Taras Ševčenko. Dalle carceri zariste al Pantheon ucraino

Giovanna Brogi e Oxana Pachlovska – ucrainiste di consolidata fama, già autrici in Italia e all’estero di varie pubblicazioni sulla storia, la cultura e la letteratura ucraina – hanno consegnato alle stampe all’inizio del 2015 un pregevole volume dedicato al poeta ed eroe nazionale ucraino Taras Hryhorovyč Ševčenko.
Il libro, intitolato Taras Ševčenko. Dalle carceri zariste al Pantheon ucraino, uscito per i tipi di Le Monnier Università con il sostegno dell’Istituto di Cultura Italiana di Kyiv, non è una monografia, ma un testo poliedrico che, seppure concepito per finalità didattiche, non va considerato esclusivo appannaggio degli studenti di ucrainistica.
Sfogliando l’indice si intuisce subito che il volume – il primo in Italia a offrire una raccolta di saggi su un classico della letteratura mondiale – è stato pensato per una platea più vasta di quella degli slavisti di professione. Alternando contributi dal taglio letterario, analisi politico-culturali, approfondimenti su opere specifiche e una ricca selezione di poesie liriche e poemetti (con testo a fronte), il libro sul poeta nazionale ucraino può interessare in egual misura gli amanti della poesia romantica ottocentesca, gli studiosi di storia dell’Europa orientale e chi ha seguito gli avvenimenti del Maidan di Kyiv. Nelle proteste di Piazza dell’inverno 2013-2014 il ritratto del poeta nazionale è stato esposto più volte dai manifestanti come simbolo della resistenza del popolo ucraino contro il corrotto regime filorusso di Viktor Yanukovych.
Il saggio di Oxana Pachlovska Taras Ševčenko. «Lottate e vincerete! », in apertura, offre un contributo di grande momento proprio per comprendere l’attualità della figura del poeta anche alla luce della storia più recente del Paese.
Il monito «Lottate e vincerete!», rivolto ai popoli soggetti al dominio imperiale di Mosca contenuto nei versi del poemetto Caucaso, pubblicato nel 1845 – monito scelto come titolo dalla Pachlovska per il suo saggio – riflette uno degli aspetti essenziali della personalità del poeta ucraino, ossia “la determinazione nell’affrontare con incrollabile fermezza e costanza la lotta contro l’ingiustizia e l’oppressione, e la difesa della libertà e della dignità degli uomini, in quanto individui e in quanto popoli, indipendentemente da razza, religione o tradizione culturale”.


Per questo motivo Ševčenko non solo “ha sempre rappresentato, e continua a rappresentare, un punto di riferimento essenziale e una pietra fondante del processo […] di costituzione della nazione ucraina moderna” ma fin dai tempi della Russia zarista è sempre stato “oggetto di critica virulenta da parte di ampie cerchie di intellettuali e poi vittima della persecuzione della polizia zarista”.
Pachlovska, dopo aver ricordato come una vera fioritura di studi sul poeta sia avvenuta solo a partire dal 1991, anno dell’indipendenza ucraina ( in epoca sovietica la figura di Ševčenko fu vittima di ‘appropriazione ideologica’ e il suo messaggio etico, poetico e intellettuale venne piegato ai dettami del ‘socialismo reale’), approfondisce in ottica culturologica alcuni fondamentali questioni quali la dimensione interslava ed europea del suo pensiero, il concetto di patria che si andava sviluppando attorno a lui nella prima metà dell’Ottocento, il possibile futuro assetto geopolitico dei popoli soggetti all’Impero russo e le sue concezioni etiche e religiose.
Tanti sono gli spunti di riflessione proposti dalla studiosa di Kyiv, a cominciare dalla differenza tra i termini Piccola Russia e Ucraina, che costituisce tra l’altro un primo crinale ideologico-semantico tra Taras Ševčenko e Mykola Hohol’ (Nikolai Gogol’ secondo la grafia russa).
Ševčenko […] fece una netta distinzione tra la Piccola Russia e l’Ucraina, definendole come due realtà antitetiche: la prima sottomessa e tendente all’adeguazione al sistema, la seconda, ribelle e conscia della propria storia e identità”. Per il poeta di Kaniv l’Ucraina è una realtà alternativa – radicata in un passato glorioso, quello del Cosaccato – alla Piccola Russia di Caterina II, concepita dalla zarina come spazio totalmente integrato nella nuova patria imperiale.
Molto interessante anche l’analisi comparata tra la poetica di Ševčenko e quella di altri due geni delle culture confinanti (polacca e russa): Adam Mickiewicz (1798-1855) e Aleksandr Puškin (1799-1837).
Ad accomunarli c’è la stessa matrice romantica a dividerli la diversa concettualizzazione attribuita a due valori chiave del Romanticismo, il concetto di libertà e quello di popolo.
Se per Puškin l’impero [N.d.r quello russo, ovviamente!] ha diritto di sacrificare i sudditi nel nome di una gloria imperitura astratta, per Mickiewicz e Ševčenko la nazione è espressione di Dio in terra, mentre l’impero è espressione del demonio, una biblica Bestia degli abissi”.
È utile sottolineare inoltre la differente concezione imperiale che separa Mickiewicz da Puškin. Mentre per il poeta moscovita la Grande Russia “doveva ergersi a baluardo dell’ortodossia, facendo confluire in un’unica realtà politica e culturale tutti i popoli slavi” per Mickiewicz la Polonia, che in passato aveva compiuto ingiustizie verso gli altri popoli, in particolare verso l’Ucraina, avrebbe dovuto “ricomporre i suoi confini storici, abbracciando al suo interno la Lituania, l’Ucraina e la Belarus’, garantendo però a questi popoli, pieno diritto all’autodeterminazione politica e all’affermazione di una propria autonoma soggettività culturale”.
Più complessa la posizione di Ševčenko che deve fare i conti con due realtà, la Polonia e la Russia, che in periodi storici diversi avevano negato all’Ucraina il diritto di esistere.
Per il poeta ucraino tutti i popoli, grandi o piccoli, cristiani o meno, hanno diritto a preservare le proprie tradizioni e a difendere la propria cultura.
In questo senso scrive Pachlovska “Ševčenko compieva il passo – innovativo fino ad essere rivoluzionario – di aprirsi a tutte le culture dell’impero e di rivendicarne il diritto alla propria individualità”. È questa una posizione, sottolinea sempre la studiosa, che “anticipa le moderne tendenze al multiculturalismo e le problematiche anticoloniali novecentesche”.

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Il rapporto tra Gogol’ e Ševčenko, solo accennato nel saggio della Pachlovska, viene indagato, alla luce degli studi più recenti, nell’articolo conclusivo del libro da Giovanna Brogi. È un tema questo affascinante quanto controverso che “continua a suscitare passioni, amarezze, recriminazioni, oppure ostentata indifferenza fra studiosi russi e ucraini”.
Brogi cerca di fissare alcuni punti fermi pur nella consapevolezza “delle profonde differenze fra i due scrittori e, soprattutto, dell’asprezza dei contrasti che ha opposto (e in parte ancora oggi oppone) le varie interpretazioni critiche”.
Per comprendere affinità e differenze tra le due figure è fondamentale accennare brevemente alle loro biografie che rendono ragione delle “divergenti specificità culturali dei due scrittori”.
Gogol’ nato nel 1809 a Velyki Soročynci nei pressi di Poltava da una famiglia della piccola nobiltà ucraino-polacca, “che aveva in Ostap Hohol’, colonnello cosacco del XVII secolo, il proprio più glorioso antenato”, studiò al prestigioso liceo di Nižyn, fondato nel 1805 per diffondere tra i discendenti della nobiltà cosacca “l’educazione russa e farne dei buoni sudditi dell’impero, russofoni e russificati”.
Taras Ševčenko, seppure figlio dell’età cosacca come Gogol’, ebbe un’infanzia molto diversa. Nato nel 1814 a Moryntsy, un villaggio sulla riva destra del Dnipro, da una famiglia di servi della gleba rimase orfano di entrambi i genitori a soli dodici anni e visse un’adolescenza miserrima che riscatterà grazie a un prodigioso talento artistico, letterario e filosofico.
Lo stile di vita di Ševčenko, quando lo scrittore avrà finalmente accesso alle porte dei teatri e dei salotti di Pietroburgo, la cui nobiltà Gogol’ allieta da tempo con i suoi geniali e inquietanti racconti ‘piccolo-russi’, sarà sempre, per certi versi, antitetico rispetto a quello dell’autore delle Anime morte.
Mentre Gogol’ era desideroso di equipararsi ai nobili russi e “faceva ogni sforzo per emergere come scrittore a fianco della stella di Puškin”, Ševčenko, liberatosi dalla condizione servile nel 1838, si immergerà fino al collo nella vita pietroburghese studiando “anatomia, architettura, storia dell’arte, paesaggistica, disegno e pittura, e tutte le materie dei corsi dell’Accademia delle Belle Arti”.
La profonda diversità del background sociale e culturale dei due scrittori spiega perché anche il mito cosacco che li accomuna venga interpretato da Ševčenko in maniera opposta rispetto a Gogol’.
Nell’epistola poetica A Hohol’ scritta da Ševčenko nel 1844 il tema cosacco “si esprime come ‘mito rovesciato’, amara riflessione sull’inglorioso presente: non rombano più i cannoni cosacchi, non si combatte più contro il polacco e il tataro, non si difende più la libertà cosacca a costo della vita come si faceva al tempo di Taras Bul’ba e di Gonta”.
Mentre Ševčenko, figlio della società cosacca contadina, scommette sulla capacità rigenerativa della nazione attraverso la radicalità della sua poesia di protesta, per Gogol’ il mondo cosacco della Piccola Russia – termine che Ševčenko rifiuta preferendogli quello di Ucraina – è un luogo della memoria, un rifugio per l’anima senza alcuna valenza politica.

Massimiliano Di Pasquale

Giovanna Brogi, Oxana Pachlovska Taras Ševčenko. Dalle carceri zariste al Pantheon ucraino Le Monnier Università, Firenze 2015.

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Riga Skyline Bar

Estratto dal capitolo 3 di Riga Magica. Cronache dal Baltico (Il Sirente 2015). Per gentile concessione dell’editore e dell’autore.

Lo Skyline Bar, cocktail lounge bar tra i più esclusivi della capitale lettone, si trova al ventiseiesimo piano di quello che un tempo era il grattacielo dell’Intourist.
L’hotel, che nel 1982 ospitò Colin Thubron durante il suo viaggio a Riga, è stato trasformato, dopo un lungo lavoro di ristrutturazione, conclusosi nel 2001, con l’aggiunta tra l’altro di quattro nuovi piani (ventisette rispetto ai ventitré originari), in uno degli alberghi più prestigiosi della città.
Se il reporter inglese visitasse oggi il Radisson Blu Hotel Latvija stenterebbe a riconoscere in questo lussuoso albergo, sede di conferenze ed eventi internazionali – è il più grande e importante business center dei Baltici – lo squallido parallelepipedo sovietico in cui, un tempo, venivano fatti alloggiare gli stranieri, specie se appartenevano alla categoria dei giornalisti occidentali, non certo amata dai funzionari del Partito.
Agli occhi di Thubron, l’Intourist, ancorché di recente costruzione – era stato ultimato nel 1979 dopo dodici anni di lavoro – rappresentava l’epitome del grigiore, della megalomania e della paranoia sovietica, con ospiti sorvegliati giorno e notte da microspie collocate nelle stanze e dalla dezhurnaya del piano che “con il suo lavoro insonne di 24 ore di guardia, seguita da tre giorni di riposo […] sembrava incarnare la mania russa per il controllo”.
I lettoni dicono scherzando che questi ghetti per turisti sono fatti per il sessanta per cento di vetro, per il trenta per cento di cemento armato e per il dieci per cento di microfoni.
Fortunatamente – rivela Thubron – talvolta bastava una battuta o una gentilezza per far sbocciare nei volti granitici di quelle donne di mezza età, spesso vedove, un sorriso quasi materno.

 

Oggi la clientela dell’Hotel Latvija è molto diversa. Nessuno deve fingere sorrisi o inventarsi battute per ottenere lampadine di ricambio per abat-jour che si fulminavano con estrema facilità o una coperta in più. Né tantomeno supplicare, o allungare dollari sottobanco ai camerieri, per riuscire a mangiare qualcosa nei tre ristoranti, già chiusi alle otto di sera.
Dei tre ristoranti dell’hotel, uno era chiuso per lavori di restauro, l’altro era chiuso per turno e la porta del terzo esibiva una scritta che rifiutava l’ingresso a chi non indossasse un abito e una cravatta”.
Nonostante i più anziani considerino ancora quel grattacielo che domina lo skyline della Città Nuova un luogo sinistro – gli spettri dell’epoca sovietica sono ancora presenti nella mente di chi ha vissuto quegli anni – ora la maggior parte degli abitanti e i turisti lo associano immediatamente all’elegante Skyline Bar.
Il locale, cui si accede attraverso un avveniristico ascensore esterno in vetro che può creare qualche vertigine, merita una visita, specie all’ora del tramonto.
Il panorama che ammiro dalle pareti a vetro del bar in un pomeriggio di fine novembre, sorseggiando un Martini – sono più di cento i cocktail in menù –in compagnia di due simpatici ragazzi svedesi a Riga per il weekend, è qualcosa di più della classica vista mozzafiato da una torre panoramica. L’arancione, il giallo e il grigio dorato delle nubi al crepuscolo colorano infatti di una luce calda e suggestiva il glaciale cielo lettone confondendo e smussando le sagome degli edifici più alti e caratteristici della città.
Quando lo sguardo si allontana dalle chiese di Vecrīga, dagli hangar del Mercato Centrale e dal Palazzo dell’Accademia delle Scienze e si allunga verso i quartieri periferici, che si estendono a raggiera dal centro, Riga cessa di essere la città portuale, sorella gemella di Tallinn – come in Venusberg, romanzo di Anthony Powell ambientato negli anni Trenta in una polis immaginaria che racchiude le caratteristiche della capitale lettone e di quella estone – e rivendica a sé il ruolo di unica metropoli del Baltico.

Massimiliano Di Pasquale

Massimiliano Di Pasquale (1969), fotogiornalista e saggista, è membro dell’AISU, Associazione Italiana di Studi Ucraini e scrive di politica internazionale e cultura sulle pagine di diversi quotidiani nazionali. Nel 2013 ha lavorato per i tipi della Bradt all’aggiornamento della Ukraine Bradt Travel Guide uscita nel giugno dello stesso anno. Per il Sirente ha pubblicato Ucraina terra di confine (2012), caso editoriale che ha fatto conoscere l’Ucraina al grande pubblico italiano.

https://www.facebook.com/Riga-Magica-Cronache-dal-Baltico-433338730207304/

http://www.sirente.it/prodotto/riga-magica-massimiliano-di-pasquale/

Ucraina. Il Genocidio Dimenticato

Ettore Cinnella, sovietologo italiano – curatore nel 2004 della postfazione dell’edizione italiana di Raccolto di Dolore, libro di Robert Conquest su collettivizzazione sovietica e carestia terroristica – ha pubblicato nei mesi scorsi un interessante saggio dedicato allo stesso tema affrontato dallo storico anglo-americano nel 1986.
Il volume, che tra le altre cose si avvale dell’ampia documentazione proveniente dagli archivi dell’ex Unione Sovietica accessibili solo dall’epoca della perestrojka, è stato concepito con il precipuo scopo di far conoscere una delle massime tragedie del mondo contemporaneo a una platea più vasta di quella rappresentata dal mondo, talvolta chiuso ed autoreferenziale, degli accademici.
Mentre il dramma della Shoah è noto pressoché a tutti, il Holodomor, la morte per inedia imposta agli agricoltori ucraini nel biennio 1932-33 da Stalin – il termine significa in ucraino sterminio per fame (holod – carestia, fame – e moryty – uccidere) – è una vicenda che non trova ancora spazio nei libri di scuola ed è ignorata dalla maggioranza dei cittadini al di fuori dell’Ucraina .
Il volume di Cinnella, unendo rigore filologico, profondità dell’analisi storica e sintassi fluida e scorrevole, si rivela testo imprescindibile per chi nel nostro Paese voglia approfondire una delle pagine più aberranti della storia sovietica.
La conoscenza di questo genocidio sociale e nazionale costituisce infatti sorta di conditio sine qua non per comprendere i profondi sentimenti del popolo ucraino.
Scrive l’autore nell’introduzione: “La tragedia del holodomor non è soltanto una fosca pagina di storia, appartenente al passato e ormai archiviata. Essendo assurta a doloroso simbolo del riscatto nazionale dell’Ucraina, essa dev’esser conosciuta anche da chi vuol capir qualcosa dei sentimenti più profondi di quel popolo”.
Anche e soprattutto alla luce degli eventi odierni. Cinnella conclude infatti l’introduzione sottolineando come “anziché chiedere perdono e lenire così le antiche ferite, la Russia con l’attuale aggressione contribuisce a riaprirle, facendole bruciare e sanguinare ancora una volta”.
Il libro, che ricostruisce puntualmente le vicende storiche “ricorrendo oltre che alle rievocazioni dei testimoni e delle vittime, ai documenti di parte comunista i quali sono, da questo punto di vista, inoppugnabili”, è diviso in undici capitoli nei quali l’autore sviscera i complessi temi legati al genocidio ucraino.

Ucraina, il genocidio dimenticato - ettore cinnella
I primi due, La tragedia negata e L’irruzione della verità, affrontano le interessanti, e per certi versi attualissime, questioni relative al negazionismo e all’editoria della manipolazione.
Il caso più noto e clamoroso fu quello del corrispondente da Mosca del New York Times Walter Duranty che grazie ai suoi servizi apologetici sull’URSS di Stalin – di cui si sospetta fosse a libro paga – conseguì addirittura il Premio Pulitzer per il giornalismo.
Duranty, nonostante fosse a conoscenza della carestia artificiale organizzata da Stalin per piegare la resistenza dei contadini che si opponevano al processo di collettivizzazione – in una rivelazione confidenziale al diplomatico inglese William Strang aveva ammesso che la popolazione dell’Ucraina era diminuita di 4-5 milioni –, nell’articolo che gli valse il prestigioso premio intitolato Russians Hungry but not Starving scriveva: “non c’è di fatto inedia né ci sono morti per inedia, ma una diffusa mortalità per malattie dovute a malnutrizione”.
Un atteggiamento simile fu quello adottato dal celebre accademico di Cambridge Edward H. Carr che dopo aver parlato nel 1933 di “presunta carestia” in Ucraina, nelle decadi successive alla tragedia scrisse libri in cui glorificava il sistema sovietico. Carr, diplomatico di formazione, conservatore britannico, inizialmente avversario del socialismo, era un uomo colto e cinico che venerava i rapporti di forza e rispettava i vincitori. Il suo ritratto dipinto da Ettore Cinnella ricorda tantissimo quello di un noto storico italiano di area conservatrice che in questi mesi, in barba ad ogni evidenza empirica e a qualsiasi norma di diritto internazionale, ha salutato con simpatia l’occupazione russa della Crimea del marzo 2014 e ha elogiato il pugno di ferro di Putin.
Nei capitoli successivi il volume ricostruisce con dovizia di particolari le diverse fasi che dal 1929 al 1933 accompagnarono il progetto staliniano di collettivizzazione delle campagne.
“All’inizio degli anni Trenta, decine di milioni di persone videro sconvolte le loro abitudini di vita e di lavoro, trasformandosi nel materiale umano di una colossale opera d’ingegneria sociale diretta dall’alto la quale, per celerità d’attuazione e brutalità, non ha forse eguali nella storia umana”.
La guerra contro le campagne, dove viveva e lavorava la stragrande maggioranza della popolazione, iniziò nel 1929 – il 7 novembre di quell’anno Stalin pubblicò sulla Pravda un articolo, L’anno della grande svolta, in cui sosteneva che il 1929 si era contraddistinto per “l’offensiva del socialismo contro gli elementi capitalistici della città e della campagna” – e si concluse nel 1933 con il completo assoggettamento dei contadini ridotti a servi della gleba.
“La grande carestia in Ucraina fu il momento culminante, con tratti peculiari, di una assai più vasta tragedia, che dobbiamo rievocare negli aspetti essenziali per capire il holodomor”.
Il processo di collettivizzazione delle campagne e la contestuale industrializzazione forzata, finanziata attraverso la confisca del grano venduto in Occidente in cambio di valuta pregiata, durò cinque anni e fu accompagnato da una momentanea tregua nella primavera estate del 1930.
Stalin, dopo aver incoraggiato eccessi di ogni genere, facendo ricadere la colpa sui membri locali del partito, ossia coloro che erano incaricati di gestire le operazioni di sequestro del grano, ne ordinò la fine momentanea.
Ma pochi mesi più tardi, nell’autunno del 1930, iniziò la seconda brutale offensiva affidata a Molotov e Kaganovič, forse gli unici due uomini del Partito di cui Stalin si fidava ciecamente.
Mentre l’adesione di Molotov alla linea politica del capo nasceva “dal fermo convincimento che essa fosse giusta e andasse attuata ad ogni costo”, la fedeltà di Kaganovič era quella di un umile plebeo la cui vertiginosa carriera politica era dovuta principalmente all’atteggiamento di cieca devozione e di assoluta obbedienza al capo supremo. “La sconfinata ammirazione per colui che considerava insieme capo e maestro, unita ad energiche doti organizzative e ad una volontà ferrea, facevano di Kaganovič l’uomo di cui Stalin necessitava per attuare la sua politica”.


Prima di descrivere minuziosamente le fasi finali della guerra contro i contadini ucraini Cinnella analizza l’opposizione a Stalin all’interno del Partito del marxista-leninista Rjutin e il ruolo della Polonia che, abitata da una forte minoranza ucraina, seguiva con attenzione le vicende interne sovietiche.
Sia Rjutin che aveva diretto l’opera di collettivizzazione in Kazachistan e in Siberia ed era a conoscenza delle violenze e degli orrori della collettivizzazione sia l’uomo forte di Varsavia Piłsudski rappresentavano due serie minacce alla politica staliniana. Il dittatore sovietico provvederà a fare arrestare il primo nel 1932 e a siglare con il secondo il 27 novembre dello stesso anno un patto di non aggressione sovieto-polacco. Messa a tacere l’opposizione interna e scongiurato il pericolo di un’invasione polacca Stalin intraprese un’implacabile guerra contro le campagne e contro l’intellighenzia nazionale ucraina.
“Era una guerra all’ultimo sangue, che non poteva più concludersi con un compromesso, ma con una chiara vittoria dell’una o dell’altra parte belligerante: o con il ritorno al NEP (e l’inevitabile crisi nel partito) o con la salda instaurazione dell’ordinamento servile (sotto forma di fattorie collettive)”.
In Ucraina l’avvio della collettivizzazione forzata coincise con l’attacco alla Chiesa ortodossa locale che fu accomunata ai peggiori nemici del Partito (kulaki e nazionalisti borghesi) e fu sciolta nel gennaio 1930 dopo una violenta campagna di stampa. Milioni, almeno 4 secondo le stime più recenti, furono coloro che morirono a causa delle deportazioni, della mancanza di viveri, della deprivazione fisica e dei suicidi.
“Dal holodomor l’intero popolo ucraino uscì debellato e offeso, straziato nel corpo e nell’anima. Scomparve il fior fiore dell’intellighenzia, che curava la memoria storica della nazione, e furono fatti morire tra indicibili tormenti milioni di laboriosi agricoltori, che provvedevano a tener colmo ‘il granaio d’Europa’”.

Ettore Cinnella, Ucraina. Il genocidio dimenticato 1932-1933 Della Porta Editori, Pisa 2015

Massimiliano Di Pasquale

Su Holodomor vedi anche:

https://massimilianodipasquale.wordpress.com/2014/06/17/holodomor-4-oxana-pachlovska/

https://massimilianodipasquale.wordpress.com/2014/06/14/holodomor-1-lettere-da-kharkov/

https://massimilianodipasquale.wordpress.com/2014/06/16/holodomor-3-george-orwell/

https://massimilianodipasquale.wordpress.com/2014/06/14/holodomor-2-quaderni-ucraini/

 

Il Gulag di Sandra Kalniete

Estratto dal capitolo 6 di Riga Magica. Cronache dal Baltico (Il Sirente 2015). Per gentile concessione dell’editore e dell’autore.

“I miei genitori si incontrarono in Siberia e si sposarono il 25 maggio 1951; io sono nata il 22 dicembre 1952 nel villaggio di Togur, distretto di Kolpasevo, regione di Tomsk. Due volte al mese dovevano obbligatoriamente presentarsi alla komendatura per firmare il loro atto di presenza. Le autorità di sorveglianza sovietica si assicuravano così che i deportati non avessero arbitrariamente lasciato il luogo di residenza che era stato loro assegnato. Un mese dopo la mia nascita, mio padre dovette registrare anche me per la prima volta, e così anch’ io fui destinata alla deportazione a vita”
(Sandra Kalniete – With Dance Shoes in Siberian Snows)

With Dance Shoes in Siberian Snows, libro di Sandra Kalniete, europarlamentare lettone nata in Siberia da una coppia di deportati, non è l’ennesimo prescindibile libro sul Gulag, come potrebbe pensare chi ha già letto Conquest e Solzhenitsyn ma un testo davvero prezioso per ricostruire la storia della Lettonia nel Novecento. La molla che ha spinto la Kalniete a raccontare la sua vicenda familiare è stato l’enorme senso di frustrazione provato dal 1997 al 2000 quando, in qualità di ambasciatrice lettone in Francia, constatò di persona che la tragedia del popolo lettone era pressoché sconosciuta anche nelle alte sfere della diplomazia internazionale.

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Ho deciso di scriverlo – raccontò Kalniete al Corriere della Sera – per un senso di frustrazione. Quando ero ambasciatrice a Parigi mi resi conto che anche ai più alti livelli pochi conoscevano la nostra storia, le due ondate di deportazione che distrussero la vita di migliaia di persone: mia madre fu vittima della prima, nel 1941, mio padre della seconda, nel 1949”.
Il libro, reperibile oggi solo in inglese – la versione italiana, uscita dieci anni fa con il titolo Scarpette da ballo nelle nevi di Siberia, è fuori catalogo da tempo – suscita varie riflessioni. La sua qualità migliore è probabilmente quella di riuscire a fornire un affresco equilibrato in cui le differenze tra la storia con la s minuscola e storia con la s maiuscola finiscono quasi per azzerarsi. È come se l’una correggesse, definisse e perfezionasse l’altra.
La vicenda della famiglia Kalniete appare non come una delle tante drammatiche storie di deportazione nell’Unione Sovietica di Stalin, ma piuttosto come un tassello fondamentale della storia nazionale lettone, utile per comprendere il contesto politico, economico e culturale in cui maturarono quei tragici eventi. A sua volta la storia della Lettonia sovietica, iniziata nell’estate del 1940, diventa tessera imprescindibile per ricostruire un mosaico più grande, quello relativo agli avvenimenti di portata mondiale che hanno segnato il Novecento.
Uno degli aspetti più apprezzabili del libro da un punto di vista storico è l’accurata ricostruzione dei dodici mesi, conosciuti come Anno del Terrore, intercorsi tra l’invasione della Lettonia da parte delle forze armate sovietiche (17 giugno 1940) e la prima grande deportazione di cittadini lettoni (14 giugno 1941).
Ai cittadini lettoni, all’oscuro del Patto Molotov-Ribbentrop, con cui il 23 agosto del 1939 la Germania nazista e Unione Sovietica si erano spartite l’Europa centro-orientale in sfere d’influenza , la resa del Presidente Ulmanis, che a fronte dell’invasione del 17 giugno 1940 pronunciò un discorso alla nazione dai toni surreali con allusioni indirette e appelli patetici a mantenere la calma, sembrò una situazione più kafkiana che drammatica.

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Il primo anno di occupazione – nonostante fossero già iniziati a Stūra Māja i primi interrogatori e le prime fucilazioni – parve alla madre di Sandra Kalniete e a molti lettoni come grottesco, più che tetro. Ciò che stava succedendo era talmente stupido e irreale che nei ricordi dei testimoni oculari dell’epoca prevalgono aneddoti legati alla totale mancanza di civilizzazione e di educazione delle forze occupanti più che racconti drammatici.
Ridicolizzare i propri ‘liberatori’ era il modo con cui i lettoni cercavano di compensare le umiliazioni subite con l’occupazione. “In verità, ridere era una fuga dalla realtà e un mezzo per trovare rifugio in un mondo illusorio dove la persona intelligente si dimostra più forte di quello forte”. I racconti sui soldati dell’Armata Rossa che chiedevano ripetutamente alle commesse dei negozi se fosse vero che in Lettonia si potesse comperare pane bianco e burro senza alcuna limitazione, aiutavano i lettoni, popolazione che all’epoca aveva il più alto tasso di laureati d’Europa, a sopravvivere all’invasore.
Jānis Dreifelds, il nonno della Kalniete, che aveva vissuto da giovane in Russia, sosteneva che avrebbero trovato il modo di sopravvivere.
Conosco i russi. Sono gente a posto, sebbene talvolta un po’ sciocca. So come comportarmi con loro” diceva spesso alla moglie Emilija per confortarla.
Jānis, scrive la Kalniete, “non poteva immaginare che in venti anni i bolscevichi avevano lavato il cervello della gente russa a tal punto da perdere completamente la cognizione di bene e di male e da considerare come una norma necessaria lo sterminio di persone innocenti”. Il 14 giugno 1941 anche Jānis e la sua famiglia sperimenteranno sulla loro pelle la brutalità del regime sovietico.
Mia madre, Ligita Dreifelde, aveva quattordici anni e mezzo quando il 14 giugno 1941, assieme a mio nonno e mia nonna, fu deportata in Siberia dal regime sovietico. Mio nonno Jānis è stata separato dalla sua famiglia a Babinino, Russia. Da allora, mia madre e mia nonna non hanno più avuto nessuna notizia di lui. Nel mese di aprile del 1990, mia madre ha ricevuto un avviso dal Comitato per la Sicurezza dello Stato della Lettonia Sovietica che mio nonno era morto il 31 dicembre 1941, sei giorni prima del suo sessantatreesimo compleanno

Massimiliano Di Pasquale (1969), fotogiornalista e saggista, è membro dell’AISU, Associazione Italiana di Studi Ucraini e scrive di politica internazionale e cultura sulle pagine di diversi quotidiani nazionali. Nel 2013 ha lavorato per i tipi della Bradt all’aggiornamento della Ukraine Bradt Travel Guide uscita nel giugno dello stesso anno. Per il Sirente ha pubblicato Ucraina terra di confine (2012), caso editoriale che ha fatto conoscere l’Ucraina al grande pubblico italiano.

Sketches of Riga

Estratto dal capitolo 1 di Riga Magica. Cronache dal Baltico (Il Sirente 2015). Per gentile concessione dell’editore e dell’autore.

Il grido stridulo dei gabbiani che risalgono l’ampio corso della Daugava dal Baltico fino in città, per poi appollaiarsi sui vecchi hangar dei dirigibili Zeppelin, dove ora sorge il Mercato Centrale, fece da sottofondo al sontuoso swedish breakfast che una mattina di cinque anni fa mi diede il benvenuto nella capitale lettone.
Era autunno inoltrato e alloggiavo al Metropole, un hotel oggi chiuso per lavori di restauro che sarebbe probabilmente piaciuto a Giuseppe Tomasi di Lampedusa, il quale nel 1932 sposò a Riga la baronessa lettone Alessandra Wolff Stomersee. Sin da metà Ottocento, l’albergo ha infatti ospitato la nobiltà di mezza Europa e una clientela di amanti dell’opera e del balletto. Il buffet del Metropole, trionfo di salmoni affumicati, aringhe marinate, merluzzi in salsa verde, champignon sottaceto e pane nero, mi aiutò subito a decifrare alcuni caratteri tipici della città.
Qualche ora più tardi, dopo aver passeggiato lungo gli acciottolati della Città Vecchia tra architetture barocche, torri gotiche, chiese medioevali e facciate liberty, estrassi dallo zaino il mio Moleskine e scrissi di getto “brumosa, anseatica, scandinava, nient’affatto sovietica”. Impressione epidermica che avrei confermato anche nei giorni successivi, con la parziale eccezione del “nient’affatto sovietica”.
A Maskavas e a Bolderāja, sobborgo operaio a nord della capitale, tracce di Russia zarista e di Unione Sovietica erano ancora ben visibili e contribuivano ad accrescere la peculiarità di Riga. Intuii presto che il fascino della città era frutto di questi contrasti e trovai seducente la singolare commistione di case di legno, komunalky d’epoca brezhneviana, foreste di pini e spiagge sabbiose di questo insediamento urbano di quindicimila anime sorto come fortezza svedese nei primi del Seicento su un preesistente villaggio di pescatori.
Edifici in legno tra i più vecchi di Riga, circondati da blocchi abitativi sovietici tutti uguali, nei cui cortili, nonostante un freddo pungente, un gruppo di bambini giocava a pallone….


Passeggiando senza una meta precisa in questo luogo tutt’altro che glamour e osservando le abitazioni fatte costruire da Mosca nei primi anni Settanta mi ricordai di una visita di qualche anno prima a Nowa Huta.
Nell’immediata periferia di Cracovia, negli anni Cinquanta il Partito Comunista Polacco di concerto con i funzionari del Cremlino aveva voluto replicare un modello socio-economico già diffuso in alcune aree dell’URSS, ossia la costruzione di un agglomerato urbano socialista.
Pensai che tra la Bolderāja russofona e proletaria e la Riga dalle atmosfere magiche della Città Vecchia ci fosse lo stesso rapporto riscontrabile tra la Nowa Huta dipinta da un giovanissimo Ryszard Kapuściński nel 1956 sulle pagine del giornale locale Sztandar Mlodych e la Cracovia regale e imperiale di cui la Nuova Città doveva essere l’alter-ego comunista.
L’influenza scandinava, riscontrata nelle abitudini gastronomiche dei lettoni, la ravvisai invece nelle linee geometriche dei palazzi e dei monumenti di Vecrīga.
All’angolo tra Torna iela e Aldaru iela mi fermai a fotografare una donna che suonava il kantele, uno strumento a corde tipico dell’area baltica molto popolare anche in Finlandia, seduta su uno sgabello all’interno di quella Porta Svedese eretta nel 1698 quando Riga, prima di cadere in mano russa nel 1710, era la seconda capitale del Regno di Svezia.
Le guglie delle chiese, le mura giallo canarino del castello e le case dei mercanti con la loro aria placida, quasi sacrale, in quel limpido mattino di novembre, sembravano uscite da Veduta di Delft, uno dei quadri più famosi del pittore fiammingo Jan Vermeer. I tanti edifici rosso mattone mi ricordarono invece le città della Lega Anseatica che avevo visitato ventenne, quando cercavo l’odore del mare del Nord con lo zaino in spalla e la mia copia sgualcita di Altri Libertini.
Lubecca, Amburgo, Danzica, Brema e Riga… le stesse città ritratte nei pannelli di vetro collocati vicino alle finestre del pub dell’Hotel Hanza, dove servono una colazione dalle marcate influenze scandinave molto simile a quella del Metropole.

Massimiliano Di Pasquale (1969), fotogiornalista e saggista, è membro dell’AISU, Associazione Italiana di Studi Ucraini e scrive di politica internazionale e cultura sulle pagine di diversi quotidiani nazionali. Nel 2013 ha lavorato per i tipi della Bradt all’aggiornamento della Ukraine Bradt Travel Guide uscita nel giugno dello stesso anno. Per il Sirente ha pubblicato Ucraina terra di confine (2012), caso editoriale che ha fatto conoscere l’Ucraina al grande pubblico italiano.

 

Krasnaya Moskva versus Rizhskaya siren

Estratto dal capitolo 3 di Riga Magica. Cronache dal Baltico (Il Sirente 2015). Per gentile concessione dell’editore e dell’autore.

All’inizio degli anni Ottanta, periodo a cui risale il primo viaggio a Riga di Elena, la capitale della Lettonia continua a esercitare, presso il pubblico femminile sovietico, lo stesso fascino glamour delle decadi precedenti.
Anna Zafesova, all’epoca residente a Mosca, ricorda come nella capitale russa, si desse letteralmente la caccia ai profumi della Dzintars, la fabbrica di profumerie di Riga.
“Pur essendo un colosso statale – racconta la Zafesova – la Dzintars riusciva a produrre fragranze e flaconi più moderne della classica Krasnaya Moskva”.

Opinione condivisa anche da Elena che, tra gli oggetti che contribuivano a fare di Riga la “piccola Parigi” dell’URSS, menziona proprio il profumo Rizhskaya siren (Lilla di Riga) prodotto dalla Dzintars.
“Era il profumo più desiderato tra quelli prodotti in Unione Sovietica. Si distingueva per la sua freschezza e raffinatezza e soprattutto era in antitesi con il famoso Krasnaya Moskva simbolo della profumeria sovietica dal 1923”

Per capire a cosa allude l’amica ucraina quando confronta la freschezza e la raffinatezza di Rizhskaya siren all’ufficialità di Krasnaya Moskva, “profumo d’obbligo di tutte le matrone degli organi di potere sovietico” occorre rammentare la forte valenza politico-sociale di questa acqua di colonia.

Considerata dallo studioso di cultura russa Gian Piero Piretto “la colonna olfattiva dell’era sovietica”, Krasnaya Moskva, che molti giovanotti portavano “in omaggio alle future suocere, sperando contribuisse a fargli ottenere la mano della fanciulla”, aveva avuto testimonial d’eccezione quali l’attrice dei musical staliniani Lyubov Orlova e la cosmonauta Valentina Tereshkova.

Che fosse senza ombra di dubbio il profumo ufficiale della nomenclatura sovietica lo dimostra il fatto che il suo intenso aroma dolce e forte fu voluto personalmente da Polina Zhemchuzhina, moglie del ministro degli Esteri Vyacheslav Molotov. La Zhemchuzhina – scrive Rachel Polonsky ne La Lanterna Magica di Molotov – non solo era considerata la donna meglio vestita di tutta l’URSS, ma fu la prima ad incoraggiare le donne sovietiche a utilizzare smalti per unghie, rossetti, ciprie e profumi.

Massimiliano Di Pasquale

Massimiliano Di Pasquale (1969), fotogiornalista e saggista, è membro dell’AISU, Associazione Italiana di Studi Ucraini e scrive di politica internazionale e cultura sulle pagine di diversi quotidiani nazionali. Nel 2013 ha lavorato per i tipi della Bradt all’aggiornamento della Ukraine Bradt Travel Guide uscita nel giugno dello stesso anno. Per il Sirente ha pubblicato Ucraina terra di confine (2012), caso editoriale che ha fatto conoscere l’Ucraina al grande pubblico italiano.

Rock and roll in Riga

Estratto dal capitolo 3 di Riga Magica. Cronache dal Baltico (Il Sirente 2015). Per gentile concessione dell’editore e dell’autore.

A differenza dei club più tradizionali della Città Vecchia che suonavano Europop e techno commerciale, Andrejsala era un paradiso di elettronica sporca, con i DJ che pompavano beats a manetta dopo che gli altri club avevano chiuso” (Vijai Maheshwari)
Il rock screziato di venature punk proposto dalla band finlandese che si esibisce da qualche minuto al Leningrad non ostacola fortunatamente la conversazione con Mareks. Siamo infatti seduti all’estremità opposta del palco e i suoni sono stati intelligentemente tarati tenendo conto dell’esiguità del club e della sua acustica.
“Se vuoi sapere come è cambiata la vita notturna negli ultimi tempi fa due chiacchiere con Sergejs. Lui, oltre a essere uno dei titolari di questo locale, è stato tra i primi a gettare le basi per la nascita di una nuova scena in città”.
“Come forse saprai – dice Mareks – fino a dieci anni fa Riga, in particolare Vecrīga, era sinonimo di birra a basso prezzo, donne facili e dissolutezza. Poi c’è stata la breve stagione dei locali underground di Andrejsala di cui tanto si è parlato, ma che si è dissolta come una meteora alla fine del 2007”.
“L’idea di realizzare un quartiere creativo con bar, gallerie d’arte, e discoteche alternative, sul modello di Uzupis a Vilnius – prosegue il ragazzo – poteva essere buona, ma alla prova dei fatti non ha funzionato”.
Il fallimento di questo progetto, di cui si è occupato anche il Baltic Times, magazine in lingua inglese tra i più letti della Regione Baltica, deriva da una pluralità di ragioni, non solamente dall’avidità della società immobiliare proprietaria degli stabili del quartiere.
L’idea iniziale, quella di ristrutturare gradualmente questa ex zona industriale nella vecchia area del porto affittando la maggior parte degli spazi a persone – attori teatrali, artisti concettuali, pubblicitari, designer – che potessero plasmarli con una forte impronta artistica, non ha sortito i risultati sperati a causa di contratti di affitto a scadenza annuale, dell’affacciarsi di compratori facoltosi e degli eccessi edonistici di rave parties degni di Paura e delirio a Las Vegas, il road-movie lisergico diretto da Terry Gilliam.


In un articolo, intitolato The Rise and Fall of Andrejsala, l’ex capo redattore di Playboy Russia, Vijai Maheshwari, parlando della lunga estate del 2007 a Andrejsala descrive minuziosamente l’atmosfera di quei techno party, di cui fu egli stesso protagonista assieme a Kirill Khimitchev, uno degli agitatori di quella scena. “ L’estate […] fu come un sequel della versione di Riga di Paura e Delirio a Las Vegas. Ho consumato più droghe – ecstasy, speed, hashish afghano, MDMA in polvere – che in primavera. […] Andrejsala era un paradiso di elettronica sporca, con i DJ che pompavano beats a manetta dopo che gli altri club avevano chiuso.”.
Dopo quella controversa stagione, caratterizzata dal sorgere di gallerie d’arte indipendenti, bar, laboratori di teatro, ma anche dal proliferare di locali all’insegna dell’uso smodato di sostanze psicotrope, sul modello berlinese della Love Parade, Riga ha saputo reinventarsi, riscoprendo la sua antica tradizione di capitale culturale come ai tempi della Grande Esposizione del 1901.
Mareks, nel corso della nostra chiacchierata, afferma più volte che oggi la città è sicura e i turisti non hanno nulla da temere, a meno che non si avventurino brilli in qualche postaccio di periferia.
“Negli ultimi anni Riga ha cambiato pelle. La qualità dei locali è decisamente migliorata anche grazie allo spirito collaborativo che esiste nella scena underground”.
Poi, parlando dei posti più trendy, al di fuori del circuito studentesco/alternativo, menziona due cocktail lounge bar, lo Skyline Bar dell’Hotel Latvija e il Coyote Fly. Quest’ultimo, caratterizzato da un rigoroso dress code, è il luogo dove i giovani professionisti di Riga fanno celebrity spotting, sorseggiando flûte di Moët et Chandon in compagnia di belle ragazze.
“Se fossi in te butterei un occhio al Coyote Fly. È davvero un posto interessante, unico nel suo genere. Puoi incontrare personaggi televisivi, modelle e giocatori di hockey, il nostro sport nazionale. Inoltre alla consolle ci sono famosi dj che arrivano da tutta Europa”.
“Ma ti avverto – dice Mareks – non presentarti in jeans e trainers perché i ‘buttadentro’ sono molto selettivi, specie con gli stranieri…”.
“Grazie della dritta, ma come avrai intuito io sono più un tipo da birreria e musica dal vivo”.
“Allora il tuo locale è il Folk Club Ala” replica Mareks prima di salutarmi. “Lì puoi scegliere tra una dozzina di birre alla spina diverse, molte delle quali artigianali, e ogni sera c’è un concerto rock, blues o di musica folk”

Massimiliano Di Pasquale

 

Massimiliano Di Pasquale (1969), fotogiornalista e saggista, è membro dell’AISU, Associazione Italiana di Studi Ucraini e scrive di politica internazionale e cultura sulle pagine di diversi quotidiani nazionali. Nel 2013 ha lavorato per i tipi della Bradt all’aggiornamento della Ukraine Bradt Travel Guide uscita nel giugno dello stesso anno. Per il Sirente ha pubblicato Ucraina terra di confine (2012), caso editoriale che ha fatto conoscere l’Ucraina al grande pubblico italiano.