Holodomor e Sindrome Imperiale Russa – a colloquio con Ettore Cinnella

Ettore Cinnella ha insegnato per molti anni Storia Contemporanea e Storia dell’Europa Orientale all’Università di Pisa. Il suo libro più noto, La tragedia della rivoluzione russa (1917-1921), è stato ristampato nella Storia Universale del «Corriere della Sera». È stato allievo della Scuola Normale Superiore di Pisa e dopo il crollo del regime comunista nell’URSS, ha lavorato spesso nell’Archivio centrale del partito di Mosca (oggi Archivio statale russo di storia politico-sociale, RGASPI). Ha scritto saggi di storia russa e di storia contemporanea (alcuni dei quali apparsi in francese, in inglese e in tedesco). Ucraina: il genocidio dimenticato. 1932-1933 (Della Porta, 2015), il suo ultimo saggio – https://massimilianodipasquale.wordpress.com/2015/11/29/ucraina-il-genocidio-dimenticato/ – ricostruisce con encomiabile rigore storico-filologico la tragica vicenda del genocidio in Ucraina del 1932-1933.

Nell’introduzione di Ucraina. Il genocidio dimenticato Lei sottolinea che questo libro non è “rivolto agli accademici bensì a chi vuol conoscere una delle massime tragedie del mondo contemporaneo”. Perché a suo avviso il Holodomor è una delle più grandi tragedie del Novecento? Perché è necessario che la conoscenza di questo tragico evento esca dall’ambito accademico e arrivi a un pubblico più vasto?

Nessuna delle grandi tragedie del XX secolo dovrebbe esser ignorata e dimenticata. Eppure, lo sterminio per fame di milioni di contadini nell’URSS, all’inizio degli anni Trenta, è un evento pochissimo noto, al quale gli accademici hanno dedicato attenzione solo negli ultimi tempi e del quale l’opinione pubblica non è ancora a conoscenza (tranne che in Ucraina, il paese maggiormente colpito da quella tragedia). La morte per fame in tempo di pace, tra inenarrabili sofferenze, di milioni di essere umani, è un crimine che non può esser negletto né sminuito.

Per quale motivo la tragedia della Shoah è conosciuta in tutto il mondo mentre la conoscenza del Holodomor è stata finora appannaggio di pochi?

È facile immaginare la ragione del silenzio sceso sul Holodomor. Avendo vinto la seconda guerra mondiale, Stalin riuscì a imporre il silenzio su tutti i suoi crimini, anche su quello più efferato e immane, cioè lo sterminio per fame dei contadini ostili alla collettivizzazione forzata. Hitler, invece, cadde nella polvere; e pertanto, tutte le sue azioni nefande divennero di pubblico dominio e sono universalmente stigmatizzate.

L’opera di disinformazione di Walter Duranty, corrispondente da Mosca del New York Times che nel 1933 negò l’esistenza della carestia in Ucraina può essere paragonata alla reticenza odierna nel raccontare la verità sulla guerra in Ucraina che caratterizza molti media italiani?

Non so se le due cose possano esser comparate. Oggi, comunque, il farisaico silenzio dei governi e dell’opinione pubblica in occidente sull’aggressione russa e sullo smembramento dell’Ucraina è ancor più intollerabile, perché i fatti sono davanti agli occhi di tutti e, ciò nonostante, si preferisce avallare i fatti compiuti dell’imperialismo moscovita. All’epoca del Holodomor, invece, pochi erano davvero al corrente di ciò che accadeva nell’URSS e in Ucraina. La responsabilità allora era di pochi, oggi di molti.

Il suo volume esce a distanza di trent’anni dalla pubblicazione di Raccolto di Dolore di Robert Conquest e si avvale di una corposa documentazione dovuta all’apertura degli archivi dell’URSS un tempo non accessibili. Partendo da questa considerazione vorrei sapere quali sono le principali differenze e le novità del suo testo rispetto a quello del sovietologo anglo-americano.

Le differenze sono riconducibili anzitutto, come Lei ha già detto, all’enorme mole di documenti, di cui oggi disponiamo e che erano inaccessibili a Conquest. È quindi possibile ricostruire i fatti nei dettagli, cogliere le motivazioni e i retroscena che portarono al Holodomor, valutare con maggior esattezza il numero delle vittime.

Qual è a suo avviso il più grande merito del libro di Conquest? Come mai la morte di Robert Conquest scomparso qualche mese fa è passata quasi sotto silenzio in Italia a differenza di quanto avvenuto in altri paesi?

Conquest ebbe il grandissimo merito di squarciare il velo del silenzio su quei fatti atroci, il cui ricordo era tenuto vivo solo dalla diaspora ucraina. Il mondo accademico internazionale, dominato da storici indulgenti verso il comunismo sovietico, preferiva ignorare l’evento; e, infatti, i dotti bacchettarono con sussiego (tranne poche eccezioni) il sovietologo che aveva osato mettere a nudo le indicibili atrocità della collettivizzazione e il castigo inflitto alla nazione ucraina. In Italia, non dimentichiamolo, la lunga (e perdurante) egemonia politico-culturale del partito comunista spiega il silenzio incontrato dal libro di Conquest. In Italia il mito dell’URSS, che oggi si fonde e si confonde con l’ammirazione per la Russia di Putin, è stato ben più tenace e radicato di quanto si pensi.

Nel primo capitolo Lei ricorda come lo scrittore russo Vasilij Grossman in Tutto Scorre sia stato uno dei primi a parlare della collettivizzazione forzata del 1929-33 e della carestia. Il romanzo di Grossman uscì in Italia nel 1971, 15 anni prima della pubblicazione negli Stati Uniti di Raccolto di Dolore. Quali furono le reazioni della nostra intellighenzia alla sconvolgenti rivelazioni di Grossman?

Come al solito, si preferì parlarne il meno possibile. E un analogo destino fu riservato all’altra opera di Grossman, il lungo romanzo Vita e destino, che raffigurava il nazismo e lo stalinismo come orrori paralleli.

Se la Polonia di Piłsudski non avesse siglato il 27 novembre 1932 il patto di non aggressione sovieto-polacco con Mosca l’uomo forte di Varsavia avrebbe potuto fare qualcosa di concreto per fermare la tragedia che si stava consumando nelle campagne ucraine?

Col senno di poi, possiamo dire che la stipula e la ratifica del patto di non aggressione con l’Unione Sovietica permise a Stalin di programmare senza troppi rischi la tremenda punizione da infliggere all’Ucraina. Piłsudski paventava soprattutto l’ascesa di Hitler e la minaccia tedesca; e, forse, non immaginava ciò che sarebbe accaduto nell’URSS di lì a breve. Certo, se l’esercito polacco avesse fatto irruzione in Ucraina alla fine del 1932 o all’inizio del 1933, sarebbe stato accolto con simpatia da quasi tutta la popolazione. Non dobbiamo però dimenticare che la Francia, alleata e protettrice della Polonia, per parte sua spingeva il governo di Varsavia a un accordo con Mosca. Il gioco diplomatico, insomma, era intricatissimo, e cospirava ai danni dell’Ucraina. Qualcosa di simile accade anche oggi: i governi occidentali abbandonano l’Ucraina al suo triste destino, ravvisando in Putin un interlocutore affidabile e rispettabile sullo scacchiere internazionale. Ma si tratta di un calcolo insieme vile e miope, che si ritorcerà prima o poi contro gli stessi interessi occidentali.

In che misura i tragici eventi del 1932-33 influirono sugli episodi di collaborazionismo verificatesi nell’estate del 1941 quando le truppe tedesche vennero accolte inizialmente dagli ucraini come liberatrici?

Alla luce della tragedia del 1932-1933, possiamo comprendere la vastità del fenomeno del collaborazionismo ucraino durante la seconda guerra mondiale. Solo la belluina ferocia degli occupanti nazisti convinse pian piano la maggioranza dell’avvilita popolazione ucraina a ritornare sotto il giogo del padrone moscovita.

Lei sostiene che il Holodomor fu un genocidio sociale e un genocidio nazionale, ma ritiene impropria la definizione di alcuni storici ucraini che parlano di Olocausto ucraino. Potrebbe spiegare brevemente ai nostri lettori perché la Grande Fame fu un genocidio sociale e nazionale e non è invece corretto parlare di Olocausto Ucraino?

Bisogna rispettare i sentimenti degli ebrei, i quali hanno diritto a veder riconosciuta l’immensità e unicità della loro tragedia storica. Per olocausto dobbiamo intendere solo il tentativo, messo in atto dalla Germania nazista, di sterminare tutti gli appartenenti alla razza ebraica. Ciò non toglie che anche gli altri genocidi debbano essere riconosciuti e ricordati. Quello ucraino ebbe i suoi tratti peculiari, che oggi possiamo cogliere e descrivere con sufficiente chiarezza. Il Holodomor fu anzitutto un genocidio sociale, perché teso a decimare i laboriosi agricoltori, fieri delle loro tradizioni (culturali, religiose ecc.) e avversi alla collettivizzazione, che li trasformava in servi della gleba. Ma fu anche un genocidio nazionale, perché Stalin voleva estirpare l’identità ucraina, debellare l’intellighenzia ucraina (custode della memoria storica della nazione) e assoggettare lo stesso partito comunista ucraino, reputato infido e disubbidiente.

Come mai nella Russia odierna è tornato in auge il culto di Stalin?

Dai tempi di Pietro il Grande i russi sono alla disperata ricerca di una identità nazionale e culturale. Tre secoli di storia infausta e di forsennati esperimenti hanno mostrato che essi, pur possedendo sterminate ricchezze naturali, non sono in grado di risolvere i loro drammatici problemi interni, sia politici che economico-sociali; e tendono ad addebitare a presunti nemici esterni codesta loro incapacità. Il solo collante che riesce a tenerli uniti è la boria sciovinistica e imperialistica, ossia la tendenza ad espandersi e ad aggredire i popoli limitrofi. La politica di potenza e il prestigio militare sono per i russi la sola compensazione per la miseria, la corruzione, l’ingiustizia, la tirannia, che hanno sempre contraddistinto la vita interna del loro sconfinato paese. Mai, come sotto Stalin, la Russia ha raggiunto successi mirabolanti in politica estera. Di qui la nostalgia del «padre dei popoli». Anche oggi, un popolo abbrutito dal sottosviluppo, da una indecorosa povertà, da stridenti ineguaglianze economiche, dalla volgarità dei nuovi ricchi, dalla brutalità del potere politico, un popolo incapace di darsi regole di civile convivenza è pronto a dimenticare le proprie frustrazioni e ad inorgoglirsi quando il suo zar urla, mostra i muscoli e minaccia d’incenerire i nemici con il terrificante arsenale atomico, che costituisce il solo motivo di vanto della Santa Russia (come lo era ieri dell’Unione Sovietica).

Massimiliano Di Pasquale

Alcune considerazioni sul conflitto in Ucraina a due anni dal Maidan

Quella scoppiata in Ucraina due anni or sono in seguito alle dimostrazioni di Piazza iniziate il 21 novembre 2013 a Kyiv, è stata la più grave crisi nell’area post sovietica dal crollo dell’URSS.
Euromaidan, la rivolta popolare che ha sconfitto il regime cleptocratico di Yanukovych, pur avendo come epicentro Kyiv, è stata una rivoluzione che ha interessato l’intero Paese. Una rivoluzione, giustamente definita Rivoluzione della Dignità, che ha testimoniato la volontà del popolo ucraino di lasciarsi alle spalle l’epoca post-sovietica e il desiderio di aprire una nuova fase, quella della rigenerazione morale. Questo ambizioso tentativo ha dovuto però fare i conti con l’ostilità di Mosca nel fermare ad ogni costo un progetto che, se vittorioso, avrebbe messo in serio pericolo il modello autocratico putiniano e fornito linfa vitale alla debole opposizione democratica russa.
E infatti, cinque giorni dopo la destituzione di Yanukovych avvenuta il 22 febbraio 2014, Putin ha inviato il primo contingente militare in Crimea, annettendo de facto, in data 16 marzo, la penisola ucraina alla Federazione Russa attraverso un ‘referendum’, imposto con uso della forza, brogli, intimidazioni e in violazione del Memorandum di Budapest del 1994.
Con quell’accordo, firmato il 5 dicembre 1994 nella capitale ungherese, l’Ucraina cedeva il suo arsenale nucleare in cambio della garanzia della tutela della sua sovranità e sicurezza da parte di Gran Bretagna, Russia e Stati Uniti.
La timida risposta di UE e Stati Uniti all’annessione della Crimea è stata l’imposizione di sanzioni economiche nei confronti di Mosca che, seppure efficaci nel medio periodo, non hanno ridotto a più miti consigli l’atteggiamento belligerante del Cremlino.
Dopo l’invasione della Crimea Putin ha infatti inviato militari e truppe di irregolari (kadirovcy, cetnici serbi e cosacchi del Don) a supporto delle forze separatiste del Donbas aprendo di fatto un fronte di guerra nel profondo Est dell’Ucraina.
Con la nascita delle repubbliche popolari di Luhansk e Donetsk, enclavi russe in territorio ucraino, Mosca persegue la stessa strategia di disintegrazione dell’integrità territoriale attuata in Moldova e Georgia con le enclavi di Transnistria, Abhkazia e Ossezia del Sud.

maidan

Euromaidan

Questa in estrema sintesi la fotografia della crisi ucraina. Oggi in Donbas, nonostante il cessate il fuoco sancito dagli accordi di Minsk, si continua a sparare. Nei giorni scorsi le forze separatiste – milizie armate di tutto punto agli ordini di generali russi, ben diverse da l’esercito partigiano di trattoristi e minatori descritto dalla propaganda russa – hanno infatti ripreso le ostilità bombardando diverse postazioni dell’esercito ucraino, facendo nuove vittime.
Purtroppo il grave attentato di Parigi del 13 novembre ha completamente eliminato dai palinsesti di giornali e televisioni italiani il conflitto tra Mosca e Kyiv.
Ciò corrisponde a una precisa strategia ed è coerente con l’atteggiamento filorusso da sempre imperante nel nostro Paese per tutta una serie di ragioni che richiederebbero una trattazione a parte. Ma torniamo alla guerra in Ucraina.
A distanza di due anni dall’inizio della crisi nessuno in Italia si è preso la briga di spiegare quali siano le radici del conflitto tra Russia e Ucraina. I libri usciti negli ultimi 15-16 mesi su questo argomento, con la parziale eccezione di un instant book peraltro piuttosto breve, differiscono solo per il diverso grado di raffinatezza nel veicolare la versione moscovita dei fatti. Appare evidente che questi non sono libri per comprendere cosa è successo ma veri e propri strumenti di disinformazione.
La pubblicistica anglosassone e canadese – in Canada dove vive la più grande diaspora ucraina esistono sin dai tempi dell’Unione Sovietica Centri Studi dedicati alla storia, alla cultura e alla politica ucraina – si è invece contraddistinta per la pubblicazione di un discreto numero di lavori caratterizzati da un approccio serio e rigoroso. Lavori che lungi dall’essere apologetici verso l’attuale governo di Kyiv hanno altresì l’indubbio merito di sviscerare questioni chiave per comprendere l’Ucraina.
The conflict in Ukraine. What everybody needs to know di Serhy Yekelchik, professore di Storia e di Studi Slavi all’Università di Vittoria in Canada, è un testo agevole dal taglio divulgativo-didattico che ha il pregio di spiegare a tanti neofiti le complesse questioni legate al conflitto con necessari rimandi alla storia dell’Ucraina.
È stato volutamente strutturato sotto forma di domanda e risposta – tipo Chi sono gli oligarchi? Che cosa hanno in comune la Rivoluzione Arancione del 2004 ed Euromaidan? Cosa era la Rus di Kyiv? Chi era Ivan Mazepa? – per renderlo user-friendly o forse sarebbe più corretto dire reader-friendly.
Timothy Snyder, uno dei maggiori storici statunitensi – insegna storia dell’Europa Centrale e dell’Est a Yale – in sede di recensione lo ha definito “un libro che dovrebbe essere sulla scrivania, sul comodino o sul tavolino d’aereo di tutti coloro che stanno cercando di comprendere la questione ucraina e di aiutare l’Europa a risolvere questa grave crisi”.
Mi chiedo se il Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni Silveri – che nei giorni scorsi ha chiesto di non prolungare le sanzioni alla Russia, notizia occultata dai media italiani ma rilanciata da un organo di stampa polacca – lo abbia letto. Chissà se il testo di Yekelchik è sul comodino dell’alto rappresentante per la politica estera della UE Federica Mogherini che considera Putin un alleato chiave dell’Occidente per combattere il terrorismo?
Certo è che un libro di questo tipo sarebbe davvero utile in Italia ma dubito verrà mai tradotto nel nostro Paese.

Un altro testo a mio avviso essenziale per comprendere ancor più in dettaglio le origini e le conseguenze della grave crisi tra Russia e Ucraina è Ukraine Crisis. What it means for the West, saggio pubblicato alla fine dello scorso anno da Andrew Wilson. Wilson, uno dei maggiori esperti europei di società e politica ucraina, già autore di diversi volumi su questo Paese – ricordiamo tra gli altri The Ukrainians. Unexpected Nation – compie un’analisi davvero illuminante sulle origini del conflitto in corso analizzandolo da molteplici angolazioni.
A tal proposito vorrei soffermarmi in maniera più dettagliata su quello che considero forse il capitolo più interessante del libro di Wilson, libro di cui consiglio vivamente la lettura a chi ha dimestichezza con l’inglese.
Il capitolo in questione si intitola Russia Putinesca e ricostruisce con estremo rigore filologico il modello di governo putiniano e la sua concezione geopolitica indagando alcuni avvenimenti della recente storia russa e ucraina che risulteranno ex post fondamentali per comprendere come e perché il Cremlino abbia potuto mobilitare tante risorse finanziarie per questa guerra ibrida contro l’Ucraina e l’Occidente.
Per capire cosa sia successo occorre tornare indietro di 12 anni al biennio 2003-2004 a due vicende di cui avrete sicuramente sentito parlare.
Parlo del caso Yukos e della Rivoluzione Arancione.
Iniziamo dalla Yukos.

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Khodorkovsky

A metà anni Novanta Khodorkovsky, un ex attivista del Komsomol, che già all’epoca della perestrojka aveva fondato una banca, la Menatep, e si era distinto per una notevole vivacità imprenditoriale, entra in possesso della Yukos, una conglomerata impegnata nella produzione di petrolio. Superata la grave crisi finanziaria russa del 1998 la Yukos, che era stata sull’orlo della bancarotta, avvia una profonda ristrutturazione aziendale. Grazie alla ripresa economica e all’aumento del prezzo del petrolio l’azienda diventa una delle imprese più floride della Russia e Khodorkovsky uno degli uomini più ricchi del Paese.
Ma improvvisamente il 25 ottobre 2003 Khodorkovsky viene arrestato per frode fiscale. La Yukos in breve tempo perde gran parte del suo valore in borsa, finché – a un anno dalla condanna a nove anni di carcere di Khodorkovsky, avvenuta nel 2005 – finisce in bancarotta e i suoi asset più importanti vengono rilevati dalla compagnia di stato Rosneft. La più grande compagnia privata russa finisce nelle mani dello stato, ossia degli uomini del circolo magico di Putin.
Nel 2010 Khodorkovsky viene condannato per appropriazione indebita e riciclaggio di denaro ad altri sette anni di carcere. Verrà poi amnistiato e rilasciato nel dicembre 2013. Il suo processo viene considerato dalla maggior parte degli analisti e dei media internazionali un processo politico, orchestrato da Vladimir Putin per sbarazzarsi di uno degli uomini più potenti del paese. Prima di finire in carcere, l’oligarca russo aveva infatti apertamente criticato lo stato di corruzione in cui versava la Federazione Russa.
Gran parte del cash flow della Yukos – spiega Wilson nel suo libro – verrà utilizzato negli anni successivi da Mosca per oliare una formidabile macchina da guerra mediatica capace di penetrare redazioni di influenti giornali europei, centri di cultura russa nelle principali capitali del Vecchio Continente e partiti anti-europei ed euro-scettici appartenenti in egual misura alla galassia dell’estrema destra, quanto dell’estrema sinistra.
Sarà compito degli storici nei prossimi anni scrivere la seconda parte de l’Oro da Mosca – Oro da Mosca è un libro scritto dal giornalista Valerio Riva che trattava dei finanziamenti sovietici al PCI, dalla Rivoluzione d’Ottobre al crollo dell’Urss – per documentare il flusso di rubli arrivato nell’ultimo decennio in Europa sui conti correnti di partiti politici, riviste e quotidiani, fondazioni culturali italo-russe, ex-ambasciatori, docenti universitari etc.
Ma torniamo al 2004 e spostiamoci a Kyiv dove a novembre scoppia la Rivoluzione Arancione. Migliaia di manifestanti si radunano in Piazza Indipendenza, la stessa che 9 anni più tardi sarà il teatro principale di Euromaidan, per chiedere la ripetizione del voto delle elezioni presidenziali che vede opposti il candidato di Mosca Viktor Yanukovych e il candidato dell’opposizione filoeuropea Viktor Yushchenko.
I sostenitori di Yushchenko denunciano l’esistenza di pesanti brogli elettorali – metodo del carosello (schede già compilate), verbali falsi (aggiunta di preferenze a un candidato e sottrazione all’altro), voto a domicilio per presunte malattie – per far vincere Viktor Yanukovych. Le proteste dei cittadini sortiscono il loro effetto e il 3 dicembre la Corte Suprema Ucraina, accogliendo la tesi del candidato dell’opposizione Yushchenko, annulla la consultazione del 21 novembre e ordina la ripetizione del ballottaggio per il 26 dicembre che vedrà vincitore Yushchenko.
Definita dai politologi come una continuazione delle “Rivoluzioni di velluto” del 1989 o ancora, come la seconda caduta del Muro di Berlino, la Rivoluzione Arancione proprio per il suo carattere pacifico e determinato di rivolta popolare rappresenta un autentico incubo per Putin che teme che uno scenario simile possa replicarsi in Russia.
Gli ucraini scesi in Piazza nel novembre 2004 chiedono per il proprio paese elezioni libere e un orizzonte inequivocabilmente europeo. E soprattutto si oppongono alle corrotte democrature imposte dal Cremlino a tutti gli stati dell’ex Unione Sovietica, ad eccezione dei Baltici sin dal 2004 ancorati alla UE e alla NATO.
Da questo preciso momento lo scenario post-sovietico muta radicalmente.
L’orso russo che sembrava sopito nei primi anni della presidenza Putin si sveglia improvvisamente e inizia a pianificare la riconquista dello spazio ex sovietico. Uno spazio che Mosca rivendica a sé in barba alla sovranità nazionale di altri stati, al diritto internazionale e alla volontà popolare di cittadini che rivendicano un sentiero di sviluppo democratico caratterizzato da elezioni libere e trasparenti e libertà di stampa come nelle democrazie occidentali.
Wilson spiega in dettaglio i meccanismi attraverso cui prende piede e si sviluppa questo disegno neoimperiale che culminerà nella cruenta guerra in Ucraina. Una guerra che secondo recenti dati dell’ONU ha già fatto più di 9.000 morti e 20.000 feriti!
Il breve conflitto dell’agosto 2008 in Georgia può essere considerato a tutti gli effetti una prova generale di una guerra più ampia. Una guerra ibrida combattuta con diverse armi: azioni militari, terrorismo, disinformazione e cyber terrorismo. Emblematici in tal senso gli attacchi hacker subiti dai siti internet di governo, banche e aziende estoni all’indomani della rimozione per motivi di ordine pubblico da parte del governo estone, il 26 aprile 2007, di una statua di bronzo dedicata a un soldato dell’Armata Rossa.

dugin
La disinformazione, in russo disinformacija, e i canali e le modalità con cui è stata veicolata in questi anni meritano una disamina puntuale.
Centrale è il concetto di geopolitica. O meglio il concetto di geopolitica elaborato dal Cremlino tramite consulenti quali Vitaly Tretiakov – collaboratore della rivista italiana Limes – e Aleksandr Dugin, teorico dell’Eurasia fervente ammiratore di Stalin e di Hitler.
Secondo tale concezione i piccoli stati non avrebbero alcun diritto alla propria sovranità dal momento che la sovranità dipende dalla forza, non dal diritto di internazionale.
Il diritto internazionale per Dugin è una sovrastruttura di quell’Occidente tanto odiato e disprezzato che lui vorrebbe distruggere alleandosi, se necessario, anche con il mondo islamico, per dar vita a un impero euroasiatica che unisca Vladivostok a Lisbona.
Questa singolare concezione della geopolitica, intesa come rapporto di forza, concezione che ricorda da vicino le idee del nazionalsocialismo hitleriano, è stata propagandata in Italia anche da riviste reputate autorevoli come Limes. A partire dal 2008 con il numero 3 intitolato Progetto Russia la rivista diretta da Lucio Caracciolo, creando non pochi imbarazzi a qualche autorevole membro del suo comitato scientifico, ha iniziato a presentare ai suoi lettori piantine con un’Ucraina smembrata in varie zone e articoli dagli eloquenti titoli Come smembrare Ucraina e Georgia.
Questa idea di geopolitica è la stessa – sottolinea Wilson – che ritroviamo nel discorso pronunciato da Putin nel marzo 2014 per celebrare l’occupazione e successiva annessione della Crimea all’interno della Federazione Russa.
La Crimea rappresenta la nostra tradizione storica. La Crimea è un importante fattore di stabilità nella regione. E questo territorio strategico deve appartenere a uno stato forte e stabile che oggi può essere solo la Russia”.

terra nera

Lo storico Timothy Snyder nel suo ultimo saggio Terra Nera. L’olocausto tra Storia e Presente sottolinea l’estrema gravità dello scenario attuale paragonandolo all’Europa del Patto Molotov-Ribbentrop.
Nelle conclusioni finale del libro l’accademico statunitense scrive con grande acume e lucidità : “Inaugurata nel 2013 una nuova fase coloniale, i leader e i propagandisti russi hanno negato ai loro vicini ucraini il diritto di esistere o li hanno etichettati come russi di second’ordine. Con parole che ricordano quelle pronunciate da Hitler sugli ucraini (e sui russi), le autorità hanno definito l’Ucraina un’entità creata artificialmente, senza storia, cultura né lingua, appoggiata da un gruppo mondiale di ebrei, omosessuali, europei e americani. Nella guerra russa contro l’Ucraina che questa retorica avrebbe dovuto giustificare, i primi vantaggi sono stati i giacimenti di gas naturale nel Mar Nero, vicino alla penisola della Crimea, che la Russia ha invaso e annesso nel 2014. Il terreno fertile dell’Ucraina continentale, la sua terra nera, rende la regione un esportatore primario di cibo, cosa che non si può dire della Russia.
Il presidente Vladimir Putin ha elaborato una dottrina di politica estera basata sulla guerra etnica. Questo approccio, che ricava dal linguaggio la legittimità a invadere a prescindere che sia stato usato in Cecoslovacchia da Hitler o in Ucraina da Putin, decostruisce le logiche della sovranità nazionale e dei diritti e getta le basi per lo smantellamento degli Stati. Trasforma entità statali riconosciute in bersagli di aggressione volontarie e gli individui in oggetti etnici i cui presunti interessi sono determinati da altri paesi. Putin si è messo a capo delle forze populiste, fasciste e neonaziste presenti in Europa. Impegnata a dar sostegno ai politici che incolpano gli ebrei dei problemi planetari e a sperimentare tecniche di distruzione statale, Mosca ha nel frattempo creato un nuovo capro espiatorio globale: gli omosessuali. Questa nuova idea di una “lobby gay” responsabile della decadenza del mondo non è più sensata della vecchia idea nazista di una “lobby ebraica” colpevole dello stesso male, eppure ha già cominciato a farsi spazio nel mondo”.

Massimiliano Di Pasquale

 

Taras Ševčenko. Dalle carceri zariste al Pantheon ucraino

Giovanna Brogi e Oxana Pachlovska – ucrainiste di consolidata fama, già autrici in Italia e all’estero di varie pubblicazioni sulla storia, la cultura e la letteratura ucraina – hanno consegnato alle stampe all’inizio del 2015 un pregevole volume dedicato al poeta ed eroe nazionale ucraino Taras Hryhorovyč Ševčenko.
Il libro, intitolato Taras Ševčenko. Dalle carceri zariste al Pantheon ucraino, uscito per i tipi di Le Monnier Università con il sostegno dell’Istituto di Cultura Italiana di Kyiv, non è una monografia, ma un testo poliedrico che, seppure concepito per finalità didattiche, non va considerato esclusivo appannaggio degli studenti di ucrainistica.
Sfogliando l’indice si intuisce subito che il volume – il primo in Italia a offrire una raccolta di saggi su un classico della letteratura mondiale – è stato pensato per una platea più vasta di quella degli slavisti di professione. Alternando contributi dal taglio letterario, analisi politico-culturali, approfondimenti su opere specifiche e una ricca selezione di poesie liriche e poemetti (con testo a fronte), il libro sul poeta nazionale ucraino può interessare in egual misura gli amanti della poesia romantica ottocentesca, gli studiosi di storia dell’Europa orientale e chi ha seguito gli avvenimenti del Maidan di Kyiv. Nelle proteste di Piazza dell’inverno 2013-2014 il ritratto del poeta nazionale è stato esposto più volte dai manifestanti come simbolo della resistenza del popolo ucraino contro il corrotto regime filorusso di Viktor Yanukovych.
Il saggio di Oxana Pachlovska Taras Ševčenko. «Lottate e vincerete! », in apertura, offre un contributo di grande momento proprio per comprendere l’attualità della figura del poeta anche alla luce della storia più recente del Paese.
Il monito «Lottate e vincerete!», rivolto ai popoli soggetti al dominio imperiale di Mosca contenuto nei versi del poemetto Caucaso, pubblicato nel 1845 – monito scelto come titolo dalla Pachlovska per il suo saggio – riflette uno degli aspetti essenziali della personalità del poeta ucraino, ossia “la determinazione nell’affrontare con incrollabile fermezza e costanza la lotta contro l’ingiustizia e l’oppressione, e la difesa della libertà e della dignità degli uomini, in quanto individui e in quanto popoli, indipendentemente da razza, religione o tradizione culturale”.


Per questo motivo Ševčenko non solo “ha sempre rappresentato, e continua a rappresentare, un punto di riferimento essenziale e una pietra fondante del processo […] di costituzione della nazione ucraina moderna” ma fin dai tempi della Russia zarista è sempre stato “oggetto di critica virulenta da parte di ampie cerchie di intellettuali e poi vittima della persecuzione della polizia zarista”.
Pachlovska, dopo aver ricordato come una vera fioritura di studi sul poeta sia avvenuta solo a partire dal 1991, anno dell’indipendenza ucraina ( in epoca sovietica la figura di Ševčenko fu vittima di ‘appropriazione ideologica’ e il suo messaggio etico, poetico e intellettuale venne piegato ai dettami del ‘socialismo reale’), approfondisce in ottica culturologica alcuni fondamentali questioni quali la dimensione interslava ed europea del suo pensiero, il concetto di patria che si andava sviluppando attorno a lui nella prima metà dell’Ottocento, il possibile futuro assetto geopolitico dei popoli soggetti all’Impero russo e le sue concezioni etiche e religiose.
Tanti sono gli spunti di riflessione proposti dalla studiosa di Kyiv, a cominciare dalla differenza tra i termini Piccola Russia e Ucraina, che costituisce tra l’altro un primo crinale ideologico-semantico tra Taras Ševčenko e Mykola Hohol’ (Nikolai Gogol’ secondo la grafia russa).
Ševčenko […] fece una netta distinzione tra la Piccola Russia e l’Ucraina, definendole come due realtà antitetiche: la prima sottomessa e tendente all’adeguazione al sistema, la seconda, ribelle e conscia della propria storia e identità”. Per il poeta di Kaniv l’Ucraina è una realtà alternativa – radicata in un passato glorioso, quello del Cosaccato – alla Piccola Russia di Caterina II, concepita dalla zarina come spazio totalmente integrato nella nuova patria imperiale.
Molto interessante anche l’analisi comparata tra la poetica di Ševčenko e quella di altri due geni delle culture confinanti (polacca e russa): Adam Mickiewicz (1798-1855) e Aleksandr Puškin (1799-1837).
Ad accomunarli c’è la stessa matrice romantica a dividerli la diversa concettualizzazione attribuita a due valori chiave del Romanticismo, il concetto di libertà e quello di popolo.
Se per Puškin l’impero [N.d.r quello russo, ovviamente!] ha diritto di sacrificare i sudditi nel nome di una gloria imperitura astratta, per Mickiewicz e Ševčenko la nazione è espressione di Dio in terra, mentre l’impero è espressione del demonio, una biblica Bestia degli abissi”.
È utile sottolineare inoltre la differente concezione imperiale che separa Mickiewicz da Puškin. Mentre per il poeta moscovita la Grande Russia “doveva ergersi a baluardo dell’ortodossia, facendo confluire in un’unica realtà politica e culturale tutti i popoli slavi” per Mickiewicz la Polonia, che in passato aveva compiuto ingiustizie verso gli altri popoli, in particolare verso l’Ucraina, avrebbe dovuto “ricomporre i suoi confini storici, abbracciando al suo interno la Lituania, l’Ucraina e la Belarus’, garantendo però a questi popoli, pieno diritto all’autodeterminazione politica e all’affermazione di una propria autonoma soggettività culturale”.
Più complessa la posizione di Ševčenko che deve fare i conti con due realtà, la Polonia e la Russia, che in periodi storici diversi avevano negato all’Ucraina il diritto di esistere.
Per il poeta ucraino tutti i popoli, grandi o piccoli, cristiani o meno, hanno diritto a preservare le proprie tradizioni e a difendere la propria cultura.
In questo senso scrive Pachlovska “Ševčenko compieva il passo – innovativo fino ad essere rivoluzionario – di aprirsi a tutte le culture dell’impero e di rivendicarne il diritto alla propria individualità”. È questa una posizione, sottolinea sempre la studiosa, che “anticipa le moderne tendenze al multiculturalismo e le problematiche anticoloniali novecentesche”.

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Il rapporto tra Gogol’ e Ševčenko, solo accennato nel saggio della Pachlovska, viene indagato, alla luce degli studi più recenti, nell’articolo conclusivo del libro da Giovanna Brogi. È un tema questo affascinante quanto controverso che “continua a suscitare passioni, amarezze, recriminazioni, oppure ostentata indifferenza fra studiosi russi e ucraini”.
Brogi cerca di fissare alcuni punti fermi pur nella consapevolezza “delle profonde differenze fra i due scrittori e, soprattutto, dell’asprezza dei contrasti che ha opposto (e in parte ancora oggi oppone) le varie interpretazioni critiche”.
Per comprendere affinità e differenze tra le due figure è fondamentale accennare brevemente alle loro biografie che rendono ragione delle “divergenti specificità culturali dei due scrittori”.
Gogol’ nato nel 1809 a Velyki Soročynci nei pressi di Poltava da una famiglia della piccola nobiltà ucraino-polacca, “che aveva in Ostap Hohol’, colonnello cosacco del XVII secolo, il proprio più glorioso antenato”, studiò al prestigioso liceo di Nižyn, fondato nel 1805 per diffondere tra i discendenti della nobiltà cosacca “l’educazione russa e farne dei buoni sudditi dell’impero, russofoni e russificati”.
Taras Ševčenko, seppure figlio dell’età cosacca come Gogol’, ebbe un’infanzia molto diversa. Nato nel 1814 a Moryntsy, un villaggio sulla riva destra del Dnipro, da una famiglia di servi della gleba rimase orfano di entrambi i genitori a soli dodici anni e visse un’adolescenza miserrima che riscatterà grazie a un prodigioso talento artistico, letterario e filosofico.
Lo stile di vita di Ševčenko, quando lo scrittore avrà finalmente accesso alle porte dei teatri e dei salotti di Pietroburgo, la cui nobiltà Gogol’ allieta da tempo con i suoi geniali e inquietanti racconti ‘piccolo-russi’, sarà sempre, per certi versi, antitetico rispetto a quello dell’autore delle Anime morte.
Mentre Gogol’ era desideroso di equipararsi ai nobili russi e “faceva ogni sforzo per emergere come scrittore a fianco della stella di Puškin”, Ševčenko, liberatosi dalla condizione servile nel 1838, si immergerà fino al collo nella vita pietroburghese studiando “anatomia, architettura, storia dell’arte, paesaggistica, disegno e pittura, e tutte le materie dei corsi dell’Accademia delle Belle Arti”.
La profonda diversità del background sociale e culturale dei due scrittori spiega perché anche il mito cosacco che li accomuna venga interpretato da Ševčenko in maniera opposta rispetto a Gogol’.
Nell’epistola poetica A Hohol’ scritta da Ševčenko nel 1844 il tema cosacco “si esprime come ‘mito rovesciato’, amara riflessione sull’inglorioso presente: non rombano più i cannoni cosacchi, non si combatte più contro il polacco e il tataro, non si difende più la libertà cosacca a costo della vita come si faceva al tempo di Taras Bul’ba e di Gonta”.
Mentre Ševčenko, figlio della società cosacca contadina, scommette sulla capacità rigenerativa della nazione attraverso la radicalità della sua poesia di protesta, per Gogol’ il mondo cosacco della Piccola Russia – termine che Ševčenko rifiuta preferendogli quello di Ucraina – è un luogo della memoria, un rifugio per l’anima senza alcuna valenza politica.

Massimiliano Di Pasquale

Giovanna Brogi, Oxana Pachlovska Taras Ševčenko. Dalle carceri zariste al Pantheon ucraino Le Monnier Università, Firenze 2015.

Riga Skyline Bar

Estratto dal capitolo 3 di Riga Magica. Cronache dal Baltico (Il Sirente 2015). Per gentile concessione dell’editore e dell’autore.

Lo Skyline Bar, cocktail lounge bar tra i più esclusivi della capitale lettone, si trova al ventiseiesimo piano di quello che un tempo era il grattacielo dell’Intourist.
L’hotel, che nel 1982 ospitò Colin Thubron durante il suo viaggio a Riga, è stato trasformato, dopo un lungo lavoro di ristrutturazione, conclusosi nel 2001, con l’aggiunta tra l’altro di quattro nuovi piani (ventisette rispetto ai ventitré originari), in uno degli alberghi più prestigiosi della città.
Se il reporter inglese visitasse oggi il Radisson Blu Hotel Latvija stenterebbe a riconoscere in questo lussuoso albergo, sede di conferenze ed eventi internazionali – è il più grande e importante business center dei Baltici – lo squallido parallelepipedo sovietico in cui, un tempo, venivano fatti alloggiare gli stranieri, specie se appartenevano alla categoria dei giornalisti occidentali, non certo amata dai funzionari del Partito.
Agli occhi di Thubron, l’Intourist, ancorché di recente costruzione – era stato ultimato nel 1979 dopo dodici anni di lavoro – rappresentava l’epitome del grigiore, della megalomania e della paranoia sovietica, con ospiti sorvegliati giorno e notte da microspie collocate nelle stanze e dalla dezhurnaya del piano che “con il suo lavoro insonne di 24 ore di guardia, seguita da tre giorni di riposo […] sembrava incarnare la mania russa per il controllo”.
I lettoni dicono scherzando che questi ghetti per turisti sono fatti per il sessanta per cento di vetro, per il trenta per cento di cemento armato e per il dieci per cento di microfoni.
Fortunatamente – rivela Thubron – talvolta bastava una battuta o una gentilezza per far sbocciare nei volti granitici di quelle donne di mezza età, spesso vedove, un sorriso quasi materno.

 

Oggi la clientela dell’Hotel Latvija è molto diversa. Nessuno deve fingere sorrisi o inventarsi battute per ottenere lampadine di ricambio per abat-jour che si fulminavano con estrema facilità o una coperta in più. Né tantomeno supplicare, o allungare dollari sottobanco ai camerieri, per riuscire a mangiare qualcosa nei tre ristoranti, già chiusi alle otto di sera.
Dei tre ristoranti dell’hotel, uno era chiuso per lavori di restauro, l’altro era chiuso per turno e la porta del terzo esibiva una scritta che rifiutava l’ingresso a chi non indossasse un abito e una cravatta”.
Nonostante i più anziani considerino ancora quel grattacielo che domina lo skyline della Città Nuova un luogo sinistro – gli spettri dell’epoca sovietica sono ancora presenti nella mente di chi ha vissuto quegli anni – ora la maggior parte degli abitanti e i turisti lo associano immediatamente all’elegante Skyline Bar.
Il locale, cui si accede attraverso un avveniristico ascensore esterno in vetro che può creare qualche vertigine, merita una visita, specie all’ora del tramonto.
Il panorama che ammiro dalle pareti a vetro del bar in un pomeriggio di fine novembre, sorseggiando un Martini – sono più di cento i cocktail in menù –in compagnia di due simpatici ragazzi svedesi a Riga per il weekend, è qualcosa di più della classica vista mozzafiato da una torre panoramica. L’arancione, il giallo e il grigio dorato delle nubi al crepuscolo colorano infatti di una luce calda e suggestiva il glaciale cielo lettone confondendo e smussando le sagome degli edifici più alti e caratteristici della città.
Quando lo sguardo si allontana dalle chiese di Vecrīga, dagli hangar del Mercato Centrale e dal Palazzo dell’Accademia delle Scienze e si allunga verso i quartieri periferici, che si estendono a raggiera dal centro, Riga cessa di essere la città portuale, sorella gemella di Tallinn – come in Venusberg, romanzo di Anthony Powell ambientato negli anni Trenta in una polis immaginaria che racchiude le caratteristiche della capitale lettone e di quella estone – e rivendica a sé il ruolo di unica metropoli del Baltico.

Massimiliano Di Pasquale

Massimiliano Di Pasquale (1969), fotogiornalista e saggista, è membro dell’AISU, Associazione Italiana di Studi Ucraini e scrive di politica internazionale e cultura sulle pagine di diversi quotidiani nazionali. Nel 2013 ha lavorato per i tipi della Bradt all’aggiornamento della Ukraine Bradt Travel Guide uscita nel giugno dello stesso anno. Per il Sirente ha pubblicato Ucraina terra di confine (2012), caso editoriale che ha fatto conoscere l’Ucraina al grande pubblico italiano.

https://www.facebook.com/Riga-Magica-Cronache-dal-Baltico-433338730207304/

http://www.sirente.it/prodotto/riga-magica-massimiliano-di-pasquale/

Ucraina. Il Genocidio Dimenticato

Ettore Cinnella, sovietologo italiano – curatore nel 2004 della postfazione dell’edizione italiana di Raccolto di Dolore, libro di Robert Conquest su collettivizzazione sovietica e carestia terroristica – ha pubblicato nei mesi scorsi un interessante saggio dedicato allo stesso tema affrontato dallo storico anglo-americano nel 1986.
Il volume, che tra le altre cose si avvale dell’ampia documentazione proveniente dagli archivi dell’ex Unione Sovietica accessibili solo dall’epoca della perestrojka, è stato concepito con il precipuo scopo di far conoscere una delle massime tragedie del mondo contemporaneo a una platea più vasta di quella rappresentata dal mondo, talvolta chiuso ed autoreferenziale, degli accademici.
Mentre il dramma della Shoah è noto pressoché a tutti, il Holodomor, la morte per inedia imposta agli agricoltori ucraini nel biennio 1932-33 da Stalin – il termine significa in ucraino sterminio per fame (holod – carestia, fame – e moryty – uccidere) – è una vicenda che non trova ancora spazio nei libri di scuola ed è ignorata dalla maggioranza dei cittadini al di fuori dell’Ucraina .
Il volume di Cinnella, unendo rigore filologico, profondità dell’analisi storica e sintassi fluida e scorrevole, si rivela testo imprescindibile per chi nel nostro Paese voglia approfondire una delle pagine più aberranti della storia sovietica.
La conoscenza di questo genocidio sociale e nazionale costituisce infatti sorta di conditio sine qua non per comprendere i profondi sentimenti del popolo ucraino.
Scrive l’autore nell’introduzione: “La tragedia del holodomor non è soltanto una fosca pagina di storia, appartenente al passato e ormai archiviata. Essendo assurta a doloroso simbolo del riscatto nazionale dell’Ucraina, essa dev’esser conosciuta anche da chi vuol capir qualcosa dei sentimenti più profondi di quel popolo”.
Anche e soprattutto alla luce degli eventi odierni. Cinnella conclude infatti l’introduzione sottolineando come “anziché chiedere perdono e lenire così le antiche ferite, la Russia con l’attuale aggressione contribuisce a riaprirle, facendole bruciare e sanguinare ancora una volta”.
Il libro, che ricostruisce puntualmente le vicende storiche “ricorrendo oltre che alle rievocazioni dei testimoni e delle vittime, ai documenti di parte comunista i quali sono, da questo punto di vista, inoppugnabili”, è diviso in undici capitoli nei quali l’autore sviscera i complessi temi legati al genocidio ucraino.

Ucraina, il genocidio dimenticato - ettore cinnella
I primi due, La tragedia negata e L’irruzione della verità, affrontano le interessanti, e per certi versi attualissime, questioni relative al negazionismo e all’editoria della manipolazione.
Il caso più noto e clamoroso fu quello del corrispondente da Mosca del New York Times Walter Duranty che grazie ai suoi servizi apologetici sull’URSS di Stalin – di cui si sospetta fosse a libro paga – conseguì addirittura il Premio Pulitzer per il giornalismo.
Duranty, nonostante fosse a conoscenza della carestia artificiale organizzata da Stalin per piegare la resistenza dei contadini che si opponevano al processo di collettivizzazione – in una rivelazione confidenziale al diplomatico inglese William Strang aveva ammesso che la popolazione dell’Ucraina era diminuita di 4-5 milioni –, nell’articolo che gli valse il prestigioso premio intitolato Russians Hungry but not Starving scriveva: “non c’è di fatto inedia né ci sono morti per inedia, ma una diffusa mortalità per malattie dovute a malnutrizione”.
Un atteggiamento simile fu quello adottato dal celebre accademico di Cambridge Edward H. Carr che dopo aver parlato nel 1933 di “presunta carestia” in Ucraina, nelle decadi successive alla tragedia scrisse libri in cui glorificava il sistema sovietico. Carr, diplomatico di formazione, conservatore britannico, inizialmente avversario del socialismo, era un uomo colto e cinico che venerava i rapporti di forza e rispettava i vincitori. Il suo ritratto dipinto da Ettore Cinnella ricorda tantissimo quello di un noto storico italiano di area conservatrice che in questi mesi, in barba ad ogni evidenza empirica e a qualsiasi norma di diritto internazionale, ha salutato con simpatia l’occupazione russa della Crimea del marzo 2014 e ha elogiato il pugno di ferro di Putin.
Nei capitoli successivi il volume ricostruisce con dovizia di particolari le diverse fasi che dal 1929 al 1933 accompagnarono il progetto staliniano di collettivizzazione delle campagne.
“All’inizio degli anni Trenta, decine di milioni di persone videro sconvolte le loro abitudini di vita e di lavoro, trasformandosi nel materiale umano di una colossale opera d’ingegneria sociale diretta dall’alto la quale, per celerità d’attuazione e brutalità, non ha forse eguali nella storia umana”.
La guerra contro le campagne, dove viveva e lavorava la stragrande maggioranza della popolazione, iniziò nel 1929 – il 7 novembre di quell’anno Stalin pubblicò sulla Pravda un articolo, L’anno della grande svolta, in cui sosteneva che il 1929 si era contraddistinto per “l’offensiva del socialismo contro gli elementi capitalistici della città e della campagna” – e si concluse nel 1933 con il completo assoggettamento dei contadini ridotti a servi della gleba.
“La grande carestia in Ucraina fu il momento culminante, con tratti peculiari, di una assai più vasta tragedia, che dobbiamo rievocare negli aspetti essenziali per capire il holodomor”.
Il processo di collettivizzazione delle campagne e la contestuale industrializzazione forzata, finanziata attraverso la confisca del grano venduto in Occidente in cambio di valuta pregiata, durò cinque anni e fu accompagnato da una momentanea tregua nella primavera estate del 1930.
Stalin, dopo aver incoraggiato eccessi di ogni genere, facendo ricadere la colpa sui membri locali del partito, ossia coloro che erano incaricati di gestire le operazioni di sequestro del grano, ne ordinò la fine momentanea.
Ma pochi mesi più tardi, nell’autunno del 1930, iniziò la seconda brutale offensiva affidata a Molotov e Kaganovič, forse gli unici due uomini del Partito di cui Stalin si fidava ciecamente.
Mentre l’adesione di Molotov alla linea politica del capo nasceva “dal fermo convincimento che essa fosse giusta e andasse attuata ad ogni costo”, la fedeltà di Kaganovič era quella di un umile plebeo la cui vertiginosa carriera politica era dovuta principalmente all’atteggiamento di cieca devozione e di assoluta obbedienza al capo supremo. “La sconfinata ammirazione per colui che considerava insieme capo e maestro, unita ad energiche doti organizzative e ad una volontà ferrea, facevano di Kaganovič l’uomo di cui Stalin necessitava per attuare la sua politica”.


Prima di descrivere minuziosamente le fasi finali della guerra contro i contadini ucraini Cinnella analizza l’opposizione a Stalin all’interno del Partito del marxista-leninista Rjutin e il ruolo della Polonia che, abitata da una forte minoranza ucraina, seguiva con attenzione le vicende interne sovietiche.
Sia Rjutin che aveva diretto l’opera di collettivizzazione in Kazachistan e in Siberia ed era a conoscenza delle violenze e degli orrori della collettivizzazione sia l’uomo forte di Varsavia Piłsudski rappresentavano due serie minacce alla politica staliniana. Il dittatore sovietico provvederà a fare arrestare il primo nel 1932 e a siglare con il secondo il 27 novembre dello stesso anno un patto di non aggressione sovieto-polacco. Messa a tacere l’opposizione interna e scongiurato il pericolo di un’invasione polacca Stalin intraprese un’implacabile guerra contro le campagne e contro l’intellighenzia nazionale ucraina.
“Era una guerra all’ultimo sangue, che non poteva più concludersi con un compromesso, ma con una chiara vittoria dell’una o dell’altra parte belligerante: o con il ritorno al NEP (e l’inevitabile crisi nel partito) o con la salda instaurazione dell’ordinamento servile (sotto forma di fattorie collettive)”.
In Ucraina l’avvio della collettivizzazione forzata coincise con l’attacco alla Chiesa ortodossa locale che fu accomunata ai peggiori nemici del Partito (kulaki e nazionalisti borghesi) e fu sciolta nel gennaio 1930 dopo una violenta campagna di stampa. Milioni, almeno 4 secondo le stime più recenti, furono coloro che morirono a causa delle deportazioni, della mancanza di viveri, della deprivazione fisica e dei suicidi.
“Dal holodomor l’intero popolo ucraino uscì debellato e offeso, straziato nel corpo e nell’anima. Scomparve il fior fiore dell’intellighenzia, che curava la memoria storica della nazione, e furono fatti morire tra indicibili tormenti milioni di laboriosi agricoltori, che provvedevano a tener colmo ‘il granaio d’Europa’”.

Ettore Cinnella, Ucraina. Il genocidio dimenticato 1932-1933 Della Porta Editori, Pisa 2015

Massimiliano Di Pasquale

Su Holodomor vedi anche:

https://massimilianodipasquale.wordpress.com/2014/06/17/holodomor-4-oxana-pachlovska/

https://massimilianodipasquale.wordpress.com/2014/06/14/holodomor-1-lettere-da-kharkov/

https://massimilianodipasquale.wordpress.com/2014/06/16/holodomor-3-george-orwell/

https://massimilianodipasquale.wordpress.com/2014/06/14/holodomor-2-quaderni-ucraini/

 

Il Gulag di Sandra Kalniete

Estratto dal capitolo 6 di Riga Magica. Cronache dal Baltico (Il Sirente 2015). Per gentile concessione dell’editore e dell’autore.

“I miei genitori si incontrarono in Siberia e si sposarono il 25 maggio 1951; io sono nata il 22 dicembre 1952 nel villaggio di Togur, distretto di Kolpasevo, regione di Tomsk. Due volte al mese dovevano obbligatoriamente presentarsi alla komendatura per firmare il loro atto di presenza. Le autorità di sorveglianza sovietica si assicuravano così che i deportati non avessero arbitrariamente lasciato il luogo di residenza che era stato loro assegnato. Un mese dopo la mia nascita, mio padre dovette registrare anche me per la prima volta, e così anch’ io fui destinata alla deportazione a vita”
(Sandra Kalniete – With Dance Shoes in Siberian Snows)

With Dance Shoes in Siberian Snows, libro di Sandra Kalniete, europarlamentare lettone nata in Siberia da una coppia di deportati, non è l’ennesimo prescindibile libro sul Gulag, come potrebbe pensare chi ha già letto Conquest e Solzhenitsyn ma un testo davvero prezioso per ricostruire la storia della Lettonia nel Novecento. La molla che ha spinto la Kalniete a raccontare la sua vicenda familiare è stato l’enorme senso di frustrazione provato dal 1997 al 2000 quando, in qualità di ambasciatrice lettone in Francia, constatò di persona che la tragedia del popolo lettone era pressoché sconosciuta anche nelle alte sfere della diplomazia internazionale.

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Ho deciso di scriverlo – raccontò Kalniete al Corriere della Sera – per un senso di frustrazione. Quando ero ambasciatrice a Parigi mi resi conto che anche ai più alti livelli pochi conoscevano la nostra storia, le due ondate di deportazione che distrussero la vita di migliaia di persone: mia madre fu vittima della prima, nel 1941, mio padre della seconda, nel 1949”.
Il libro, reperibile oggi solo in inglese – la versione italiana, uscita dieci anni fa con il titolo Scarpette da ballo nelle nevi di Siberia, è fuori catalogo da tempo – suscita varie riflessioni. La sua qualità migliore è probabilmente quella di riuscire a fornire un affresco equilibrato in cui le differenze tra la storia con la s minuscola e storia con la s maiuscola finiscono quasi per azzerarsi. È come se l’una correggesse, definisse e perfezionasse l’altra.
La vicenda della famiglia Kalniete appare non come una delle tante drammatiche storie di deportazione nell’Unione Sovietica di Stalin, ma piuttosto come un tassello fondamentale della storia nazionale lettone, utile per comprendere il contesto politico, economico e culturale in cui maturarono quei tragici eventi. A sua volta la storia della Lettonia sovietica, iniziata nell’estate del 1940, diventa tessera imprescindibile per ricostruire un mosaico più grande, quello relativo agli avvenimenti di portata mondiale che hanno segnato il Novecento.
Uno degli aspetti più apprezzabili del libro da un punto di vista storico è l’accurata ricostruzione dei dodici mesi, conosciuti come Anno del Terrore, intercorsi tra l’invasione della Lettonia da parte delle forze armate sovietiche (17 giugno 1940) e la prima grande deportazione di cittadini lettoni (14 giugno 1941).
Ai cittadini lettoni, all’oscuro del Patto Molotov-Ribbentrop, con cui il 23 agosto del 1939 la Germania nazista e Unione Sovietica si erano spartite l’Europa centro-orientale in sfere d’influenza , la resa del Presidente Ulmanis, che a fronte dell’invasione del 17 giugno 1940 pronunciò un discorso alla nazione dai toni surreali con allusioni indirette e appelli patetici a mantenere la calma, sembrò una situazione più kafkiana che drammatica.

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Il primo anno di occupazione – nonostante fossero già iniziati a Stūra Māja i primi interrogatori e le prime fucilazioni – parve alla madre di Sandra Kalniete e a molti lettoni come grottesco, più che tetro. Ciò che stava succedendo era talmente stupido e irreale che nei ricordi dei testimoni oculari dell’epoca prevalgono aneddoti legati alla totale mancanza di civilizzazione e di educazione delle forze occupanti più che racconti drammatici.
Ridicolizzare i propri ‘liberatori’ era il modo con cui i lettoni cercavano di compensare le umiliazioni subite con l’occupazione. “In verità, ridere era una fuga dalla realtà e un mezzo per trovare rifugio in un mondo illusorio dove la persona intelligente si dimostra più forte di quello forte”. I racconti sui soldati dell’Armata Rossa che chiedevano ripetutamente alle commesse dei negozi se fosse vero che in Lettonia si potesse comperare pane bianco e burro senza alcuna limitazione, aiutavano i lettoni, popolazione che all’epoca aveva il più alto tasso di laureati d’Europa, a sopravvivere all’invasore.
Jānis Dreifelds, il nonno della Kalniete, che aveva vissuto da giovane in Russia, sosteneva che avrebbero trovato il modo di sopravvivere.
Conosco i russi. Sono gente a posto, sebbene talvolta un po’ sciocca. So come comportarmi con loro” diceva spesso alla moglie Emilija per confortarla.
Jānis, scrive la Kalniete, “non poteva immaginare che in venti anni i bolscevichi avevano lavato il cervello della gente russa a tal punto da perdere completamente la cognizione di bene e di male e da considerare come una norma necessaria lo sterminio di persone innocenti”. Il 14 giugno 1941 anche Jānis e la sua famiglia sperimenteranno sulla loro pelle la brutalità del regime sovietico.
Mia madre, Ligita Dreifelde, aveva quattordici anni e mezzo quando il 14 giugno 1941, assieme a mio nonno e mia nonna, fu deportata in Siberia dal regime sovietico. Mio nonno Jānis è stata separato dalla sua famiglia a Babinino, Russia. Da allora, mia madre e mia nonna non hanno più avuto nessuna notizia di lui. Nel mese di aprile del 1990, mia madre ha ricevuto un avviso dal Comitato per la Sicurezza dello Stato della Lettonia Sovietica che mio nonno era morto il 31 dicembre 1941, sei giorni prima del suo sessantatreesimo compleanno

Massimiliano Di Pasquale (1969), fotogiornalista e saggista, è membro dell’AISU, Associazione Italiana di Studi Ucraini e scrive di politica internazionale e cultura sulle pagine di diversi quotidiani nazionali. Nel 2013 ha lavorato per i tipi della Bradt all’aggiornamento della Ukraine Bradt Travel Guide uscita nel giugno dello stesso anno. Per il Sirente ha pubblicato Ucraina terra di confine (2012), caso editoriale che ha fatto conoscere l’Ucraina al grande pubblico italiano.

Sketches of Riga

Estratto dal capitolo 1 di Riga Magica. Cronache dal Baltico (Il Sirente 2015). Per gentile concessione dell’editore e dell’autore.

Il grido stridulo dei gabbiani che risalgono l’ampio corso della Daugava dal Baltico fino in città, per poi appollaiarsi sui vecchi hangar dei dirigibili Zeppelin, dove ora sorge il Mercato Centrale, fece da sottofondo al sontuoso swedish breakfast che una mattina di cinque anni fa mi diede il benvenuto nella capitale lettone.
Era autunno inoltrato e alloggiavo al Metropole, un hotel oggi chiuso per lavori di restauro che sarebbe probabilmente piaciuto a Giuseppe Tomasi di Lampedusa, il quale nel 1932 sposò a Riga la baronessa lettone Alessandra Wolff Stomersee. Sin da metà Ottocento, l’albergo ha infatti ospitato la nobiltà di mezza Europa e una clientela di amanti dell’opera e del balletto. Il buffet del Metropole, trionfo di salmoni affumicati, aringhe marinate, merluzzi in salsa verde, champignon sottaceto e pane nero, mi aiutò subito a decifrare alcuni caratteri tipici della città.
Qualche ora più tardi, dopo aver passeggiato lungo gli acciottolati della Città Vecchia tra architetture barocche, torri gotiche, chiese medioevali e facciate liberty, estrassi dallo zaino il mio Moleskine e scrissi di getto “brumosa, anseatica, scandinava, nient’affatto sovietica”. Impressione epidermica che avrei confermato anche nei giorni successivi, con la parziale eccezione del “nient’affatto sovietica”.
A Maskavas e a Bolderāja, sobborgo operaio a nord della capitale, tracce di Russia zarista e di Unione Sovietica erano ancora ben visibili e contribuivano ad accrescere la peculiarità di Riga. Intuii presto che il fascino della città era frutto di questi contrasti e trovai seducente la singolare commistione di case di legno, komunalky d’epoca brezhneviana, foreste di pini e spiagge sabbiose di questo insediamento urbano di quindicimila anime sorto come fortezza svedese nei primi del Seicento su un preesistente villaggio di pescatori.
Edifici in legno tra i più vecchi di Riga, circondati da blocchi abitativi sovietici tutti uguali, nei cui cortili, nonostante un freddo pungente, un gruppo di bambini giocava a pallone….


Passeggiando senza una meta precisa in questo luogo tutt’altro che glamour e osservando le abitazioni fatte costruire da Mosca nei primi anni Settanta mi ricordai di una visita di qualche anno prima a Nowa Huta.
Nell’immediata periferia di Cracovia, negli anni Cinquanta il Partito Comunista Polacco di concerto con i funzionari del Cremlino aveva voluto replicare un modello socio-economico già diffuso in alcune aree dell’URSS, ossia la costruzione di un agglomerato urbano socialista.
Pensai che tra la Bolderāja russofona e proletaria e la Riga dalle atmosfere magiche della Città Vecchia ci fosse lo stesso rapporto riscontrabile tra la Nowa Huta dipinta da un giovanissimo Ryszard Kapuściński nel 1956 sulle pagine del giornale locale Sztandar Mlodych e la Cracovia regale e imperiale di cui la Nuova Città doveva essere l’alter-ego comunista.
L’influenza scandinava, riscontrata nelle abitudini gastronomiche dei lettoni, la ravvisai invece nelle linee geometriche dei palazzi e dei monumenti di Vecrīga.
All’angolo tra Torna iela e Aldaru iela mi fermai a fotografare una donna che suonava il kantele, uno strumento a corde tipico dell’area baltica molto popolare anche in Finlandia, seduta su uno sgabello all’interno di quella Porta Svedese eretta nel 1698 quando Riga, prima di cadere in mano russa nel 1710, era la seconda capitale del Regno di Svezia.
Le guglie delle chiese, le mura giallo canarino del castello e le case dei mercanti con la loro aria placida, quasi sacrale, in quel limpido mattino di novembre, sembravano uscite da Veduta di Delft, uno dei quadri più famosi del pittore fiammingo Jan Vermeer. I tanti edifici rosso mattone mi ricordarono invece le città della Lega Anseatica che avevo visitato ventenne, quando cercavo l’odore del mare del Nord con lo zaino in spalla e la mia copia sgualcita di Altri Libertini.
Lubecca, Amburgo, Danzica, Brema e Riga… le stesse città ritratte nei pannelli di vetro collocati vicino alle finestre del pub dell’Hotel Hanza, dove servono una colazione dalle marcate influenze scandinave molto simile a quella del Metropole.

Massimiliano Di Pasquale (1969), fotogiornalista e saggista, è membro dell’AISU, Associazione Italiana di Studi Ucraini e scrive di politica internazionale e cultura sulle pagine di diversi quotidiani nazionali. Nel 2013 ha lavorato per i tipi della Bradt all’aggiornamento della Ukraine Bradt Travel Guide uscita nel giugno dello stesso anno. Per il Sirente ha pubblicato Ucraina terra di confine (2012), caso editoriale che ha fatto conoscere l’Ucraina al grande pubblico italiano.