Confini e conflitti dello spazio post-sovietico

Il conflitto tra Russia e Ucraina, sorto all’indomani del Maidan di Kyiv, oltre ad avere sovvertito gli equilibri politici mondiali sancendo di fatto l’inizio di un nuovo scontro, duro e senza infingimenti, tra Occidente e Russia – scontro già palese ad alcuni studiosi da tempo, si pensi al libro del 2007 di Edward Lucas La Nuova Guerra Fredda. Il Putinismo e le minacce per l’Occidente, che anticipava molti degli scenari di lì a venire – offre l’occasione per riflettere su quanto accaduto negli ultimi venticinque anni nei territori della defunta URSS.

Atlante geopolitico dello spazio post-sovietico, il saggio curato da Simone Attilio Bellezza, ucrainista e ricercatore di storia dell’Europa Orientale presso l’Università di Trento, che nel sottotitolo reca la dicitura Confini e Conflitti, si pone proprio questo ambizioso obiettivo.
A detta del curatore, uno degli scopi del volume è “invertire la rotta rispetto ai toni partigiani e da crociata che hanno caratterizzato le analisi dell’attuale crisi fra Russia e Occidente, scaturita dalla guerra ucraina”. L’antidoto alla partigianeria – secondo Bellezza – risiede nel riunire “esperti dei tanti differenti ambiti che costituiscono lo spazio ex sovietico”, “chiedendo loro di valutare quale fosse stata l’evoluzione di ciascuna specifica tematica nel quarto di secolo appena passato”.
Il libro è il risultato di un lavoro collettivo in cui i tre saggi di Bellezza sono affiancati dai contributi di altri dieci studiosi: Fabio Belafatti, Oleksiy Bondarenko, Giovanni Cadioli, Andrea Griffante, Filippo Menga, Simona Merlo, Simone Piras, Alessandra Rognoni, Paolo Sorbello, Umberto Tulli.
I saggi, pur occupandosi di vari argomenti e facendo riferimento a diversi paesi – Ucraina, Bielorussia, Russia, Moldova, Caucaso, Paesi Baltici e Repubbliche Centroasiatiche ex sovietiche –, sono accomunati dal fatto di avere al proprio interno una o più cartine che rappresentano “graficamente la questione trattata”, dal prestare adeguata attenzione alle problematiche legate all’eredità sovietica e dal far spesso riferimento a concetti come nazione ed etnia, parole di non facile definizione in quanto – scrive il curatore – il loro significato è mutato nel tempo.
Pur non condividendo appieno l’idea secondo la quale l’expertise su un determinato argomento/area geografica sia di per se antidoto contro la partigianeria e garanzia di oggettività – la geopolitica non è una scienza esatta come la matematica e l’ottica visuale secondo cui vengono raccontati certi avvenimenti storici tradisce quasi sempre, seppure velatamente, le simpatie ideologiche di chi scrive – la scommessa di Bellezza di voler fornire al lettore una mappa con la quale orientarsi all’interno di confini e conflitti nell’area post-sovietica può considerarsi vinta.
Come la maggioranza dei volumi che compendiano contributi di autori diversi, Atlante geopolitico dello spazio post-sovietico finisce per allineare saggi di qualità non sempre omogenea. Alcuni davvero riusciti e illuminanti, altri lucidi e interessanti, taluni non privi di qualche lacuna.


Alla prima schiera appartengono sicuramente lo scritto di Bellezza Le lingue degli oligarchi: come si è costruito un conflitto nazionale nell’Ucraina post-sovietica e quello di Simona Merlo Le chiese ortodosse nello spazio ex sovietico.
Il saggio di Bellezza, che si rifà alla migliore pubblicistica anglosassone (Motyl, Plokhy, Wilson) pur non snobbando l’ucrainistica italiana (Cinnella, Lami), ha l’indubbio pregio di mettere a fuoco alcune questioni, finora appannaggio degli addetti ai lavori, che meritano altresì di arrivare a un pubblico più vasto. Tra queste la semplicistica e fuorviante lettura di un Est russofono e di un Ovest ucrainofono, ossia di un’Ucraina spaccata politicamente, culturalmente ed elettoralmente per via della lingua adottata. Le cartine allegate al saggio ci mostrano una realtà ben diversa, potremmo definirla a macchia di leopardo, con vastissime aree in cui ucraino e russo si mescolano in un idioma detto surzhyk e con tante piccole isole ucraine all’interno di un Est dove predomina il russo (sarebbe interessante approfondire tale argomento analizzandolo in prospettiva storica lungo la direttrice dialettica città-campagna). In chiave elettorale è importante notare come le preferenze politiche in determinate aree geografiche siano influenzate più dalla presenza di un oligarca di riferimento che dalla divisione linguistica.
Il contributo di Simona Merlo, che da diversi anni studia le questioni religiose nell’ex URSS e in particolare il ruolo delle diverse confessioni, è fondamentale per comprendere il ruolo esercitato dalla Chiesa ortodossa in particolare dal Patriarcato di Mosca, nel forgiare un’identità culturale, quella russa, che ha forti implicazioni politiche.
“Tale discorso – scrive Merlo – ha pure una valenza geopolitica, perché mentre “cittadini della Russia possono essere russi, careliani, tatari, avari o buriati”, al tempo stesso i russi possono essere “cittadini della Russia, degli USA, dell’Australia, della Romania o del Kazachstan”. Il riferimento è soprattutto a quei milioni di russi etnici – e ortodossi – che vivono nello spazio sovietico”.
A tratti lacunoso mi è parso lo scritto di Oleksiy Bondarenko Il “Mondo Russo” da progetto sovranazionale a strumento dell’azione politica che affronta un tema cruciale, ossia quello dell’ideologia della Russia di Putin, anche alla luce del neo-imperialismo belligerante palesatosi nel recente conflitto in Donbas.
Un tema di siffatta importanza poteva essere trattato in maniera più diffusa, per esempio approfondendo la figura di Aleksandr Dugin e la sua teoria euroasiatica, appena abbozzata dall’autore e analizzando le modalità con cui l’ideologia del Rusky Mir è stata propagandata in Europa a partire dalla seconda metà degli anni 2000. Sarebbe stato interessante anche calare tale analisi all’interno del contesto italiano dal momento che alcune riviste di geopolitica del nostro Paese hanno adottato lo stesso concetto di geopolitica, inteso come rapporti di forza, fatto proprio dal Cremlino.
Andrew Wilson, uno dei maggiori studiosi di Ucraina e di mondo post-sovietico, ha sottolineato come questa idea di geopolitica scevra da qualsiasi considerazione di diritto internazionale, assai vicina al pensiero dell’ideologo del Terzo Reich Goebbels, è la stessa su cui si è basato il discorso pronunciato da Putin nel marzo 2014 per celebrare l’occupazione e successiva annessione della Crimea all’interno della Federazione Russa.

Massimiliano Di Pasquale

Simone Attilio Bellezza, Atlante geopolitico dello spazio post-sovietico Editrice La Scuola, 2016.

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I libri del 2015 di Eastern Europe Post

È stato ricco di uscite interessanti il 2015 che in questi giorni ci apprestiamo a salutare. Le scelte di Eastern Europe Post, blog che si occupa di Paesi dell’Europa Orientale, riguardano ovviamente saggi o romanzi che per tematiche fanno riferimento al mondo dell’Europa Orientale e all’universo post-sovietico.
Istruzioni per l’uso:
• I libri non sono in ordine di importanza. Il titolo che compare per primo non è necessariamente il miglior libro del 2015.
• Non tutti i testi sono usciti quest’anno ma sono stati inseriti nella lista come necessari recuperi per la loro importanza.
• Uno degli undici titoli è in lingua inglese. Non ancora pubblicato in Italia è altresì facilmente reperibile online nelle librerie Amazon, Hoepli etc.

Serhy Yekelchyk “The Conflict in Ukraine. What everybody needs to Know (Oxford University Press, 2015) U.S. $ 16.95

La pubblicistica canadese, paese dove vive la più grande diaspora ucraina, si è da sempre contraddistinta per la pubblicazione di lavori seri e rigorosi sull’ex granaio dell’URSS. Il libro di Serhy Yekelchik, professore di Storia e di Studi Slavi all’Università di Vittoria in Canada, è un testo agevole dal taglio divulgativo – didattico che ha l’indubbio pregio di spiegare a tanti neofiti le complesse questioni legate alla guerra in Ucraina con fondamentali rimandi alla storia del Paese. È volutamente strutturato sotto forma di domanda e risposta – Chi sono gli oligarchi? Che cosa hanno in comune la Rivoluzione Arancione del 2004 ed Euromaidan? Cosa era la Rus di Kyiv? etc – per renderlo il più possibile fruibile a tutti.

Gian Piero Piretto “Indirizzo: Unione Sovietica. 25 luoghi di un altro mondo” (Sironi Editore – Milano, 2015) € 22,90


Fratello gemello de La vita privata degli oggetti sovietici, interessante volume, uscito quattro anni fa, sempre per i tipi di Sironi, Indirizzo Unione Sovietica passa in rassegna 25 luoghi, pubblici e privati, che emergono dalla dialettica, forse più russa che sovietica, tra spazio ampio e ristretto, tra aperto e chiuso. I luoghi indagati in questo saggio il cui titolo cita una famosa canzone pop del 1972, Moj adres Sovetskij Sojuz (Il mio indirizzo è: Unione Sovietica), “scritta e musicata da due monumenti della musica leggera sovietica, rispettivamente Vladimir Charitonov e David Tuchmanov”, appartengono non solo alla memoria collettiva di chi visse quell’esperienza storica ma ai ricordi di gioventù dello stesso Piretto.

Tommaso Landolfi “I Russi” (Adelphi – Milano, 2015) € 30


Tommaso Landolfi è stato uno dei grandi scrittori del Novecento italiano. Qui lo troviamo nelle vesti di russista e slavista alle prese con il suo amatissimo Gogol e altri mostri sacri della letteratura russa. Il volume uscito per Adelphi raccoglie, per la prima volta, tutti gli scritti di argomento russo prodotti dall’autore italiano tranne la tesi di laurea su Anna Achmatova e i quattro articoli da questa tratti pubblicati nel 1934-35 sulla rivista “L’Europa Orientale”.

Svetlana Aleksievič “Tempo di seconda mano” (Bompiani – Milano, 2014) € 24


Un recupero dal 2014 per Svetlana Aleksievič, vincitrice del premio Nobel 2015. Tempo di seconda mano è un romanzo corale in cui le memorie private di cittadini ex sovietici si intrecciano con gli avvenimenti storici degli ultimi 23 anni, dal 1991 che segnò la dissoluzione dell’URSS, al 2014 del Maidan ucraino. Essenziale per comprendere le idiosincrasie dell’homo sovieticus e la vita nel mondo post-sovietico segnata da stenti, disillusioni e speranze tradite.

Ettore Cinnella “Ucraina. Il genocidio dimenticato 1932-1933” (Della Porta Editori – Pisa, 2015) € 18

Unendo rigore filologico, profondità dell’analisi storica e una sintassi fluida e scorrevole, il testo di Ettore Cinnella si rivela imprescindibile per chi in Italia voglia approfondire una delle pagine più aberranti della storia sovietica. Il Holodomor, la morte per inedia imposta agli agricoltori ucraini nel biennio 1932-33 da Stalin – il termine significa in ucraino sterminio per fame (holod – carestia, fame – e moryty – uccidere) – è infatti una vicenda che non trova ancora spazio nei libri di scuola ed è ignorata dalla maggioranza dei cittadini al di fuori dell’Ucraina. “La morte per fame in tempo di pace, tra inenarrabili sofferenze, di milioni di essere umani, è un crimine che non può esser negletto né sminuito” (Ettore Cinnella).

Spara Jurij “Viaggiatori nel freddo. Come sopravvivere all’inverno russo con la letteratura” (Exòrma – Roma 2015) € 15,90


Spara Jurij, collettivo nato alla fine del secolo scorso per produrre ‘scrittura totale’ e lavorare su più fronti, tradisce sin dal nome, che omaggia una storica canzone dei CCCP di Giovanni Lindo Ferretti, una passione per il mondo sovietico. Viaggiatori nel freddo, scritto da Elisa Baglioni e Francesco Ruggiero, è un diario di viaggio nella Mosca odierna denso di rimandi e citazioni alla migliore letteratura russa (Čechov, Bulgakov, Cvetaeva) e ricco di aneddoti su alcuni luoghi leggendari dell’ex capitale dell’impero sovietico (MGU, Cremlino, Prospettiva Kutuzov, etc).

Anna Bikont, Joanna Szczęsna “Cianfrusaglie del passato. La vita di Wisława Szymborska” (Adelphi – Milano, 2015) € 28


Considerata la più importante poetessa polacca del Novecento, Wisława Szymborska, vincitrice del Premio Nobel nel 1996, è ancora relativamente sconosciuta nel nostro paese. Questa biografia rigorosa e documentata, frutto di accurate ricerche e di lunghe interviste con l’autrice, impreziosita di un ricco apparato iconografico, ci offre la ghiotta opportunità di conoscere vita e opere di un’artista schiva e riservata che non amava troppo confidarsi in pubblico.

Giovanna Brogi, Oxana Pachlovska “Taras Ševčenko. Dalle carceri zariste al Pantheon ucraino” (Le Monnier Università – Firenze, 2015) € 28

Giovanna Brogi e Oxana Pachlovska, ucrainiste di consolidata fama, hanno realizzato un pregevole volume dedicato al poeta ed eroe nazionale ucraino Taras Ševčenko. Il libro non è una monografia ma un testo poliedrico che, alternando contributi dal taglio letterario, analisi politico-culturali, approfondimenti su opere specifiche e una ricca selezione di poesie liriche e poemetti (con testo a fronte), può interessare in egual misura gli amanti della poesia romantica ottocentesca, gli studiosi di storia dell’Europa orientale e chi ha seguito gli avvenimenti del Maidan di Kyiv dove il ritratto del poeta nazionale è stato esposto più volte dai manifestanti quale simbolo della resistenza del popolo ucraino contro il corrotto regime filorusso di Viktor Yanukovych.

Timothy Snyder “Terra Nera. L’olocausto fra Storia e Presente” (Rizzoli – Milano, 2015) € 26

A quattro anni di distanza dal seminale Terre di Sangue (Rizzoli, 2011), diventato testo di riferimento per il dibattito sulle analogie tra nazismo e regime sovietico, lo storico di Yale torna con un altro lavoro che farà discutere per la sua portata innovativa nel leggere la tragedia dell’Olocausto. L’analisi condotta da Snyder, avvalendosi di fonti mai consultate in precedenza e di preziose testimonianze di superstiti, è davvero illuminante perché dimostra che fattori, ritenuti un tempo secondari, come lo smantellamento degli Stati, furono tra le motivazioni reali della Shoah. Nelle conclusioni finali l’accademico statunitense sottolinea come la situazione attuale, venutasi a creare con l’occupazione della Crimea da parte della Russia nel marzo 2014 e la guerra in Donbas, presenti più di una analogia con l’Europa del Patto Molotov-Ribbentrop. “Il presidente Vladimir Putin ha elaborato una dottrina di politica estera basata sulla guerra etnica. Questo approccio, che ricava dal linguaggio la legittimità a invadere a prescindere che sia stato usato in Cecoslovacchia da Hitler o in Ucraina da Putin, decostruisce le logiche della sovranità nazionale e dei diritti e getta le basi per lo smantellamento degli Stati. Trasforma entità statali riconosciute in bersagli di aggressione volontarie e gli individui in oggetti etnici i cui presunti interessi sono determinati da altri paesi”.

Vasilij Grossman “Uno scrittore in guerra” (Adelphi – Milano, 2015) € 23


Continua la pubblicazione presso Adelphi delle opere del più grande scrittore dell’Unione Sovietica. Questo volume, curato da Antony Beever e Luba Vinogradova, raccoglie gli appunti di Grossman in qualità di inviato speciale di Krasnaja zvezda, il giornale dell’esercito sovietico. Gran parte di questo materiale verrà poi utilizzato dallo scrittore di Berdyčiv per il suo monumentale romanzo Vita e Destino (Adephi, 2008 traduzione di Claudia Zonghetti). Di questi taccuini, fondamentali per ricostruire gli anni di guerra dal 1941 al 1945, sorprende la qualità letteraria e l’efficacia nel descrivere la vita quotidiana dei combattenti fuori da ogni retorica propagandistica.

Serena Vitale “Il defunto odiava i pettegolezzi” (Adelphi – Milano, 2015) € 19


Geniale sin dal titolo, il libro di Serena Vitale è tra le cose più belle lette in Italia negli ultimi anni. Il testo, che ricostruisce con estremo rigore storico- filologico quello che è considerato tuttora uno dei più grandi misteri dell’epoca sovietica, ossia la scomparsa del poeta Vladimir Majakovskij – fu vero suicidio? –, seduce per il suo stile originale che mescola abilmente vari registri letterari. La stessa materia, in mano a una penna meno abile ed esperta, avrebbe potuto dar vita a un libro storico probabilmente pedante. Vitale riesce invece a raccontarci la vicenda di Majakovskij come un romanzo giallo ricco di suspense e ironia.

Massimiliano Di Pasquale

Alla scoperta del Landolfi russo

L’opera omnia di Tommaso Landolfi in corso di pubblicazione presso Adelphi dal 1992, si è arricchita recentemente di un interessante volume che, per la prima volta, riunisce tutti gli scritti di argomento russo prodotti dall’autore italiano ad eccezione della tesi di laurea su Anna Achmatova e dei quattro articoli dalla stessa tratti pubblicati nel 1934-35 sulla rivista “L’Europa Orientale”.

Landolfi – “rappresentante genuino della gloriosa nobiltà meridionale” come ebbe a definirsi – è stato molto probabilmente tra i grandi scrittori del Novecento italiano quello dal maggior respiro internazionale.
Italo Calvino, profondo conoscitore della sua opera, nella postfazione all’antologia Le più belle pagine, pubblicata nel 1982 per avvicinare il pubblico italiano a un autore considerato ostico e “per pochi”, mette in evidenza proprio la “sua identificazione con una dimensione della letteratura europea” e la sua frequentazione, cosa assai rara per quei tempi, con la letteratura russa.

Certo per Landolfi bisogna dare un posto speciale alla sua esperienza di traduttore, e non dalle lingue “che sanno tutti” ma dal russo (che nella cultura letteraria italiana resta una lingua per soli specialisti …). Bisogna insomma dire di quel particolare piacere di far vivere accenti lontani e complessi in una impostazione di voce tutta italiana, con la limpidezza e le ombre del suo Gogol…
Passando in rassegna le più di trecento pagine de I Russi che allinea saggi critici su Puškin, Gogol’, Tolstoj, Dostoevskij, Čechov, Pasternak e traduzioni inedite (Bunin, Tolstoj, Chlebnikov, Sel’vinskij e Puškin) torna in mente un’altra riflessione di Calvino. Quella legata all’effetto sorpresa che Landolfi – qui nelle vesti di critico – provoca nel lettore.


Le considerazioni di Landolfi sull’opera di alcuni autori russi ci inducono a guardare questi scrittori sotto una nuova prospettiva, costringendoci a mettere in discussione opinioni critiche consolidate. Landolfi, sia detto senza sussiego o piaggeria, riesce ad ammaliare il lettore anche nelle vesti di recensore e slavista. Possiamo condividere o meno le sue posizioni – immagino che alcuni slavisti dissentiranno da certe interpretazioni di mostri sacri della letteratura russa – ma ciò che Landolfi scrive avvalendosi di una prosa ricca e immaginifica, ha l’effetto dirompente per dirla alla Calvino “d’un’unghia che stride contro un vetro, o d’una carezza contropelo, o d’un’associazione d’idee che si vorrebbe scacciare subito dalla mente”.
La postfazione di Giovanni Maccari che ha curato il volume costituisce un’utile cartina al tornasole per comprendere le interpretazioni landolfiane di alcuni classici come Gogol’ e Puškin e per collocare l’opera del Landolfi slavista in una corretta dimensione storico-filologica. Nei primi anni Trenta, scrive Maccari, la slavistica in Italia “era forse più giovane e senza dubbio più ingenua di lui”, basti pensare che a Firenze, città in cui Landolfi si era laureato, “non c’era una cattedra di questa disciplina, per cui si deve pensare abbia studiato da solo o con l’aiuto di qualche cortese madrelingua”.
Nonostante ciò l’amore di Landolfi per la letteratura russa – un vero e proprio colpo di fulmine “sotto il segno di una leggera esaltazione” – sboccia grazie alle frequentazioni dell’ambiente fiorentino nell’inverno del 1929.
E mentre in Piazza San Marco, nelle aule della facoltà di Lettere, si svolgevano i corsi accuratamente disertati di professori famosi, Landolfi andava per bische e “parlava di letteratura” con i suoi amici fiorentini, studenti come lui e come lui pieni di attese e di speranze, per i destini generali soprattutto, e un po’ anche per i propri. E un bel giorno uno di questi amici, Renato Poggioli, si rinchiude nel suo piccolo appartamento vicino al Ponte Vecchio e ne esce due mesi dopo in possesso di un nuovo e straordinario sapere, ossia la conoscenza dell’alfabeto cirillico”.
Sarà come gettare un fiammifero nella benzina – sottolinea Maccari.
In un gesto eroico degno del dandy colto, raffinato, schivo, autoironico, talvolta depresso già in nuce dentro di lui, Landolfi si lancerà all’inseguimento di Poggioli e qualche anno più tardi conseguirà la laurea in Letteratura russa con una tesi sulla poetessa Anna Achmatova.
Il dualismo morale, i fantasmi, l’innocenza russa, Gogol’ e Dostoevskij entreranno stabilmente “fra gli agenti attivi del mondo immaginario di Landolfi”, un mondo a cui lo scrittore attingerà a piene mani sia per la sua produzione letteraria sia per la sua esistenza di uomo superfluo e di nobile spiantato.

Massimiliano Di Pasquale

Tommaso Landolfi I Russi Adelphi, Milano 2015

Holodomor e Sindrome Imperiale Russa – a colloquio con Ettore Cinnella

Ettore Cinnella ha insegnato per molti anni Storia Contemporanea e Storia dell’Europa Orientale all’Università di Pisa. Il suo libro più noto, La tragedia della rivoluzione russa (1917-1921), è stato ristampato nella Storia Universale del «Corriere della Sera». È stato allievo della Scuola Normale Superiore di Pisa e dopo il crollo del regime comunista nell’URSS, ha lavorato spesso nell’Archivio centrale del partito di Mosca (oggi Archivio statale russo di storia politico-sociale, RGASPI). Ha scritto saggi di storia russa e di storia contemporanea (alcuni dei quali apparsi in francese, in inglese e in tedesco). Ucraina: il genocidio dimenticato. 1932-1933 (Della Porta, 2015), il suo ultimo saggio – https://massimilianodipasquale.wordpress.com/2015/11/29/ucraina-il-genocidio-dimenticato/ – ricostruisce con encomiabile rigore storico-filologico la tragica vicenda del genocidio in Ucraina del 1932-1933.

Nell’introduzione di Ucraina. Il genocidio dimenticato Lei sottolinea che questo libro non è “rivolto agli accademici bensì a chi vuol conoscere una delle massime tragedie del mondo contemporaneo”. Perché a suo avviso il Holodomor è una delle più grandi tragedie del Novecento? Perché è necessario che la conoscenza di questo tragico evento esca dall’ambito accademico e arrivi a un pubblico più vasto?

Nessuna delle grandi tragedie del XX secolo dovrebbe esser ignorata e dimenticata. Eppure, lo sterminio per fame di milioni di contadini nell’URSS, all’inizio degli anni Trenta, è un evento pochissimo noto, al quale gli accademici hanno dedicato attenzione solo negli ultimi tempi e del quale l’opinione pubblica non è ancora a conoscenza (tranne che in Ucraina, il paese maggiormente colpito da quella tragedia). La morte per fame in tempo di pace, tra inenarrabili sofferenze, di milioni di essere umani, è un crimine che non può esser negletto né sminuito.

Per quale motivo la tragedia della Shoah è conosciuta in tutto il mondo mentre la conoscenza del Holodomor è stata finora appannaggio di pochi?

È facile immaginare la ragione del silenzio sceso sul Holodomor. Avendo vinto la seconda guerra mondiale, Stalin riuscì a imporre il silenzio su tutti i suoi crimini, anche su quello più efferato e immane, cioè lo sterminio per fame dei contadini ostili alla collettivizzazione forzata. Hitler, invece, cadde nella polvere; e pertanto, tutte le sue azioni nefande divennero di pubblico dominio e sono universalmente stigmatizzate.

L’opera di disinformazione di Walter Duranty, corrispondente da Mosca del New York Times che nel 1933 negò l’esistenza della carestia in Ucraina può essere paragonata alla reticenza odierna nel raccontare la verità sulla guerra in Ucraina che caratterizza molti media italiani?

Non so se le due cose possano esser comparate. Oggi, comunque, il farisaico silenzio dei governi e dell’opinione pubblica in occidente sull’aggressione russa e sullo smembramento dell’Ucraina è ancor più intollerabile, perché i fatti sono davanti agli occhi di tutti e, ciò nonostante, si preferisce avallare i fatti compiuti dell’imperialismo moscovita. All’epoca del Holodomor, invece, pochi erano davvero al corrente di ciò che accadeva nell’URSS e in Ucraina. La responsabilità allora era di pochi, oggi di molti.

Il suo volume esce a distanza di trent’anni dalla pubblicazione di Raccolto di Dolore di Robert Conquest e si avvale di una corposa documentazione dovuta all’apertura degli archivi dell’URSS un tempo non accessibili. Partendo da questa considerazione vorrei sapere quali sono le principali differenze e le novità del suo testo rispetto a quello del sovietologo anglo-americano.

Le differenze sono riconducibili anzitutto, come Lei ha già detto, all’enorme mole di documenti, di cui oggi disponiamo e che erano inaccessibili a Conquest. È quindi possibile ricostruire i fatti nei dettagli, cogliere le motivazioni e i retroscena che portarono al Holodomor, valutare con maggior esattezza il numero delle vittime.

Qual è a suo avviso il più grande merito del libro di Conquest? Come mai la morte di Robert Conquest scomparso qualche mese fa è passata quasi sotto silenzio in Italia a differenza di quanto avvenuto in altri paesi?

Conquest ebbe il grandissimo merito di squarciare il velo del silenzio su quei fatti atroci, il cui ricordo era tenuto vivo solo dalla diaspora ucraina. Il mondo accademico internazionale, dominato da storici indulgenti verso il comunismo sovietico, preferiva ignorare l’evento; e, infatti, i dotti bacchettarono con sussiego (tranne poche eccezioni) il sovietologo che aveva osato mettere a nudo le indicibili atrocità della collettivizzazione e il castigo inflitto alla nazione ucraina. In Italia, non dimentichiamolo, la lunga (e perdurante) egemonia politico-culturale del partito comunista spiega il silenzio incontrato dal libro di Conquest. In Italia il mito dell’URSS, che oggi si fonde e si confonde con l’ammirazione per la Russia di Putin, è stato ben più tenace e radicato di quanto si pensi.

Nel primo capitolo Lei ricorda come lo scrittore russo Vasilij Grossman in Tutto Scorre sia stato uno dei primi a parlare della collettivizzazione forzata del 1929-33 e della carestia. Il romanzo di Grossman uscì in Italia nel 1971, 15 anni prima della pubblicazione negli Stati Uniti di Raccolto di Dolore. Quali furono le reazioni della nostra intellighenzia alla sconvolgenti rivelazioni di Grossman?

Come al solito, si preferì parlarne il meno possibile. E un analogo destino fu riservato all’altra opera di Grossman, il lungo romanzo Vita e destino, che raffigurava il nazismo e lo stalinismo come orrori paralleli.

Se la Polonia di Piłsudski non avesse siglato il 27 novembre 1932 il patto di non aggressione sovieto-polacco con Mosca l’uomo forte di Varsavia avrebbe potuto fare qualcosa di concreto per fermare la tragedia che si stava consumando nelle campagne ucraine?

Col senno di poi, possiamo dire che la stipula e la ratifica del patto di non aggressione con l’Unione Sovietica permise a Stalin di programmare senza troppi rischi la tremenda punizione da infliggere all’Ucraina. Piłsudski paventava soprattutto l’ascesa di Hitler e la minaccia tedesca; e, forse, non immaginava ciò che sarebbe accaduto nell’URSS di lì a breve. Certo, se l’esercito polacco avesse fatto irruzione in Ucraina alla fine del 1932 o all’inizio del 1933, sarebbe stato accolto con simpatia da quasi tutta la popolazione. Non dobbiamo però dimenticare che la Francia, alleata e protettrice della Polonia, per parte sua spingeva il governo di Varsavia a un accordo con Mosca. Il gioco diplomatico, insomma, era intricatissimo, e cospirava ai danni dell’Ucraina. Qualcosa di simile accade anche oggi: i governi occidentali abbandonano l’Ucraina al suo triste destino, ravvisando in Putin un interlocutore affidabile e rispettabile sullo scacchiere internazionale. Ma si tratta di un calcolo insieme vile e miope, che si ritorcerà prima o poi contro gli stessi interessi occidentali.

In che misura i tragici eventi del 1932-33 influirono sugli episodi di collaborazionismo verificatesi nell’estate del 1941 quando le truppe tedesche vennero accolte inizialmente dagli ucraini come liberatrici?

Alla luce della tragedia del 1932-1933, possiamo comprendere la vastità del fenomeno del collaborazionismo ucraino durante la seconda guerra mondiale. Solo la belluina ferocia degli occupanti nazisti convinse pian piano la maggioranza dell’avvilita popolazione ucraina a ritornare sotto il giogo del padrone moscovita.

Lei sostiene che il Holodomor fu un genocidio sociale e un genocidio nazionale, ma ritiene impropria la definizione di alcuni storici ucraini che parlano di Olocausto ucraino. Potrebbe spiegare brevemente ai nostri lettori perché la Grande Fame fu un genocidio sociale e nazionale e non è invece corretto parlare di Olocausto Ucraino?

Bisogna rispettare i sentimenti degli ebrei, i quali hanno diritto a veder riconosciuta l’immensità e unicità della loro tragedia storica. Per olocausto dobbiamo intendere solo il tentativo, messo in atto dalla Germania nazista, di sterminare tutti gli appartenenti alla razza ebraica. Ciò non toglie che anche gli altri genocidi debbano essere riconosciuti e ricordati. Quello ucraino ebbe i suoi tratti peculiari, che oggi possiamo cogliere e descrivere con sufficiente chiarezza. Il Holodomor fu anzitutto un genocidio sociale, perché teso a decimare i laboriosi agricoltori, fieri delle loro tradizioni (culturali, religiose ecc.) e avversi alla collettivizzazione, che li trasformava in servi della gleba. Ma fu anche un genocidio nazionale, perché Stalin voleva estirpare l’identità ucraina, debellare l’intellighenzia ucraina (custode della memoria storica della nazione) e assoggettare lo stesso partito comunista ucraino, reputato infido e disubbidiente.

Come mai nella Russia odierna è tornato in auge il culto di Stalin?

Dai tempi di Pietro il Grande i russi sono alla disperata ricerca di una identità nazionale e culturale. Tre secoli di storia infausta e di forsennati esperimenti hanno mostrato che essi, pur possedendo sterminate ricchezze naturali, non sono in grado di risolvere i loro drammatici problemi interni, sia politici che economico-sociali; e tendono ad addebitare a presunti nemici esterni codesta loro incapacità. Il solo collante che riesce a tenerli uniti è la boria sciovinistica e imperialistica, ossia la tendenza ad espandersi e ad aggredire i popoli limitrofi. La politica di potenza e il prestigio militare sono per i russi la sola compensazione per la miseria, la corruzione, l’ingiustizia, la tirannia, che hanno sempre contraddistinto la vita interna del loro sconfinato paese. Mai, come sotto Stalin, la Russia ha raggiunto successi mirabolanti in politica estera. Di qui la nostalgia del «padre dei popoli». Anche oggi, un popolo abbrutito dal sottosviluppo, da una indecorosa povertà, da stridenti ineguaglianze economiche, dalla volgarità dei nuovi ricchi, dalla brutalità del potere politico, un popolo incapace di darsi regole di civile convivenza è pronto a dimenticare le proprie frustrazioni e ad inorgoglirsi quando il suo zar urla, mostra i muscoli e minaccia d’incenerire i nemici con il terrificante arsenale atomico, che costituisce il solo motivo di vanto della Santa Russia (come lo era ieri dell’Unione Sovietica).

Massimiliano Di Pasquale

Alcune considerazioni sul conflitto in Ucraina a due anni dal Maidan

Quella scoppiata in Ucraina due anni or sono in seguito alle dimostrazioni di Piazza iniziate il 21 novembre 2013 a Kyiv, è stata la più grave crisi nell’area post sovietica dal crollo dell’URSS.
Euromaidan, la rivolta popolare che ha sconfitto il regime cleptocratico di Yanukovych, pur avendo come epicentro Kyiv, è stata una rivoluzione che ha interessato l’intero Paese. Una rivoluzione, giustamente definita Rivoluzione della Dignità, che ha testimoniato la volontà del popolo ucraino di lasciarsi alle spalle l’epoca post-sovietica e il desiderio di aprire una nuova fase, quella della rigenerazione morale. Questo ambizioso tentativo ha dovuto però fare i conti con l’ostilità di Mosca nel fermare ad ogni costo un progetto che, se vittorioso, avrebbe messo in serio pericolo il modello autocratico putiniano e fornito linfa vitale alla debole opposizione democratica russa.
E infatti, cinque giorni dopo la destituzione di Yanukovych avvenuta il 22 febbraio 2014, Putin ha inviato il primo contingente militare in Crimea, annettendo de facto, in data 16 marzo, la penisola ucraina alla Federazione Russa attraverso un ‘referendum’, imposto con uso della forza, brogli, intimidazioni e in violazione del Memorandum di Budapest del 1994.
Con quell’accordo, firmato il 5 dicembre 1994 nella capitale ungherese, l’Ucraina cedeva il suo arsenale nucleare in cambio della garanzia della tutela della sua sovranità e sicurezza da parte di Gran Bretagna, Russia e Stati Uniti.
La timida risposta di UE e Stati Uniti all’annessione della Crimea è stata l’imposizione di sanzioni economiche nei confronti di Mosca che, seppure efficaci nel medio periodo, non hanno ridotto a più miti consigli l’atteggiamento belligerante del Cremlino.
Dopo l’invasione della Crimea Putin ha infatti inviato militari e truppe di irregolari (kadirovcy, cetnici serbi e cosacchi del Don) a supporto delle forze separatiste del Donbas aprendo di fatto un fronte di guerra nel profondo Est dell’Ucraina.
Con la nascita delle repubbliche popolari di Luhansk e Donetsk, enclavi russe in territorio ucraino, Mosca persegue la stessa strategia di disintegrazione dell’integrità territoriale attuata in Moldova e Georgia con le enclavi di Transnistria, Abhkazia e Ossezia del Sud.

maidan

Euromaidan

Questa in estrema sintesi la fotografia della crisi ucraina. Oggi in Donbas, nonostante il cessate il fuoco sancito dagli accordi di Minsk, si continua a sparare. Nei giorni scorsi le forze separatiste – milizie armate di tutto punto agli ordini di generali russi, ben diverse da l’esercito partigiano di trattoristi e minatori descritto dalla propaganda russa – hanno infatti ripreso le ostilità bombardando diverse postazioni dell’esercito ucraino, facendo nuove vittime.
Purtroppo il grave attentato di Parigi del 13 novembre ha completamente eliminato dai palinsesti di giornali e televisioni italiani il conflitto tra Mosca e Kyiv.
Ciò corrisponde a una precisa strategia ed è coerente con l’atteggiamento filorusso da sempre imperante nel nostro Paese per tutta una serie di ragioni che richiederebbero una trattazione a parte. Ma torniamo alla guerra in Ucraina.
A distanza di due anni dall’inizio della crisi nessuno in Italia si è preso la briga di spiegare quali siano le radici del conflitto tra Russia e Ucraina. I libri usciti negli ultimi 15-16 mesi su questo argomento, con la parziale eccezione di un instant book peraltro piuttosto breve, differiscono solo per il diverso grado di raffinatezza nel veicolare la versione moscovita dei fatti. Appare evidente che questi non sono libri per comprendere cosa è successo ma veri e propri strumenti di disinformazione.
La pubblicistica anglosassone e canadese – in Canada dove vive la più grande diaspora ucraina esistono sin dai tempi dell’Unione Sovietica Centri Studi dedicati alla storia, alla cultura e alla politica ucraina – si è invece contraddistinta per la pubblicazione di un discreto numero di lavori caratterizzati da un approccio serio e rigoroso. Lavori che lungi dall’essere apologetici verso l’attuale governo di Kyiv hanno altresì l’indubbio merito di sviscerare questioni chiave per comprendere l’Ucraina.
The conflict in Ukraine. What everybody needs to know di Serhy Yekelchik, professore di Storia e di Studi Slavi all’Università di Vittoria in Canada, è un testo agevole dal taglio divulgativo-didattico che ha il pregio di spiegare a tanti neofiti le complesse questioni legate al conflitto con necessari rimandi alla storia dell’Ucraina.
È stato volutamente strutturato sotto forma di domanda e risposta – tipo Chi sono gli oligarchi? Che cosa hanno in comune la Rivoluzione Arancione del 2004 ed Euromaidan? Cosa era la Rus di Kyiv? Chi era Ivan Mazepa? – per renderlo user-friendly o forse sarebbe più corretto dire reader-friendly.
Timothy Snyder, uno dei maggiori storici statunitensi – insegna storia dell’Europa Centrale e dell’Est a Yale – in sede di recensione lo ha definito “un libro che dovrebbe essere sulla scrivania, sul comodino o sul tavolino d’aereo di tutti coloro che stanno cercando di comprendere la questione ucraina e di aiutare l’Europa a risolvere questa grave crisi”.
Mi chiedo se il Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni Silveri – che nei giorni scorsi ha chiesto di non prolungare le sanzioni alla Russia, notizia occultata dai media italiani ma rilanciata da un organo di stampa polacca – lo abbia letto. Chissà se il testo di Yekelchik è sul comodino dell’alto rappresentante per la politica estera della UE Federica Mogherini che considera Putin un alleato chiave dell’Occidente per combattere il terrorismo?
Certo è che un libro di questo tipo sarebbe davvero utile in Italia ma dubito verrà mai tradotto nel nostro Paese.

Un altro testo a mio avviso essenziale per comprendere ancor più in dettaglio le origini e le conseguenze della grave crisi tra Russia e Ucraina è Ukraine Crisis. What it means for the West, saggio pubblicato alla fine dello scorso anno da Andrew Wilson. Wilson, uno dei maggiori esperti europei di società e politica ucraina, già autore di diversi volumi su questo Paese – ricordiamo tra gli altri The Ukrainians. Unexpected Nation – compie un’analisi davvero illuminante sulle origini del conflitto in corso analizzandolo da molteplici angolazioni.
A tal proposito vorrei soffermarmi in maniera più dettagliata su quello che considero forse il capitolo più interessante del libro di Wilson, libro di cui consiglio vivamente la lettura a chi ha dimestichezza con l’inglese.
Il capitolo in questione si intitola Russia Putinesca e ricostruisce con estremo rigore filologico il modello di governo putiniano e la sua concezione geopolitica indagando alcuni avvenimenti della recente storia russa e ucraina che risulteranno ex post fondamentali per comprendere come e perché il Cremlino abbia potuto mobilitare tante risorse finanziarie per questa guerra ibrida contro l’Ucraina e l’Occidente.
Per capire cosa sia successo occorre tornare indietro di 12 anni al biennio 2003-2004 a due vicende di cui avrete sicuramente sentito parlare.
Parlo del caso Yukos e della Rivoluzione Arancione.
Iniziamo dalla Yukos.

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Khodorkovsky

A metà anni Novanta Khodorkovsky, un ex attivista del Komsomol, che già all’epoca della perestrojka aveva fondato una banca, la Menatep, e si era distinto per una notevole vivacità imprenditoriale, entra in possesso della Yukos, una conglomerata impegnata nella produzione di petrolio. Superata la grave crisi finanziaria russa del 1998 la Yukos, che era stata sull’orlo della bancarotta, avvia una profonda ristrutturazione aziendale. Grazie alla ripresa economica e all’aumento del prezzo del petrolio l’azienda diventa una delle imprese più floride della Russia e Khodorkovsky uno degli uomini più ricchi del Paese.
Ma improvvisamente il 25 ottobre 2003 Khodorkovsky viene arrestato per frode fiscale. La Yukos in breve tempo perde gran parte del suo valore in borsa, finché – a un anno dalla condanna a nove anni di carcere di Khodorkovsky, avvenuta nel 2005 – finisce in bancarotta e i suoi asset più importanti vengono rilevati dalla compagnia di stato Rosneft. La più grande compagnia privata russa finisce nelle mani dello stato, ossia degli uomini del circolo magico di Putin.
Nel 2010 Khodorkovsky viene condannato per appropriazione indebita e riciclaggio di denaro ad altri sette anni di carcere. Verrà poi amnistiato e rilasciato nel dicembre 2013. Il suo processo viene considerato dalla maggior parte degli analisti e dei media internazionali un processo politico, orchestrato da Vladimir Putin per sbarazzarsi di uno degli uomini più potenti del paese. Prima di finire in carcere, l’oligarca russo aveva infatti apertamente criticato lo stato di corruzione in cui versava la Federazione Russa.
Gran parte del cash flow della Yukos – spiega Wilson nel suo libro – verrà utilizzato negli anni successivi da Mosca per oliare una formidabile macchina da guerra mediatica capace di penetrare redazioni di influenti giornali europei, centri di cultura russa nelle principali capitali del Vecchio Continente e partiti anti-europei ed euro-scettici appartenenti in egual misura alla galassia dell’estrema destra, quanto dell’estrema sinistra.
Sarà compito degli storici nei prossimi anni scrivere la seconda parte de l’Oro da Mosca – Oro da Mosca è un libro scritto dal giornalista Valerio Riva che trattava dei finanziamenti sovietici al PCI, dalla Rivoluzione d’Ottobre al crollo dell’Urss – per documentare il flusso di rubli arrivato nell’ultimo decennio in Europa sui conti correnti di partiti politici, riviste e quotidiani, fondazioni culturali italo-russe, ex-ambasciatori, docenti universitari etc.
Ma torniamo al 2004 e spostiamoci a Kyiv dove a novembre scoppia la Rivoluzione Arancione. Migliaia di manifestanti si radunano in Piazza Indipendenza, la stessa che 9 anni più tardi sarà il teatro principale di Euromaidan, per chiedere la ripetizione del voto delle elezioni presidenziali che vede opposti il candidato di Mosca Viktor Yanukovych e il candidato dell’opposizione filoeuropea Viktor Yushchenko.
I sostenitori di Yushchenko denunciano l’esistenza di pesanti brogli elettorali – metodo del carosello (schede già compilate), verbali falsi (aggiunta di preferenze a un candidato e sottrazione all’altro), voto a domicilio per presunte malattie – per far vincere Viktor Yanukovych. Le proteste dei cittadini sortiscono il loro effetto e il 3 dicembre la Corte Suprema Ucraina, accogliendo la tesi del candidato dell’opposizione Yushchenko, annulla la consultazione del 21 novembre e ordina la ripetizione del ballottaggio per il 26 dicembre che vedrà vincitore Yushchenko.
Definita dai politologi come una continuazione delle “Rivoluzioni di velluto” del 1989 o ancora, come la seconda caduta del Muro di Berlino, la Rivoluzione Arancione proprio per il suo carattere pacifico e determinato di rivolta popolare rappresenta un autentico incubo per Putin che teme che uno scenario simile possa replicarsi in Russia.
Gli ucraini scesi in Piazza nel novembre 2004 chiedono per il proprio paese elezioni libere e un orizzonte inequivocabilmente europeo. E soprattutto si oppongono alle corrotte democrature imposte dal Cremlino a tutti gli stati dell’ex Unione Sovietica, ad eccezione dei Baltici sin dal 2004 ancorati alla UE e alla NATO.
Da questo preciso momento lo scenario post-sovietico muta radicalmente.
L’orso russo che sembrava sopito nei primi anni della presidenza Putin si sveglia improvvisamente e inizia a pianificare la riconquista dello spazio ex sovietico. Uno spazio che Mosca rivendica a sé in barba alla sovranità nazionale di altri stati, al diritto internazionale e alla volontà popolare di cittadini che rivendicano un sentiero di sviluppo democratico caratterizzato da elezioni libere e trasparenti e libertà di stampa come nelle democrazie occidentali.
Wilson spiega in dettaglio i meccanismi attraverso cui prende piede e si sviluppa questo disegno neoimperiale che culminerà nella cruenta guerra in Ucraina. Una guerra che secondo recenti dati dell’ONU ha già fatto più di 9.000 morti e 20.000 feriti!
Il breve conflitto dell’agosto 2008 in Georgia può essere considerato a tutti gli effetti una prova generale di una guerra più ampia. Una guerra ibrida combattuta con diverse armi: azioni militari, terrorismo, disinformazione e cyber terrorismo. Emblematici in tal senso gli attacchi hacker subiti dai siti internet di governo, banche e aziende estoni all’indomani della rimozione per motivi di ordine pubblico da parte del governo estone, il 26 aprile 2007, di una statua di bronzo dedicata a un soldato dell’Armata Rossa.

dugin
La disinformazione, in russo disinformacija, e i canali e le modalità con cui è stata veicolata in questi anni meritano una disamina puntuale.
Centrale è il concetto di geopolitica. O meglio il concetto di geopolitica elaborato dal Cremlino tramite consulenti quali Vitaly Tretiakov – collaboratore della rivista italiana Limes – e Aleksandr Dugin, teorico dell’Eurasia fervente ammiratore di Stalin e di Hitler.
Secondo tale concezione i piccoli stati non avrebbero alcun diritto alla propria sovranità dal momento che la sovranità dipende dalla forza, non dal diritto di internazionale.
Il diritto internazionale per Dugin è una sovrastruttura di quell’Occidente tanto odiato e disprezzato che lui vorrebbe distruggere alleandosi, se necessario, anche con il mondo islamico, per dar vita a un impero euroasiatica che unisca Vladivostok a Lisbona.
Questa singolare concezione della geopolitica, intesa come rapporto di forza, concezione che ricorda da vicino le idee del nazionalsocialismo hitleriano, è stata propagandata in Italia anche da riviste reputate autorevoli come Limes. A partire dal 2008 con il numero 3 intitolato Progetto Russia la rivista diretta da Lucio Caracciolo, creando non pochi imbarazzi a qualche autorevole membro del suo comitato scientifico, ha iniziato a presentare ai suoi lettori piantine con un’Ucraina smembrata in varie zone e articoli dagli eloquenti titoli Come smembrare Ucraina e Georgia.
Questa idea di geopolitica è la stessa – sottolinea Wilson – che ritroviamo nel discorso pronunciato da Putin nel marzo 2014 per celebrare l’occupazione e successiva annessione della Crimea all’interno della Federazione Russa.
La Crimea rappresenta la nostra tradizione storica. La Crimea è un importante fattore di stabilità nella regione. E questo territorio strategico deve appartenere a uno stato forte e stabile che oggi può essere solo la Russia”.

terra nera

Lo storico Timothy Snyder nel suo ultimo saggio Terra Nera. L’olocausto tra Storia e Presente sottolinea l’estrema gravità dello scenario attuale paragonandolo all’Europa del Patto Molotov-Ribbentrop.
Nelle conclusioni finale del libro l’accademico statunitense scrive con grande acume e lucidità : “Inaugurata nel 2013 una nuova fase coloniale, i leader e i propagandisti russi hanno negato ai loro vicini ucraini il diritto di esistere o li hanno etichettati come russi di second’ordine. Con parole che ricordano quelle pronunciate da Hitler sugli ucraini (e sui russi), le autorità hanno definito l’Ucraina un’entità creata artificialmente, senza storia, cultura né lingua, appoggiata da un gruppo mondiale di ebrei, omosessuali, europei e americani. Nella guerra russa contro l’Ucraina che questa retorica avrebbe dovuto giustificare, i primi vantaggi sono stati i giacimenti di gas naturale nel Mar Nero, vicino alla penisola della Crimea, che la Russia ha invaso e annesso nel 2014. Il terreno fertile dell’Ucraina continentale, la sua terra nera, rende la regione un esportatore primario di cibo, cosa che non si può dire della Russia.
Il presidente Vladimir Putin ha elaborato una dottrina di politica estera basata sulla guerra etnica. Questo approccio, che ricava dal linguaggio la legittimità a invadere a prescindere che sia stato usato in Cecoslovacchia da Hitler o in Ucraina da Putin, decostruisce le logiche della sovranità nazionale e dei diritti e getta le basi per lo smantellamento degli Stati. Trasforma entità statali riconosciute in bersagli di aggressione volontarie e gli individui in oggetti etnici i cui presunti interessi sono determinati da altri paesi. Putin si è messo a capo delle forze populiste, fasciste e neonaziste presenti in Europa. Impegnata a dar sostegno ai politici che incolpano gli ebrei dei problemi planetari e a sperimentare tecniche di distruzione statale, Mosca ha nel frattempo creato un nuovo capro espiatorio globale: gli omosessuali. Questa nuova idea di una “lobby gay” responsabile della decadenza del mondo non è più sensata della vecchia idea nazista di una “lobby ebraica” colpevole dello stesso male, eppure ha già cominciato a farsi spazio nel mondo”.

Massimiliano Di Pasquale

 

Taras Ševčenko. Dalle carceri zariste al Pantheon ucraino

Giovanna Brogi e Oxana Pachlovska – ucrainiste di consolidata fama, già autrici in Italia e all’estero di varie pubblicazioni sulla storia, la cultura e la letteratura ucraina – hanno consegnato alle stampe all’inizio del 2015 un pregevole volume dedicato al poeta ed eroe nazionale ucraino Taras Hryhorovyč Ševčenko.
Il libro, intitolato Taras Ševčenko. Dalle carceri zariste al Pantheon ucraino, uscito per i tipi di Le Monnier Università con il sostegno dell’Istituto di Cultura Italiana di Kyiv, non è una monografia, ma un testo poliedrico che, seppure concepito per finalità didattiche, non va considerato esclusivo appannaggio degli studenti di ucrainistica.
Sfogliando l’indice si intuisce subito che il volume – il primo in Italia a offrire una raccolta di saggi su un classico della letteratura mondiale – è stato pensato per una platea più vasta di quella degli slavisti di professione. Alternando contributi dal taglio letterario, analisi politico-culturali, approfondimenti su opere specifiche e una ricca selezione di poesie liriche e poemetti (con testo a fronte), il libro sul poeta nazionale ucraino può interessare in egual misura gli amanti della poesia romantica ottocentesca, gli studiosi di storia dell’Europa orientale e chi ha seguito gli avvenimenti del Maidan di Kyiv. Nelle proteste di Piazza dell’inverno 2013-2014 il ritratto del poeta nazionale è stato esposto più volte dai manifestanti come simbolo della resistenza del popolo ucraino contro il corrotto regime filorusso di Viktor Yanukovych.
Il saggio di Oxana Pachlovska Taras Ševčenko. «Lottate e vincerete! », in apertura, offre un contributo di grande momento proprio per comprendere l’attualità della figura del poeta anche alla luce della storia più recente del Paese.
Il monito «Lottate e vincerete!», rivolto ai popoli soggetti al dominio imperiale di Mosca contenuto nei versi del poemetto Caucaso, pubblicato nel 1845 – monito scelto come titolo dalla Pachlovska per il suo saggio – riflette uno degli aspetti essenziali della personalità del poeta ucraino, ossia “la determinazione nell’affrontare con incrollabile fermezza e costanza la lotta contro l’ingiustizia e l’oppressione, e la difesa della libertà e della dignità degli uomini, in quanto individui e in quanto popoli, indipendentemente da razza, religione o tradizione culturale”.


Per questo motivo Ševčenko non solo “ha sempre rappresentato, e continua a rappresentare, un punto di riferimento essenziale e una pietra fondante del processo […] di costituzione della nazione ucraina moderna” ma fin dai tempi della Russia zarista è sempre stato “oggetto di critica virulenta da parte di ampie cerchie di intellettuali e poi vittima della persecuzione della polizia zarista”.
Pachlovska, dopo aver ricordato come una vera fioritura di studi sul poeta sia avvenuta solo a partire dal 1991, anno dell’indipendenza ucraina ( in epoca sovietica la figura di Ševčenko fu vittima di ‘appropriazione ideologica’ e il suo messaggio etico, poetico e intellettuale venne piegato ai dettami del ‘socialismo reale’), approfondisce in ottica culturologica alcuni fondamentali questioni quali la dimensione interslava ed europea del suo pensiero, il concetto di patria che si andava sviluppando attorno a lui nella prima metà dell’Ottocento, il possibile futuro assetto geopolitico dei popoli soggetti all’Impero russo e le sue concezioni etiche e religiose.
Tanti sono gli spunti di riflessione proposti dalla studiosa di Kyiv, a cominciare dalla differenza tra i termini Piccola Russia e Ucraina, che costituisce tra l’altro un primo crinale ideologico-semantico tra Taras Ševčenko e Mykola Hohol’ (Nikolai Gogol’ secondo la grafia russa).
Ševčenko […] fece una netta distinzione tra la Piccola Russia e l’Ucraina, definendole come due realtà antitetiche: la prima sottomessa e tendente all’adeguazione al sistema, la seconda, ribelle e conscia della propria storia e identità”. Per il poeta di Kaniv l’Ucraina è una realtà alternativa – radicata in un passato glorioso, quello del Cosaccato – alla Piccola Russia di Caterina II, concepita dalla zarina come spazio totalmente integrato nella nuova patria imperiale.
Molto interessante anche l’analisi comparata tra la poetica di Ševčenko e quella di altri due geni delle culture confinanti (polacca e russa): Adam Mickiewicz (1798-1855) e Aleksandr Puškin (1799-1837).
Ad accomunarli c’è la stessa matrice romantica a dividerli la diversa concettualizzazione attribuita a due valori chiave del Romanticismo, il concetto di libertà e quello di popolo.
Se per Puškin l’impero [N.d.r quello russo, ovviamente!] ha diritto di sacrificare i sudditi nel nome di una gloria imperitura astratta, per Mickiewicz e Ševčenko la nazione è espressione di Dio in terra, mentre l’impero è espressione del demonio, una biblica Bestia degli abissi”.
È utile sottolineare inoltre la differente concezione imperiale che separa Mickiewicz da Puškin. Mentre per il poeta moscovita la Grande Russia “doveva ergersi a baluardo dell’ortodossia, facendo confluire in un’unica realtà politica e culturale tutti i popoli slavi” per Mickiewicz la Polonia, che in passato aveva compiuto ingiustizie verso gli altri popoli, in particolare verso l’Ucraina, avrebbe dovuto “ricomporre i suoi confini storici, abbracciando al suo interno la Lituania, l’Ucraina e la Belarus’, garantendo però a questi popoli, pieno diritto all’autodeterminazione politica e all’affermazione di una propria autonoma soggettività culturale”.
Più complessa la posizione di Ševčenko che deve fare i conti con due realtà, la Polonia e la Russia, che in periodi storici diversi avevano negato all’Ucraina il diritto di esistere.
Per il poeta ucraino tutti i popoli, grandi o piccoli, cristiani o meno, hanno diritto a preservare le proprie tradizioni e a difendere la propria cultura.
In questo senso scrive Pachlovska “Ševčenko compieva il passo – innovativo fino ad essere rivoluzionario – di aprirsi a tutte le culture dell’impero e di rivendicarne il diritto alla propria individualità”. È questa una posizione, sottolinea sempre la studiosa, che “anticipa le moderne tendenze al multiculturalismo e le problematiche anticoloniali novecentesche”.

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Il rapporto tra Gogol’ e Ševčenko, solo accennato nel saggio della Pachlovska, viene indagato, alla luce degli studi più recenti, nell’articolo conclusivo del libro da Giovanna Brogi. È un tema questo affascinante quanto controverso che “continua a suscitare passioni, amarezze, recriminazioni, oppure ostentata indifferenza fra studiosi russi e ucraini”.
Brogi cerca di fissare alcuni punti fermi pur nella consapevolezza “delle profonde differenze fra i due scrittori e, soprattutto, dell’asprezza dei contrasti che ha opposto (e in parte ancora oggi oppone) le varie interpretazioni critiche”.
Per comprendere affinità e differenze tra le due figure è fondamentale accennare brevemente alle loro biografie che rendono ragione delle “divergenti specificità culturali dei due scrittori”.
Gogol’ nato nel 1809 a Velyki Soročynci nei pressi di Poltava da una famiglia della piccola nobiltà ucraino-polacca, “che aveva in Ostap Hohol’, colonnello cosacco del XVII secolo, il proprio più glorioso antenato”, studiò al prestigioso liceo di Nižyn, fondato nel 1805 per diffondere tra i discendenti della nobiltà cosacca “l’educazione russa e farne dei buoni sudditi dell’impero, russofoni e russificati”.
Taras Ševčenko, seppure figlio dell’età cosacca come Gogol’, ebbe un’infanzia molto diversa. Nato nel 1814 a Moryntsy, un villaggio sulla riva destra del Dnipro, da una famiglia di servi della gleba rimase orfano di entrambi i genitori a soli dodici anni e visse un’adolescenza miserrima che riscatterà grazie a un prodigioso talento artistico, letterario e filosofico.
Lo stile di vita di Ševčenko, quando lo scrittore avrà finalmente accesso alle porte dei teatri e dei salotti di Pietroburgo, la cui nobiltà Gogol’ allieta da tempo con i suoi geniali e inquietanti racconti ‘piccolo-russi’, sarà sempre, per certi versi, antitetico rispetto a quello dell’autore delle Anime morte.
Mentre Gogol’ era desideroso di equipararsi ai nobili russi e “faceva ogni sforzo per emergere come scrittore a fianco della stella di Puškin”, Ševčenko, liberatosi dalla condizione servile nel 1838, si immergerà fino al collo nella vita pietroburghese studiando “anatomia, architettura, storia dell’arte, paesaggistica, disegno e pittura, e tutte le materie dei corsi dell’Accademia delle Belle Arti”.
La profonda diversità del background sociale e culturale dei due scrittori spiega perché anche il mito cosacco che li accomuna venga interpretato da Ševčenko in maniera opposta rispetto a Gogol’.
Nell’epistola poetica A Hohol’ scritta da Ševčenko nel 1844 il tema cosacco “si esprime come ‘mito rovesciato’, amara riflessione sull’inglorioso presente: non rombano più i cannoni cosacchi, non si combatte più contro il polacco e il tataro, non si difende più la libertà cosacca a costo della vita come si faceva al tempo di Taras Bul’ba e di Gonta”.
Mentre Ševčenko, figlio della società cosacca contadina, scommette sulla capacità rigenerativa della nazione attraverso la radicalità della sua poesia di protesta, per Gogol’ il mondo cosacco della Piccola Russia – termine che Ševčenko rifiuta preferendogli quello di Ucraina – è un luogo della memoria, un rifugio per l’anima senza alcuna valenza politica.

Massimiliano Di Pasquale

Giovanna Brogi, Oxana Pachlovska Taras Ševčenko. Dalle carceri zariste al Pantheon ucraino Le Monnier Università, Firenze 2015.

Riga Skyline Bar

Estratto dal capitolo 3 di Riga Magica. Cronache dal Baltico (Il Sirente 2015). Per gentile concessione dell’editore e dell’autore.

Lo Skyline Bar, cocktail lounge bar tra i più esclusivi della capitale lettone, si trova al ventiseiesimo piano di quello che un tempo era il grattacielo dell’Intourist.
L’hotel, che nel 1982 ospitò Colin Thubron durante il suo viaggio a Riga, è stato trasformato, dopo un lungo lavoro di ristrutturazione, conclusosi nel 2001, con l’aggiunta tra l’altro di quattro nuovi piani (ventisette rispetto ai ventitré originari), in uno degli alberghi più prestigiosi della città.
Se il reporter inglese visitasse oggi il Radisson Blu Hotel Latvija stenterebbe a riconoscere in questo lussuoso albergo, sede di conferenze ed eventi internazionali – è il più grande e importante business center dei Baltici – lo squallido parallelepipedo sovietico in cui, un tempo, venivano fatti alloggiare gli stranieri, specie se appartenevano alla categoria dei giornalisti occidentali, non certo amata dai funzionari del Partito.
Agli occhi di Thubron, l’Intourist, ancorché di recente costruzione – era stato ultimato nel 1979 dopo dodici anni di lavoro – rappresentava l’epitome del grigiore, della megalomania e della paranoia sovietica, con ospiti sorvegliati giorno e notte da microspie collocate nelle stanze e dalla dezhurnaya del piano che “con il suo lavoro insonne di 24 ore di guardia, seguita da tre giorni di riposo […] sembrava incarnare la mania russa per il controllo”.
I lettoni dicono scherzando che questi ghetti per turisti sono fatti per il sessanta per cento di vetro, per il trenta per cento di cemento armato e per il dieci per cento di microfoni.
Fortunatamente – rivela Thubron – talvolta bastava una battuta o una gentilezza per far sbocciare nei volti granitici di quelle donne di mezza età, spesso vedove, un sorriso quasi materno.

 

Oggi la clientela dell’Hotel Latvija è molto diversa. Nessuno deve fingere sorrisi o inventarsi battute per ottenere lampadine di ricambio per abat-jour che si fulminavano con estrema facilità o una coperta in più. Né tantomeno supplicare, o allungare dollari sottobanco ai camerieri, per riuscire a mangiare qualcosa nei tre ristoranti, già chiusi alle otto di sera.
Dei tre ristoranti dell’hotel, uno era chiuso per lavori di restauro, l’altro era chiuso per turno e la porta del terzo esibiva una scritta che rifiutava l’ingresso a chi non indossasse un abito e una cravatta”.
Nonostante i più anziani considerino ancora quel grattacielo che domina lo skyline della Città Nuova un luogo sinistro – gli spettri dell’epoca sovietica sono ancora presenti nella mente di chi ha vissuto quegli anni – ora la maggior parte degli abitanti e i turisti lo associano immediatamente all’elegante Skyline Bar.
Il locale, cui si accede attraverso un avveniristico ascensore esterno in vetro che può creare qualche vertigine, merita una visita, specie all’ora del tramonto.
Il panorama che ammiro dalle pareti a vetro del bar in un pomeriggio di fine novembre, sorseggiando un Martini – sono più di cento i cocktail in menù –in compagnia di due simpatici ragazzi svedesi a Riga per il weekend, è qualcosa di più della classica vista mozzafiato da una torre panoramica. L’arancione, il giallo e il grigio dorato delle nubi al crepuscolo colorano infatti di una luce calda e suggestiva il glaciale cielo lettone confondendo e smussando le sagome degli edifici più alti e caratteristici della città.
Quando lo sguardo si allontana dalle chiese di Vecrīga, dagli hangar del Mercato Centrale e dal Palazzo dell’Accademia delle Scienze e si allunga verso i quartieri periferici, che si estendono a raggiera dal centro, Riga cessa di essere la città portuale, sorella gemella di Tallinn – come in Venusberg, romanzo di Anthony Powell ambientato negli anni Trenta in una polis immaginaria che racchiude le caratteristiche della capitale lettone e di quella estone – e rivendica a sé il ruolo di unica metropoli del Baltico.

Massimiliano Di Pasquale

Massimiliano Di Pasquale (1969), fotogiornalista e saggista, è membro dell’AISU, Associazione Italiana di Studi Ucraini e scrive di politica internazionale e cultura sulle pagine di diversi quotidiani nazionali. Nel 2013 ha lavorato per i tipi della Bradt all’aggiornamento della Ukraine Bradt Travel Guide uscita nel giugno dello stesso anno. Per il Sirente ha pubblicato Ucraina terra di confine (2012), caso editoriale che ha fatto conoscere l’Ucraina al grande pubblico italiano.

https://www.facebook.com/Riga-Magica-Cronache-dal-Baltico-433338730207304/

http://www.sirente.it/prodotto/riga-magica-massimiliano-di-pasquale/