G come Galizia

G come Galizia è una delle voci di Abbecedario Ucraino libro di Massimiliano Di Pasquale  che uscirà  per i tipi di Anfora Edizioni nell’autunno 2017. L’autore in un’intervista rilasciata nel luglio 2016 all ‘Ukrainian Media Center di Kyiv così l’aveva definito: ” Il libro si chiamerà Abbecedario ucraino. L’ho concepito come una sorta di Ucraina dalla A alla Z, ma non sarà un testo di carattere enciclopedico. L’idea è quella di selezionare alcuni voci per spiegare questioni che non sono note in Italia anche a causa della disinformazione. Sarà un libro che cercherà di raccontare anche gli aspetti più controversi. Accanto a voci abbastanza sintetiche, come i profili biografici di alcuni personaggi storici, troveranno spazio anche lemmi che raccontano luoghi del Paese con lo stile del reportage. Naturalmente non mancheranno voci un po’ più politiche. Lo scopo – come ho già sottolineato – è far conoscere l’Ucraina agli italiani e soprattutto approfondire e puntualizzare quei temi che sono stati distorti dai media filorussi. Penso alla questione della Crimea come “territorio non ucraino”, alla figura controversa di Bandera demonizzata e strumentalizzata dalla propaganda, prima sovietica, oggi russa. Ci saranno anche ritratti di importanti figure del passato la cui eredità culturale è tuttora molto forte come quella dell’etmano Mazepa e del poeta-eroe nazionale Taras Shevchenko. È sicuramente un libro ambizioso anche perché si avvale di diversi registri stilistici: il saggio, il reportage, il ritratto biografico.” 

Finis terrae come l’omonima regione iberica affacciata sull’Atlantico, la Galizia, che per quasi centocinquant’anni, dal 1772 al 1918, è stata la provincia più orientale dell’Impero austriaco, ha sempre esercitato una straordinaria attrazione su scrittori e viaggiatori per il crogiuolo di etnie e culture che vi convivevano in modo sostanzialmente pacifico sotto la Corona asburgica.

Leopold von Sacher-Masoch, che analogamente a Joseph Roth, Bruno Schulz, Gregor von Rezzori, Karl Emil Franzos e tanti altri ha raccontato questo universo dal singolare fascino etnografico, così scriveva in una pagina autobiografica del 1887.

“In un paese come la Galizia ove da secoli si trovano confessioni e nazionalità tanto diverse, è quasi implicito tollerarsi a vicenda. In un territorio nel quale Polacchi, Russi, Piccoli Russi, Romeni, Ebrei, Tedeschi, Armeni, Italiani, Ungheresi, Zingari e Turchi unitariamente convivono e che, per quanto attiene alle religioni, accoglie cattolici greci e romani, ortodossi greci e armeni, lipovani, duchoborziani, ebrei, karaiti, cassidim, luterani, calvinisti, mennoniti, maomettani e pagani, non vi può essere alcun odio razziale, alcuna persecuzione religiosa e neanche alcun antisemitismo”.

La visione di Sacher-Masoch, sicuramente edulcorata da quel mito asburgico che lo affascinò sin da adolescente, se da un lato appare forse troppo idilliaca, dall’altro è in grado di restituirci la vivacità di una regione in cui – come sottolineò anche Joseph Roth nel suo reportage Viaggio in Galizia – “vi è più cultura di quanto le sue insufficienti fognature farebbero pensare”.

La Galizia, nonostante sporcizia, povertà, alcolismo e analfabetismo – piaghe peraltro comuni a tante zone dell’Europa dell’Ottocento – era una terra feconda a livello letterario e nella quale i contrasti sociali, talvolta anche aspri, non degenerarono mai.

Solo quando nel 1918 il regno di Galizia e Lodomiria cessò di esistere – la Galizia venne annessa alla Polonia e la Bucovina alla Romania (oggi la maggior parte di questi territori fa parte dell’Ucraina) –, si incrinò anche quella straordinaria cultura della tolleranza asburgica che per un secolo e mezzo aveva scongiurato eccidi e violenze.

Vent’anni più tardi, con l’avvento della Seconda Guerra Mondiale, si assisterà infatti alla definitiva distruzione del multiculturalismo di questa regione prima con il genocidio nazista, poi con gli stermini dello stalinismo. Martin Pollack, giornalista e scrittore tedesco che alla Galizia ha dedicato un bellissimo libro, tradotto recentemente anche in Italia, osserva a tal proposito come “nel Ventesimo secolo nessun’altra parte d’Europa è stata tormentata dalla Storia più della Galizia”. “Eppure – scrive ancora Pollack – questa terra così segnata dalla morte ha sempre avuto una forza d’attrazione straordinaria, che la pervade ancora oggi, ecco, si potrebbe persino dire che da quando la regione è scomparsa dalle carte geografiche il suo fascino è addirittura aumentato”.

A chiunque abbia visitato questi luoghi non sarà sicuramente sfuggita la loro singolare specificità. Oltre alle vestigia asburgiche la Galizia si caratterizza infatti per la natura fiera e indipendente dei suoi abitanti e per essere forse l’unica regione dell’Ucraina in cui sia quasi impossibile trovare scampoli di Unione Sovietica.

Ho ancora nitido il ricordo del mio primo viaggio a Leopoli e nei Carpazi. Era l’estate del 2004, qualche mese più tardi l’Ucraina avrebbe fatto parlare di sé le cronache internazionali per la Rivoluzione Arancione. Quando il treno sul quale viaggiavo, proveniente da Odessa, giunse nel capoluogo galiziano mi trovai immerso in un’atmosfera molto diversa da quella respirata le settimane precedenti in Crimea e a Kharkiv. Trascorsi la prima notte in un villaggio di campagna ospite di un amico, Volodymyr, conosciuto qualche giorno prima su un vecchio torpedone diretto a Odessa. Mi sembrò di essere stato catapultato, come d’incanto, indietro di qualche secolo in un mondo in cui la gente vive tuttora in simbiosi con la natura, un mondo dove sopravvivono riti e credenze ancestrali e in cui religione e superstizione finiscono spesso per confondersi.

L’indomani, camminando con Volodymyr ai bordi della strada principale, una delle poche asfaltate, in direzione del cimitero locale, incontrammo solo qualche mucca, poche persone in bicicletta e contadini su carri trainati da cavalli. Nemmeno l’ombra di un’automobile. Tutto era avvolto in un’atmosfera di quiete quasi irreale.

Durante quel soggiorno in Galizia venni a conoscenza della storia più recente di questa regione che, grazie anche alla politica culturale liberale degli austriaci verso i “ruteni” (così venivano chiamati gli ucraini in passato), assunse il ruolo di “Piemonte ucraino”, diventando il centro del movimento nazionale e contribuendo all’indipendenza del Paese.

Fu Lilya, una giornalista di Ternopil incontrata in una guest house di Yaremche, a parlarmi per la prima volta di Stepan Bandera, Ivan Franko, Mykhailo Hrushevsky e di altri personaggi storici legati a queste terre e alla lotta per l’autonomia da Mosca e da Varsavia.

Molti dei nomi menzionati da Lilya nel corso delle nostre chiacchierate serali, allietate da freschi boccali di Lvivske, l’ottima lager prodotta a Leopoli, ricorrono spesso nel reportage di Martin Pollack, Galizia. Viaggio nel cuore scomparso della Mitteleuropa.

Il libro del giornalista e scrittore tedesco, uscito in Italia a ben sedici anni dalla sua pubblicazione in Germania, è un testo fondamentale per conoscere una terra che per ironia della storia “ha risvegliato l’interesse degli occidentali a partire dalla sua distruzione”.

Il reportage di Pollack è “un viaggio immaginario attraverso una regione scomparsa” che si svolge intorno al 1900, epoca a cui risalgono i brani tratti dalle opere degli autori di Galizia e Bucovina che hanno fatto di queste zone “un luogo letterario indimenticabile, in cui, al di là di tutti gli eccidi e i conflitti, si era giunti a una feconda interazione tra popoli e culture”.

Il lungo tour inizia a Tarnów, città polacca della Galizia occidentale, che Pollack immagina di raggiungere in treno su un convoglio della Carl Ludwig-Bahn, la ferrovia che prendeva il nome da Carlo Ludovico, fratello minore dell’imperatore Francesco Giuseppe. La tratta che da Cracovia, passando per Tarnów, Przemyśl, Leopoli e Ternopil, giungeva fino alla frontiera russa, era usata di frequente da Karl Emil Franzos, un poeta e giornalista ebreo di Chortkiv, una cittadina polacco-ruteno-ebraica sul fiume Siret.

Di Franzos, i cui racconti accompagneranno il peregrinare letterario di Pollack anche a Verkhovyna e a Chernivtsi, l’autore tedesco narra un singolare aneddoto accaduto a Przemyśl.

Nel libro Aus Halb-Asien, il giornalista ebreo, descrivendo lo squallore della maggior parte dei ristoranti di Przemyśl, menzionò quello della stazione ferroviaria dove gli fu servita la più strana cotoletta di vitello che avesse mai visto.

“Era una cotoletta di vitello ripiena, ovvero ci trovai: un chiodo molto arrugginito, una molla d’acciaio e un ciuffo di capelli”. L’oste schernito spedì una lunga replica al noto giornale locale ‘Przemyślanin’ rigettando tutte le accuse di Franzos definendolo un libellista antipolacco. La lettera fu regolarmente pubblicata, ma l’ingiuriosa nota sulla “cotoletta di vitello ripiena” al ristorante della stazione di Przemyśl non fu eliminata nelle edizioni successive delle opere dello scrittore ebreo.

Prima di giungere a Drohobych, luogo che diede i natali a Bruno Schulz, scrittore e illustratore ebreo di lingua polacca, che Isaac Singer in una celebre intervista a Philip Roth definì più bravo di Frank Kafka, il tour immaginario di Pollack fa tappa a Dobromyl e Sambir, località oggi in territorio ucraino.

Dobromyl, piccola città a soli cinque chilometri dal confine polacco, era agli inizi del secolo scorso un tipico villaggio ebraico. Più della metà dei suoi quattromila abitanti erano ebrei nonostante secondo gli uffici anagrafici austriaci costoro non rappresentassero una nazionalità a se stante poiché questa si definiva in base alla lingua parlata. La stragrande maggioranza di essi parlava yiddish ma, ricorda Pollack, “questo non bastava per considerarla una lingua di cui valesse la pena occuparsi in una statistica”. Anche gli ebrei assimilati si riferivano raramente a tale idioma come a una lingua vera e propria.

“In tal modo gli ebrei galiziani vennero conteggiati dalla burocrazia austriaca come polacchi, tedeschi o, più di rado, ruteni, un errore che non sembrava disturbare particolarmente neppure i diretti interessati: avevano altro a cui pensare”.

L’altro, cui allude Pollack, è ovviamente la quotidiana lotta contro l’indigenza.

“La vita degli ebrei in Galizia era indicibilmente misera. Gall-izia, era abituato a dire Reuben Mehler, un piccolo artigiano di Dobromyl, la Gall-izia si chiama così perché qui la vita è molto dolorosa. Dolorosa come una galla”.

Per sfuggire a questa condizione miserevole molti cercarono fortuna in America. Tra questi anche il figlio di Mehler che una volta giunto negli Stati Uniti anglicizzò il suo cognome in Miller.

Saul Miller, il nipote del vecchio Reuben, raccontò la storia della sua famiglia in un bel libro intitolato Dobromil. Life in a Galician Shtetl 1890-1907. Voleva che i propri figli conoscessero com’era dura la vita in uno shtetl ebraico della Galizia in cui tutto ruotava intorno al sostentamento, il parnose così difficile da procacciarsi.

Dagli appunti autobiografici del critico letterario Artur Sandauer, nato a Sambir nel 1913, Pollack apprende come la cittadina, che ai primi del Novecento contava diciassettemila abitanti, principalmente di origine polacca, fosse divisa in aree diversissime tra loro come Ringplatz, il quartiere borghese con le sue ville e i licei, Torgovytsya, il rione che confinava dal lato del fiume Mlynivka con il ghetto più profondo e Blic, il sobborgo sulle rive del Dnistr in cui gli ebrei praticanti vivevano come nello shtetl in osservanza delle leggi tradizionali.

Proseguendo oltre Sambir, la Transversalbahn, la Ferrovia trasversale, con cui Pollack compie il suo viaggio immaginario nelle terre più orientali della Cacania – con questo nome fittizio Robert Musil chiama l’impero austroungarico nel suo capolavoro L’uomo senza qualità –, giunge fino a Drohobych.

Le pagine che Pollack dedica alla Pennsylvania della Galizia, così detta per lo straordinario sviluppo che qui conobbe a fine Ottocento l’industria petrolifera, sono tra le più interessanti del libro. Soprattutto perché la Drohobych attuale è molto diversa da quella descritta dallo scrittore tedesco sulla scorta delle notizie tratte dal settimanale “Tygodnik Samborsko-Drohobycky”nel 1900 e dalle pagine di Saul Raphael Landau, Józef Rogosz e Artur Gruszecki.

Il fervore industriale legato al petrolio, che animava il centro galiziano a metà dell’Ottocento quando ingegneri statunitensi portarono qui le prime torri di trivellazione che utilizzavano la “perforazione ad asta con metodo canadese” sperimentate con successo in Pennsylvania, è pressoché scomparso.

Quando nel 2009 giunsi a Drohobych a bordo di una marshrutka sulla quale ero salito alla stazione ferroviaria di Leopoli, non trovai il luogo sudicio popolato da “vetturini imbroglioni” e da “commercianti primitivi” descritto da Alfred Döblin nel suo viaggio in Polonia del 1924, bensì una città sicuramente povera ma dignitosa.

Una delle caratteristiche che contraddistingue la Galizia attuale, e più in generale l’Ucraina, è indubbiamente la grande dignità del suo popolo. Nel corso della mia visita a Drohobych non vidi alcun mendicante, come era successo ottantacinque anni prima all’autore di Berlin-Alexanderplatz, ma tante persone, principalmente donne, occupate a sbarcare il lunario al mercato locale vendendo miele, latte, formaggi, lamponi, fragole, mirtilli, funghi, pomodori, melanzane, cavoli, peperoni.

I colori e gli odori del Tsentralny Rynok di Drohobych mi trasmisero un senso di vitalità e di operosità ma non potei esimermi dall’osservare come quelle tracce di Galizia povera e rurale fossero difficilmente riscontrabili, qualche chilometro più a ovest, nella Galizia oggi in territorio polacco.

Questa terra, tra le più martoriate nel Novecento, avrebbe potuto conoscere sicuramente una sorte migliore se, per un accidente della storia, non fosse stata inglobata nel dopoguerra nell’URSS.

I funzionari di Mosca, detestati dalla stragrande maggioranza della popolazione, abituata a monarchi illuminati e rispettosi delle identità culturali come Francesco Giuseppe I che conosceva polacco e ruteno, pensarono quasi esclusivamente a reprimere ogni forma di dissenso. Ciononostante non riuscirono mai a russificare questa regione. Oksana Zabuzhko, scrittrice ucraina originaria di Lutsk, Volinia, nel suo monumentale romanzo storico The Museum of Abandoned Secrets , sostiene che furono proprio i comitati di autodifesa dei partigiani ucraini della Galizia nel dopoguerra a impedire al regime sovietico di perpetrare una strategia genocidaria nell’Ovest del Paese, come quella che si ebbe nel 1932-1933 con il Holodomor, che avrebbe distrutto l’Ucraina per sempre.

Parlando di Drohobych è impossibile non citare il suo cittadino più illustre: Bruno Schulz. Anche Pollack – prima di proseguire il suo viaggio alla volta di Nahuyevitsi, villaggio ove nacque Ivan Franko, importante intellettuale ucraino di fine Ottocento – tributa il suo personale omaggio all’autore de Le botteghe color cannella introducendoci nel suo magico mondo letterario.

I racconti di Schulz, osserva lo scrittore tedesco, sono “frammenti di un’autobiografia grottesca-fantastica, in cui l’autore ci guida attraverso i paesaggi irrecuperabilmente perduti della sua infanzia, che mitizza, ma al tempo stesso ritrae con precisione”.

Schulz, che proveniva da una famiglia ebraica assimilata – ‘polacco di religione mosaica’ amava definirsi suo padre Jakub – pone al centro del suo immaginario letterario proprio Drohobych.

Artur Sandauer, che lo conobbe quando era un giovane critico, nella prefazione all’edizione polacca dei racconti, evidenziò che Schulz non si era mai allontanato dall’ambito tematico dell’infanzia in una piccola città.

“Sebbene avesse studiato per due anni all’Accademia di belle arti di Vienna, soggiornasse spesso a Leopoli e una volta avesse persino fatto un viaggio a Parigi, non riuscì mai a liberarsi dal sortilegio di quella provincia, con le sue strade vuote e le sue ore vuote, con i mucchi di spazzatura e le ville cresciute a dismisura” (Sandauer).

L’ostinazione a non voler lasciare il luogo in cui era nato gli fu fatale.

Nonostante alcuni amici di Varsavia avessero cercato di farlo scappare dalla Galizia, occupata a partire dal 1941 dalle truppe naziste, che di lì a poco avrebbero iniziato un giro di vite sulla popolazione ebraica, Schulz preferì rimanere a Drohobych dove morì il 19 novembre 1942 assassinato da Karl Gunther, un funzionario della Gestapo durante un rastrellamento.

La tappa successiva del tour di Pollack è Stryi, un tempo stazione terminale della Ferrovia del Dnistr.

“L’edificio bianco a due piani della stazione, a venti minuti a piedi dalla città, era uno dei ritrovi preferiti dei borghesi di Stryj, che il sabato pomeriggio prendevano volentieri una birra seduti nell’ombreggiata veranda del Dienstl, il ristorante della stazione, osservando l’andirivieni dei treni e dei viaggiatori. Sembrava quasi quello di una grande città: l’enorme orario delle k.k. Staatsbahnen [Ferrovie imperialregie dello Stato austriaco], stampato su carta giallo ocra e appeso alla parete della biglietteria, informava che partivano cinque treni al giorno per Leopoli, quattro per Przemyśl, uno per Ivano-Frankivs’k e tre per Lavochne, alla frontiera con l’Ungheria; altrettanti erano i treni in arrivo.”

Dell’ambita località di villeggiatura, che nei primi del Novecento attirava diversi turisti specie nella stagione estiva grazie a stabilimenti balneari sul fiume e alla vicinanza ai Carpazi, la Stryi odierna conserva solo il ruolo di fondamentale nodo viario. La maggior parte delle marshrutky provenienti dall’Italia, attraversato il confine ungherese a Chop, fanno tappa qui. Molti dei passeggeri, in prevalenza donne che lavorano nel nostro paese e tornano a casa per visitare i propri familiari per qualche settimana, proseguono il loro viaggio salendo su altri mezzi diretti un po’ in tutta l’Ucraina.

Mentre la Stryi attuale sembra aver perso il fascino che ai primi del Novecento ne faceva, in virtù dell’elegante ricostruzione edilizia successiva al terribile incendio del 1886, una delle più graziose città della Galizia orientale, i suoi dintorni, ossia l’area dei Carpazi costituisce tuttora una delle principali destinazioni turistiche del Paese. In queste zone negli ultimi anni si è assistito anche a un incremento del turismo estivo. Con l’occupazione della Crimea da parte della Federazione Russa nel marzo 2014, molti di coloro che un tempo sceglievano di trascorrere le vacanze a Yalta, Yevpatoriya o Feodosiya, oggi optano per una villeggiatura in montagna in località come Yaremche, Vorokhta e Bukovel.

Se per gli amanti del trekking le escursioni sul monte Hoverla, la cima più elevata del gruppo del Chornohora (Le Montagne Nere), costituiscono meta obbligata, chi preferisce una vacanza all’insegna della cultura, prima di raggiungere Yaremche, farà tappa anche a Ivano-Frankivsk, ridente città dall’atmosfera mitteleuropea e a Kolomiya, piccolo centro a circa cinquanta chilometri dalla catena montuosa di Chornohora famoso per la cultura Hutsul.

Ecco come appariva Ivano-Frankivsk, seconda città della Galizia dopo Leopoli, all’inizio del secolo scorso ad Alexander Granash, un piccolo garzone di fornaio ebreo, poi caratterista dei teatri di Max Reinhardt a Berlino, assurto alla celebrità nel ruolo di Knock nel Nosferatu di Murnau.

“La cittadina sembrava una casa delle bambole. C’erano delle belle case bianche a più piani e parchi e giardini e fiori e viali alberati, una grande, linda piazza del mercato e magnifiche vetrine; alla sera si accendevano i lampioni elettrici e c’era luce come di giorno, solo molto più allegra. La via principale, il passeggio, si chiamava da un lato linea A e dall’altro linea B. Era il ritrovo dei giovani. Ragazze graziose e ben vestite passeggiavano avanti e indietro insieme a studenti e ufficiali azzimati, chiacchierando e ridendo. C’erano caffè con la musica, ristoranti e una galleria che era un punto di incontro.”

Percorrendo oggi le strade acciottolate del centro, tra edifici neoclassici dai tenui colori pastello, chiese barocche e ville austroungariche fresche di restauro, Ivano-Frankivsk, lasciatasi alle spalle il grigiore sovietico, sembra tornata allo splendore di un tempo.

Dell’epoca descritta da Alexander Granash mancano all’appello quasi tutte le cinquanta sinagoghe che, fino all’inizio degli anni Quaranta, contribuivano a fare di questa città polacca di frontiera, come ricorda anche Pollack, un fervente centro di cultura yiddish.

“Dei trentamila abitanti di Ivano-Frankivs’k, la metà erano ebrei, e metà di loro ricevevano l’armengroschen, un sussidio di importo variabile tra uno e cinque fiorini pagato una volta all’anno dalla comunità israelitica ai più bisognosi alla festa di Pesach. Ma in confronto ai braccianti ruteni, che avevano trasferito in città la miseria dei villaggi, gli ebrei sembravano ricchi”.

La principale attrazione di Kolomiya, che nel 1900, sulla base dei racconti di Saul Raphael Landau, Pollack identifica come un centro ebraico caratterizzato dalle presenza di una particolare categoria di lavoratori, i portatori d’acqua, già organizzata secondo modalità imprenditoriali moderne, è oggi il Museo delle Pysanky, le coloratissime uova di Pasqua, dipinte a mano, celebri in tutto il mondo.

Nell’estate di qualche anno fa visitai questo edificio a forma d’uovo decorato con motivi geometrici policromi e rimasi letteralmente affascinato dalla singolare collezione che ospita più di diecimila esemplari dipinti con stili diversi a seconda delle aree di provenienza.

Una studentessa di storia dell’arte della vicina Ivano-Frankivsk mi raccontò che i primi esempi di uova decorate furono ritrovati dagli archeologici nelle regioni di Kyiv e Poltava. E che molte delle decorazioni usate, quali i segni solari (cerchi, croci e stelle), testimoniano come la tradizione delle uova dipinte derivi dalla cultura pagana e che, solo in seguito all’evangelizzazione dell’Ucraina, è stata inglobata nella festività cristiana della Pasqua.

Gli echi della cultura pagana e l’eterogeneità delle etnie sono sempre stati i tratti distintivi delle terre galiziane comprese tra Stryi, Ivano-Frankivsk e Kolomiya.

“A Verkhnje Syn’ovydne erano di casa i boyko, che per lingua, abbigliamento e usanze si distinguevano nettamente dai ruteni di pianura. I boyko abitavano nella sezione centrale dei Carpazi Boscosi; in quella occidentale vivevano i lemchi; in quella orientale, che arrivava fino alla Bucovina e all’Ungheria settentrionale, gli huzuli. In generale i boyko avevano un fisico massiccio ed erano esperti allevatori di bovini apprezzati fino in Ungheria, che vendevano alle fiere autunnali nelle cittadine carpatiche di Borynja e Ljutovys’ka. […] Per raggiungere gli huzuli, che erano vicini dei boyko, si dovevano varcare le impervie montagne dei Carpazi Boscosi oppure tornare a Stryj e da lì andare a Ivano-Frankivs’k”(Pollack).

Nel 1700 in un villaggio vicino a Kolomiya, Pechenizhyn, nacque il mitico Oleksa Dovbush, soprannominato “il Robin Hood dei Carpazi”. Personaggio leggendario di cui parla anche Leopold von Sacher-Masoch nello splendido racconto sulla cultura hutsul Haydamak, il brigante, Dovbush si nascondeva spesso all’interno delle grotte formate da massicci rocciosi in prossimità di Yaremche.

Analogamente all’eroe di Sherwood Dovbush e la sua banda di opryshky rubavano ai ricchi commercianti e ai ricchi proprietari terrieri e distribuivano il bottino ai poveri contadini dei villaggi dei Carpazi. Sebbene i polacchi avessero messo una taglia sulla sua testa e inviato migliaia di soldati a cercarlo, Dovbush, che non si fermava in un rifugio per più di dodici giorni, non fu mai catturato. Questo almeno narra la leggenda. Pollack, sulla base di notizie documentate, sostiene che Dovbush venne ucciso in un’imboscata nel 1745 nel villaggio di Kosmach da un certo Stepan Dzvinchuk, un hutsul come lui. Oggi il villaggio di Kosmach ospita un piccolo museo dedicato al Robin Hood dei Carpazi.

Lasciate le località montane di Verkhovyna e Kolomiya il viaggio immaginario di Pollack prosegue a Chernivtsi per poi concludersi nella Galizia orientale a Brody, dove nacque Joseph Roth, uno dei più illustri cantori del Finis Austriae e Leopoli.

Le pagine di Karl Emil Franzos e di Franz Porunsky accompagnano il peregrinare letterario del giornalista tedesco a Chernivtsi, capitale della Bucovina e luogo natale, tra gli altri, di Paul Celan e Gregor von Rezzori.

Chernivtsi e Leopoli, città tra le più affascinanti dell’intera Ucraina per il loro retaggio storico e culturale meritano un’attenzione particolare e per questo motivo Abbecedario Ucraino dedica loro due lemmi separati.

Massimiliano Di Pasquale

ABBECEDARIO UCRAINO https://wordpress.com/stats/post/986/massimilianodipasquale.wordpress.com

INTERVISTA UKRAINIAN CRISIS MEDIA CENTER http://uacrisis.org/it/45904-m-di-pasquale-intervista

Biography

Graduated in Business Economics at Bocconi University in Milan, Massimiliano Di Pasquale is an Italian author, photographer and freelance journalist, writing regularly about Ukrainian culture and politics for several Italian magazines and newspapers. From November 1999 to April 2004 he lived in London where he combined his activity as marketing consultant with that of freelance journalist. Di Pasquale is a member of AISU, Italian Association of Ukrainian Studies and of BSS, Baltic Studies Section, a non-profitmaking Academic Association on Baltic Studies at Milan University, which gathers scholars, specialists, researchers and PhDs focused in this specific field. Besides his essays, articles, and participations at international conferences and seminars as Ukrainian expert and sovietologist, Di Pasquale published his first photographic book in 2010 In Ucraina. Immagini per un diario (In Ukraine. Pictures for a Diary); in 2012 the travel book Ucraina terra di confine. Viaggi nell’Europa sconosciuta (Ukraine Borderland. Trips in the Unknown Europe); in December 2015 his last major work Riga Magica. Cronache dal Baltico (Magic Riga. Chronicles from the Baltic region). In the last three years he has been working on a new book called Abbecedario Ucraino, sort of Ukraine from A to Z, due in Autumn 2017.

 

 

 

 

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PRINCIPE GIALLO

Sinistra figura allegorica ispirata al Viy di Nicolai Gogol, il Principe Giallo – titolo scelto da Vasyl Barka per il suo straordinario romanzo sul Holodomor – è la personificazione della Morte. Una Morte fisica e spirituale che, come ha scritto Oxana Pachlovska in Civiltà Letteraria Ucraina,  “nasce nei recessi più tenebrosi della coscienza umana e scatena i suoi demoni”.

Il libro, uscito in Italia per i tipi di Pentàgora solo nel 2016, cinquantaquattro anni dopo la sua pubblicazione negli Stati Uniti e trentacinque dopo l’edizione francese, è il resoconto di una delle più dolorose sofferenze della storia contemporanea paragonabile forse – scrive il suo autore – “allo sterminio degli ebrei sotto i nazisti”.

Attraverso una prosa dura e diretta ma non priva di squarci poetici, Barka racconta la lenta agonia che accompagna i componenti della famiglia Katrannyk – il padre Myron , la madre Dariya , la nonna Kharytyna e i tre figli Mykola, Olena e Andriy – in un villaggio immaginario dell’Ucraina centro-orientale, Klenotochi, nel terribile 1933. Nessuno ad eccezione del piccolo Andriy verrà risparmiato dall’atroce morte riservata loro dalla requisizione non solo del grano ma di qualsiasi cosa commestibile da parte degli uomini di Mosca come lo spietato capo bolscevico Hryhoriy Otrokhodin.

Se un bambino, consumato dalla fame, prendeva qualche spiga nelle mani ossute, le guardie sparavano all’istante. Gli invasori buttavano a terra i resti della zuppa di semolino tenuta da parte per i figli dalla madre e li schiacciavano con gli stivali. Nei mandanti e negli esecutori non c’era più nessuna traccia di umanità. Si vedeva solo una sorta di perversa maschera demoniaca. Anche nella morte stessa c’era qualcosa di misterioso: all’improvviso gli uccelli in volo rovinavano senza vita sulla terra; morivano anche molti degli zelanti complici della razzia, che di cibo ne avevano in abbondanza. Come se avessero assunto sostanze avvelenate”.

Questa straziante memoria è tratta dalla nota scritta dallo stesso Barka in calce al libro. L’autore, poeta, scrittore e critico letterario ucraino emigrato nel 1943 in Germania, stabilitosi poi negli Stati Uniti, fu infatti testimone oculare di quegli eventi. Vasyl Ocheret, in arte Vasyl Barka, era nato a Solonytsia, un villaggio nella regione di Poltava nel 1908 da una famiglia di origini cosacche. All’epoca del Holodomor era un giovane intellettuale di venticinque anni che, dopo aver lavorato come insegnante in un villaggio minerario in Donbas, si era in seguito laureato all’Università di Mosca con una tesi sulla Divina Commedia di Dante.

Il Principe Giallo, la cui stesura iniziò negli Stati Uniti nel 1958, si basa su un mix di impressioni personali e racconti di altri ucraini raccolti in un quarto di secolo.

La parte principale è composta da impressioni personali: la fame si sopportava con fatica, era debilitante, con il corpo segnato dalle ferite aperte dei vasi sanguigni che emettevano un liquido brunastro e la pelle delle gambe che si lacerava, mettendo in risalto una superficie mucosa e sanguinolenta. Era difficile camminare e bisognava appoggiarsi ogni tanto a una parete o a una staccionata, attorno a cui giacevano in tanti, già morti. Sembrava che la fine fosse arrivata, ma con la grazia di Dio siamo sopravvissuti, forse per testimoniare ciò che è accaduto.

Nel complesso l’opera si compone di tre piani che potremmo definire un piano realistico – in cui si rappresenta la disgrazia della famiglia contadina alla ricerca disperata del pane, un piano psicologico – in cui l’autore descrive i sentimenti delle vittime del genocidio e un ultimo piano metafisico-spirituale – in cui si manifestano “quei fenomeni legati al mondo delle forze oscure, profondamente contrarie alla natura umana”.

Dal punto di vista stilistico, è interessante notare che nonostante Barka fosse un poeta modernista – Oxana Pachlovska definisce la sua poesia come un microcosmo ermetico in cui si rispecchiano e si fondono vari macrocosmi come quello della Bibbia, dell’universo orientale, del Rinascimento e dell’antica tradizione popolare ucraina – Il Principe Giallo è un romanzo dalla struttura classica caratterizzato da una prosa complessa.

Alessandro Achilli, che ha tradotto il libro sul testo originale ucraino, sottolinea come l’idioma usato sia complesso, distante dall’ucraino di oggi e ricco di espressioni dialettali.

La versione di Olga Jaworsky è decisamente più letterale della mia. Per rendere la lettura più agevole per il pubblico italiano ho adattato certi brani con una buona dosa di audacia. Sono anche passati trentacinque anni tra le due traduzioni, il che può anche giustificare in parte le due diverse scelte traduttologiche”.

Massimiliano Di Pasquale

Riga Skyline Bar

Estratto dal capitolo 3 di Riga Magica. Cronache dal Baltico (Il Sirente 2015). Per gentile concessione dell’editore e dell’autore.

Lo Skyline Bar, cocktail lounge bar tra i più esclusivi della capitale lettone, si trova al ventiseiesimo piano di quello che un tempo era il grattacielo dell’Intourist.
L’hotel, che nel 1982 ospitò Colin Thubron durante il suo viaggio a Riga, è stato trasformato, dopo un lungo lavoro di ristrutturazione, conclusosi nel 2001, con l’aggiunta tra l’altro di quattro nuovi piani (ventisette rispetto ai ventitré originari), in uno degli alberghi più prestigiosi della città.
Se il reporter inglese visitasse oggi il Radisson Blu Hotel Latvija stenterebbe a riconoscere in questo lussuoso albergo, sede di conferenze ed eventi internazionali – è il più grande e importante business center dei Baltici – lo squallido parallelepipedo sovietico in cui, un tempo, venivano fatti alloggiare gli stranieri, specie se appartenevano alla categoria dei giornalisti occidentali, non certo amata dai funzionari del Partito.
Agli occhi di Thubron, l’Intourist, ancorché di recente costruzione – era stato ultimato nel 1979 dopo dodici anni di lavoro – rappresentava l’epitome del grigiore, della megalomania e della paranoia sovietica, con ospiti sorvegliati giorno e notte da microspie collocate nelle stanze e dalla dezhurnaya del piano che “con il suo lavoro insonne di 24 ore di guardia, seguita da tre giorni di riposo […] sembrava incarnare la mania russa per il controllo”.
I lettoni dicono scherzando che questi ghetti per turisti sono fatti per il sessanta per cento di vetro, per il trenta per cento di cemento armato e per il dieci per cento di microfoni.
Fortunatamente – rivela Thubron – talvolta bastava una battuta o una gentilezza per far sbocciare nei volti granitici di quelle donne di mezza età, spesso vedove, un sorriso quasi materno.

 

Oggi la clientela dell’Hotel Latvija è molto diversa. Nessuno deve fingere sorrisi o inventarsi battute per ottenere lampadine di ricambio per abat-jour che si fulminavano con estrema facilità o una coperta in più. Né tantomeno supplicare, o allungare dollari sottobanco ai camerieri, per riuscire a mangiare qualcosa nei tre ristoranti, già chiusi alle otto di sera.
Dei tre ristoranti dell’hotel, uno era chiuso per lavori di restauro, l’altro era chiuso per turno e la porta del terzo esibiva una scritta che rifiutava l’ingresso a chi non indossasse un abito e una cravatta”.
Nonostante i più anziani considerino ancora quel grattacielo che domina lo skyline della Città Nuova un luogo sinistro – gli spettri dell’epoca sovietica sono ancora presenti nella mente di chi ha vissuto quegli anni – ora la maggior parte degli abitanti e i turisti lo associano immediatamente all’elegante Skyline Bar.
Il locale, cui si accede attraverso un avveniristico ascensore esterno in vetro che può creare qualche vertigine, merita una visita, specie all’ora del tramonto.
Il panorama che ammiro dalle pareti a vetro del bar in un pomeriggio di fine novembre, sorseggiando un Martini – sono più di cento i cocktail in menù –in compagnia di due simpatici ragazzi svedesi a Riga per il weekend, è qualcosa di più della classica vista mozzafiato da una torre panoramica. L’arancione, il giallo e il grigio dorato delle nubi al crepuscolo colorano infatti di una luce calda e suggestiva il glaciale cielo lettone confondendo e smussando le sagome degli edifici più alti e caratteristici della città.
Quando lo sguardo si allontana dalle chiese di Vecrīga, dagli hangar del Mercato Centrale e dal Palazzo dell’Accademia delle Scienze e si allunga verso i quartieri periferici, che si estendono a raggiera dal centro, Riga cessa di essere la città portuale, sorella gemella di Tallinn – come in Venusberg, romanzo di Anthony Powell ambientato negli anni Trenta in una polis immaginaria che racchiude le caratteristiche della capitale lettone e di quella estone – e rivendica a sé il ruolo di unica metropoli del Baltico.

Massimiliano Di Pasquale

Massimiliano Di Pasquale (1969), fotogiornalista e saggista, è membro dell’AISU, Associazione Italiana di Studi Ucraini e scrive di politica internazionale e cultura sulle pagine di diversi quotidiani nazionali. Nel 2013 ha lavorato per i tipi della Bradt all’aggiornamento della Ukraine Bradt Travel Guide uscita nel giugno dello stesso anno. Per il Sirente ha pubblicato Ucraina terra di confine (2012), caso editoriale che ha fatto conoscere l’Ucraina al grande pubblico italiano.

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Il Gulag di Sandra Kalniete

Estratto dal capitolo 6 di Riga Magica. Cronache dal Baltico (Il Sirente 2015). Per gentile concessione dell’editore e dell’autore.

“I miei genitori si incontrarono in Siberia e si sposarono il 25 maggio 1951; io sono nata il 22 dicembre 1952 nel villaggio di Togur, distretto di Kolpasevo, regione di Tomsk. Due volte al mese dovevano obbligatoriamente presentarsi alla komendatura per firmare il loro atto di presenza. Le autorità di sorveglianza sovietica si assicuravano così che i deportati non avessero arbitrariamente lasciato il luogo di residenza che era stato loro assegnato. Un mese dopo la mia nascita, mio padre dovette registrare anche me per la prima volta, e così anch’ io fui destinata alla deportazione a vita”
(Sandra Kalniete – With Dance Shoes in Siberian Snows)

With Dance Shoes in Siberian Snows, libro di Sandra Kalniete, europarlamentare lettone nata in Siberia da una coppia di deportati, non è l’ennesimo prescindibile libro sul Gulag, come potrebbe pensare chi ha già letto Conquest e Solzhenitsyn ma un testo davvero prezioso per ricostruire la storia della Lettonia nel Novecento. La molla che ha spinto la Kalniete a raccontare la sua vicenda familiare è stato l’enorme senso di frustrazione provato dal 1997 al 2000 quando, in qualità di ambasciatrice lettone in Francia, constatò di persona che la tragedia del popolo lettone era pressoché sconosciuta anche nelle alte sfere della diplomazia internazionale.

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Ho deciso di scriverlo – raccontò Kalniete al Corriere della Sera – per un senso di frustrazione. Quando ero ambasciatrice a Parigi mi resi conto che anche ai più alti livelli pochi conoscevano la nostra storia, le due ondate di deportazione che distrussero la vita di migliaia di persone: mia madre fu vittima della prima, nel 1941, mio padre della seconda, nel 1949”.
Il libro, reperibile oggi solo in inglese – la versione italiana, uscita dieci anni fa con il titolo Scarpette da ballo nelle nevi di Siberia, è fuori catalogo da tempo – suscita varie riflessioni. La sua qualità migliore è probabilmente quella di riuscire a fornire un affresco equilibrato in cui le differenze tra la storia con la s minuscola e storia con la s maiuscola finiscono quasi per azzerarsi. È come se l’una correggesse, definisse e perfezionasse l’altra.
La vicenda della famiglia Kalniete appare non come una delle tante drammatiche storie di deportazione nell’Unione Sovietica di Stalin, ma piuttosto come un tassello fondamentale della storia nazionale lettone, utile per comprendere il contesto politico, economico e culturale in cui maturarono quei tragici eventi. A sua volta la storia della Lettonia sovietica, iniziata nell’estate del 1940, diventa tessera imprescindibile per ricostruire un mosaico più grande, quello relativo agli avvenimenti di portata mondiale che hanno segnato il Novecento.
Uno degli aspetti più apprezzabili del libro da un punto di vista storico è l’accurata ricostruzione dei dodici mesi, conosciuti come Anno del Terrore, intercorsi tra l’invasione della Lettonia da parte delle forze armate sovietiche (17 giugno 1940) e la prima grande deportazione di cittadini lettoni (14 giugno 1941).
Ai cittadini lettoni, all’oscuro del Patto Molotov-Ribbentrop, con cui il 23 agosto del 1939 la Germania nazista e Unione Sovietica si erano spartite l’Europa centro-orientale in sfere d’influenza , la resa del Presidente Ulmanis, che a fronte dell’invasione del 17 giugno 1940 pronunciò un discorso alla nazione dai toni surreali con allusioni indirette e appelli patetici a mantenere la calma, sembrò una situazione più kafkiana che drammatica.

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Il primo anno di occupazione – nonostante fossero già iniziati a Stūra Māja i primi interrogatori e le prime fucilazioni – parve alla madre di Sandra Kalniete e a molti lettoni come grottesco, più che tetro. Ciò che stava succedendo era talmente stupido e irreale che nei ricordi dei testimoni oculari dell’epoca prevalgono aneddoti legati alla totale mancanza di civilizzazione e di educazione delle forze occupanti più che racconti drammatici.
Ridicolizzare i propri ‘liberatori’ era il modo con cui i lettoni cercavano di compensare le umiliazioni subite con l’occupazione. “In verità, ridere era una fuga dalla realtà e un mezzo per trovare rifugio in un mondo illusorio dove la persona intelligente si dimostra più forte di quello forte”. I racconti sui soldati dell’Armata Rossa che chiedevano ripetutamente alle commesse dei negozi se fosse vero che in Lettonia si potesse comperare pane bianco e burro senza alcuna limitazione, aiutavano i lettoni, popolazione che all’epoca aveva il più alto tasso di laureati d’Europa, a sopravvivere all’invasore.
Jānis Dreifelds, il nonno della Kalniete, che aveva vissuto da giovane in Russia, sosteneva che avrebbero trovato il modo di sopravvivere.
Conosco i russi. Sono gente a posto, sebbene talvolta un po’ sciocca. So come comportarmi con loro” diceva spesso alla moglie Emilija per confortarla.
Jānis, scrive la Kalniete, “non poteva immaginare che in venti anni i bolscevichi avevano lavato il cervello della gente russa a tal punto da perdere completamente la cognizione di bene e di male e da considerare come una norma necessaria lo sterminio di persone innocenti”. Il 14 giugno 1941 anche Jānis e la sua famiglia sperimenteranno sulla loro pelle la brutalità del regime sovietico.
Mia madre, Ligita Dreifelde, aveva quattordici anni e mezzo quando il 14 giugno 1941, assieme a mio nonno e mia nonna, fu deportata in Siberia dal regime sovietico. Mio nonno Jānis è stata separato dalla sua famiglia a Babinino, Russia. Da allora, mia madre e mia nonna non hanno più avuto nessuna notizia di lui. Nel mese di aprile del 1990, mia madre ha ricevuto un avviso dal Comitato per la Sicurezza dello Stato della Lettonia Sovietica che mio nonno era morto il 31 dicembre 1941, sei giorni prima del suo sessantatreesimo compleanno

Massimiliano Di Pasquale (1969), fotogiornalista e saggista, è membro dell’AISU, Associazione Italiana di Studi Ucraini e scrive di politica internazionale e cultura sulle pagine di diversi quotidiani nazionali. Nel 2013 ha lavorato per i tipi della Bradt all’aggiornamento della Ukraine Bradt Travel Guide uscita nel giugno dello stesso anno. Per il Sirente ha pubblicato Ucraina terra di confine (2012), caso editoriale che ha fatto conoscere l’Ucraina al grande pubblico italiano.

Sketches of Riga

Estratto dal capitolo 1 di Riga Magica. Cronache dal Baltico (Il Sirente 2015). Per gentile concessione dell’editore e dell’autore.

Il grido stridulo dei gabbiani che risalgono l’ampio corso della Daugava dal Baltico fino in città, per poi appollaiarsi sui vecchi hangar dei dirigibili Zeppelin, dove ora sorge il Mercato Centrale, fece da sottofondo al sontuoso swedish breakfast che una mattina di cinque anni fa mi diede il benvenuto nella capitale lettone.
Era autunno inoltrato e alloggiavo al Metropole, un hotel oggi chiuso per lavori di restauro che sarebbe probabilmente piaciuto a Giuseppe Tomasi di Lampedusa, il quale nel 1932 sposò a Riga la baronessa lettone Alessandra Wolff Stomersee. Sin da metà Ottocento, l’albergo ha infatti ospitato la nobiltà di mezza Europa e una clientela di amanti dell’opera e del balletto. Il buffet del Metropole, trionfo di salmoni affumicati, aringhe marinate, merluzzi in salsa verde, champignon sottaceto e pane nero, mi aiutò subito a decifrare alcuni caratteri tipici della città.
Qualche ora più tardi, dopo aver passeggiato lungo gli acciottolati della Città Vecchia tra architetture barocche, torri gotiche, chiese medioevali e facciate liberty, estrassi dallo zaino il mio Moleskine e scrissi di getto “brumosa, anseatica, scandinava, nient’affatto sovietica”. Impressione epidermica che avrei confermato anche nei giorni successivi, con la parziale eccezione del “nient’affatto sovietica”.
A Maskavas e a Bolderāja, sobborgo operaio a nord della capitale, tracce di Russia zarista e di Unione Sovietica erano ancora ben visibili e contribuivano ad accrescere la peculiarità di Riga. Intuii presto che il fascino della città era frutto di questi contrasti e trovai seducente la singolare commistione di case di legno, komunalky d’epoca brezhneviana, foreste di pini e spiagge sabbiose di questo insediamento urbano di quindicimila anime sorto come fortezza svedese nei primi del Seicento su un preesistente villaggio di pescatori.
Edifici in legno tra i più vecchi di Riga, circondati da blocchi abitativi sovietici tutti uguali, nei cui cortili, nonostante un freddo pungente, un gruppo di bambini giocava a pallone….


Passeggiando senza una meta precisa in questo luogo tutt’altro che glamour e osservando le abitazioni fatte costruire da Mosca nei primi anni Settanta mi ricordai di una visita di qualche anno prima a Nowa Huta.
Nell’immediata periferia di Cracovia, negli anni Cinquanta il Partito Comunista Polacco di concerto con i funzionari del Cremlino aveva voluto replicare un modello socio-economico già diffuso in alcune aree dell’URSS, ossia la costruzione di un agglomerato urbano socialista.
Pensai che tra la Bolderāja russofona e proletaria e la Riga dalle atmosfere magiche della Città Vecchia ci fosse lo stesso rapporto riscontrabile tra la Nowa Huta dipinta da un giovanissimo Ryszard Kapuściński nel 1956 sulle pagine del giornale locale Sztandar Mlodych e la Cracovia regale e imperiale di cui la Nuova Città doveva essere l’alter-ego comunista.
L’influenza scandinava, riscontrata nelle abitudini gastronomiche dei lettoni, la ravvisai invece nelle linee geometriche dei palazzi e dei monumenti di Vecrīga.
All’angolo tra Torna iela e Aldaru iela mi fermai a fotografare una donna che suonava il kantele, uno strumento a corde tipico dell’area baltica molto popolare anche in Finlandia, seduta su uno sgabello all’interno di quella Porta Svedese eretta nel 1698 quando Riga, prima di cadere in mano russa nel 1710, era la seconda capitale del Regno di Svezia.
Le guglie delle chiese, le mura giallo canarino del castello e le case dei mercanti con la loro aria placida, quasi sacrale, in quel limpido mattino di novembre, sembravano uscite da Veduta di Delft, uno dei quadri più famosi del pittore fiammingo Jan Vermeer. I tanti edifici rosso mattone mi ricordarono invece le città della Lega Anseatica che avevo visitato ventenne, quando cercavo l’odore del mare del Nord con lo zaino in spalla e la mia copia sgualcita di Altri Libertini.
Lubecca, Amburgo, Danzica, Brema e Riga… le stesse città ritratte nei pannelli di vetro collocati vicino alle finestre del pub dell’Hotel Hanza, dove servono una colazione dalle marcate influenze scandinave molto simile a quella del Metropole.

Massimiliano Di Pasquale (1969), fotogiornalista e saggista, è membro dell’AISU, Associazione Italiana di Studi Ucraini e scrive di politica internazionale e cultura sulle pagine di diversi quotidiani nazionali. Nel 2013 ha lavorato per i tipi della Bradt all’aggiornamento della Ukraine Bradt Travel Guide uscita nel giugno dello stesso anno. Per il Sirente ha pubblicato Ucraina terra di confine (2012), caso editoriale che ha fatto conoscere l’Ucraina al grande pubblico italiano.

 

Krasnaya Moskva versus Rizhskaya siren

Estratto dal capitolo 3 di Riga Magica. Cronache dal Baltico (Il Sirente 2015). Per gentile concessione dell’editore e dell’autore.

All’inizio degli anni Ottanta, periodo a cui risale il primo viaggio a Riga di Elena, la capitale della Lettonia continua a esercitare, presso il pubblico femminile sovietico, lo stesso fascino glamour delle decadi precedenti.
Anna Zafesova, all’epoca residente a Mosca, ricorda come nella capitale russa, si desse letteralmente la caccia ai profumi della Dzintars, la fabbrica di profumerie di Riga.
“Pur essendo un colosso statale – racconta la Zafesova – la Dzintars riusciva a produrre fragranze e flaconi più moderne della classica Krasnaya Moskva”.

Opinione condivisa anche da Elena che, tra gli oggetti che contribuivano a fare di Riga la “piccola Parigi” dell’URSS, menziona proprio il profumo Rizhskaya siren (Lilla di Riga) prodotto dalla Dzintars.
“Era il profumo più desiderato tra quelli prodotti in Unione Sovietica. Si distingueva per la sua freschezza e raffinatezza e soprattutto era in antitesi con il famoso Krasnaya Moskva simbolo della profumeria sovietica dal 1923”

Per capire a cosa allude l’amica ucraina quando confronta la freschezza e la raffinatezza di Rizhskaya siren all’ufficialità di Krasnaya Moskva, “profumo d’obbligo di tutte le matrone degli organi di potere sovietico” occorre rammentare la forte valenza politico-sociale di questa acqua di colonia.

Considerata dallo studioso di cultura russa Gian Piero Piretto “la colonna olfattiva dell’era sovietica”, Krasnaya Moskva, che molti giovanotti portavano “in omaggio alle future suocere, sperando contribuisse a fargli ottenere la mano della fanciulla”, aveva avuto testimonial d’eccezione quali l’attrice dei musical staliniani Lyubov Orlova e la cosmonauta Valentina Tereshkova.

Che fosse senza ombra di dubbio il profumo ufficiale della nomenclatura sovietica lo dimostra il fatto che il suo intenso aroma dolce e forte fu voluto personalmente da Polina Zhemchuzhina, moglie del ministro degli Esteri Vyacheslav Molotov. La Zhemchuzhina – scrive Rachel Polonsky ne La Lanterna Magica di Molotov – non solo era considerata la donna meglio vestita di tutta l’URSS, ma fu la prima ad incoraggiare le donne sovietiche a utilizzare smalti per unghie, rossetti, ciprie e profumi.

Massimiliano Di Pasquale

Massimiliano Di Pasquale (1969), fotogiornalista e saggista, è membro dell’AISU, Associazione Italiana di Studi Ucraini e scrive di politica internazionale e cultura sulle pagine di diversi quotidiani nazionali. Nel 2013 ha lavorato per i tipi della Bradt all’aggiornamento della Ukraine Bradt Travel Guide uscita nel giugno dello stesso anno. Per il Sirente ha pubblicato Ucraina terra di confine (2012), caso editoriale che ha fatto conoscere l’Ucraina al grande pubblico italiano.

Rock and roll in Riga

Estratto dal capitolo 3 di Riga Magica. Cronache dal Baltico (Il Sirente 2015). Per gentile concessione dell’editore e dell’autore.

A differenza dei club più tradizionali della Città Vecchia che suonavano Europop e techno commerciale, Andrejsala era un paradiso di elettronica sporca, con i DJ che pompavano beats a manetta dopo che gli altri club avevano chiuso” (Vijai Maheshwari)
Il rock screziato di venature punk proposto dalla band finlandese che si esibisce da qualche minuto al Leningrad non ostacola fortunatamente la conversazione con Mareks. Siamo infatti seduti all’estremità opposta del palco e i suoni sono stati intelligentemente tarati tenendo conto dell’esiguità del club e della sua acustica.
“Se vuoi sapere come è cambiata la vita notturna negli ultimi tempi fa due chiacchiere con Sergejs. Lui, oltre a essere uno dei titolari di questo locale, è stato tra i primi a gettare le basi per la nascita di una nuova scena in città”.
“Come forse saprai – dice Mareks – fino a dieci anni fa Riga, in particolare Vecrīga, era sinonimo di birra a basso prezzo, donne facili e dissolutezza. Poi c’è stata la breve stagione dei locali underground di Andrejsala di cui tanto si è parlato, ma che si è dissolta come una meteora alla fine del 2007”.
“L’idea di realizzare un quartiere creativo con bar, gallerie d’arte, e discoteche alternative, sul modello di Uzupis a Vilnius – prosegue il ragazzo – poteva essere buona, ma alla prova dei fatti non ha funzionato”.
Il fallimento di questo progetto, di cui si è occupato anche il Baltic Times, magazine in lingua inglese tra i più letti della Regione Baltica, deriva da una pluralità di ragioni, non solamente dall’avidità della società immobiliare proprietaria degli stabili del quartiere.
L’idea iniziale, quella di ristrutturare gradualmente questa ex zona industriale nella vecchia area del porto affittando la maggior parte degli spazi a persone – attori teatrali, artisti concettuali, pubblicitari, designer – che potessero plasmarli con una forte impronta artistica, non ha sortito i risultati sperati a causa di contratti di affitto a scadenza annuale, dell’affacciarsi di compratori facoltosi e degli eccessi edonistici di rave parties degni di Paura e delirio a Las Vegas, il road-movie lisergico diretto da Terry Gilliam.


In un articolo, intitolato The Rise and Fall of Andrejsala, l’ex capo redattore di Playboy Russia, Vijai Maheshwari, parlando della lunga estate del 2007 a Andrejsala descrive minuziosamente l’atmosfera di quei techno party, di cui fu egli stesso protagonista assieme a Kirill Khimitchev, uno degli agitatori di quella scena. “ L’estate […] fu come un sequel della versione di Riga di Paura e Delirio a Las Vegas. Ho consumato più droghe – ecstasy, speed, hashish afghano, MDMA in polvere – che in primavera. […] Andrejsala era un paradiso di elettronica sporca, con i DJ che pompavano beats a manetta dopo che gli altri club avevano chiuso.”.
Dopo quella controversa stagione, caratterizzata dal sorgere di gallerie d’arte indipendenti, bar, laboratori di teatro, ma anche dal proliferare di locali all’insegna dell’uso smodato di sostanze psicotrope, sul modello berlinese della Love Parade, Riga ha saputo reinventarsi, riscoprendo la sua antica tradizione di capitale culturale come ai tempi della Grande Esposizione del 1901.
Mareks, nel corso della nostra chiacchierata, afferma più volte che oggi la città è sicura e i turisti non hanno nulla da temere, a meno che non si avventurino brilli in qualche postaccio di periferia.
“Negli ultimi anni Riga ha cambiato pelle. La qualità dei locali è decisamente migliorata anche grazie allo spirito collaborativo che esiste nella scena underground”.
Poi, parlando dei posti più trendy, al di fuori del circuito studentesco/alternativo, menziona due cocktail lounge bar, lo Skyline Bar dell’Hotel Latvija e il Coyote Fly. Quest’ultimo, caratterizzato da un rigoroso dress code, è il luogo dove i giovani professionisti di Riga fanno celebrity spotting, sorseggiando flûte di Moët et Chandon in compagnia di belle ragazze.
“Se fossi in te butterei un occhio al Coyote Fly. È davvero un posto interessante, unico nel suo genere. Puoi incontrare personaggi televisivi, modelle e giocatori di hockey, il nostro sport nazionale. Inoltre alla consolle ci sono famosi dj che arrivano da tutta Europa”.
“Ma ti avverto – dice Mareks – non presentarti in jeans e trainers perché i ‘buttadentro’ sono molto selettivi, specie con gli stranieri…”.
“Grazie della dritta, ma come avrai intuito io sono più un tipo da birreria e musica dal vivo”.
“Allora il tuo locale è il Folk Club Ala” replica Mareks prima di salutarmi. “Lì puoi scegliere tra una dozzina di birre alla spina diverse, molte delle quali artigianali, e ogni sera c’è un concerto rock, blues o di musica folk”

Massimiliano Di Pasquale

 

Massimiliano Di Pasquale (1969), fotogiornalista e saggista, è membro dell’AISU, Associazione Italiana di Studi Ucraini e scrive di politica internazionale e cultura sulle pagine di diversi quotidiani nazionali. Nel 2013 ha lavorato per i tipi della Bradt all’aggiornamento della Ukraine Bradt Travel Guide uscita nel giugno dello stesso anno. Per il Sirente ha pubblicato Ucraina terra di confine (2012), caso editoriale che ha fatto conoscere l’Ucraina al grande pubblico italiano.