Abbecedario Ucraino – Genesi di un progetto

Quando nel 1991 l’Ucraina ottenne l’indipendenza da Mosca, questa nuova nazione, “una sorpresa nelle cancellerie, nelle università e nei consigli di amministrazione occidentali”, così la definì lo storico Andrew Wilson nel saggio The Ukrainians. Unexpected Nation, in Italia era più inattesa che altrove. Il nostro Paese, che aveva sempre avuto un rapporto stretto e privilegiato con l’Unione Sovietica in ambito politico ed economico, ebbe difficoltà a concepire l’Ucraina come entità statuale indipendente. Nonostante l’URSS fosse un’unione federale di 15 repubbliche, a cui la costituzione sovietica garantiva, in teoria, il diritto di recesso, l’intellighenzia italiana finiva spesso per identificare l’Unione Sovietica con la Russia. Unione Sovietica e Russia venivano frequentemente usati come sinonimi da politici e giornalisti generando equivoci e confusione nell’opinione pubblica. Equivoci che sarebbero continuati anche dopo l’implosione del gigante sovietico.

Negli anni immediatamente successivi al dissolvimento dell’URSS, l’Italia cercò, non senza difficoltà, di comprendere il nuovo scenario geopolitico emerso dal collasso di un’altra ex confederazione socialista, la Jugoslavia. La guerra in Slovenia, Croazia, Serbia, Bosnia Erzegovina e successivamente in Kosovo aveva molte più implicazioni per il nostro Paese, dal momento che avveniva in territori limitrofi al nostro Paese.

Questo focus sui Balcani contribuì a ritardare la comprensione delle dinamiche geopolitiche nell’ex URSS. Per lungo tempo l’Ucraina rimase una sorta di oggetto misterioso per il pubblico italiano e tutto lo spazio post-sovietico continuò a essere, superficialmente, rubricato come Russia.

Fino alla Rivoluzione Arancione del 2004, l’Ucraina risulta pressoché assente dai notiziari televisivi e dalla stampa nostrana. L’unica parziale eccezione a questo trend generale è rappresentata dalla pubblicazione sporadica di articoli di geopolitica su poche riviste specializzate.

Nella stragrande maggioranza di questi scritti il Paese viene presentato come una sorta di appendice della Russia che prima o poi avrebbe aderito o sarebbe stato costretto ad aderire alla Federazione Russa o, nel peggiore dei casi, sarebbe stato diviso in due parti, una ucrainofona a Ovest, l’altra russofona a Est. A parte qualificate eccezioni, coloro che si occupano di Ucraina sono spesso ex corrispondenti da Mosca dei tempi sovietici o addirittura analisti vicini al Cremlino. Analisi povere e polarizzate – sorta di copia e incolla di articoli provenienti soprattutto da media russi e, in misura minore, da fonti occidentali – testimoniano come in Italia manchino esperti di Ucraina o che i pochi ucrainisti italiani non vengano quasi mai interpellati.

La prima volta che gli italiani sentono parlare di Ucraina è nel novembre 2004 con le proteste di piazza, passate alla storia come Rivoluzione Arancione. L’avvenimento coglie di sorpresa la maggioranza dei media autoctoni. La scarsa conoscenza della storia e della politica ucraina, unita al fatto che gli eventi vengono raccontati avvalendosi per lo più di informazioni provenienti da televisioni e agenzie stampa russe, dà vita a una narrazione parziale. La situazione è talmente imbarazzante che Giovanna Brogi, Presidente dell’AISU (Associazione Italiana di Studi Ucraini) invia una lettera aperta ai direttori della RAI TV chiedendo una copertura più equilibrata. Se la RAI non fosse stata in grado di inviare un corrispondente a Kyiv avrebbe potuto trasmettere anche informazioni provenienti da televisioni e agenzie di stampa polacche, che avevano corrispondenti in Ucraina, non solo da quelle russe. Nessuno replica a quella lettera aperta pubblicata sulle pagine del Corriere della Sera.

Negli anni seguenti l’Ucraina scompare di nuovo dai radar dei media italiani fatta eccezione per le vicende riguardanti le guerre del gas tra Mosca e Kyiv dell’epoca arancione. Nel 2012, quando l’Ucraina si accinge ad ospitare insieme alla Polonia gli europei di calcio, i media italiani sembrano più preoccupati dalle uccisioni di cani randagi per ripulire le strade in vista dell’appuntamento sportivo che dalle gravi violazione dei diritti umani che avvengono sotto la presidenza di Viktor Yanukovych.

Il caso Tymoshenko, che riceve ampia copertura mediatica a livello internazionale, con alcuni paesi della UE che minacciano di boicottare Euro 2012 in caso di mancata scarcerazione dell’ex Primo Ministro, in Italia viene quasi ignorato o dipinto semplicemente come una guerra tra oligarchi. Solo pochi giornalisti indipendenti esprimono le loro preoccupazioni per il degrado subito dalla democrazia ucraina con l’avvento di Yanukovych. La maggior parte di essi non sembra curarsi dei processi di giustizia selettiva che riguardano Yuliya Tymoshenko e l’ex ministro degli Interni Yuriy Lutsenko. Nel maggio 2012 Ian Kelly, ambasciatore statunitense presso l’OSCE (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) riferirà di ben tredici funzionari del governo Tymoshenko – 4 ministri, 5 viceministri, 2 capi d’agenzia, un governatore e il responsabile del monopolio del gas di stato – finiti dietro le sbarre per ragioni politiche.

Quando nel novembre 2013 inizia la prima ondata di proteste di Euromaidan a Kyiv, la situazione sul fronte dei media è pressoché simile a quella di nove anni prima. A mano a mano che gli eventi a Kyiv e nel resto del Paese peggiorano, quello che inizialmente era solo un punto di vista pro-russo, dovuto in parte alla poca conoscenza della politica ucraina, si trasforma in una narrazione Mosco-centrica da cui nessun organo di stampa risulta totalmente immune.

In molti giornali, pubblicazioni on line e persino dossier televisivi il governo di Kyiv viene definito una giunta nazista utilizzando lo stesso linguaggio della stampa russa.

Potremmo citare tanti esempi di disinformazione che si sono succeduti dallo scoppio del conflitto fino ad ora, ma il punto chiave è un altro. La narrazione russa veicolata da molti media italiani trova terreno fertile anche a causa della scarsa conoscenza della cultura e della storia ucraina nel nostro Paese.

A partire dal gennaio 2014 ho partecipato in qualità di ucrainista e di esperto di ex URSS a decine di incontri in tutta Italia dedicati alla crisi ucraina. Nel corso di questi dibattiti ho potuto constatare di persona l’esistenza di un pubblico interessato alle vicende dell’Ucraina che purtroppo non trovava testi di riferimento per approfondire certe tematiche.

Il progetto Abbecedario Ucraino nasce alla fine del 2014 per cercare di fornire una risposta a questa urgenza di carattere informativo. Nasce sotto forma di abbecedario, con un formato A-Z, e si avvale di un registro narrativo volutamente composito, che compendia al suo interno profili biografici, reportage, ritratti letterari, analisi geopolitiche, proprio per avvicinare il maggior numero di lettori.

Sono da sempre convinto che la cultura non debba essere confinata entro l’angusta e autoreferenziale turris eburnea dell’accademia, ma aprirsi a un pubblico più vasto, se vuole provare ad avere un impatto sulla società.

Abbecedario Ucraino è stato concepito come un’opera divulgativa nell’accezione più nobile del termine. Per facilitarne la fruizione, in accordo con l’editore Gaspari (https://www.gasparieditore.it/), ho deciso di dividere il saggio in due volumi.

Il primo approfondisce le tematiche politiche, storiche e culturali che hanno interessato l’Ucraina dal 1991, anno dell’indipendenza, fino ad oggi. Semplificando potremmo dire che in questo tomo, oltre ai ritratti di personaggi di primo piano della politica ucraina (Poroshenko, Saakashvili, Tymoshenko, Yanukovych, Yushchenko) e agli eventi più importanti a livello socio-economico (Indipendenza, Stagione degli Oligarchi, Rivoluzione Arancione), il lettore troverà risposta a molti dei quesiti emersi in tutta la loro drammaticità con il Maidan di Kyiv (Crimea, Donbas, Euromaidan). Accanto a queste voci, essenziali per ricostruire il panorama politico ed economico degli ultimi ventisette anni, trovano spazio lemmi che approfondiscono specifiche questioni culturali e storiche (Diaspora Ucraina, Italiani di Crimea), ritratti di scrittori contemporanei ucraini o legati all’Ucraina (Limonov, Zhadan) e fenomeni di costume (Femen).

Il secondo volume, che uscirà nel 2019, si occuperà invece di protagonisti e di eventi della storia ucraina la cui eredità risulta fondamentale per una corretta comprensione delle problematiche politico-culturali attuali (Rus di Kyiv, Cosaccato, Mazepa, Bandera, Holodomor, Chornobyl, etc).

Per informazioni e aggiornamenti

https://www.facebook.com/Abbecedario-Ucraino-2089959197915114/

Massimiliano Di Pasquale

 

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Abbecedario Ucraino

Il mio prossimo libro si chiamerà Abbecedario Ucraino e uscirà per Gaspari Editore nel 2018

Perché un nuovo libro sull’Ucraina?

Abbecedario Ucraino nasce dall’esigenza, sempre più urgente dopo il Maidan di Kyiv, di raccontare agli italiani l’Ucraina e le complesse vicende storiche, culturali e politiche alla base dell’attuale conflitto con la  Russia.  Il libro, avvalendosi di un particolare registro letterario che compendia al suo interno l’articolo giornalistico, l’analisi geopolitica, il ritratto politico e il reportage, vuole far conoscere al pubblico italiano la storia e la cultura dell’Ucraina ed alcune questioni chiave. Particolare attenzione è dedicata a temi quali la Crimea, il nazionalismo ucraino, che sono stati oggetto di campagne di disinformazione da parte di molti media italiani acriticamente allineati con le versioni moscovite dei fatti, degli eventi e della storia dell’Ucraina. Dalla A di Rinat Akhmetov alla Z di Serhiy Zhadan passando per la M di Ivan Mazepa, la S di Taras Shevchenko e la Y di Viktor Yanukovych, Abbecedario Ucraino racconta con uno stile vivace, brillante, ricco di riferimenti storici e culturali tutto ciò che gli italiani devono sapere di questa straordinaria terra di confine che con la Rivoluzione della Dignità ha testimoniato la volontà di lasciarsi alle spalle l’epoca post-sovietica per aprire una nuova fase di rigenerazione morale.

 

 

Massimiliano Di Pasquale

 

Ucraina: le porte d’Europa

Nel breve arco di qualche settimana – il volume è uscito in libreria lo scorso dicembre – The Gates of Europe, saggio di Serhii Plokhy, docente di Storia Ucraina ad Harvard e direttore dell’Istituto di Ricerca Ucraina presso la stessa Università, che ripercorre più di mille anni di storia del Paese, è già diventato un classico dell’ucrainistica.
Il libro, che ha ricevuto le lodi pubbliche sia dell’ex ambasciatore statunitense a Kyiv John Herbst sia dell’accademico inglese Andrew Wilson, professore di Studi Ucraini all’University College di Londra, è lettura imprescindibile per chi voglia approfondire alcune fondamentali questioni emerse in tutta la loro drammaticità nel recente conflitto tra Russia e Ucraina.
Come sottolinea l’autore nelle pagine introduttive, le immagini del febbraio 2014 relative ai cecchini del governo Azarov che aprono il fuoco sulla folla di dimostranti in Maidan Nezalezhnosti a Kyiv uccidendo e ferendo decine di manifestanti filoeuropei, hanno scioccato il mondo e prodotto un punto di discontinuità nella storia europea degli ultimi venticinque anni le cui conseguenze sono destinate ad influenzare non solo i rapporti tra Russia e Ucraina, ma il futuro dell’Europa così come l’abbiamo conosciuta dal crollo del Muro di Berlino ad oggi.
L’annessione della Crimea alla Federazione Russa del marzo 2014, la guerra ibrida in Donbas e l’abbattimento il 17 luglio 2014 nell’oblast di Donetsk da parte dei separatisti filo-russi dell’aereo della Malaysian airlines, che ha causato la morte di 298 persone, hanno trasformato la guerra russo-ucraina in un conflitto dalle dimensioni internazionali.
Il ritorno a una Nuova Guerra Fredda con l’avvento di un neo-imperialismo russo, come già preconizzato da Edward Lucas nel 2007, non è dunque una provocazione intellettuale “per umiliare la Russia di Putin” come scrisse con una certa impudenza l’ex ambasciatore Sergio Romano, ma una realtà con cui occorre fare i conti.

Cosa ha causato la crisi ucraina? Qual è il ruolo della storia in questi eventi recenti? Cosa differenzia gli ucraini dai russi? Chi ha diritto di governare in Crimea e nell’Ucraina orientale? Perché gli avvenimenti in Ucraina hanno forti ripercussioni internazionali?
Il libro di Plokhy cerca di rispondere a questi interrogativi andando alla radice di molti degli attuali problemi, nella speranza “che la storia possa fornire chiavi di lettura per il presente e influenzare il futuro”.
Passando in rassegna, in un volume di “sole” 395 pagine, più di un millennio di storia – dai tempi di Erodoto, (il primo storico a fornire le tre fondamentali direttrici geografiche dell’Ucraina, tuttora valide, da sud a nord rispettivamente costa della Crimea, cuore centrale della steppa e foreste del nord), fino alla recente guerra in Donbas – l’accademico di Harvard, da valente studioso, sceglie con cura gli eventi su cui approfondire la propria indagine.
Per Plokhy, la cui narrazione compendia al suo interno l’approccio hrushevskyano (Mykhailo Hrushevsky è stato il fondatore della moderna storiografia ucraina ed è lo storico cui è intitolato l’Istituto di Ricerca di Harvard di cui Plokhy è l’attuale Direttore) e i moderni approcci transnazionali che enfatizzano il carattere multietnico dello stato ucraino, centrale è il concetto di Europa.
Il libro, il cui titolo, Le porte d’Europa, è ovviamente una metafora “ma da non prendere alla leggera o da liquidare come una trovata di marketing”, mette infatti in evidenza come “l’Europa è una parte importante della storia ucraina” e al contempo “l’Ucraina è parte della storia dell’Europa”. “Situata al margine occidentale della steppa eurasiatica, l’Ucraina è stata per molti secoli porta d’ingresso per l’Europa. A volte, quando le “porte” erano chiuse a causa di guerre e conflitti, l’Ucraina ha contribuito a fermare le invasioni straniere da est e da ovest; quando erano aperte, come è avvenuto per la maggior parte della storia dell’Ucraina, è servita come ponte tra l’Europa e l’Eurasia, facilitando lo scambio di persone, beni e idee.”
Altrettanto importante, accanto a quella di “europeità”, ai fini dell’analisi storica, è la categoria di nazione. “Nazione è un’importante – sebbene non dominante – categoria di analisi ed elemento della storia che, insieme con l’idea d’Europa in continua evoluzione, definisce la natura di questo lavoro. Questo libro racconta la storia dell’Ucraina entro i confini definiti dagli etnografi e dai cartografi della fine del XIX e l’inizio del XX secolo, che spesso (ma non sempre) coincidono con le frontiere dello Stato Ucraino attuale”.
Il saggio di Plokhy nel definire il suo campo d’indagine fa proprie le coordinate geografiche dello storico greco Erodoto sopra ricordate e, pur nella consapevolezza che “la politica internazionale e nazionale forniscono una trama convincente”, considera la geografia, l’ecologia e la cultura i tre fattori fondamentali per leggere gli avvenimenti storici del Paese.
L’Ucraina contemporanea, considerata dal punto di vista delle tendenze culturali di lungo periodo, è un prodotto dell’interazione di due frontiere in movimento, una delimitata dalla linea tra le steppe eurasiatiche e i parchi dell’Europa orientale, l’altra definita dalla frontiera tra Cristianesimo orientale e occidentale. La prima frontiera era anche quella tra popolazioni sedentarie e nomadi e, alla fine, tra Cristianesimo e Islam. La seconda risale alla divisione dell’impero romano tra Roma e Costantinopoli e segna le differenze di cultura politica tra Europa orientale e occidentale che esistono ancora oggi”.
A detta dell’accademico statunitense l’identità dell’Ucraina attuale deriva “dal movimento di queste frontiere nel corso dei secoli”. Tale movimento “ha dato origine a un insieme unico di caratteristiche culturali che costituiscono le fondamenta dell’identità ucraina odierna”.
Questi dunque gli assunti teorici di un lavoro di grande portata il cui maggior pregio, oltre alla chiarezza e alla brillantezza della prosa, è quello di riuscire ad individuare nella millenaria storia dell’Ucraina alcuni passaggi chiave che ancora oggi influenzano con la loro eredità politico-culturale le vicende del Paese.
Di grande interesse le pagine relative all’Ucraina cosacca – Plokhy è un esperto di storia cosacca (The Cossacks and Religion in Early Modern Ukraine; Tsars and Cossacks: A Study in Iconography; The Cossack Myth History and Nationhood in the Age of Empires) – e quelle dedicate al complesso rapporto tra élite ucraine e russe ai tempi dell’Unione Sovietica.
Entrambi i campi d’indagine, sia quello dell’eredità cosacca – le centurie presenti sul Maidan di Kyiv sono espressione di tale legacy storica – sia quello della dialettica di potere tra russi e ucraini nella defunta URSS – cui si deve tra le altre cose la nascita dei clan di Dnipropetrovsk e di Donetsk, che tanto peso hanno avuto nella storia dell’Ucraina indipendente – risultano illuminanti per comprendere molti dei problemi attuali.

Massimiliano Di Pasquale

Serhii Plokhy The Gates of Europe. A History of Ukraine Basic Books, 2015.

Alcune considerazioni sul conflitto in Ucraina a due anni dal Maidan

Quella scoppiata in Ucraina due anni or sono in seguito alle dimostrazioni di Piazza iniziate il 21 novembre 2013 a Kyiv, è stata la più grave crisi nell’area post sovietica dal crollo dell’URSS.
Euromaidan, la rivolta popolare che ha sconfitto il regime cleptocratico di Yanukovych, pur avendo come epicentro Kyiv, è stata una rivoluzione che ha interessato l’intero Paese. Una rivoluzione, giustamente definita Rivoluzione della Dignità, che ha testimoniato la volontà del popolo ucraino di lasciarsi alle spalle l’epoca post-sovietica e il desiderio di aprire una nuova fase, quella della rigenerazione morale. Questo ambizioso tentativo ha dovuto però fare i conti con l’ostilità di Mosca nel fermare ad ogni costo un progetto che, se vittorioso, avrebbe messo in serio pericolo il modello autocratico putiniano e fornito linfa vitale alla debole opposizione democratica russa.
E infatti, cinque giorni dopo la destituzione di Yanukovych avvenuta il 22 febbraio 2014, Putin ha inviato il primo contingente militare in Crimea, annettendo de facto, in data 16 marzo, la penisola ucraina alla Federazione Russa attraverso un ‘referendum’, imposto con uso della forza, brogli, intimidazioni e in violazione del Memorandum di Budapest del 1994.
Con quell’accordo, firmato il 5 dicembre 1994 nella capitale ungherese, l’Ucraina cedeva il suo arsenale nucleare in cambio della garanzia della tutela della sua sovranità e sicurezza da parte di Gran Bretagna, Russia e Stati Uniti.
La timida risposta di UE e Stati Uniti all’annessione della Crimea è stata l’imposizione di sanzioni economiche nei confronti di Mosca che, seppure efficaci nel medio periodo, non hanno ridotto a più miti consigli l’atteggiamento belligerante del Cremlino.
Dopo l’invasione della Crimea Putin ha infatti inviato militari e truppe di irregolari (kadirovcy, cetnici serbi e cosacchi del Don) a supporto delle forze separatiste del Donbas aprendo di fatto un fronte di guerra nel profondo Est dell’Ucraina.
Con la nascita delle repubbliche popolari di Luhansk e Donetsk, enclavi russe in territorio ucraino, Mosca persegue la stessa strategia di disintegrazione dell’integrità territoriale attuata in Moldova e Georgia con le enclavi di Transnistria, Abhkazia e Ossezia del Sud.

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Euromaidan

Questa in estrema sintesi la fotografia della crisi ucraina. Oggi in Donbas, nonostante il cessate il fuoco sancito dagli accordi di Minsk, si continua a sparare. Nei giorni scorsi le forze separatiste – milizie armate di tutto punto agli ordini di generali russi, ben diverse da l’esercito partigiano di trattoristi e minatori descritto dalla propaganda russa – hanno infatti ripreso le ostilità bombardando diverse postazioni dell’esercito ucraino, facendo nuove vittime.
Purtroppo il grave attentato di Parigi del 13 novembre ha completamente eliminato dai palinsesti di giornali e televisioni italiani il conflitto tra Mosca e Kyiv.
Ciò corrisponde a una precisa strategia ed è coerente con l’atteggiamento filorusso da sempre imperante nel nostro Paese per tutta una serie di ragioni che richiederebbero una trattazione a parte. Ma torniamo alla guerra in Ucraina.
A distanza di due anni dall’inizio della crisi nessuno in Italia si è preso la briga di spiegare quali siano le radici del conflitto tra Russia e Ucraina. I libri usciti negli ultimi 15-16 mesi su questo argomento, con la parziale eccezione di un instant book peraltro piuttosto breve, differiscono solo per il diverso grado di raffinatezza nel veicolare la versione moscovita dei fatti. Appare evidente che questi non sono libri per comprendere cosa è successo ma veri e propri strumenti di disinformazione.
La pubblicistica anglosassone e canadese – in Canada dove vive la più grande diaspora ucraina esistono sin dai tempi dell’Unione Sovietica Centri Studi dedicati alla storia, alla cultura e alla politica ucraina – si è invece contraddistinta per la pubblicazione di un discreto numero di lavori caratterizzati da un approccio serio e rigoroso. Lavori che lungi dall’essere apologetici verso l’attuale governo di Kyiv hanno altresì l’indubbio merito di sviscerare questioni chiave per comprendere l’Ucraina.
The conflict in Ukraine. What everybody needs to know di Serhy Yekelchik, professore di Storia e di Studi Slavi all’Università di Vittoria in Canada, è un testo agevole dal taglio divulgativo-didattico che ha il pregio di spiegare a tanti neofiti le complesse questioni legate al conflitto con necessari rimandi alla storia dell’Ucraina.
È stato volutamente strutturato sotto forma di domanda e risposta – tipo Chi sono gli oligarchi? Che cosa hanno in comune la Rivoluzione Arancione del 2004 ed Euromaidan? Cosa era la Rus di Kyiv? Chi era Ivan Mazepa? – per renderlo user-friendly o forse sarebbe più corretto dire reader-friendly.
Timothy Snyder, uno dei maggiori storici statunitensi – insegna storia dell’Europa Centrale e dell’Est a Yale – in sede di recensione lo ha definito “un libro che dovrebbe essere sulla scrivania, sul comodino o sul tavolino d’aereo di tutti coloro che stanno cercando di comprendere la questione ucraina e di aiutare l’Europa a risolvere questa grave crisi”.
Mi chiedo se il Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni Silveri – che nei giorni scorsi ha chiesto di non prolungare le sanzioni alla Russia, notizia occultata dai media italiani ma rilanciata da un organo di stampa polacca – lo abbia letto. Chissà se il testo di Yekelchik è sul comodino dell’alto rappresentante per la politica estera della UE Federica Mogherini che considera Putin un alleato chiave dell’Occidente per combattere il terrorismo?
Certo è che un libro di questo tipo sarebbe davvero utile in Italia ma dubito verrà mai tradotto nel nostro Paese.

Un altro testo a mio avviso essenziale per comprendere ancor più in dettaglio le origini e le conseguenze della grave crisi tra Russia e Ucraina è Ukraine Crisis. What it means for the West, saggio pubblicato alla fine dello scorso anno da Andrew Wilson. Wilson, uno dei maggiori esperti europei di società e politica ucraina, già autore di diversi volumi su questo Paese – ricordiamo tra gli altri The Ukrainians. Unexpected Nation – compie un’analisi davvero illuminante sulle origini del conflitto in corso analizzandolo da molteplici angolazioni.
A tal proposito vorrei soffermarmi in maniera più dettagliata su quello che considero forse il capitolo più interessante del libro di Wilson, libro di cui consiglio vivamente la lettura a chi ha dimestichezza con l’inglese.
Il capitolo in questione si intitola Russia Putinesca e ricostruisce con estremo rigore filologico il modello di governo putiniano e la sua concezione geopolitica indagando alcuni avvenimenti della recente storia russa e ucraina che risulteranno ex post fondamentali per comprendere come e perché il Cremlino abbia potuto mobilitare tante risorse finanziarie per questa guerra ibrida contro l’Ucraina e l’Occidente.
Per capire cosa sia successo occorre tornare indietro di 12 anni al biennio 2003-2004 a due vicende di cui avrete sicuramente sentito parlare.
Parlo del caso Yukos e della Rivoluzione Arancione.
Iniziamo dalla Yukos.

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Khodorkovsky

A metà anni Novanta Khodorkovsky, un ex attivista del Komsomol, che già all’epoca della perestrojka aveva fondato una banca, la Menatep, e si era distinto per una notevole vivacità imprenditoriale, entra in possesso della Yukos, una conglomerata impegnata nella produzione di petrolio. Superata la grave crisi finanziaria russa del 1998 la Yukos, che era stata sull’orlo della bancarotta, avvia una profonda ristrutturazione aziendale. Grazie alla ripresa economica e all’aumento del prezzo del petrolio l’azienda diventa una delle imprese più floride della Russia e Khodorkovsky uno degli uomini più ricchi del Paese.
Ma improvvisamente il 25 ottobre 2003 Khodorkovsky viene arrestato per frode fiscale. La Yukos in breve tempo perde gran parte del suo valore in borsa, finché – a un anno dalla condanna a nove anni di carcere di Khodorkovsky, avvenuta nel 2005 – finisce in bancarotta e i suoi asset più importanti vengono rilevati dalla compagnia di stato Rosneft. La più grande compagnia privata russa finisce nelle mani dello stato, ossia degli uomini del circolo magico di Putin.
Nel 2010 Khodorkovsky viene condannato per appropriazione indebita e riciclaggio di denaro ad altri sette anni di carcere. Verrà poi amnistiato e rilasciato nel dicembre 2013. Il suo processo viene considerato dalla maggior parte degli analisti e dei media internazionali un processo politico, orchestrato da Vladimir Putin per sbarazzarsi di uno degli uomini più potenti del paese. Prima di finire in carcere, l’oligarca russo aveva infatti apertamente criticato lo stato di corruzione in cui versava la Federazione Russa.
Gran parte del cash flow della Yukos – spiega Wilson nel suo libro – verrà utilizzato negli anni successivi da Mosca per oliare una formidabile macchina da guerra mediatica capace di penetrare redazioni di influenti giornali europei, centri di cultura russa nelle principali capitali del Vecchio Continente e partiti anti-europei ed euro-scettici appartenenti in egual misura alla galassia dell’estrema destra, quanto dell’estrema sinistra.
Sarà compito degli storici nei prossimi anni scrivere la seconda parte de l’Oro da Mosca – Oro da Mosca è un libro scritto dal giornalista Valerio Riva che trattava dei finanziamenti sovietici al PCI, dalla Rivoluzione d’Ottobre al crollo dell’Urss – per documentare il flusso di rubli arrivato nell’ultimo decennio in Europa sui conti correnti di partiti politici, riviste e quotidiani, fondazioni culturali italo-russe, ex-ambasciatori, docenti universitari etc.
Ma torniamo al 2004 e spostiamoci a Kyiv dove a novembre scoppia la Rivoluzione Arancione. Migliaia di manifestanti si radunano in Piazza Indipendenza, la stessa che 9 anni più tardi sarà il teatro principale di Euromaidan, per chiedere la ripetizione del voto delle elezioni presidenziali che vede opposti il candidato di Mosca Viktor Yanukovych e il candidato dell’opposizione filoeuropea Viktor Yushchenko.
I sostenitori di Yushchenko denunciano l’esistenza di pesanti brogli elettorali – metodo del carosello (schede già compilate), verbali falsi (aggiunta di preferenze a un candidato e sottrazione all’altro), voto a domicilio per presunte malattie – per far vincere Viktor Yanukovych. Le proteste dei cittadini sortiscono il loro effetto e il 3 dicembre la Corte Suprema Ucraina, accogliendo la tesi del candidato dell’opposizione Yushchenko, annulla la consultazione del 21 novembre e ordina la ripetizione del ballottaggio per il 26 dicembre che vedrà vincitore Yushchenko.
Definita dai politologi come una continuazione delle “Rivoluzioni di velluto” del 1989 o ancora, come la seconda caduta del Muro di Berlino, la Rivoluzione Arancione proprio per il suo carattere pacifico e determinato di rivolta popolare rappresenta un autentico incubo per Putin che teme che uno scenario simile possa replicarsi in Russia.
Gli ucraini scesi in Piazza nel novembre 2004 chiedono per il proprio paese elezioni libere e un orizzonte inequivocabilmente europeo. E soprattutto si oppongono alle corrotte democrature imposte dal Cremlino a tutti gli stati dell’ex Unione Sovietica, ad eccezione dei Baltici sin dal 2004 ancorati alla UE e alla NATO.
Da questo preciso momento lo scenario post-sovietico muta radicalmente.
L’orso russo che sembrava sopito nei primi anni della presidenza Putin si sveglia improvvisamente e inizia a pianificare la riconquista dello spazio ex sovietico. Uno spazio che Mosca rivendica a sé in barba alla sovranità nazionale di altri stati, al diritto internazionale e alla volontà popolare di cittadini che rivendicano un sentiero di sviluppo democratico caratterizzato da elezioni libere e trasparenti e libertà di stampa come nelle democrazie occidentali.
Wilson spiega in dettaglio i meccanismi attraverso cui prende piede e si sviluppa questo disegno neoimperiale che culminerà nella cruenta guerra in Ucraina. Una guerra che secondo recenti dati dell’ONU ha già fatto più di 9.000 morti e 20.000 feriti!
Il breve conflitto dell’agosto 2008 in Georgia può essere considerato a tutti gli effetti una prova generale di una guerra più ampia. Una guerra ibrida combattuta con diverse armi: azioni militari, terrorismo, disinformazione e cyber terrorismo. Emblematici in tal senso gli attacchi hacker subiti dai siti internet di governo, banche e aziende estoni all’indomani della rimozione per motivi di ordine pubblico da parte del governo estone, il 26 aprile 2007, di una statua di bronzo dedicata a un soldato dell’Armata Rossa.

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La disinformazione, in russo disinformacija, e i canali e le modalità con cui è stata veicolata in questi anni meritano una disamina puntuale.
Centrale è il concetto di geopolitica. O meglio il concetto di geopolitica elaborato dal Cremlino tramite consulenti quali Vitaly Tretiakov – collaboratore della rivista italiana Limes – e Aleksandr Dugin, teorico dell’Eurasia fervente ammiratore di Stalin e di Hitler.
Secondo tale concezione i piccoli stati non avrebbero alcun diritto alla propria sovranità dal momento che la sovranità dipende dalla forza, non dal diritto di internazionale.
Il diritto internazionale per Dugin è una sovrastruttura di quell’Occidente tanto odiato e disprezzato che lui vorrebbe distruggere alleandosi, se necessario, anche con il mondo islamico, per dar vita a un impero euroasiatica che unisca Vladivostok a Lisbona.
Questa singolare concezione della geopolitica, intesa come rapporto di forza, concezione che ricorda da vicino le idee del nazionalsocialismo hitleriano, è stata propagandata in Italia anche da riviste reputate autorevoli come Limes. A partire dal 2008 con il numero 3 intitolato Progetto Russia la rivista diretta da Lucio Caracciolo, creando non pochi imbarazzi a qualche autorevole membro del suo comitato scientifico, ha iniziato a presentare ai suoi lettori piantine con un’Ucraina smembrata in varie zone e articoli dagli eloquenti titoli Come smembrare Ucraina e Georgia.
Questa idea di geopolitica è la stessa – sottolinea Wilson – che ritroviamo nel discorso pronunciato da Putin nel marzo 2014 per celebrare l’occupazione e successiva annessione della Crimea all’interno della Federazione Russa.
La Crimea rappresenta la nostra tradizione storica. La Crimea è un importante fattore di stabilità nella regione. E questo territorio strategico deve appartenere a uno stato forte e stabile che oggi può essere solo la Russia”.

terra nera

Lo storico Timothy Snyder nel suo ultimo saggio Terra Nera. L’olocausto tra Storia e Presente sottolinea l’estrema gravità dello scenario attuale paragonandolo all’Europa del Patto Molotov-Ribbentrop.
Nelle conclusioni finale del libro l’accademico statunitense scrive con grande acume e lucidità : “Inaugurata nel 2013 una nuova fase coloniale, i leader e i propagandisti russi hanno negato ai loro vicini ucraini il diritto di esistere o li hanno etichettati come russi di second’ordine. Con parole che ricordano quelle pronunciate da Hitler sugli ucraini (e sui russi), le autorità hanno definito l’Ucraina un’entità creata artificialmente, senza storia, cultura né lingua, appoggiata da un gruppo mondiale di ebrei, omosessuali, europei e americani. Nella guerra russa contro l’Ucraina che questa retorica avrebbe dovuto giustificare, i primi vantaggi sono stati i giacimenti di gas naturale nel Mar Nero, vicino alla penisola della Crimea, che la Russia ha invaso e annesso nel 2014. Il terreno fertile dell’Ucraina continentale, la sua terra nera, rende la regione un esportatore primario di cibo, cosa che non si può dire della Russia.
Il presidente Vladimir Putin ha elaborato una dottrina di politica estera basata sulla guerra etnica. Questo approccio, che ricava dal linguaggio la legittimità a invadere a prescindere che sia stato usato in Cecoslovacchia da Hitler o in Ucraina da Putin, decostruisce le logiche della sovranità nazionale e dei diritti e getta le basi per lo smantellamento degli Stati. Trasforma entità statali riconosciute in bersagli di aggressione volontarie e gli individui in oggetti etnici i cui presunti interessi sono determinati da altri paesi. Putin si è messo a capo delle forze populiste, fasciste e neonaziste presenti in Europa. Impegnata a dar sostegno ai politici che incolpano gli ebrei dei problemi planetari e a sperimentare tecniche di distruzione statale, Mosca ha nel frattempo creato un nuovo capro espiatorio globale: gli omosessuali. Questa nuova idea di una “lobby gay” responsabile della decadenza del mondo non è più sensata della vecchia idea nazista di una “lobby ebraica” colpevole dello stesso male, eppure ha già cominciato a farsi spazio nel mondo”.

Massimiliano Di Pasquale

 

“L’Ucraina è Europa!” L’urlo inascoltato della piazza

Oggi ho letto un articolo che mi ha davvero colpito. L’autrice di questa straordinaria testimonianza si chiama Eleonora Trivigno. Eleonora, che ho avuto modo di conoscere lo scorso anno occupandomi del Maidan e della grave crisi tra Russia e Ucraina (oggi a tutti gli effetti una guerra, seppur non dichiarata), vive a Kyiv da 12 anni. Laureata in Storia dell’Europa Centro-Orientale, Master in Internazionalizzazione di Impresa, in Ucraina si occupa di Marketing & Comunicazione. Con l’inizio delle proteste in Maidan Nezalezhnosti, ha iniziato a collaborare con vari portali di informazione per documentare le vicende ucraine.
Ho contattato l’amica Eleonora e le ho chiesto il permesso di ri-pubblicare il pezzo uscito originariamente su Voci Globali http://vociglobali.it/2015/01/30/lucraina-e-europa-lurlo-inascoltato-della-piazza/ su Eastern Europe Post.
Lei ha accettato con piacere. Buona lettura
(M.D.P.)

Quando il 21 novembre 2013 alcune migliaia di studenti si riversarono sulla Majdan per protestare contro la mancata firma degli accordi UE a Vilnius, sotto la minaccia dei rettori di annullare il corso di studi per i partecipanti alle manifestazioni, non diedi molto peso alla vicenda. Ho un altro retroterra storico, per me la libertà di movimento e di espressione sono un fatto acquisito, le do sostanzialmente per scontate, non ho mai dovuto lottare per acquisirle.

E, d’altro canto, le manifestazioni sembravano avere un carattere decisamente contenuto. Carattere che persero di lì a pochi giorni quando, intorno alle tre di notte, tra il 29 ed il 30 novembre, il corpo speciale “Berkut” (in seguito disciolto) caricò brutalmente gli studenti, eseguendo l’ordine dell’allora ministro degli Affari Interni, Zacharcenko. L’ordine era: ”sgomberare la piazza per allestire l’albero di capodanno“. L’albero di natale, tradizionalmente allestito sulla Majdan Nezalezhnosti, qui è detto “di capodanno” (novogodnaja el’ka), perché 70 anni di ateismo di Stato hanno provveduto ad eliminare ogni riferimento a qualsivoglia dimensione religiosa.

Ho seguito poco la stampa italiana, e quella internazionale in generale, perché non avevo un gran bisogno di leggere gli articoli di giornalisti che il più delle volte non hanno neanche messo piede in Ucraina, per sapere quel che accadeva qui. Ma so che le proteste di massa sulla Majdan sono state raccontate essenzialmente come un’opposizione tra Unione Europea e Federazione Russa. A volte qualcuno dall’Italia mi ha persino chiesto ingenuamente se era il caso di morire per l’Unione Europea.

Il punto è che i riflettori della cronaca si sono fermati molto in superficie, non sono riusciti (o non vi era il desiderio, né l’intenzione) a cogliere la sostanza vera delle cose. Quando le centinaia di migliaia di manifestanti dalla piazza scandivano “Ukraina ce Evropa!” (l’Ucraina è Europa!) non intendevano tanto l’Unione Europea come istituzione, quanto l’Europa quale dimensione culturale, sociale e, per certi versi, politica.

Nei secoli, in maniera altalenante, l’Ucraina si è trovata ad essere inglobata territorialmente nell’Occidens, acquisendo sia pure in maniera embrionale i principi di libertà individuale e collettiva, di democrazia, partecipazione, di movimento dal “basso verso l’alto”. Pertanto ha sempre mostrato una forte resistenza ai tentativi di ordinamento autocratico espressi dalla Russia zarista prima e da quella sovietica poi, tendenti all’immobilismo, alla negazione dell’individuo e dei suoi diritti.

Euromaidan

Euromaidan

Il regime di Yanukovich – oggi ricercato dall’Interpol dopo essersi riparato in Russia dopo i fatti di Majdan – ma soprattutto la prospettiva di un Paese parte integrante dell’Unione Doganale, con il conseguente rischio di vedersi nuovamente risucchiati nell’orbita russa (benché, di fatto, da quell’orbita l’Ucraina non si sia mai emancipata appieno, neanche durante i 23 anni di indipendenza) hanno acceso la protesta. Ma era una protesta che di nazionalistico non aveva proprio niente, se non la manipolazione che delle vicende è stata compiuta da alcuni mezzi di informazione.

Parlo esclusivamente russo, come del resto la quasi totalità dei keviani presenti in piazza, come mio marito, cittadino ucraino, ma di nazionalità russa. Aspetto questo, che né nel mio caso, né in quello di mio marito o di tanti amici, ha mai rappresentato un problema: nessuno ha mai usato violenza nei nostri confronti, nessuno ci ha mai privato del diritto di usare la lingua russa in ambito familiare, di lavoro o in qualunque altra dimensione. Anzi, come accadeva anche prima di Majdan, i più dialogando passavano al russo. Conseguenza non solo di una connaturata propensione alla tolleranza e del desiderio di mettere a proprio agio l’interlocutore, ma anche di uno strano meccanismo psicologico proprio delle generazioni tra i 30 e i 50 anni, vissuti qui in un periodo in cui non era né opportuno, né prestigioso parlare ucraino e a scuola si finiva per scegliere il russo. Ché, in caso contrario, c’era il rischio di essere accusati di nazionalismo, bandierismo, di fascismo insomma.

La stessa accusa, che è stata mossa nei confronti dei manifestanti di Majdan, perché le categorie di “fascismo” versus ”comunismo” sono ancora vive nella memoria di tanti europei, di tanta parte della società civile, e quindi in grado di rendere più efficace la propaganda. Del resto, niente di sorprendente: il Muro di Berlino, nel blocco sovietico, era più noto come “muro dell’antifascismo”, per cui chiunque tentasse di passare dall’altra parte era etichettato come fascista.

Da novembre 2013 ad aprile 2014 ho frequentato tutti i giorni Majdan più nel ruolo di testimone e di documentatrice, che di attivista, e francamente non sono riuscita a ricondurre al fascismo, al neo-nazismo, nessuna delle azioni, che lì si svolgevano: ragazze che preparavano butterbrod (panini) e bevande calde per resistere alle temperature invernali; ragazzi che si preoccupavano di mettere insieme vestiario pesante o medicinali, necessari a curare i feriti dopo gli scontri con le forze dell’ordine; uomini e donne di ogni età che tiravano su barricate riempendo sacchi con la neve, o che hanno dato la vita perché non passassero le leggi dittatoriali, promulgate il 16 gennaio 2014.

Sono anche convinta anche nelle proteste di Majdan non vi fosse nulla, che rappresentasse una reale minaccia per l’Est del Paese, dove peraltro fino ad aprile 2014 non sono mancate manifestazioni di solidarietà con la piazza di Kiev, poi opportunamente (e con la violenza) messe a tacere.

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Nel conflitto, che ormai da mesi infiamma alcune aree orientali (circa il 7% del territorio nazionale) hanno pesato, in parte, un sistema imprenditoriale ed economico, in gran parte dipendente da Mosca, ma anche e soprattutto l’azione propagandistica di esponenti del Partito delle Regioni ed oligarchi, che vedevano nella secessione una possibilità di conservare il proprio potere ed il controllo sui flussi finanziari a livello locale, avendoli persi a livello nazionale. Ciò di fatto ha offerto il fianco all’ingerenza del Cremlino, per il quale l’Est ucraino riveste una funzione strategica importantissima di comunicazione con la Crimea, annessa in seguito al referendum del 16 marzo 2014. Senza un “corridoio” sul territorio continentale ucraino, di fatto, la penisola è privata di qualsivoglia di comunicazione e rifornimento.

Da mesi ormai in Ucraina si vive una vita di apparente normalità in gran parte del Paese, mentre all’Est si passa da periodi di relativa tregua a fasi di scontri più accesi. A dicembre si credeva che il conflitto fosse ormai sostanzialmente congelato, ma gennaio è stato caratterizzato da attacchi terroristici e attività militare di grande intensità. Pur non potendo affermarlo con assoluta certezza, personalmente credo che la nuova escalation non sia preludio di un’invasione o di un conflitto su più vasta scala.

Ritengo piuttosto, che il vero obiettivo sia quello di indurre l’Ucraina a promulgare lo stato di guerra, in presenza del quale i finanziamenti internazionali non sarebbero più possibili. E senza di essi il Paese si avvierebbe inesorabilmente verso il default, nel qual caso in molti da queste parti (in Ucraina, ma anche e soprattutto in Russia) a lungo penseranno, che non val la pena di scendere in piazza, protestare, rivendicare i propri diritti. Il prezzo da pagare sarebbe troppo alto.

Eleonora Trivigno

Pubblicato originariamente su Voci Globali
http://vociglobali.it/2015/01/30/lucraina-e-europa-lurlo-inascoltato-della-piazza/

I migliori libri del 2014

Qualche settimana fa, quando decisi di scrivere questo articolo sui migliori libri del 2014 di Eastern Europe Post, certo che il Maidan di Kyiv verrà ricordato come uno spartiacque nella Storia dell’Europa Centro-Orientale degli ultimi 100 anni, volevo fare precedere il pezzo vero e proprio da un’analisi di natura geopolitica. Il 2014, al pari del 1989 di cui ricorreva il 25° anniversario, è stato infatti un anno epocale che ha segnato l’inizio di un nuovo scontro, duro e senza infingimenti, tra l’Europa Occidentale e la Russia di Putin. Se venticinque anni fa, con il crollo del Muro di Berlino, si concludeva la Guerra Fredda, oggi a distanza di un quarto di secolo, l’aggressività su scala mondiale della Russia – già denunciata da Edward Lucas nel 2008 in “The New Cold War” – ci pone di fronte all’inquietante scenario geopolitico di una Nuova Guerra Fredda fra l’Occidente e una Russia che, abiurati i timidi tentativi di riforma del primo Eltsin, ha trovato nelle politiche autocratiche e imperialiste di Putin un collante che affascina in egual misura stalinisti, fascisti e populisti anti-occidentali. Dopo un’attenta riflessione ho pensato che un’analisi di siffatta natura esulasse dallo scopo di questo articolo e che fosse più che sufficiente, per rendere ragione delle mie scelte editoriale, la breve introduzione che avete appena letto. Coerentemente con un blog che si occupa di Paesi dell’Europa Orientale le scelte privilegiano libri, sia essi di saggistica o di narrativa, che permettono al lettore italiano di scoprire un universo ancora oggi ignoto e oggetto di letture parziali dovute a molteplici ragioni non ultima l’egemonia culturale in ambito accademico ed editoriale di settori della sinistra italiana storicamente legati all’URSS. La curiosità intellettuale abbatte steccati ideologici, visioni fuorvianti di un mondo altro che ci è stato raccontato solo attraverso stereotipi e ci può accostare a mondi e a culture affascinanti ingiustamente snobbate fino all’altro ieri solo per pigrizia o scarsa conoscenza. Buona lettura
Istruzioni per l’uso:
I libri non sono in ordine di importanza. Il titolo che compare per primo non è necessariamente il miglior libro del 2014 per Eastern Europe Post
• Alcuni testi sono usciti a fine 2013 , altri sono stati inseriti come imprescindibili “recuperi”
• Non sono dieci come le classifiche di fine anno della maggior parte dei giornali ma molti di più

1. Mark Hollingsworth, Stewart Lansley “Londongrad. From Russia with cash. The Inside Story of the Oligarchs” (Four Estate, London, 2010).
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Londongrad, uscito in Inghilterra nel 2010 e mai tradotto in Italia, è un saggio che racconta la storia degli oligarchi russi residenti nella capitale britannica e la complessa rete di relazioni politico-economiche che li ha legati e li lega al Cremlino e a Londra, centro finanziario internazionale, scelto, a partire dalla fine degli anni’90 come base delle proprie attività. Complesso e articolato, capace di coniugare diversi registri giornalistici – dalla cronaca di costume a quella finanziaria, passando inevitabilmente per quella nera, basti pensare all’omicidio Litvinenko – il libro di Hollingsworth e Lansley è lettura imprescindibile per chi voglia conoscere più da vicino la storia della Russia degli ultimi 20 anni.

2. Joseph Roth “L’Anticristo” (Editori Riuniti, 2010).
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Inedito in Italia fino a 4 anni fa, questo lavoro del grande scrittore mitteleuropeo di Brody (Galizia austroungarica) si rivela libro di straordinaria attualità. Imprescindibile cartina al tornasole per decifrare il male del nostro tempo. Gli incubi degli anni ’30 – Roth ben 15 anni prima di Orwell osò mettere sullo stesso piano le aberrazioni del nazismo e quelle del comunismo – il mondo falso e vacuo di Hollywood, epitome di una civiltà dell’immagine così vicina a quella attuale delle “realtà virtuali”, fanno de L’Anticristo opera profetica e assolutamente originale.

3. Edward Lucas “La Nuova Guerra Fredda. Il putinismo e le minacce per l’Occidente” (Università Bocconi Editore, Milano 2009).
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Bollato da Sergio Romano, che ne ha curato la prefazione in Italia, come “una inutile provocazione” dietro la quale si nasconde “non tanto il desiderio di riformare la Russia, quanto di indebolirla e umiliarla”, il testo di Edward Lucas si è rivelato altresì drammaticamente profetico nel delineare uno scenario di Guerra Fredda che i più saggi avevano già intuito dopo l’invasione del Cremlino in Georgia nell’estate del 2008. Chi ha dimestichezza con l’inglese può recuperare l’ultimissima edizione uscita qualche mese fa aggiornata alla recente crisi ucraina.

4. Svetlana Aleksievič “Tempo di seconda mano” (Bompiani 2014).
Tempo di seconda Mano - Svetlana Aleksievic (Bompiani)
Romanzo corale in cui le memorie private di cittadini ex sovietici si intrecciano con gli avvenimenti storici degli ultimi 23 anni, dal 1991 che segnò la dissoluzione dell’URSS, al 2014 del Maidan ucraino. Essenziale per comprendere le idiosincrasie dell’homo sovieticus e la vita nel mondo post-sovietico segnata da stenti, disillusioni e speranze tradite.

5. Charles King “Odessa. Splendore e tragedia di una città di sogno” (Einaudi, 2013).
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Saggio scritto con il piglio fresco e avvincente di un romanzo, il libro di King, frutto di anni di ricerche bibliografiche e sul campo, è un affresco colto e affascinante della città più cosmopolita di Ucraina. Polis meticcia che, nel corso dei secoli, ha ispirato registi come Ėjzenštejn, scrittori quali Aleksandr Puškin e Isaak Babel’ ma in cui si sono consumate pagine tragiche dell’ebraismo orientale.

6. Andrei Kurkov “Diari Ucraini” (Keller, 2014).
Diari Ucraini - Andrei Kurkov (keller)
Le proteste del Maidan di Kyiv nel libro più intimista e cupo di Andrei Kurkov, scrittore pietroburghese dalla vena gogoliana. I suoi diari, che coprono l’arco temporale che va dal novembre 2013 (inizio delle proteste sul Maidan Nezalezhnosti) al giugno 2014, passando in rassegna eventi che sono già storia (caduta del regime di Yanukovych, annessione della Crimea, guerra in Donbas…), sono utilissimi per comprendere cosa sta accadendo oggi sull’ultima frontiera orientale. Complementare al libro di Kurkov l’ebook dal taglio volutamente didattico pubblicato da Mauro Voerzio, Gli angeli del Maidan, che racconta sulla base dell’esperienza diretta – l’autore è stato infatti nei luoghi delle proteste – la Rivoluzione della Dignità del popolo ucraino. gli angeli di maidan - Mauro Voerzio(online https://www.bookrepublic.it/book/9786050321227-gli-angeli-di-maidan/)

7. Antonio Carioti, Paolo Rastelli (a cura di) “1989. Il crollo del Muro di Berlino e la nascita della Nuova Europa” (Corriere della Sera/RCS, 2014).
1989 -
Raccolta di 21 articoli/saggi che da prospettive diverse analizzano, a distanza di 25 anni, l’evento più importante del secondo Novecento. Lettura interessante, seppure dalla qualità disomogenea. Buoni i contributi di Federico Argentieri, Pierluigi Battista, Gian Piero Piretto, Paolo Lepri e le intervista di Antonio Carioti e Paolo Valentino rispettivamente a Gianluca Falanga e a Joschka Fischer.

8. Patrick Leigh Fermor “Fra i Boschi e l’Acqua” (Adelphi 2013).
Fra i Boschi e l'Acqua - Patrick Leigh Fermor (Adelphi)
Meno noto di Chatwin, nonostante lo stesso autore di “In Patagonia”, lo abbia più volte definito il suo maestro, Leigh Fermor è narratore di razza che merita di essere scoperto anche in Italia. Un plauso all’ottima Adelphi che negli ultimi anni sta pubblicando tutto il suo catalogo. Seconda parte del viaggio descritto in “Tempo di Regali” (Adelphi 2009), “Fra i Boschi e L’acqua” ripercorre i mille chilometri successivi dalla Grande Pianura ungherese fino ai Carpazi rumeni. Quando la letteratura di viaggio assurge a vera e propria arte.

9. Rachel Polonsky “La Lanterna Magica di Molotov” (Adelphi 2014).
la lanterna Magica di Molotov - Rachel Polonsky (Adelphi)
Un excursus nella storia della Russia dal taglio assolutamente originale. Una sorta di ricerca del tempo perduto che prende le mosse casualmente dai libri ritrovati dall’autrice nella biblioteca privata dell’appartamento moscovita di Molotov.

10. Valerij Panjuškin “L’Olimpo di Putin”(Edizioni E/0 2014).
L'Olimpo di Putin - Valerij Panjuskin (edizioni EO)
Ogni metropoli ha al suo quartiere esclusivo. A Mosca si chiama Rublyovka: qui vive il gotha della politica e della finanza russa. Chi abita dietro ai muri altissimi che circondano queste ville sontuose appartiene all’Olimpo del nuovo Zar. Il fatto che Putin e Medvedev vengano volutamente lasciati sullo sfondo e che l’autore usi il fioretto rinunciando a stilettate aperte non inficia la rilevanza di un testo che fotografa con nitidezza, seppur venata di sottile sarcasmo e ironia, la Russia attuale.

11. Donatella Sasso “Milena, la terribile ragazza di Praga” (Effatà Editrice, 2014).
Milena la terribile ragazza di Praga - Donatella Sasso (Effatà editrice)
È un libro molto bello e di piacevole lettura quello scritto da Donatella Sasso, ricercatrice di storia contemporanea presso l’Istituto Salvemini di Torino e appassionata di cultura ebraica. Il primo in Italia a ripercorre la vita di Milena Jesenská, nota ai più per la sua tormentata storia d’amore con lo scrittore Franz Kafka…. Il libro della Sasso ci aiuta a scoprire le gesta di una donna la cui straordinaria vita è sempre stata caratterizzata da coraggio e tenacia anche nei momenti più drammatici.

12. Marietta Čudakova “Michail Bulgakov. Cronaca di una vita” (Odoya 2013).
Michail Bulgakov. Cronache di una vita - Marietta Cudakova (Odoya)
Opera monumentale, quasi 500 pagine, che ripercorre la vita di uno dei più grandi scrittori russi del ‘900. “Un libro – come ha acutamente scritto la traduttrice e curatrice dell’opera Claudia Zonghetti – che porta il lettore a Kiev prima e a Mosca poi, sottobraccio a Bulgakov e ai suoi amici e detrattori […] Un libro vivo, che ci scaraventa anima e corpo in una parabola umana faticosissima, intensa e tragica, ma sempre con un angolo delle labbra alzato…”

13. Katja Petrowskaja “Forse Esther” (Adelphi 2014).
Forse Esther - Katja Petrowskaja (Adelphi)
Die Zeit ne ha tessuto le lodi definendolo il migliore romanzo che la letteratura tedesca abbia prodotto dopo Austerlitz di Sebald. Petrowskaja scrive in tedesco ma è nata a Kiev nel 1970 e si è laureata a Tartu in Estonia. Il suo libro, che coniuga cultura russa, ucraina, ebraica e tedesca, è un intenso viaggio a ritroso nella storia del Novecento che parte da una tragedia famigliare. Kiev, Mosca, Varsavia, Berlino… i ghetti, i gulag stalinisti e i lager nazisti…

14. Jan Brokken “Anime Baltiche” (Iperborea 2014).
Anime Baltiche - Jan Brokken (Iperborea)
Riga, Tallinn, Vilnius, Kaliningrad… Anime Baltiche dello scrittore e viaggiatore olandese Jan Brokken, racconta con taglio colto e piacevole, quello della miglior narrativa di viaggio, la storia di questo pezzo dimenticato d’Europa che in troppi ancora oggi confondono con la Russia.

15. Avrom Bendavid-Val “I cieli sono vuoti. Alla scoperta di una città scomparsa” (Guanda 2013).
I cieli sono vuoti - Avrom Bendavid - Val (Guanda)
Nel fortunato romanzo di Jonathan Safran Foer “Ogni cosa è illuminata” il nome di fantasia del villaggio ebraico in cui il protagonista andava alla ricerca delle proprie radici era Trachimbrod, nella realtà si chiamava Trochenbrod. Il libro di Bendaviv-Val ricostruisce con estremo rigore filologico la storia di questo luogo dell’Ucraina occidentale (distrutto nel 1941 dalla furia nazista) esempio unico di cittadina completamente ed esclusivamente ebraica.

16. I.J. Singer “La Famiglia Karnowski” (Adelphi 2013).
La famiglia Karnowski - I.J. Singer (Adelphi)
Il romanzo più bello che mi sia capito di leggere da 10 anni a questa parte. La saga di questa famiglia ebrea (tre generazioni a confronto sullo sfondo di Polonia, Germania e Stati Uniti) raccontata da Singer con uno stile nitido e avvincente – non riesci a staccarti facilmente da queste pagine – è uno dei capolavori del Novecento solo recentemente riscoperto. Verrò accusato di blasfemia se dico che per me è superiore ai “Buddenbrook” di Thomas Mann?

17. Kosztolányi Dezsó “Anna Édes” (Edizioni Anfora, 2014).
Anna Édes Dezsö Kosztolányi(Edizioni Anfora)
Sándor Márai, uno dei più grandi scrittori ungheresi del Novecento, autore di capolavori come “Le Braci” e “L’eredità di Eszter”, parlava di Kosztolányi come di un autentico genio letterario. Leggendo Anna Édes, forse il miglior romanzo dello scrittore di Szabadka, non si può che condividere il giudizio di Márai. Lettura imprescindibile per chi ama le atmosfere drammatiche e decadenti della miglior letteratura mitteleuropea. Grazie ai tipi di Anfora per averci regalato questo autentica perla.

Massimiliano Di Pasquale

Euroleader. Dai giorni di “Ucraina senza Kuchma” all’Euromaidan

Euroleader, fondata nel 1997 in Donbas, regione dell’Ucraina orientale dove oggi si combatte una guerra non dichiarata tra truppe mercenarie di Mosca (russi, kadirovcy, cetnici serbi, caucasici) e le forze filogovernative di Kyiv – non una guerra civile come ancora scrivono molti media italiani -, è una ONG attiva da quasi vent’anni nel promuovere i diritti civili in territorio ucraino.
L’organizzazione che collabora da tempo con lo Swedish International Liberal Center – racconta il vicepresidente Andrey Kiselev, raggiunto telefonicamente a Kyiv assieme al presidente Andrey Drevitsky e alla segretaria internazionale Yuliya Shypytkova – nasce come movimento di opposizione all’epoca in cui Viktor Yanukovych era il governatore del Donbas.
Kiselev, in quegli anni studente universitario a Donetsk, ricorda come gli attivisti dell’associazione, che denunciavano pubblicamente la corruzione e l’illegalità dell’amministrazione regionale di Yanukovych, fossero oggetto di persecuzioni e pestaggi.
Alcuni di noi furono costretti a fuggire dall’Ucraina per via delle minacce quotidiane, altri come il sottoscritto furono espulsi dall’Università e non riuscirono mai a laurearsi”
Questa esperienza, ancorché drammatica – continua Kiselev – è stata un’ottima scuola per l’azione, un’esperienza utile messa poi a frutto nei giorni della Rivoluzione Arancione e di Euromaidan”.
Quando il 16 settembre 2000 con la scomparsa di Heorhyi Gondgadze, fondatore del quotidiano online Ukrayinska Pravda, che da qualche anno pubblica reportage e inchieste sugli intrecci politico-mafiosi degli oligarchi legati al presidente ucraino Leonid Kuchma, inizia il Kuchmagate, Euroleader è tra le associazioni attive nella campagna “Ucraina senza Kuchma”.

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L’iniziativa popolare promossa dal socialista Oleksandr Moroz, che sostiene il coinvolgimento dello stesso Kuchma nell’omicidio di Gongadze – le prove sarebbero contenute nelle 30 ore di registrazione effettuate di nascosto nell’ufficio del presidente da Mykola Melnychenko, l’ufficiale dei Servizi di Sicurezza responsabile delle intercettazioni –, segna l’inizio di un movimento di protesta in tutto il paese che invoca attraverso meeting, scioperi della fame e altri metodi di disobbedienza civile e pacifica le dimissioni del presidente.
Un movimento che tre anni più tardi, dopo i brogli elettorali nelle elezioni presidenziali, culminerà nelle manifestazioni di piazza della Rivoluzione Arancione e nel sostegno al candidato dell’opposizione Viktor Yushchenko.
Ma l’eroe del Maidan cui tanti ucraini avevano affidato le speranze di un effettivo cambiamento – dilaniato dalla rivalità con l’ex alleata Yuliya Tymoshenko, stretto in un perimetro costituzionale, voluto da Kuchma come conditio sine qua non per la ripetizione del voto contestato nel dicembre 2004, che limita fortemente i suoi poteri, circondato da consiglieri infidi – non riuscirà a imprimere il necessario cambio di marcia per rigenerare moralmente ed economicamente il Paese.
A distanza di dieci anni Kiselev e Drevitsky sono in grado di tracciare un bilancio di quella esperienza e di confrontarla con quella dei mesi scorsi di Euromaidan.
La Rivoluzione Arancione è stata una rivoluzione pacifica, una rivoluzione che ha cambiato il modo di pensare della gente. Fu organizzata dai politici dell’opposizione e lo scopo principale è stato il permettere nuove elezioni dopo i brogli elettorali di Yanukovych”.
Il mancato successo della Rivoluzione Arancione – a detta del Presidente e del vice presidente di Euroleader – è da attribuirsi principalmente alla gente ucraina.
La società civile credeva di aver scelto le persone giuste e che una volta eletto un nuovo Presidente fosse tutto finito. Invece occorreva controllare l’attività parlamentare, occorreva vigilare sull’operato del governo affinché il paese attuasse delle vere riforme”.

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Quello che si è visto nei mesi scorsi sul Maidan di Kyiv è stata al contrario una protesta organizzata dalla gente.
La gente è scesa in piazza non per scegliere un politico, ma per la propria dignità, per decidere il futuro del proprio Paese e per l’Europa.”
La più grande differenza con la Rivoluzione Arancione è che questa volta ci sono state tante perdite tra gli attivisti.
Sono morte tante persone, giovani e innocenti, che hanno sacrificato la propria vita per il futuro dell’Ucraina. Euromaidan è stata veramente una rivoluzione che è entrata nella storia, una rivoluzione che ha cambiato l’intero paese”.
Un paese che nelle zone orientali del Donbas deve fronteggiare ora una vera e propria guerra contro le milizie mercenarie di Mosca per tutelare la sua integrità territoriale e quella di migliaia di cittadini ucraini spesso usati come scudi umani dai terroristi delle autoproclamatesi Repubbliche Popolari di Luhansk e Donetsk.
In questa situazione di emergenza Euroleader, che nei mesi scorsi ha organizzato i primi Automaidan a Donetsk e partecipato alle manifestazioni di piazza a Kyiv con la Terza Sotnia, si sta impegnando in due direzioni.
Da un lato attraverso un network di ONG occidentali sta attuando un’opera di informazione e sensibilizzazione a livello internazionale per fare conoscere cosa stia realmente succedendo nel paese, d’altro si adopera quotidianamente per fornire assistenza materiale e psicologica alla popolazione civile del Donbas e aiuti all’esercito ucraino impegnati nelle operazioni antiterrorismo ATO.

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Purtroppo non abbiamo alcun tipo di supporto militare né dall’Unione Europea, né dagli Stati Uniti” spiegano i dirigenti di Euroleader.
Gli americani ci mandano del cibo per il nostro esercito e dell’equipaggiamento per la protezione del corpo dei soldati, tipo giubbotti antiproiettile
Kiselev e Drevitsky si augurano che la situazione possa presto cambiare anche alla luce di quello che è successo giovedì 17 luglio.
Dopo la tragedia del Boeing malese oramai tutto il mondo sa che la Russia sta facendo una guerra in Ucraina. Speriamo che questo induca la comunità internazionale a fornirci maggior supporto, perché questa non è solo una guerra contro l’Ucraina ma è una guerra contro l’Europa e il mondo Occidentale”.

Massimiliano Di Pasquale

Per contatti: Yuliya Shypytkova – Segretaria Internazionale di Euroleader
shypytkova.julia@gmail.com
euroleader@meta.ua