. Leggendo Anna Édes, forse il miglior romanzo dello scrittore di Szabadka, non si può che condividere il giudizio di Márai. Lettura imprescindibile per chi ama le atmosfere drammatiche e decadenti della miglior letteratura mitteleuropea. Grazie ai tipi di Anfora per averci regalato questo autentica perla.

Massimiliano Di Pasquale