Cortocircuiti diplomatici: l’ambasciatore italiano che difende Putin

Galateo diplomatico, equilibrio, coerenza con gli indirizzi di politica estera del Paese che si rappresenta sono tre regole a cui un diplomatico non dovrebbe mai abdicare nell’esercizio delle proprie funzioni, a maggior ragione se l’incarico svolto è quello di ambasciatore.

Per comprendere il ruolo della diplomazia in Italia e il suo legame con il Ministero degli Esteri è utile leggere quanto scritto sul sito della Farnesina: “Nella gestione delle relazioni internazionali, il Ministero degli Affari Esteri contribuisce a individuare e definire l’interesse nazionale, sia esso politico, economico, culturale o sociale, e, tramite le strutture di cui dispone, se ne fa promotore ed esecutore”.

Il passo chiarisce in modo inequivocabile come i diplomatici di ogni rango debbano essere promotori ed esecutori dell’interesse nazionale. Interesse nazionale che viene individuato da un organo politico, il Ministero degli Esteri. Quest’ultimo punto è fondamentale per comprendere le critiche piovute sull’ambasciatore italiano a Mosca, Cesare Maria Ragaglini, all’indomani dell’intervista pubblicata dal Corriere della Sera martedì 25 luglio.

Il pezzo, a firma Paolo Valentino (già autore di un’intervista con Vladimir Putin nel giugno 2015, considerata da alcuni un po’ troppo accomodante con l’inquilino del Cremlino), aveva come oggetto i rapporti tra Italia e Russia, la crisi ucraina e il ruolo della NATO.

Le risposte fornite da Ragaglini, in evidente contraddizione con la posizione ufficiale del governo italiano – ribadita dal premier Gentiloni anche a fine giugno, quando l’Europa aveva confermato le sanzioni alla Russia – hanno provocato la reazione indignata dell’ambasciatore ucraino in Italia Yevhen Perelygin, del presidente dell’Assemblea Parlamentare della Nato Paolo Alli e del presidente della Commissione Affari Esteri della Camera Fabrizio Cicchitto.

Un’analisi puntuale delle affermazioni di Ragaglini paleserà in maniera lampante il motivo per cui le tre figure istituzionali sopracitate abbiano stigmatizzato le parole del diplomatico italiano e sottolineato la grave gaffe diplomatica causata dal suo comportamento.

“Non condividiamo molte delle osservazioni fatte dall’ambasciatore italiano in Russia Cesare Ragaglini. L’annessione della Crimea è stata una patente violazione del diritto internazionale ed è grave che essa venga sostanzialmente giustificata da un ambasciatore italiano […] Già la Russia è rappresentata in Italia e in altre nazioni da ambasciatori di alto livello e professionalità e non ha certo bisogno che questa funzione venga svolta da ambasciatori italiani” (Fabrizio Cicchitto).
“Ragaglini può dire quello che vuole, ma finché Putin continuerà a violare il diritto internazionale, le sanzioni saranno inevitabili” (Paolo Alli).
“L’Ambasciatore italiano a Mosca Cesare Maria Ragaglini, nella sua intervista al Corriere della Sera, ha rilasciato dichiarazioni ambigue e controverse, ed è il caso di dirlo, quasi certamente non in linea con l’indirizzo politico del paese, l’Italia, che egli rappresenta a Mosca. Non è chiaro a nessuno, così come non è chiaro a noi, come l’Ambasciatore possa dichiarare apertamente posizioni fuori dalle sue competenze” (Yevhen Perelygin).

Procediamo con ordine partendo dall’incipit del pezzo, un virgolettato in cui Ragaglini afferma testualmente: “Penso che il presidente Putin veda nell’Europa un partner naturale. La cosa che lui e i russi si aspettano dalla comunità internazionale è il rispetto. Non è solo una questione sentimentale. In realtà racchiude una parabola. Dopo l’implosione dell’Urss, la Russia si è trovata sull’orlo del fallimento, depredata delle sue risorse, destabilizzata, indebolita militarmente, privata del suo status di grande potenza, dominata da un senso generale di insicurezza. Putin ha risollevato il Paese e dopo la crisi ucraina, vissuta come l’ultima umiliazione, ha tracciato una linea rossa”.

Chi conosce la storia più recente della Russia non potrà che scorgere in queste affermazioni i capisaldi della vulgata di Putin, ossia la teoria della Russia umiliata, il reputare il crollo dell’URSS la più grave catastrofe del secolo scorso e il considerare l’Ucraina non uno stato sovrano, ma un’appendice della Russia stessa. Che simili affermazioni vengano fatte non dall’ambasciatore russo a Roma, ma dal suo omologo italiano a Mosca, è davvero sorprendente.

A sorprendere, poi, non è solo l’inopportunità di tali asserzioni da parte di un funzionario definito da Paolo Valentino “uno dei migliori diplomatici italiani”, ma la grossolanità della ricostruzione storica.

Il crollo dell’Impero Sovietico è stato oggetto di analisi approfondite da parte di illustri sovietologi – tra i contributi più interessanti citerei il volume di Andrea Graziosi, L’Urss dal trionfo al degrado (Il Mulino 2008), e il saggio dell’accademico di Harvard Serhii Plokhy, The Last Empire. The final days of Soviet Union (2014) – i quali, seppure in ottica diversa, hanno sottolineato il fallimento politico, economico e morale di un regime totalitario, va da sé irriformabile.

Eloquente quanto affermato da Andrea Graziosi in un’intervista di qualche anno fa sul sito Osservatorio Balcani e Caucaso: “L’Unione Sovietica è andata in crisi perché il sistema socio-economico non funzionava più. Gli uomini morivano a 63 anni, si viveva malissimo, non c’erano soldi, mancavano i beni da comprare.
Era talmente in crisi che tutto il gruppo dirigente, compreso forse l’ultimo Brezhnev, era rassegnato a riforme radicali” (Andrea Graziosi).

La Russia post-sovietica ha sicuramente attraversato un periodo di gravi difficoltà nei primi anni della sua indipendenza, ma le ragioni di tale crisi non vanno certo individuate all’esterno – FMI e Stati Uniti elargirono anzi notevoli aiuti finanziari per la ricostruzione del Paese – quanto piuttosto nell’incapacità di effettuare riforme in ambito politico ed economico. Le riforme promosse dal primo Eltsin per cercare di convertire gradualmente il sistema all’economia di mercato furono bloccate sistematicamente dalla vecchia nomenklatura sovietica.

Ma veniamo all’affermazione forse più sconcertante, ossia quella secondo la quale “Putin ha risollevato il Paese e dopo la crisi ucraina, vissuta come l’ultima umiliazione, ha tracciato una linea rossa”.

Prescindendo dai metodi attraverso i quali Putin avrebbe risollevato la Russia – i dati economici e il livello di servizi, infrastrutture e sanità della Federazione fotografano una realtà molto diversa da quella evocata da Ragaglini – vorrei soffermarmi sul concetto della “crisi ucraina vissuta come umiliazione”. Parlare di umiliazione russa in relazione alla crisi ucraina significa non riconoscere all’Ucraina la sua natura di stato indipendente né il suo diritto a essere soggetto della Storia, e assimilare il suo popolo, la sua cultura, a quelli russi.

Come ha fatto notare il sito StopFake, è affatto singolare che nel discorso dell’ambasciatore “compaiono quasi tutte le keywords della propaganda russa (tranne quella degli ucraini nazisti), magari pronunciate involontariamente o dovute al fatto che chi vive nella società russa non può evitare il bombardamento mediatico e non rimanerne condizionato”.

Altrettanto grave è quanto asserito dal diplomatico italiano sulla Crimea. “Intanto la Crimea non era il primo Paese che votava per la sua indipendenza in Europa”.
Affermando ciò Ragaglini sembra dimenticare che la Crimea non è un Paese sovrano, ma parte del territorio ucraino, e che un eventuale referendum per sancire la sua indipendenza da Kyiv andava concordato con le autorità ucraine. L’idea della Crimea come territorio russo è un altro dei capisaldi della propaganda russa. Sentire tali affermazioni dalla bocca di un ambasciatore sconcerta per tante ragioni, non ultimo perché contribuisce a rafforzare, nei lettori di un’autorevole testata, un’idea falsa.

Storicamente parlando, la Crimea fu annessa dall’impero russo nel 1783, anche se la colonizzazione avvenne a partire dal 1853. Fu realmente russa dal 1853 al 1917. Con la formazione dell’URSS, poi, dal 1921 al 1945 divenne una repubblica sovietica separata. Dal 1945 al 1954 fece parte della Russia e dal 1954 al 2014 è stata ucraina. In sostanza è stata russa per 73 anni, ucraina per 60 anni, ma tatara per 400 anni.

Altro discorso è la questione del presunto “regalo” di Khrushchev del 1954. La Crimea non fu regalata, bensì scambiata, ai tempi di Khrushchev, ma tale decisione venne presa collegialmente dai vertici del Cremlino, tanto che in calce al documento che ufficializzava questo passaggio troviamo le firme di Pegov e Voroshilov. In cambio l’Ucraina dovette rinunciare a una parte dei propri territori della zona di Taganrog. La Crimea era isolata dal territorio russo e priva di acqua potabile. In seguito, grazie alle opere di ingegneria, l’acqua del Dnipro arrivò in Crimea. Tutto ciò avvenne solo per una migliore gestione economica del territorio, in quanto la Crimea è diretta estensione del territorio ucraino.

Il referendum del 2014 di cui parla Ragaglini, oltre che palesemente manipolato nei suoi risultati finali, è stato imposto alla popolazione locale con kalashnikov e intimidazioni dai famosi ‘omini verdi’.

Crimea is Ukraine

Veniamo ora alle affermazioni sulla NATO che hanno suscitato le proteste di Paolo Alli, presidente dell’Assemblea Parlamentare della Nato, l’organo di raccordo tra i Parlamenti nazionali e l’Alleanza atlantica: “Non è possibile pensare che l’Ucraina entri nella Nato, che poi è il punto focale. Se risolviamo questo problema, risolveremo tutto il resto. Piaccia o meno, è così” afferma Ragaglini rispondendo a Valentino che gli chiede come si esca dalla crisi ucraina.

Ancora una volta le parole dell’ambasciatore sembrano echeggiare quelle del Cremlino e confondono cause ed effetti del conflitto ucraino. La Russia, con buona pace di Ragaglini, è sottoposta a sanzioni perché ha annesso illegalmente parte del territorio ucraino, la Crimea, e perché ha invaso i territori del Donbas fornendo assistenza militare e inviando proxy a combattere nelle fila dei separatisti. Se l’opinione pubblica ucraina è oggi per la maggior parte favorevole a un ingresso nella Nato è solo perché la Russia, violando il Memorandum di Bupadest del 1994, ha invaso il suo territorio.

“I simpatizzanti di Putin in occidente e lo stesso presidente russo giustificano le violazioni del diritto internazionale di cui si macchia continuamente Mosca in virtù del principio di autodeterminazione dei popoli. Poi, però, negano a un popolo sovrano come quello ucraino – o quello georgiano – il diritto di aderire liberamente alla Nato o all’Unione europea: due prospettive tra loro fortemente legate” (Paolo Alli).

All’ambasciatore Ragaglini che invoca il rispetto della Russia da parte della comunità internazionale vorrei dedicare le riflessioni di due storici, Serhii Plokhy e Timothy Snyder, proprio sul tema del (mancato) rispetto del diritto internazionale da parte del Cremlino.

“Per la prima volta dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, una grande potenza europea ha fatto guerra a un vicino più debole e ha annesso una parte del territorio di uno stato sovrano. […] L’immotivata aggressione russa contro l’Ucraina ha minacciato le fondamenta dell’ordine internazionale – una minaccia alla quale l’Unione europea e la maggior parte del mondo non erano preparati a rispondere, ma che richiede un’adeguata controazione” (Serhii Plokhy, The Gates of Europe).

“Inaugurata nel 2013 una nuova fase coloniale, i leader e i propagandisti russi hanno negato ai loro vicini ucraini il diritto di esistere o li hanno etichettati come russi di second’ordine. Con parole che ricordano quelle pronunciate da Hitler sugli ucraini (e sui russi), le autorità hanno definito l’Ucraina un’entità creata artificialmente, senza storia, cultura né lingua, appoggiata da un gruppo mondiale di ebrei, omosessuali, europei e americani. […] Il presidente Vladimir Putin ha elaborato una dottrina di politica estera basata sulla guerra etnica. Questo approccio, che ricava dal linguaggio la legittimità a invadere a prescindere, che sia stato usato in Cecoslovacchia da Hitler o in Ucraina da Putin, decostruisce le logiche della sovranità e dei diritti e getta le basi per lo smantellamento degli Stati” (Timothy Snyder, Terra Nera).

Massimiliano Di Pasquale

Articolo apparso per la prima volta su Strade online il 1 agosto 2017

http://stradeonline.it/istituzioni-ed-economia/2986-cortocircuiti-diplomatici-l-ambasciatore-italiano-che-difende-putin

 

 

Advertisements

Abbecedario Ucraino

Il mio prossimo libro si chiamerà Abbecedario Ucraino e uscirà a fine 2016 – inizi 2017 per i tipi di Edizioni Anfora.

Perché un nuovo libro sull’Ucraina?

Abbecedario Ucraino nasce dall’esigenza, sempre più urgente dopo il Maidan di Kyiv, di raccontare agli italiani l’Ucraina e le complesse vicende storiche, culturali e politiche alla base dell’attuale conflitto con la  Russia.  Il libro, avvalendosi di un particolare registro letterario che compendia al suo interno l’articolo giornalistico, l’analisi geopolitica, il ritratto politico e il reportage, vuole far conoscere al pubblico italiano la storia e la cultura dell’Ucraina ed alcune questioni chiave. Particolare attenzione è dedicata a temi quali la Crimea, il nazionalismo ucraino, che sono stati oggetto di campagne di disinformazione da parte di molti media italiani acriticamente allineati con le versioni moscovite dei fatti, degli eventi e della storia dell’Ucraina. Dalla A di Rinat Akhmetov alla Z di Serhiy Zhadan passando per la M di Ivan Mazepa, la S di Taras Shevchenko e la Y di Viktor Yanukovych, Abbecedario Ucraino racconta con uno stile vivace, brillante, ricco di riferimenti storici e culturali tutto ciò che gli italiani devono sapere di questa straordinaria terra di confine che con la Rivoluzione della Dignità ha testimoniato la volontà di lasciarsi alle spalle l’epoca post-sovietica per aprire una nuova fase di rigenerazione morale.

 

Edizioni Anfora

Nasce nel 2004 con l’intenzione di pubblicare libri di narrativa moderna e contemporanea di autori dell’ Europa Centrale. Usa il termine Europa Centrale sia perché geograficamente i paesi come Germania, Austria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Polonia, Slovenia, Ungheria, Romania (Transilvania), Croazia, Serbia, Ucraina, Lituania, Bosnia Erzegovina di fatto rappresentano il cuore del continente sia perché vuole scrollarsi di dosso il termine Europa dell’Est, spesso usato ancora con l’accezione ‘paesi dell’ex blocco sovietico’.

http://www.edizionianfora.net/

https://massimilianodipasquale.wordpress.com/

Massimiliano Di Pasquale

 

Riga Magica – Preview

Riga Magica
Massimiliano Di Pasquale
Prima edizione: dicembre 2015
Foliazione: XXVI-288 pp, ill. br.
Parole chiave: Viaggio, Riga, Lettonia, Russia, Europa Orientale

essay5white - Copia

 

Capitale europea della cultura 2014 e unica metropoli dell’area baltica, Riga è una città di grande fascino che negli ultimi vent’anni ha recuperato interamente la tradizione cosmopolita che l’ha sempre contraddistinta nel corso dei secoli. Fondata nel 1201 dal vescovo tedesco Albert von Buxhoevden come avamposto cristiano contro i barbari, Riga ha assunto presto il ruolo di crocevia tra Russia, Europa Occidentale e Scandinavia diventando, prima di essere inglobata nell’Impero russo, la seconda capitale del Regno di Svezia.
Massimiliano Di Pasquale, dopo aver attraversato l’Ucraina dai Carpazi alla Crimea (Ucraina terra di confine, il Sirente 2012), ci guida alla scoperta di questa città, che nonostante una storia secolare, è pressoché sconosciuta al pubblico italiano.
Ci accompagna nel quartiere moscovita di Maskavas, nei luoghi esoterici della Città vecchia, in quelli tragici dell’Ebraismo lettone, ci porta ad ammirare i capolavori dell’Art Nouveau baltico, le spiagge bianche di Jūrmala, stazione termale frequentata dalla nobiltà europea dell’Ottocento, ci restituisce odori e colori di uno dei più grandi mercati d’Europa e ci svela aneddoti legati a personaggi come Richard Wagner, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Isaiah Berlin e Sergei Eisenstein vissutinella capitale lettone.
L’autore, attraverso uno stile originale che mescola sapientemente ricordi personali, episodi storici, cultura pop e reminescenze letterarie, cattura in pagine di rara bellezza la magia di una città che, dopo essersi liberata dal giogo sovietico, si è contraddistinta nelle due ultime decadi per una vivacità culturale senza precedenti.

Massimiliano Di Pasquale è membro dell’AISU, Associazione Italiana di Studi Ucraini e scrive di politica internazionale e cultura sulle pagine di diversi quotidiani nazionali. Ha pubblicato il libro fotografico In Ucraina, immagini per un diario (2010) e Una fabbrica, una città, una famiglia. Benelli 1911-2011 (2011). Nel 2013 ha lavorato per i tipi della Bradt all’aggiornamento della Ukraine Bradt Travel Guide uscita nel giugno dello stesso anno. Per Il Sirente ha pubblicato Ucraina terra di confine (2012), caso editoriale che ha fatto conoscere l’Ucraina al grande pubblico.

il Sirente
Inchieste

XXII-288 pp., ill. br

http://www.sirente.it/prodotto/riga-magica-massimiliano-di-pasquale/

 

Holodomor #4 – Oxana Pachlovska

Oxana Pachlovska, studiosa e scrittrice ucraina, co-fondatrice dell’Associazione Internazionale di Studi Ucraini, è stata una delle relatrici al Convegno sul Holodomor tenutosi 11 anni fa a Vicenza.
Da quel convegno, il cui obiettivo era “cercare di capire da dove venne la morte per fame a coloro che vivevano nel granaio d’Europa” è stato ricavato un bel libro – La morte della terra. La grande carestia in Ucraina nel 1932-33 (Viella 2004), a cura di Gabriele De Rosa e Francesca Lomastro – che raccoglie i contributi dei diversi relatori. Il saggio di Oxana Pachlovska intitolato La Madre e l’Anticristo: echi della Grande Fame in letteratura che inquadra la tragedia del Holodomor in ottica non solo storica ma anche antropologica ci permette di approfondire alcuni temi di natura sociale e culturale legati alla carestia del ’32-’33.

Cover libro "La Morte della Terra" (Viella 2004)

Cover libro “La Morte della Terra” (Viella 2004)

Professoressa Pachlovska che cosa fu la Grande Fame?
La Grande Fame è stato un progetto mirato molto ben congegnato con un sadismo politico e umano senza precedenti. Per quel che riguarda le vittime è stata forse una delle forme di sterminio più atroci perché è entrata all’interno delle famiglie, ha condannato la madre ad essere testimone impotente della morte dei propri figli, ha sradicato il senso della casa e dell’appartenenza. Ci sono stati addirittura episodi di cannibalismo perché la popolazione è stata fatta sprofondare nella preistoria. Per quel che riguarda i carnefici io sono fermamente convinta che il sadismo, la crudeltà che si è formata in quel periodo ha dato l’impronta indelebile a tutto il sistema sovietico. È stata una ‘iniziazione’ al Crimine come Normalità.

Quali erano gli obiettivi che si celavano dietro questa “carestia pianificata”?
Gli obiettivi erano due: uno economico e uno politico. L’obiettivo economico era quello più visibile. In nome della “dittatura del proletariato” occorreva industrializzare il paese in poco tempo. Agli occhi di Stalin la campagna era da un lato un freno all’industrializzazione dall’altro una grande risorsa. Sterminando la campagna, eliminando il settore privato lo stato poteva prepararsi alla guerra perché sostanzialmente il sistema sovietico era un sistema militarizzato che aveva come scopo precipuo fare guerra. L’obiettivo politico era più sofisticato. In sintesi, si trattava di un vero e proprio genocidio dell’intera nazione. La campagna ucraina era portatrice di una tradizione linguistica, culturale ed economica molto forte. Sterminare da una parte praticamente tutti gli intellettuali e dall’altra l’universo contadino significava sbarazzarsi dell’Ucraina come fattore nazionale ribelle che impediva il consolidarsi della dittatura comunista.

Come mai a distanza di 80 anni da quei tragici eventi l’Olocausto Ucraino è un evento amcora sconosciuto ed è stato riconosciuto ufficialmente solo da pochi stati?
La ragione globale è che l’Occidente non ha riconosciuto il comunismo alla stregua del nazismo come sistema di sterminio dell’uomo. E questo nonostante ci siano state fin troppe voci autorevoli a partire da Hannah Arendt e altri filosofi che hanno parlato di equivalenza tra questi due totalitarismi del ‘900. Questo atteggiamento non è imputabile a ignoranza ma è un vero e proprio calcolo deliberato dell’Occidente che non ha mai fatto i conti con la Russia fino in fondo. Questa posizione è molto pericolosa perché si finisce per considerare le vittime del Holodomor come vittime di seconda categoria che non meritano lo stesso rispetto di quelle dell’Olocausto.

Pachlovska per intervista

Che ragioni dà del fatto che anche l’Italia non abbia riconosciuto ufficialmente questo genocidio?
Anche in Italia sono state sempre molto forti le posizioni di certa sinistra massimalista negli ambienti intellettuali e politici e questo ha fatto sì che la questione sia stata semi proibita. La stessa cosa è accaduta in Francia quando negli anni ’50 si impedì l’uscita del romanzo Il Principe Giallo di Vasyl’ Barka che parlava di questa vicenda. Non riconoscere questo genocidio significa giustificare i carnefici e con questo tradire princìpi fondanti l’Europa e l’insieme del mondo democratico.

Come mai il mondo occidentale che ha fermamente condannato gli eccidi nazisti continua a ignorare drammi dello stalinismo come il Holodomor?
Gli intellettuali sostennero alla fine della Seconda Guerra Mondiale che la Germania avrebbe dovuto fare i conti con il suo passato e senza questo processo non sarebbe potuta diventare un paese democratico. Lo stesso imperativo non è mai stato messo di fronte alla Russia. Con questo si riconosce che la Russia non sarebbe mai diventata un paese democratico e quindi per lei non devono valere le leggi del mondo civile. In effetti, nella Russia di Putin si parla del “mito” del Holodomor. L’ambasciatore russo in Ucraina durante la Presidenza Yushchenko a proposito del Holodomor ha più volte sprezzantemente affermato che gli ucraini dovrebbero rivolgersi ai loro “amici georgiani” visto che Stalin era georgiano. Significa che la mentalità totalitaria continua a plasmare l’identità russa anche oggi. Con l’aiuto dell’Occidente.

Quali sono le fratture che la Grande Fame ha prodotto nella società ucraina?
Credo si possano individuare vari tipi di fratture. I mali economici di oggi sono il frutto di quella catastrofe perché con la Grande Fame è stata distrutta la specificità stessa dell’economia ucraina come paese legato alla terra. La frattura più grande è sicuramente quella tra città e campagna, frattura non solo di carattere politico, economico e sociale, ma nazionale. Sterminando la campagna ucraina il potere ha avuto la via libera per la russificazione e la sovietizzazione totale del paese e quindi per la costruzione di un continuum della società lobotomizzata. Ricordo ancora in epoca sovietica l’odio della città industriale contro il “nemico di classe sfruttatore”, odio alimentato e strumentalizzato dal regime. Con questa retorica l’Unione Sovietica ha ucciso l’etica stessa del lavoro per costruire una società degradata, incapace di vivere nel mondo moderno. Ancora oggi la società ucraina vive ai margini di uno sterminato cimitero acquistandone dolorosamente consapevolezza.

Massimiliano Di Pasquale

Holodomor #2 – Quaderni Ucraini

Igort – Quaderni Ucraini

Gli appassionati di musica forse lo ricorderanno quale leader degli Slava Trudu, band musicale “filosovietica” anni ’80, affascinata dalle avanguardie russe e dal linguaggio onomatopeico di Filippo Tommaso Marinetti. O come il geniale fumettista che sulle pagine della storica rivista Frigidaire faceva conoscere agli italiani, con tavole disseminate di simboli e bandiere delle repubbliche sovietiche, l’universo che si schiudeva al di là della cortina di ferro.
Pier Vittorio Tondelli, in un celebre articolo sull’Espresso del novembre 1984 intitolato Punk, Falce e Martello, lo descrisse come la punta del filosovietismo nel fumetto.
Igor Tuveri, meglio noto come Igort, è in realtà un uomo che ha fatto della passione per la cultura russa non solo sovietica, una ragione di vita. A tal punto da considerare “Chekhov una specie di zio, più che un nume tutelare”.

Cover libro

Cover libro

Figlio di un compositore di musica, l’autore di Quaderni Ucraini, memorie dai tempi dell’Urss – graphic novel uscita nel 2010 per Strade Blu di Mondadori – si è nutrito sin da bambino delle suggestioni provenienti dal mondo russo.
Se negli anni ’80 l’amore per Rodchenko e Majakovskij faceva di lui un fumettista in cui il gusto della provocazione dadaista e futurista non era mai disgiunto da un tratto brillante ed elegante, in tempi più recenti la passione per Chekhov lo ha spinto ad avventurarsi in Ucraina alla ricerca delle ville abitate dallo scrittore di Taganrog.
Una volta giunto a Kyiv il progetto iniziale, quello di un libro illustrato sulle dimore dell’autore de Le Tre Sorelle, viene però accantonato in favore di un reportage disegnato incentrato sul tema dell’Holodomor.
“Arrivato a Kyiv, prima ancora di scendere a sud verso la Crimea, sono stato investito da una sensazione molto forte. Ho capito di essere di fronte a una realtà devastante, piena di dolore. Non era la terra dei sogni di Chekhov, ma un universo che mi stordiva. Ho chiamato il mio editore e gli ho detto che dovevo fare un altro libro. Ho cambiato completamente rotta. E non solo metaforicamente, trovato un interprete anziché andare a sud, in Crimea, mi sono diretto nella parte est, quella vicina alla Russia e sono andato a vedere con i miei occhi”.

Back cover

Back cover

Spinto dalla curiosità di conoscere come fosse stata la vita in Ucraina al tempo dell’Unione Sovietica, Igort va in mezzo alla gente a raccogliere testimonianze di un passato che si rivela ben diverso da quello raccontato in Occidente negli ambienti di sinistra.
“Ho cominciato ad uscire, per portare il disegno, il racconto fuori dallo studio, sulla strada, “en plein air”, alla maniera degli impressionisti. Mi sono misurato con le storie della gente comune. Fermavo le persone per chiedere loro se mi raccontavano come avevano vissuto. Poi, con questo materiale registrato, sbobinato e tradotto, ho cercato di capire se questo poteva essere la base di un racconto. Del racconto di quello che un tempo fu l’Unione Sovietica. Ma il mio non voleva essere un libro ideologico, volevo semplicemente capire, senza pregiudizi ideologici”.
Con il procedere delle interviste l’autore si accorge che il Holodomor, la terribile carestia artificiale architettata da Stalin per decimare i kulaki, è il vero filo rosso che unisce la maggior parte delle testimonianze.
“Avevo raccolto le testimonianze, in molti casi, di sopravvissuti a un olocausto sovietico che ha decimato in due anni un quarto della popolazione ucraina. Un’immane tragedia, coperta dal silenzio”.
La scoperta di questa tragedia costringe l’autore, come già avvenuto in passato a Orwell e allo storico Andrea Graziosi, entrambi uomini di sinistra, a fare i conti drammaticamente non solo con uno dei più grandi genocidi del ‘900 ma con la ritrosia di quella parte politica a volere ammettere verità storiche scomode e imbarazzanti.
“Ho ricevuto una quantità di mail da parte di amici che mi esortavano a desistere, o quantomeno a riflettere bene: “ma perché vuoi fare un libro sull’Ucraina? Perché mai dobbiamo raccontare queste cose!!” Io non credevo ai miei occhi quando leggevo queste mail. Certo, era la paura che potessi essere strumentalizzato, o peggio, il rischio di passare per “revisionista”. Eppure a me sembrava importante analizzare questo che anche in Ucraina è stato, per tanto tempo, un argomento proibito.”
Quaderni Ucraini uscito anche in Francia e in Ucraina gli ha ovviamente attirato gli strali di molti accademici russi.
A dimostrazione di come il virus dello stalinismo nella Russia autocratica di Putin, sia stato tutt’altro che debellato. E di come il Holodomor – nonostante l’apertura di molti archivi, i rapporti della polizia segreta e le testimonianze dei superstiti – sia ancora oggi oggetto di negazionismo da parte di Mosca.
“Il primo a parlare ufficialmente dell’Holodomor è stato l’ex presidente ucraino Yushchenko ma io stesso sono stato attaccato da due professori dell’Università di Mosca come se stessi facendo un attentato alla cultura russa. D’altronde perché stupirsi se secondo le statistiche più recenti, Stalin è ancora la terza figura più popolare in Russia?”

Igort – Quaderni ucraini. Memorie dai tempi dell’URSS Mondadori (collana Strade blu. Fiction) 2010, 180 p., ill., brossura. Prezzo € 17,50

Massimiliano Di Pasquale

Holodomor #1 – Lettere da Kharkov

Andrea Graziosi – Lettere da Kharkov

Al Bazar il 21 mattina i morti erano raggruppati come mucchi di stracci, nella mota e nello sterco umano, lungo la palizzata che limita il piazzale verso il fiume. Ce n’erano una trentina. Il 23 mattina ne ho contati 51. Un bambino succhiava il latte dalla mammella della madre morta, dal viso color grigio. La gente diceva: questo sono i boccioli della primavera socialista.
Nella Puskinskaja scendevo un pomeriggio verso il centro. Pioveva. Tre besprizornye passarono davanti a me, finsero di accapigliarsi. Uno ricevette uno spintone ed andò a finire contro una donna che portava una pentola di Borsc, raccolta dentro un fazzoletto. La pentola andò per terra e si spezzò. Il colpevole fuggì e gli altri due raccattarono con le mani, tra la mota la zuppa e la ingoiarono. Un poco ne misero in un berretto, per il terzo.

Così scrive nel maggio del 1933 in un dispaccio diplomatico il console italiano a Kharkov, all’epoca capitale dell’Ucraina Sovietica, Sergio Gradenigo.
All’inizio degli anni ’30, il governo fascista italiano aveva accreditati in Urss alcuni diplomatici. Attenti e scrupolosi nell’annotare le manifestazioni della politica staliniana e i gesti semplici e disperati della popolazione, i dispacci fotografano lucidamente gli eventi terribili della collettivizzazione e della carestia che causarono la morte di milioni di ucraini.
Alla fine degli anni ’80, grazie al lavoro di Andrea Graziosi, storico e sovietologo di fama internazionale, questi documenti rinchiusi negli Archivi di Stato italiani vengono finalmente alla luce.
Lettere da Kharkov, il saggio pubblicato nel 1991 da Graziosi fornirà, assieme al lavoro di Robert Conquest Harvest Of Sorrow – uscito in Inghilterra e Stati Uniti nel 1986 ma pubblicato in Italia solo nel 2004 (Robert Conquest, Raccolto di Dolore, Liberal Edizioni) – un contributo fondamentale per la ricostruzione delle tragiche vicende della carestia pianificata di Stalin in Ucraina nel 1932-33, nota come Holodomor, in cui perirono milioni di ucraini.
Collettivizzazione e industrializzazione forzata
Negli anni dal ’32 al ’33 milioni di contadini ucraini – le cifre parlano di un numero imprecisato oscillante tra 5 e 7 milioni – morirono a causa delle deportazioni, della mancanza di viveri, della deprivazione fisica e dei suicidi provocati dallo squilibrio psichico e dal collasso sociale conseguenti alla collettivizzazione delle campagne da parte di Stalin.
L’origine del Holodomor, termine ucraino che significa “morte per fame”, risale al 1929 quando Stalin vara un colossale e ambizioso programma per risollevare le sorti di una stagnante economia socialista. Il piano si articola in due punti chiave: la creazione di una possente industria di Stato e l’istituzione di aziende collettive nelle campagne. Perseguendo l’obiettivo economico della collettivizzazione Stalin mira in realtà a raggiungerne un altro ben più ambizioso: la distruzione e l’annientamento della classe sociale dei contadini e dei piccoli imprenditori agricoli da sempre ostacolo alla sovietizzazione della società. Mentre nelle città si provvede ad un’industrializzazione forzata in barba a qualsiasi logica economica e all’annientamento dell’intellighenzia dissidente attraverso le purghe, le campagne vengono razziate, il grano, confiscato fino all’ultimo chicco, venduto all’Occidente in cambio di valuta pregiata necessaria per finanziare l’industria.
Nella primavera del 1933 in Ucraina a causa della fame muoiono 17 persone ogni minuto, 1000 ogni ora, quasi 25 mila ogni giorno. Nell’arco di qualche settimana 11 mila villaggi si svuotano completamente.

Copertina libro

Copertina libro

Lettere da Kharkov
Negli ultimi 20 anni, grazie al crollo del Muro di Berlino diversi sono stati gli storici che hanno potuto approfondire lo studio di questa drammatica vicenda oggetto per lungo tempo di controversie per via delle falsità perpetrate non solo dal regime sovietico ma anche dai tanti intellettuali occidentali, tra i quali George Bernard Shaw, che avevano opportunisticamente occultato questa tragica pagina della storia.
In un intervento al Convegno sul Holodomor tenutosi a Vicenza nel 2003, Andrea Graziosi afferma come i documenti dei rappresentati diplomatici italiani in Urss sulla carestia del 1932-33, rinvenuti nell’archivio del Ministero degli Esteri, “hanno radicalmente mutato la mia comprensione della storia sovietica e anche il modo in cui guardo al secolo passato”. Continua ancora lo storico sottolineando come “alla luce del 1932-33 quel sistema ci appare, almeno per una fase della sua storia, come un vero e proprio “impero del male”, più che come un “totalitarismo” ideologicamente teso a conquistare e rifondare le coscienze, un impero i cui dirigenti sono condannati senza appello dal loro coinvolgimento in crimini contro l’umanità di portata straordinaria”.
Allied Scheme of History
Nonostante in tempi recenti l’apertura dell’archivio del KGB ucraino abbia fornito ulteriori prove di questo olocausto, il riconoscimento ufficiale del genocidio è avvenuto solo da parte di alcuni paesi tra cui Argentina, Australia, Brasile, Canada, Città del Vaticano, Colombia, Ecuador, Georgia, Lettonia, Lituania, Messico, Paraguay, Perù, Repubblica Ceca, Slovacchia, Stati Uniti, Ucraina, Ungheria.
Stupisce l’assenza di paesi chiave dell’Unione Europa come Francia, Germania e Italia.
La lettera inviata nell’ottobre del 2003 al Parlamento Italiano e alla Commissione Europea dal comitato scientifico che promosse il Convegno di Vicenza e l’articolo del professor De Rosa “Il Parlamento Italiano riconosca lo sterminio” uscito sul Corriere della Sera del 24 dicembre 2003 ha trovato udienza solo parziale presso le orecchie di Bruxelles e Roma.
Se l’ONU nel 2003 ha definito la carestia come il risultato di politiche e azioni “crudeli” che provocarono la morte di milioni di persone, il Parlamento europeo il 23 ottobre 2008 ha adottato una risoluzione nella quale ha riconosciuto il Holodomor come un “crimine contro l’umanità” evitando opportunisticamente di usare la parola genocidio.
Un esempio di realpolitik interpretabile alla luce della formula dell’“Allied Scheme of History” proposta dallo storico Norman Davies, secondo il quale i rapporti di comodo tra gli alleati di ieri nella lotta contro il nazismo da sempre impediscono all’Occidente di fare piena luce sulle tragedie dello stalinismo.
L’Occidente non ha mai riconosciuto il comunismo sovietico alla stregua del nazismo quale sistema di sterminio dell’uomo. E questo nonostante ci siano state fin troppe voci autorevoli a partire da Hannah Arendt che hanno parlato di equivalenza tra questi due totalitarismi.

Andrea Graziosi (a cura di), Lettere da Kharkov: La carestia in Ucraina e nel Caucaso del Nord nei rapporti dei diplomatici italiani, 1932-33, Einaudi, Torino 1991.

Massimiliano Di Pasquale

La guerra del Caucaso nelle pagine di Igort

Igort – Quaderni Russi. La guerra dimenticata del Caucaso

Quaderni Russi, reportage disegnato incentrato sulla guerra in Cecenia, è il secondo capitolo di un dittico che il fumettista ed ex musicista (qualcuno ricorderà negli anni ’80 la band “filosovietica” degli Slava Trudu) Igor Tuveri, in arte Igort, ha dedicato all’ex Urss. L’artista sardo, da sempre uno dei più lucidi interpreti nel nostro paese delle suggestioni provenienti dalla tradizione culturale russa e sovietica – suo padre, un compositore di musica gli ha trasmesso sin da bambino un amore smisurato per Chekhov, Tolstoy, Dostoevsky e Mayakovsky – ha trascorso quasi due anni tra il 2008 e il 2010 in Ucraina, Russia e Siberia.

Arrivato a Kyiv con l’intenzione di raggiungere di lì a breve la Crimea per visitare le dacie di Anton Chekhov – l’idea iniziale era quella di raccontare il grande drammaturgo di Taganrog attraverso le sue dimore – Igort rimane colpito da una realtà devastante. L’Ucraina che si svela ai suoi occhi non è la terra dei sogni di Chekhov, ma una terra piena di dolore, un universo che lo stordisce a tal punto da fargli rivedere il progetto originario.

Cover libro

Cover libro

Chiama il suo editore in Italia e gli comunica l’intenzione di fare un altro libro. Anziché andare a sud, in Crimea, si dirige nella parte est, quella vicina alla Russia. A Dnipropetrovsk, con l’aiuto di un interprete, inizia un lungo lavoro di ricerca che darà vita ai Quaderni Ucraini, una graphic novel sullo sterminio compiuto da Stalin nel ’32-’33 in Ucraina nei confronti dei kulaki, i piccoli proprietari terrieri e i contadini che si opponevano alla collettivizzazione delle terre.
Questo suo misurarsi con le storie della gente comune, nato dalla volontà di conoscere e di comprendere, al di fuori di ogni vuota retorica politico-ideologica, cosa sia stata l’Unione Sovietica e quale fosse la vita in questo enorme impero, lo vede nei mesi successivi in viaggio attraverso Russia e Siberia alla ricerca dell’eredità che quel mondo, dissoltosi vent’anni fa, ha lasciato agli abitanti attuali.

In compagnia dei suoi quaderni da disegno Igort inizia un lungo peregrinare da San Pietroburgo fino a Novosibirsk, passando per Mosca e gli Urali che lo porta a riflettere sulla storia, anche più recente, di questo sterminato paese che abbraccia due continenti.

La lettura degli scritti di Anna Politkovskaya, le confessioni che divorano le coscienze in erba dei giovani militari russi di stanza in Cecenia, il silenzio assordante che accompagna la tragica guerra nel Caucaso, liquidata dalle cancelliere occidentali come “una questione interna russa”, spingono il fumettista a narrare la Russia odierna attraverso il prisma ottico delle “dimenticate” vicende caucasiche.

Emblematico, quasi un manifesto programmatico dell’intera opera, l’incipit del libro affidato a una pagina seppiata su cui campeggia una Makarov IZH con il silenziatore – il modello di pistola con cui il 7 ottobre 2006 viene freddata nella sua casa moscovita la giornalista Anna Politkovskaya – e un testo di 7 righe con la parola DEMOCRATURA – neologismo coniato da Predrag Matvejevic per descrivere le democrazie travestite di molti ex paesi dell’Urss – scritta in maiuscolo.

Alla maniera degli impressionisti, il disegno di Igort si materializza fuori dallo studio, sulle strade, “en plein air”, con il racconto di uomini e donne comuni, non eroi, persone piccole e modeste, spesso scolpite dal dolore. Ed è proprio attraverso questo metodo narrativo che l’autore cerca di dipanare i misteri di un mondo, quello russo, che oggi, a differenza di trent’anni fa, sembra più turbarlo che affascinarlo.

quaderni-russi-light

Per fornire una collocazione storica al conflitto ceceno, rievocato in pagine di rara bellezza attraverso la rappresentazione dei momenti più salienti di una guerra che infiamma il Caucaso da quasi vent’anni, l’autore, oltre agli inevitabili rimandi ai testi di Anna Politkovskaya, ci riporta indietro a metà dell’800 raccontando le vicende del monaco benedettino Al Mansur e quelle di un giovanissimo Lev Tolstoy.

Nel 1875 Al Mansur, un monaco benedettino che si fa chiamare come il profeta che 1000 anni prima aveva fondato Baghdad, lancia la sua sfida alla Russia degli zar. La sua armata, composta di 8000 uomini, principalmente circassi, tatari e ceceni, resiste a quelle di Caterina II per sei lunghi anni in una guerriglia condotta tra boschi e montagne. Quando Al Mansur deve arrendersi alle armate di Potemkin è già diventato una leggenda per le fiere popolazioni caucasiche.

Ventidue anni prima, siamo nel 1853, Tolstoy, infatuato dai miti della Grande Russia e desideroso di “ammirare la bellezza della guerra e di ascoltare le pallottole che fischiano”, si arruola volontario nell’esercito zarista e parte a combattere nel Caucaso. L’esperienza, che non si rivelerà delle più fortunate, sarà fondamentale per la crescita spirituale del grande scrittore russo. Nel marzo 1855 lascerà definitivamente la carriera militare per dedicarsi unicamente alla letteratura.

Il dramma dei kulaki, già affrontato nel precedente Quaderno, quello ucraino, torna nelle pagine finali del libro dedicate alla Siberia, “deserto di nevi e ghiacci”, sin dall’epoca degli zar luogo di deportazioni, torture e morte. In perfetta coerenza stilistica con le lugubri storie dell’epoca staliniana che hanno come teatro questi luoghi dal “freddo inumano”, qui la matita di Igort predilige i toni del bianco e nero.

Altrove, nella rappresentazione dell’orrore provato da una donna cecena di fronte alla visione del corpo mutilato del proprio figlio, il geniale fumettista abbandona per un istante la lezione del maestro Rodchenko e il suo amore per le scritte in cirillico, citando con rigore filologico quel terribile affresco di guerra che è la Guernica di Pablo Picasso.

Igort. Quaderni Russi. La guerra dimenticata del Caucaso (Mondadori, Milano 2011)

Massimiliano Di Pasquale