Confini e conflitti dello spazio post-sovietico

Il conflitto tra Russia e Ucraina, sorto all’indomani del Maidan di Kyiv, oltre ad avere sovvertito gli equilibri politici mondiali sancendo di fatto l’inizio di un nuovo scontro, duro e senza infingimenti, tra Occidente e Russia – scontro già palese ad alcuni studiosi da tempo, si pensi al libro del 2007 di Edward Lucas La Nuova Guerra Fredda. Il Putinismo e le minacce per l’Occidente, che anticipava molti degli scenari di lì a venire – offre l’occasione per riflettere su quanto accaduto negli ultimi venticinque anni nei territori della defunta URSS.

Atlante geopolitico dello spazio post-sovietico, il saggio curato da Simone Attilio Bellezza, ucrainista e ricercatore di storia dell’Europa Orientale presso l’Università di Trento, che nel sottotitolo reca la dicitura Confini e Conflitti, si pone proprio questo ambizioso obiettivo.
A detta del curatore, uno degli scopi del volume è “invertire la rotta rispetto ai toni partigiani e da crociata che hanno caratterizzato le analisi dell’attuale crisi fra Russia e Occidente, scaturita dalla guerra ucraina”. L’antidoto alla partigianeria – secondo Bellezza – risiede nel riunire “esperti dei tanti differenti ambiti che costituiscono lo spazio ex sovietico”, “chiedendo loro di valutare quale fosse stata l’evoluzione di ciascuna specifica tematica nel quarto di secolo appena passato”.
Il libro è il risultato di un lavoro collettivo in cui i tre saggi di Bellezza sono affiancati dai contributi di altri dieci studiosi: Fabio Belafatti, Oleksiy Bondarenko, Giovanni Cadioli, Andrea Griffante, Filippo Menga, Simona Merlo, Simone Piras, Alessandra Rognoni, Paolo Sorbello, Umberto Tulli.
I saggi, pur occupandosi di vari argomenti e facendo riferimento a diversi paesi – Ucraina, Bielorussia, Russia, Moldova, Caucaso, Paesi Baltici e Repubbliche Centroasiatiche ex sovietiche –, sono accomunati dal fatto di avere al proprio interno una o più cartine che rappresentano “graficamente la questione trattata”, dal prestare adeguata attenzione alle problematiche legate all’eredità sovietica e dal far spesso riferimento a concetti come nazione ed etnia, parole di non facile definizione in quanto – scrive il curatore – il loro significato è mutato nel tempo.
Pur non condividendo appieno l’idea secondo la quale l’expertise su un determinato argomento/area geografica sia di per se antidoto contro la partigianeria e garanzia di oggettività – la geopolitica non è una scienza esatta come la matematica e l’ottica visuale secondo cui vengono raccontati certi avvenimenti storici tradisce quasi sempre, seppure velatamente, le simpatie ideologiche di chi scrive – la scommessa di Bellezza di voler fornire al lettore una mappa con la quale orientarsi all’interno di confini e conflitti nell’area post-sovietica può considerarsi vinta.
Come la maggioranza dei volumi che compendiano contributi di autori diversi, Atlante geopolitico dello spazio post-sovietico finisce per allineare saggi di qualità non sempre omogenea. Alcuni davvero riusciti e illuminanti, altri lucidi e interessanti, taluni non privi di qualche lacuna.


Alla prima schiera appartengono sicuramente lo scritto di Bellezza Le lingue degli oligarchi: come si è costruito un conflitto nazionale nell’Ucraina post-sovietica e quello di Simona Merlo Le chiese ortodosse nello spazio ex sovietico.
Il saggio di Bellezza, che si rifà alla migliore pubblicistica anglosassone (Motyl, Plokhy, Wilson) pur non snobbando l’ucrainistica italiana (Cinnella, Lami), ha l’indubbio pregio di mettere a fuoco alcune questioni, finora appannaggio degli addetti ai lavori, che meritano altresì di arrivare a un pubblico più vasto. Tra queste la semplicistica e fuorviante lettura di un Est russofono e di un Ovest ucrainofono, ossia di un’Ucraina spaccata politicamente, culturalmente ed elettoralmente per via della lingua adottata. Le cartine allegate al saggio ci mostrano una realtà ben diversa, potremmo definirla a macchia di leopardo, con vastissime aree in cui ucraino e russo si mescolano in un idioma detto surzhyk e con tante piccole isole ucraine all’interno di un Est dove predomina il russo (sarebbe interessante approfondire tale argomento analizzandolo in prospettiva storica lungo la direttrice dialettica città-campagna). In chiave elettorale è importante notare come le preferenze politiche in determinate aree geografiche siano influenzate più dalla presenza di un oligarca di riferimento che dalla divisione linguistica.
Il contributo di Simona Merlo, che da diversi anni studia le questioni religiose nell’ex URSS e in particolare il ruolo delle diverse confessioni, è fondamentale per comprendere il ruolo esercitato dalla Chiesa ortodossa in particolare dal Patriarcato di Mosca, nel forgiare un’identità culturale, quella russa, che ha forti implicazioni politiche.
“Tale discorso – scrive Merlo – ha pure una valenza geopolitica, perché mentre “cittadini della Russia possono essere russi, careliani, tatari, avari o buriati”, al tempo stesso i russi possono essere “cittadini della Russia, degli USA, dell’Australia, della Romania o del Kazachstan”. Il riferimento è soprattutto a quei milioni di russi etnici – e ortodossi – che vivono nello spazio sovietico”.
A tratti lacunoso mi è parso lo scritto di Oleksiy Bondarenko Il “Mondo Russo” da progetto sovranazionale a strumento dell’azione politica che affronta un tema cruciale, ossia quello dell’ideologia della Russia di Putin, anche alla luce del neo-imperialismo belligerante palesatosi nel recente conflitto in Donbas.
Un tema di siffatta importanza poteva essere trattato in maniera più diffusa, per esempio approfondendo la figura di Aleksandr Dugin e la sua teoria euroasiatica, appena abbozzata dall’autore e analizzando le modalità con cui l’ideologia del Rusky Mir è stata propagandata in Europa a partire dalla seconda metà degli anni 2000. Sarebbe stato interessante anche calare tale analisi all’interno del contesto italiano dal momento che alcune riviste di geopolitica del nostro Paese hanno adottato lo stesso concetto di geopolitica, inteso come rapporti di forza, fatto proprio dal Cremlino.
Andrew Wilson, uno dei maggiori studiosi di Ucraina e di mondo post-sovietico, ha sottolineato come questa idea di geopolitica scevra da qualsiasi considerazione di diritto internazionale, assai vicina al pensiero dell’ideologo del Terzo Reich Goebbels, è la stessa su cui si è basato il discorso pronunciato da Putin nel marzo 2014 per celebrare l’occupazione e successiva annessione della Crimea all’interno della Federazione Russa.

Massimiliano Di Pasquale

Simone Attilio Bellezza, Atlante geopolitico dello spazio post-sovietico Editrice La Scuola, 2016.

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Viaggio nella Cecenia di Vladimir Putin

Milizie di ceceni, sarebbe più corretto chiamarli di Kadyrovtsy, ossia mercenari al soldo del Primo Ministro ceceno Kadyrov, stanno entrando in queste ore in Donbas. Nessuno parla più della guerra in Ucraina – la notizia è pressochè scomparsa da tutti i palinsesti televisivi italiani e dalle pagine dei nostri giornali – eppure la Russia di Putin, violando gli accordi di Minsk (gli accordi stipulati con i governanti russi, a parte qualche debita eccezione, valgono meno della carta sulla quale vengono sottoscritti ebbe a dire Otto von Bismarck) continua a introdurre in territorio ucraino soldati e armi al fine di destabilizzare il Paese.
In questi mesi si è spesso parlato di ceceni e di Cecenia in maniera molto approssimativa definendo i ceceni dei pericolosi integralisti islamici e Kadyrov, l’attuale Primo Ministro, l’uomo che ha definitivamente stabilizzato la situazione nel paese dopo le due guerre (1994-1996), (1999-2009) tra Mosca e Grozny.
Mi sono allora ricordato di un bel libro uscito nel 2007 per la Salerno Editrice scritto da Francesca Sforza, oggi caporedattore esteri de La Stampa di Torino, all’epoca corrispondente da Mosca sempre per la testata piemontese, intitolato Mosca-Grozny: neanche un bianco su questo treno. Viaggio nella Cecenia di Vladimir Putin .
Non so se il libro è ancora disponibile, ma se lo trovate in qualche libreria o in qualche sito online acquistatelo perchè è lettura piacevole e interessante. All’epoca intervistai Francesca Sforza per un giornale che si occupava di area caucasica. Quello che segue è l’articolo recuperato dal mio archivio personale. Buona Lettura.

sforza

Francesca, come nasce l’idea di Mosca-Grozny?
Il libro nasce dopo tutta una serie di esperienze giornalistiche fatte in qualità di corrispondente da Mosca dal 2004 al 2006. A un certo punto mi sono resa conto che lo spazio dell’articolo non era più sufficiente per raccontare tutto quello che avevo visto. Il libro è stato un’esigenza pratica, se vogliamo, più che un progetto pensato. L’interesse già in nuce per questa zona del mondo poco conosciuta si è sviluppato in Russia. Vivendo a Mosca l’urgenza del problema ceceno l’avverti ogni giorno. Dalle forme quotidiane di piccolo razzismo ai silenzi in cui ti imbatti quando si parla di questa repubblica caucasica. Tutta questa reticenza non poteva non destare curiosità in chiunque si trovi a fare un lavoro come quello del reporter.

A quando risalgono i tuoi primi viaggi a Grozny?
A un anno e mezzo fa (2006 N.d.R.) quando ho fatto quattro faticosissime incursioni in Cecenia. La difficoltà e la fatica non sono ovviamente solo di tipo fisico, ma soprattutto mentale visto che si tratta di luoghi molto “intensi” nel senso negativo del termine.

Leggendo il libro emerge una certa fascinazione un po’ per tutto il Caucaso…
È vero. Nutro da sempre un grande interesse per questa area geopolitica. Personalmente penso che il Caucaso sia un po’ l’inizio del mondo. Il fascino è dovuto al fatto che in quest’area, per via dei movimenti migratori e della storia, si è realizzato un melting pot antico di razze. La natura multiforme di questi luoghi, dove si fondono influenze turche, iraniane, russe ed europee, mi seduceva ancora prima che li visitassi.

Cosa pensa della Cecenia la gente di Mosca?
Della Cecenia a Mosca si parla pochissimo. Quando se ne parla lo si considera un argomento davvero tanto scomodo. I russi quando discutono con un occidentale non vogliono sembrare né razzisti né fobici ma non riescono a nascondere un disprezzo, un rifiuto di fondo. Questo lo si percepisce chiaramente nella quotidianità. Basti pensare al fatto che ai ceceni, ma più in generale ai caucasici, è affidata la gestione dei mercati, del piccolo commercio per cui li si considera sempre un po’ dei truffatori, dei ladri, degli approfittatori..

Francesca sforza

C’è una ragione storica per cui i ceceni hanno sempre fatto questi lavori a Mosca?
Senz’altro i ceceni, ma un po’ tutti i caucasici, sono abbastanza portati per il commercio essendo gente intraprendente. Per cui la dimensione del piccolo commercio, che non è nel DNA dei russ,i è stata immediatamente conquistata dai caucasici. Tra l’altro fanno anche una vita molto dura visto che sono i primi a subire i controlli più serrati da parte della polizia anche per le strade. È tuttora in corso questo grave conflitto con la Georgia. I ristoranti georgiani sono disertati dai russi e rischiano di chiudere perchè non arrivano più le merci. Il vino georgiano, che solo qualche anno fa era decantato dai russi come uno dei migliori prodotti dell’ex Urss, adesso è considerato velenoso. La realtà è che non si trova più una bottiglia di vino georgiano in tutta Mosca. Molti ristoranti sono stati chiusi, altri hanno subito minacce. La situazione tra Georgia e Russia è davvero tesa. Non escludo che in alcuni di questi territori, in cui i conflitti sono congelati come in Abkhazia e in Ossezia del Sud, si possano verificare dei disastri perché la situazione è di vera e propria intolleranza. Tornando ai ceceni, dal momento che abitano in luoghi precisi della città, vengono regolarmente perquisiti dalla polizia e vessati come un po’ tutti i caucasici. Dopo i fatti di Beslan per il russo medio non ci sono più scusanti: il ceceno è tornato a essere il nemico di sempre. Fatta eccezione per Lenin, che aveva parlato di autonomia delle repubbliche caucasiche, in seguito tutti i leader dell’Unione Sovietica e della Federazione Russa hanno sostenuto che la Cecenia dovesse dipendere da Mosca. Il problema della Cecenia è per il russo un problema di integrità territoriale legato a una concezione imperialista. Senza territorio non c’è impero. Questa antica tesi della tradizione russo-sovietica è ancora oggi molto forte in presenza di un Presidente che sull’orgoglio russo ha costruito tantissimo del suo consenso interno.

Quali impressioni hai ricavato visitando Grozny?
Grozny è una città distrutta. Difficile immaginare per noi cosa voglia dire abitare tutti i giorni in mezzo a luoghi che cascano a pezzi, palazzi di cui è visibile solo lo scheletro, strade che crollano…Ci sono macerie e rifiuti ovunque nonostante l’attuale Presidente Kadyrov dichiari di lavorare alla ristrutturazione del centro.
Qual’è il tuo giudizio sull’operato del Presidente ceceno?
Kadyrov è unanimemente considerato un fantoccio. Se per un verso è filo-putiniano dall’altro è un tipo violento e imprevedibile con una sua autonomia, anche rispetto a Mosca, che si traduce in un consenso reale all’interno del paese. Un consenso la cui natura è di tipo mafioso, da clan perché questa è la struttura originaria della società cecena. Oggi nel paese assistiamo a una faida continua, altroché normalizzazione! È vero che la spirale di violenza è stata avviata dai russi, però in questo momento a spararsi addosso sono i ceceni. I motivi sono i più disparati. Accanto a faide famigliari di antichissima data, che risalgono a secoli addietro, emergono nuove lotte di potere per conquistare i tanti soldi che vengono da Mosca.

È reale il pericolo che le fazioni islamiche più integraliste prendano controllo del Paese?
In Cecenia c’è un Islam abbastanza laico rispetto ad altre zone del mondo arabo. Però è vero che un paese isolato, che sconta tantissimi disagi dal punto di vista dell’approvvigionamento delle risorse, del lavoro, della mancanza di status e di prospettive, diventa terreno fertile per l’estremismo. Per cui un’alleanza perversa tra gli elementi più pericolosi della guerriglia e infiltrazioni di movimenti islamici integralisti che possono fare capo a Al Qaeda o altre analoghe sigle è un rischio reale.
Solo un intervento politico serio e mirato può andare ad estirpare questo genere di connubio. Ma interventi di questo tipo non sono minimamente presenti nell’odierna roadmap né della dirigenza russa né tanto meno di quella cecena.

Massimiliano Di Pasquale (2007)

Taras Shevchenko, l’eroe nazionale ucraino

La maggior parte degli italiani, anche coloro che nutrono un timido interesse per il calcio, associa immediatamente il nome Shevchenko al più famoso calciatore ucraino, quell’Andriy che, appese le scarpette al chiodo nel luglio 2012, aveva cercato, con scarsa fortuna, di riciclarsi in politica nella lista Ucraina-Avanti di Natalia Yuriivna Korolevska.
Ma per gli ucraini il vero Shevchenko, quello che hanno nel cuore da sempre è Taras, il poeta ed eroe nazionale nato nel 1814 a Moryntsy, villaggio sulla riva destra del Dnipro, da una famiglia di servi della gleba.
Orfano di entrambi i genitori a soli dodici anni, Shevchenko riesce a riscattare un’infanzia miserrima grazie a un prodigioso talento artistico, letterario e filosofico fino a diventare l’icona nazionale dell’Ucraina.

Museo Shevchenko© Massimiliano Di Pasquale (All rights reserved)

Museo Shevchenko© Massimiliano Di Pasquale
(All rights reserved)

Figlio dell’era cosacca come Nikolai Gogol, Taras Shevchenko è una figura complessa ed emblematica dell’Ottocento slavo. Cristo e criminale, nuovo etmano per gli ucraini polacchi, “porco malorusso buono solo per il lardo” per i nazionalisti russi, in epoca sovietica addirittura “amico dei lavoratori” in una lettura che lo riduce, come scrive la studiosa Oxana Pachlovska, a “stucchevole facciata folcloristica”, Shevchenko incarna in realtà con la sua opera, strettamente legata alla sua drammatica esistenza, la vita dell’intellettuale ribelle ucraino di quegli anni.
Sia lui che Gogol – sottolinea il critico Yevhen Malaniuk – evidenziano con la loro produzione letteraria le tortuose interconnessioni russo-ucraine dell’epoca e la disintegrazione dell’unitarietà della società ucraina sotto il giogo dell’Impero russo.
Mentre Gogol, figlio della società cosacca nobiliare, drammaticamente sospeso tra due mondi, rivela con il riso il meccanismo perverso su cui si regge l’Impero – non è un caso che in Portret (Il ritratto), scritto grazie al sussidio della corte, riprenda il tema faustiano della vendita dell’anima al demonio –, Shevchenko, figlio della società cosacca contadina, scommette sulla capacità rigenerativa della nazione attraverso la radicalità della sua poesia di protesta.
Il poeta, erede della tradizione dei Kobzar, i mitici cantastorie ucraini, se da un lato fa compiere alla lingua ucraina il necessario salto di qualità affinché sia conosciuta e apprezzata in tutto il mondo, dall’altro incita tutti i popoli oppressi alla ribellione.
Dice ‘lottate – e vincerete’ non solo all’Ucraina, ma alla Polonia, ai Paesi Baltici, alla Finlandia, alla Moldova, ai popoli del Caucaso e dell’Asia, e alla Russia stessa. Per tutti i popoli dell’impero rappresenta una chiara voce di ribellione, una radicale opposizione a un sistema politico basato sulla sottomissione più mortificante, e rivendica per tutti i paesi e le nazioni inglobati nell’impero l’indipendenza culturale e politica”.
Per i suoi sentimenti democratici, il suo anticlericalismo, la sua opposizione all’autocrazia, Shevchenko rappresenta ancora oggi il vessillo dell’Ucraina e una spina nel fianco per il neo-imperialismo russo.
Morto a soli 47 anni per un banale incidente (cade dai gradini del suo studio a Pietroburgo) Taras Shevchenko viene sepolto – seguendo la volontà testamentaria espressa nella toccante poesia Zapovit (Testamento) – a Kaniv sulla collina Chernecha, oggi Tarasova Hora.
Il sacerdote che officia la messa funebre in suffragio del poeta su quella splendida altura con una magnifica vista sul Dnipro profetizza: “Questa sarà un nuovo Golgota, e la croce eretta qui, come la Croce di Dio che si vede a Gerusalemme e in Giudea, si vedrà in Ucraina da tutte e due le rive del Boristene”.

Statua Shevchenko a Lviv© Massimiliano Di Pasquale (All rights reserved)

Statua Shevchenko a Lviv© Massimiliano Di Pasquale (All rights reserved)

Tappa fissa di tutte le crociere sul Dnipro e sosta obbligata per chi attraversa la oblast di Cherkasy, Kaniv è visitata ogni anno da centinaia di viaggiatori che tributano il loro personale omaggio al poeta ucraino.
Il Museo Shevchenko, riaperto di recente dopo anni di restauri, è davvero fondamentale per conoscere la vita e l’opera di Taras Shevchenko. L’edificio a due piani ospita una collezione di oltre 20.000 oggetti tra cui incisioni originali di Shevchenko, edizioni rare dei suoi scritti, preziosi documenti d’archivio, fotografie, materiali audio e video, cimeli del poeta e diverse opere pittoriche di famosi artisti ucraini ispirate alla sua vita e alla sua opera.

Massimiliano Di Pasquale

È ancora una fesseria parlare di Guerra Fredda dopo la crisi ucraina?

Se a Mosca ci fosse un pazzo come Milosevic – Putin non mi piace ma sicuramente non è un folle – e volesse fare una politica aggressiva verso l’Ucraina c’è una minoranza russa di milioni di persone nel Donbas con cui poter giocare”, queste le parole dello storico Andrea Graziosi all’indomani dell’invasione russa in Georgia del 2008. Oggi a distanza di sei anni dalla guerra dei cinque giorni tra Russia e Georgia, evento che a parere di chi scrive ha mutato profondamente l’assetto geopolitico nell’area ex-sovietica, le affermazioni del sovietologo italiano risultano più che mai profetiche. La crisi ucraina degli ultimi mesi dimostra non solo che l’inquilino del Cremlino si è progressivamente trasformato in una sorta di Milosevic, ma che a differenza di quanto sosteneva il professore nella lunga intervista, qui riprodotta integralmente, siamo di fronte, per dirla alla Edward Lucas a una Nuova Guerra Fredda, una guerra ibrida combattuta attraverso le armi del ricatto energetico, del cyber-terrorismo, della disinformacija e del terrorismo vero e proprio. Quello a cui stiamo assistendo è uno scenario inquietante, che non solo non viene adeguatamente contrastato dalla UE, ma che è paradossalmente frutto delle scellerate politiche dell’ Europa in materia energetica e del patto d’acciaio che unisce Berlino, dominus incontrastato della UE e Mosca, capitale del neo-imperialismo russo.

Professor Graziosi lei ha trascorso gran parte della sua vita a studiare l’Unione Sovietica: da dove nasce questa singolare passione intellettuale?

Vengo da una famiglia comunista e queste questioni mi hanno sempre interessato. L’idea di studiarle mi è venuta di fronte al fallimento dell’ideologia marxista, che per me divenne evidente a metà anni ’70. Pensai che non era possibile trovare una risposta a questo fallimento senza studiare l’Unione Sovietica.
E così mi sono dato da fare per trovare chi me la insegnasse. In Italia era impossibile perché non c’era nessuno in grado di insegnare storia sovietica. La svolta da questo punto di vista arrivò all’inizio degli anni Ottanta con la disponibilità di Moshe Lewin, allora uno dei più famosi ‘sovietologi’ del mondo, che nonostante avessi già trent’anni e non sapessi allora il russo, decise di accettarmi come suo “apprendista”.

Cosa è cambiato negli ultimi anni in Italia rispetto allo studio della storia dei paesi ex-sovietici?

Da un certo punto di vista direi che la situazione è peggiorata. C’è stato un momento di grande interesse negli anni ’80 legato senza dubbio alla politica; ora i giovani che studiano la Russia sono di meno quantitativamente rispetto a quelli della mia età. C’è però uno spostamento di interesse verso le periferie, soprattutto Asia Centrale e Ucraina. Oggi in Italia ci sono almeno una decina di storici di ottimo livello ma manca la generazione per sostituirli.

Negli ultimi mesi avvenimenti quali la guerra in Georgia, le tensioni tra Russia e Ucraina e le questioni legate allo scudo antimissilistico hanno fatto parlare alcuni osservatori di Nuova Guerra Fredda. Esistono secondo lei i termini per poter parlare di Nuova Guerra Fredda?

È assolutamente improprio parlare di Guerra Fredda. Direi che è una fesseria senza fine.

Per quale motivo?

Innanzitutto perché non c’è più l’Unione Sovietica e la Russia è un paese munito sì di bombe atomiche, ma con una crisi demografica spaventosa e che si regge essenzialmente sul petrolio. E l’America non è l’America del ’45. Nel ’45 la Cina non contava molto. Adesso c’è la Cina, c’è l’India, c’è l’Unione Europea. Certo, assistiamo al riemergere della Russia che grazie al petrolio riafferma le sue scelte di potenza regionale. E gli americani, che però hanno tanti altri problemi, cercano di contenerli. La Guerra Fredda era una cosa vera, qui c’è qualche scontro verbale ogni tanto, con un’Europa in gran parte acquiescente rispetto a questo riaffermarsi di potenza regionale della Russia.

Andrea Graziosi

Andrea Graziosi

Dunque le questioni georgiane e ucraine vanno lette in ottica diversa?

Penso proprio di sì, sono dopotutto di scala molto diversa. Il pericolo vero che io vedo – ma voglio essere ottimista – e quello di guerre locali come nella ex-Jugoslavia.

In quali luoghi?

Alcuni focolai potrebbero aprirsi in Caucaso ovviamente, ma anche in Crimea e forse persino nel Donbas.
La materia del contendere c’è. Fortunatamente le spinte per la pace mi sembrano decisamente superiori a quelle per la guerra. Ma non c’è dubbio, la gente spesso se lo dimentica, che i confini esistenti creano molti problemi. Alla conferenza di Helsinki nel 1975 si era deciso che i confini sono sacri, ma nella realtà i confini non sono mai sacri. Da quando sono crollate l’Unione Sovietica e la Jugoslavia ci sono molti confini molto contestabili da tanti punti di vista. La tendenza penso non sia a fare la guerra, ma nel corso della storia il problema delle minoranze esterne è stato spesso risolto con la forza.
Le faccio un esempio. Se a Mosca ci fosse un pazzo come Milosevic – Putin non mi piace ma sicuramente non è un folle – e volesse fare una politica aggressiva verso l’Ucraina c’è una minoranza russa di milioni di persone nel Donbas con cui poter giocare. In Crimea, data all’Ucraina da Khrushchev, la situazione è ancora più grave che nel Donbas. A livello storico io non conosco situazioni in Europa di minoranze di milioni di persone che prima o poi non hanno scatenato problemi.
Quello che io vedo è un rischio di guerre regionali reso possibile dal fatto che i confini ereditati dall’Unione Sovietica e dalla Jugoslavia erano confini fragili e problematici e nessuno ha voluto affrontare il problema.

La controversa figura di Gorbaciov. Qual è il suo giudizio storico sull’ex leader sovietico e sugli anni della perestrojka?

Lasciamo perdere il Gorbaciov odierno, oggi è una figura minore, a tratti patetica. Parliamo di quello di allora che è stato un Gorbaciov grandioso.
Penso che Gorbaciov sia stata una persona molto coraggiosa che ha svolto un ruolo molto positivo nella storia, un ruolo gli verrà riconosciuto ex post dagli storici. Detto ciò era una persona ingenua, senza politica che non fosse tattica, con un corredo di idee miserabili da un punto di vista intellettuale ma non per colpa sua, visto che era un prodotto dell’Unione Sovietica. È stato un politico che ha fallito in tutto quello che ha cercato di fare. Non ha ottenuto nulla di quel che voleva. E però dobbiamo a lui e a Eltsin il fatto che l’Unione Sovietica non sia finita come la Jugoslavia. Tenendo conto che c’erano mi pare 11.000 testate nucleari non mi sembra poco. Il fatto che Gorbaciov abbia rifiutato fino all’ultimo l’uso della forza e abbia tenuto fede all’idea che le cose andavano risolte in maniera pacifica è la cosa che lo fa grande.

l'Urss dal trionfo al degrado (cover)

l’Urss dal trionfo al degrado (cover)

È quindi il suo umanesimo a riscattarlo?

Gorbaciov è un politico che nel ’91, dopo il golpe, parla ancora di socialismo senza accorgersi che il socialismo era un’ideologia vuota. Si può obiettare che non è così perché c’è ancora oggi gente nel mondo e in Italia che vi crede, ma dal punto di vista intellettuale lo era. Un conto è un ideale dell’uomo della strada, altra cosa è un uomo politico che deve governare. Gorbaciov era privo degli strumenti intellettuali necessari per affrontare la situazione.

Una cosa che lei sottolinea nel libro è l’impossibilità di un riformismo rispetto ad un regime che non era socialista, ma un regime totalitario

Il problema è che Gorbaciov non sapeva che pesci pigliare. Era un uomo che non sapeva cos’era la moneta, cos’era il credito. Era di un’ignoranza economica abissale. Però non era solo lui, erano tutti così. Siccome ogni persona va giudicata nel suo ambiente e in un determinato contesto storico, Gorbaciov è stato un uomo coraggioso, onesto, una persona per bene che ha cercato di fare del bene, su questo non c’è dubbio. Che purtroppo non è riuscito a fare niente perché aveva questo corredo intellettuale miserrimo, ma che comunque ha giocato un ruolo molto positivo. Siccome la storia la fanno gli uomini, se Gorbaciov fosse stato simile a Milosevic o Tudjman non saremo qua a parlare noi o comunque vivremmo una situazione internazionale molto diversa.

La figura di Eltsin in rapporto a quella di Gorbaciov

Io sono stato un grande estimatore anche di Eltsin, di cui condanno però il tragico errore di fare la prima guerra cecena. Di Eltsin si può dire che da un punto di vista intellettuale era perfino inferiore a Gorbaciov, era un ingegnere, un tecnico. Ha condiviso le politiche di Gorbaciov completamente fino al 1988. E quando se ne è distaccato non lo ha fatto su una linea liberale, ma su una linea populista. Ma l’elemento che riscatta la figura di Eltsin, e che sottolinea la sua capacità di apprendere e il suo essere una persona di prim’ordine è da un lato la sua capacità di prendere decisioni e dall’altro la sua capacità di scegliere bene, perché lui scelse di mettersi con i democratici. Le idee dello Eltsin “buono” non sono idee di Eltsin, sono quelle di Sacharov. Eltsin ha avuto il coraggio di scegliere questo lato e io ho un’enorme ammirazione per ciò che ha fatto, però vanno visti anche i limiti di una persona che non coglie l’elemento politico alla fine del ’91.
Eltsin fece allora delle grandi scelte in campo economico, ma in campo politico non toccò il Parlamento, che era un organo di fatto sovietico, e fu poi costretto a scioglierlo a cannonate due anni dopo, e promulgò con grande ritardo una costituzione fatta piuttosto male.
Detto questo sia Eltsin sia Gorbaciov sono due giganti. È grazie a loro che non si è fatta la guerra. Lo Eltsin che va a salutare i lituani nel gennaio del ’91 è una figura grandiosa perché da al nazionalismo russo uno sbocco democratico e liberale. Ma ciò gli venne dall’istinto più che dalla cultura.
Il giudizio ripeto è positivo su entrambi. Io metterei molto in risalto le affinità. Fino al 1988 Eltsin aveva fatto a Mosca da segretario politiche che portavano all’estremo le idee di Gorbaciov. È quando lui rompe, anche per motivi personali, perché è insofferente della situazione, Gorbaciov in fondo lo capisce.
La cosa fantastica è l’incontro tra il populista Eltsin e i democratici, la sua capacità di scegliere il blocco democratico. Ma il fatto che la sua esperienza sia durata così poco dimostra che la cultura politica di Eltsin aveva dei limiti molto simili a quella di Gorbaciov.

Il conflitto tra i due fu uno scontro di potere o di personalità?

La politica è sempre un conflitto di potere. Direi che in questo caso è il conflitto tra due progetti statuali diversi. Gorbaciov credeva ancora in una federazione di stati, mentre Eltsin voleva costruire la Russia. Non c’era posto per entrambi i progetti. Ci sarebbe stato forse, nel senso che fino alla fine Eltsin era disposto ad accettare una federazione debole, o meglio una confederazione. L’insistenza di Gorbaciov nell’avere una federazione forte troppo simile all’URSS ha portato al divorzio. Ma io vorrei sottolineare l’importanza e la bontà di questo divorzio consensuale che ha impedito alla gente di ammazzarsi. Per esempio hanno risolto il problema delle bombe atomiche, cosa di cui la gente si dimentica.

Si potrebbe affermare che Gorbaciov fino all’ultimo è rimasto leninista mentre Eltsin aveva già abbracciato la causa democratica?

Leninista non credo, nel senso che anche Gorbaciov alla fine era piuttosto un socialdemocratico. Gorbaciov è stato leninista, a parole, fino al ’90. Poi dal giugno ’91 ha lasciato il marxismo leninismo anche lui. Ma non sapeva con cosa sostituirlo. Per certi versi, fatte le dovute differenze, è un po’ quello che accade al Partito Democratico in Italia. Anche in Italia per 100 anni la sinistra è stata il marxismo. Quando si è scoperto che non funzionava molti sono restati di sinistra in nome dei buoni sentimenti. Ma è possibile definire una politica socialista e il socialismo in base ai buoni sentimenti? Non si può fare politica con i buoni sentimenti, occorre avere un progetto. Il socialismo con Marx non era buoni sentimenti: c’era la convinzione che la nazionalizzazione avrebbe portato a una società migliore.
Questo è un po’ il Gorbaciov del ’90-’91, un uomo con dei buoni sentimenti e nessun apparato concettuale per costruire una società più giusta. Direi che Gorbaciov, che aveva destato tanta ammirazione anche in Italia, è stato posto nel dimenticatoio negli ultimi anni proprio perché nessuno vuole affrontare questo problema. Dietro c’è la fine di un apparato strumentale e concettuale sofisticato ma errato, che non è possibile sostituire semplicemente con delle buone intenzioni.
Tornando a Gorbaciov e Eltsin io li vedo come due figure affini e complementari che a un certo punto hanno rappresentato due interessi diversi: quelli di una Russia che si identificava forse per la prima volta nella sua storia con il liberalismo e la democrazia e quelli di uno stato a base russa ma non russo. Certo è vero che Gorbaciov odiava Eltsin. Noi abbiamo i verbali dell’ufficio politico che parlano chiaramente. Per lui era diventata un’ossessione.

L'URSS di Lenin e Stalin (cover)

L’URSS di Lenin e Stalin (cover)

Quale è stato il ruolo dei Baltici con le rivolte del 1988, nell’esportare le “rivoluzioni nazionali” in Caucaso e in Ucraina?

Il ruolo dei Baltici fu enorme, ma più in generale il ruolo della questione nazionale nell’accelerare la crisi dell’Unione Sovietica fu all’inizio secondario. Contrariamente a quello che dicevano alcuni sovietologi l’Unione Sovietica non è andata in crisi per questioni nazionali. L’Unione Sovietica è andata in crisi perché il sistema socio-economico non funzionava più. Perché gli uomini morivano a 63 anni, perché si viveva malissimo, perché non c’erano soldi, perché mancavano i beni da comprare.
Era talmente in crisi che tutto il gruppo dirigente, compreso forse l’ultimo Brezhnev, era rassegnato a riforme radicali. La crisi non era negata da nessuno. Gli stessi golpisti del ’91 erano tutti “riformisti” nell’85. Tutti sapevano che il sistema così com’era non poteva andare avanti, se lo dicevano tutti i giorni come testimoniato dai verbali delle riunioni. Quindi il problema nazionale con la crisi dell’Unione Sovietica c’entra poco.
Tornando alla domanda originaria direi che il ruolo dei Baltici è stato davvero grande. Dal momento che lettoni, estoni e lituani erano stati gli ultimi ad essere conquistati erano quelli che avevano più attriti con Mosca. Esiste questa teoria generazionale del consenso per cui quelli repressi più di recente sono quelli che più odiano l’Unione Sovietica. Quando sono stati repressi gli ucraini e i russi? Negli anni ’20 e ’30, quindi la generazione che aveva 20-30 anni in quegli anni era molto anti-regime, mentre quella che aveva 20-30 negli anni dopo la seconda guerra mondiale, no. Nel Baltico la repressione è degli anni ’40 e ’50 per cui i repressi negli anni ’80 erano ancora attivi.
Diciamo quindi pure che l’onda baltica ha messo in moto tutte le onde nazionali. Però ci sono stati problemi seri in Asia Centrale. In fondo la prima rottura delle nazionalità è quella di Alma-Ati del dicembre 1986 in Kazakhstan.

Qual è stato il ruolo di Chernobyl nell’accelerare il crollo dell’URSS e nel favorire il coagularsi di una coscienza identitaria ucraina?

Più che nello sviluppo della coscienza identitaria ucraina, che è stato un processo più lento, Chernobyl è stata molto importante perché di fatto ha aperto realmente la strada alla glasnost. Prima si parlava di trasparenza ma in termini molto vaghi. Fu lo scandalo rappresentato dal silenzio sulla catastrofe, di cui parlava tutto il mondo, a permettere a Yakovlev di introdurre la glasnost vera sui giornali. In altre parole, Chernobyl convinse i dirigenti sovietici riformisti della necessità di liberare la stampa o quanto meno rese possibile a quelli di loro che lo volevano di farlo, giocando sulla vergogna.
Anche sul coagularsi di una coscienza identitaria ucraina Chernobyl ha un impatto, non so però quanto grande. Sicuramente gioca un ruolo per gli intellettuali ucraini. Ma l’effetto più grande è sicuramente rispetto alla glasnost. Quando un regime che si è sempre detto buono scopre e afferma di essere stato molto cattivo, chi lo vuole più? E poi il paese che ha sofferto di più l’impatto di Chernobyl è stata la Bielorussia, dove lo sviluppo democratico e nazionale non è stato così grande come in Ucraina.

Bielorussia e Azerbaigian, a differenza di Ucraina e Georgia sembrano piuttosto impermeabili alla nascita di un percorso democratico. Quali sono a suo avviso le ragioni storiche di modelli di sviluppo democratico così diversi?

Sono questioni molto complesse, ma qualche comparazione la si può fare. In Bielorussia, che è anche molto più piccola dell’Ucraina l’opera di russificazione è stata molto più penetrante. La Bielorussia è molto più debole, il movimento nazionale bielorusso c’è stato durante la guerra civile, in tutti i momenti di crisi, ma non ha giocato un ruolo simile, neanche lontanamente a quello ucraino. Da questo punto di vista esisteva una differenza molto forte tra i due paesi.
Io penso che ad un certo punto l’Unione Sovietica ha scelto la russificazione lenta delle repubbliche slave perché quella aggressiva non le riusciva e che in Bielorussia questa russificazione lenta ha avuto più successo che in Ucraina perché il paese era più piccolo, la tradizione culturale nazionale più debole. Il fatto che poi in Ucraina si sia sviluppato un forte movimento democratico è sicuramente dovuto ad una forte componente nazionale e culturale. Ossia la presenza di una forte cultura diversa da quella russa.
L’Ucraina è un’entità molto più ricca, più grande e complessa rispetto alle altre repubbliche
La Georgia è stato il paese più anti-russo dell’Unione Sovietica, più dell’Ucraina probabilmente. Essa ha avuto una repubblica indipendente socialdemocratica per 4 anni, dal ’17 fino alla conquista sovietica del ’21, l’Ucraina solo per qualche mese nel ’18- ‘19. La più grande rivolta nazionale nella storia dell’Unione Sovietica è quella del ’24 in Georgia fatta dai resti dello stato georgiano menscevico. La prima rivolta nazionale vera, che paradossalmente usa la figura di Stalin, è quella georgiana del ’56 dopo il 20esimo congresso. Il nazionalismo georgiano è una cosa vera, grande, tradizionalmente anti-russo. Finché comandava Stalin, siccome il gruppo dirigente sovietico era caucasico, queste tendenze sono state tenute a freno.
L’Azerbaigian è una repubblica con una tradizione mussulmana fortissima. Georgiani e armeni hanno avuto grandi conflitti ma nulla di paragonabile a quelli ancora esistenti tra azeri e armeni. Da un certo punto di vista la strage di Sumgajt, cittadina a nord di Baku nel febbraio 1988 – un pogrom antiarmeno da parte degli azeri – è quella che mise in moto i movimenti nazionali in Unione Sovietica. L’incapacità di usare la forza da parte di Gorbaciov convinse un po’ tutti che c’era spazio per queste rivendicazioni. Ad Alma Ata la forza era stata usata seppure in maniera limitata. Il pogrom antiarmeno in cui l’esercito non intervenne dimostrò l’impotenza di Mosca e fece capire che ci si poteva muovere. Baku in quegli anni fu occupata da folle che inneggiavano a Khomeini. L’Azerbaigian, ancorché più avanzato, è più simile alle repubbliche centro-asiatiche. L’Azerbaigian io lo vedrei come la punta più avanzata del blocco centro-asiatico.

Vladimir Putin

Vladimir Putin

Dopo il conflitto di quest’estate in Caucaso si è parlato delle enclavi russe di Crimea, Abkhazia, Ossezia e Transnistria come di nel possibili teste di ponte per future annessioni alla Federazione all’interno del complesso mosaico geopolitico dell’ex impero sovietico. Sono realtà assimilabili a suo avviso?

Sono realtà molto diverse. In Abkhazia e Ossezia del Sud il conflitto con i georgiani percorre tutto il ventesimo secolo. I georgiani repressi, quelli della famosa manifestazione dell’89, chiedevano l’indipendenza a Mosca ma non volevano concedere l’indipendenza agli abkhazi. Dopodiché gli abkhazi dopo il ’91 hanno fatto una specie di piccolo genocidio nei confronti dei georgiani. C’è una grande differenza anche tra Abkhazia e Ossezia. In Ossezia Meridionale c’è stata violenza anche molto brutta, ma niente di paragonabile a quella brutale contro i georgiani in Abkhazia nel ’91. Lì ci sono stati massacri molto simili a quelli successi nell’ex Jugoslavia. Il bilancio fu, pare, di 30.000 georgiani uccisi e di 300.000 costretti a lasciare la regione. Venendo alla Crimea, quella non è un’enclave e qualcosa di più grande. Storicamente la Crimea è la terra dei tatari, poi cacciati dai russi. La Crimea alla fin fine è di chi la abita e i oggi russi sono la maggioranza.
Il problema è che questi confini stabiliti nel 1991 sono confini minati e sarebbe molto opportuno che ci fosse una conferenza internazionale per discuterne. Nessuno, anche comprensibilmente da un certo punto di vista, vuole toccare i confini, per paura di scatenare una guerra, però se nessuno ne parla la guerra scoppia lo stesso.
Nel caso della Transnistria si può parlare di vera e propria enclave russa. Quella di Crimea è troppo grande per definirla tale. Quando muore, seppure pacificamente un impero, si creano queste situazioni.
Le grandi repubbliche non si sono fatte la guerra, si sono riconosciute, hanno fatto un divorzio consensuale. Anche tutto il Kazakhstan settentrionale è abitato da russi. Lì ci sono regioni intere che potrebbero chiedere l’annessione alla Russia. Per questo il presidente kazako Nazarbayev ha sempre fatto politiche accomodanti verso il Cremlino. Lo ha fatto per non mettere a rischio l’integrità territoriale del suo paese.

E la questione della Transnistria in che misura può minare la sicurezza e l’integrità della Moldova?

La questione è complicata ma diversa da quella di Abkhazia e Ossezia Meridionale visto che la Transnistria non ha confini diretti con la Russia. Sicuramente i moldavi non possono intervenire per riannettersi Tiraspol perché l’enclave è protetta dalla Russia. Allo stesso tempo dal momento che la Transnistria non confina direttamente con la Federazione è difficile pensare ad una sua annessione alla Federazione, anche nell’eventualità di un ritorno della Crimea sotto l’egida di Mosca. Il discorso più generale è che i materiali per i conflitti ci sono, sono molto grandi e non conviene a nessuno fare scoppiare guerre. Ma l’atteggiamento europeo di ignorare questi problemi è deleterio.
Se a Bucarest lo scorso aprile si fosse deciso l’ingresso di Georgia e Ucraina nella NATO sicuramente il conflitto in Ossezia non sarebbe scoppiato. Io personalmente sarei addirittura a favore dell’ingresso nella NATO anche della Russia, anche se orami sarebbe difficile anche per un suo rifiuto. Io non capisco perché la Russia debba essere trattata come una potenza ostile. La Russia è un paese europeo. Reagan e Bush senior fecero una politica filorussa che è stata di grande beneficio agli ucraini e a tutti gli europei orientali. Bisogna fare capire ai russi che l’espansione della NATO conviene anche a loro in ottica geopolitica visto l’emergere della potenza cinese. Detto questo non mi piace assolutamente il regime che c’è oggi a Mosca.

Qual è l’eredità sovietica nella Russia di Putin?

Direi che è pesantissima. Più che l’eredità diretta – ovviamente c’è anche quella – conta l’eredità indiretta. Il regime sovietico ha staccato la cultura russa dall’Europa per 70 anni. Anche i quadri dirigenti si sono formati in ambienti iperprovinciali che non hanno conosciuto le correnti intellettuali europee dal ’17 ad oggi. Hanno una forma di nazionalismo primitivo paragonabile a quello dell’Italia nel 1918.
Spiace dirlo, ma è gente con poca cultura. Questo è il lascito sovietico. L’idea che il nazionalismo è funesto è passata bene o male in Europa. La Germania non farebbe mai una politica verso la Boemia come la Russia pretende di fare verso l’Ucraina.

Andrea Graziosi, L’ Urss di Lenin e Stalin. Storia dell’Unione Sovietica, 1914-1945, il Mulino (2007)
Andrea Graziosi, L’ Urss dal trionfo al degrado. Storia dell’Unione Sovietica, 1945-1991, il Mulino (2008)

Massimiliano Di Pasquale