Stepan Bandera tra mito nazionale e propaganda neosovietica

Tre anni fa, mentre stavo ultimando il mio saggio Ucraina terra di confine, ebbi una vivace discussione con un amico polonista, il quale con fare quasi censorio, mi intimò di non menzionare in alcun modo Stepan Bandera nel mio libro. “Se lo farai molti ti attaccheranno, non venderai una copia e avrai tutta l’intellighenzia di sinistra contro”.
Replicai con pacatezza all’amico che non avrebbe avuto alcun senso, vista la struttura del mio saggio, occuparsi di Carpazi e di Galizia senza parlare del leader nazionalista Stepan Bandera che gli ucraini dell’Ovest – specie gli abitanti delle oblast di Ivano Frankivsk, Lviv e Ternopil – considerano un eroe nazionale.
Osservai che parlare di Bandera non significava affatto farne l’apologia, semmai cercare di contestualizzare meglio questa figura rispetto al tempo in cui visse e allo scenario politico in cui si trovò ad operare – ossia quella di un’Ucraina stretta tra la morsa polacca e sovietica – e affrancarla dalla lettura fuorviante offerta dalla storiografia sovietica e russa.
Inoltre gli feci notare che il dibattito su Bandera era di grande attualità visto che il presidente Viktor Yushchenko nel febbraio 2010, qualche giorno prima di lasciare la Bankova al suo successore Viktor Yanukovych, aveva nominato Stepan Bandera eroe nazionale, suscitando ovviamente non poche polemiche dato che il leader dell’OUN (Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini) è ancora una figura che divide il Paese.

Francobollo ucraino con effige di Bandera

Francobollo ucraino con effige di Bandera

In occasione della consegna dell’onorificenza di “eroe nazionale”, il nipote del leader nazionalista, chiamato anche lui Stepan, propose al Partito delle Regioni di Yanukovych di condurre una campagna di informazione sulla figura di suo nonno per giungere a una memoria condivisa.
Il Partito delle Regioni non solo rifiutò, ma di lì a poco Yanukovych su ordine di Mosca cancellò l’onorificenza e diede inizio a una politica di russificazione e neo-sovietizzazione che portò alla riabilitazione di Stalin – a Zaporizhzhya il partito comunista locale, alleato di governo del Partito delle Regioni fece erigere nel dicembre 2010 una statua in onore del dittatore sovietico – e alla negazione del Holodomor, rubricato da “genocidio contro il popolo ucraino” a “grande tragedia che accomunò ucraini, russi ed altre popolazioni dell’ex-Unione Sovietica”.
Ancora oggi la figura di Bandera è usata strumentalmente dalla propaganda filorussa, orchestrata dal Cremlino, per demonizzare le regioni occidentali dell’Ucraina, la sua popolazione e per dipingere i patrioti ucraini che con il Maidan hanno espresso pacificamente la volontà di emanciparsi dal giogo moscovita, come dei banderovcy nazisti.

Stepan Bandera

Stepan Bandera

Bollato dalla storiografia sovietica e russofila come un fascista – nell’ex URSS il termine è usato quale sinonimo di nazista – Bandera è riverito nell’Ovest del paese come un eroe nazionale, tant’è che molte cittadine della Galizia e della Volinia gli hanno dedicato monumenti e vie.
Per comprendere la complessa figura del leader dell’OUN (Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini) nato il 1° gennaio del 1909 nel villaggio di Uhryniv Staryi, è necessario gettare uno sguardo alla situazione dell’Ucraina alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale. Mentre le regioni orientali sono dissanguate dallo stalinismo – la tragedia del Holodomor, la carestia artificiale del ’32-’33 uccise per fame diversi milioni di ucraini – la parte occidentale subisce una pressione ormai insostenibile da parte della Polonia. La storia, come ai tempi degli etmani Bohdan Khmelnytskyi e Ivan Mazepa, sembra ripetersi. Ancora una volta il sogno di un’Ucraina libera e indipendente deve fare i conti con l’imperialismo russo e polacco.
In seguito al patto Molotov-Ribbentrop, con il quale nazisti e sovietici decidono di spartirsi l’Europa in sfere d’influenza, l’URSS invade l’Ucraina occidentale e crea un regime ancora più oppressivo che in poco meno di due anni manda a morte mezzo milione di ucraini. In questo periodo Bandera cerca inizialmente di trattare con i tedeschi nella vana speranza di ottenere qualche libertà per il suo paese. Resosi conto che ciò è impossibile, l’OUN lancia una lotta sui due fronti: quello antinazista e quello antisovietico. Quando nel 1941 Bandera proclama nella liberata Leopoli lo Stato ucraino, viene imprigionato dai nazisti. I membri del governo provvisorio ucraino da lui istituito vengono arrestati, uccisi o spediti nei campi di concentramento. Prima dello scoppio della guerra tra sovietici e tedeschi del 1941, suo padre, il reverendo Andriy, è condannato a morte da un tribunale militare sovietico, e le sorelle Marta e Oxana vengono arrestate e imprigionate nei Gulag semplicemente per essersi rifiutate di fornire informazioni sul fratello e di cooperare con i sovietici. L’anno seguente Bandera è imprigionato nel campo di concentramento di Sachsenhausen, vicino a Berlino. Nei terribili anni tra il 1941 e il 1944 la famiglia del leader nazionalista è vittima delle violenze incrociate di nazisti e sovietici.
La fine della Seconda Guerra Mondiale non sancisce affatto la fine della lotta per l’indipendenza dell’Ucraina assegnata dopo il Patto di Yalta all’URSS. Nel 1946 Volodymyra, la sorella di Bandera, e suo marito, il reverendo Volodymyr Davydyuk, sono arrestati dalle autorità sovietiche e imprigionati in un Gulag; Stepan, che risiede a Monaco con la famiglia, è oggetto di una lunga serie di attentati. Sarà assassinato al sesto tentativo nel 1959 dall’agente del KGB Bohdan Stashynsky, che qualche anno più tardi confesserà di essere stato anche l’esecutore materiale dell’avvelenamento del leader nazionalista ucraino Lev Rebet.

Massimiliano Di Pasquale

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L’Ucraina Orientale non è Russia – intervista a Giovanna Brogi Bercoff*

Giovanna Brogi Bercoff, professore ordinario di slavistica presso l’Università di Milano, direttrice della rivista Studi Slavistici e presidente dell’AISU (Associazione Italiana di Studi Ucrainistici), parla della grave crisi tra Russia e Ucraina e aiuta a inquadrare le complesse vicende di queste settimane in un’ottica storico-culturale in cui grande peso hanno avuto le politiche di russificazione dell’Ucraina Orientale intraprese dalla Russia zarista dopo la storica battaglia di Poltava del 1709.

Professoressa Brogi, che spiegazione dà alla lettura russo centrica della crisi ucraina presente in vasti settori dell’establishment politico-culturale nel nostro Paese?
In parte la dimensione russo-centrica dell’Italia riflette il provincialismo e la scarsa cultura degli italiani, ma fondamentali restano motivi economici. Basti pensare ai rapporti tra ENI e il colosso energetico Gazprom. Non escluderei che l’amicizia personale tra Berlusconi e Putin abbia ancora una certa influenza, in considerazione della lentezza con cui in Italia cambiano idee e abitudini.

A proposito di politici, cosa pensa dell’editoriale scritto dall’ex premier Romano Prodi sul New York Times qualche settimana fa rispetto a ciò che succede in Ucraina?
Trovo sconcertante quello che ha detto. Prodi continua a perpetrare il vecchio mito dell’Unione Sovietica di quaranta anni fa. Molti politici e parte dell’opinione pubblica continuano a considerare ‘normale’ che la Russia agisca come un impero in cui i popoli non hanno diritto alla loro sovranità nazionale. Ed è ancora frequente la stessa pretestuosa spiegazione: gli ucraini sono fascisti! Perdura i molti personaggi l’inerzia ideologica e mentale per cui i russi vengono considerati i ‘buoni’ e progressisti, e gli ucraini come filofascisti. Sul Majdan di Kiev erano rappresentate da milioni di persone per 4 mesi tutte le tendenze dell’opposizione al corruttissimo governo di Yanukovych, ma molti in Italia continuano a dire che i manifestanti sono dominati dalla destra e sono estremisti fascistoidi. O non sanno leggere, o non vogliono allontanarsi da certi stereotipi che magari fanno comodo a qualcuno. Tutto questo senza tenere in alcun conto che il paese è indipendente da 23 anni ed è cambiato, si è evoluto e nella stragrande maggioranza non ne vuol sapere di prendere ordini da Mosca. Permane in Italia il mito della Russia.

prodi

Cosa intende esattamente per mito della Russia?
C’è un mito di natura culturale, pensiamo alla letteratura o la musica. Anche la Slavistica è da sempre dominata dalla Russistica. In questi ultimi anni il numero degli studenti di russo è raddoppiato, in certi casi triplicato creando grossi problemi didattici e organizzativi perché mancano insegnanti qualificati. Fra le cause di questo aumento è la speranza di trovare lavoro grazie all’intensificazione dei rapporti economici e commerciali, ma forse questo interesse per gli studi russi è anche frutto della propaganda che sta facendo la fondazione Russkij Mir, finanziata direttamente da Mosca, stabilendo accordi con i vari istituti. I docenti delle università accettano gli aiuti offerti da questa fondazione perché offrono soldi e infrastrutture (computer etc). Negli ultimi tempi sono molto attivi, fanno conferenze, si danno da fare. Poi naturalmente ci sono tanti russi che vengono in Italia e portano soldi. Milano, Roma, Venezia, la Versilia, la costa Adriatica sono piene di russi. Tutto questo pesa visto, che l’Italia è economicamente in crisi.

Come mai testate che in politica interna sono su posizioni antitetiche come Il Giornale e Il Manifesto offrono la stessa lettura degli avvenimenti a Kiev e in Crimea?
È una combinazione di inerzia mentale, retaggi sovietici e interessi economici. Per quanto riguarda Il Giornale pesa forse anche l’amicizia Putin-Berlusconi.

Pensa che l’AISU poteva fare di più per fare conoscere le specificità culturali di questo paese?
Non so se l’AISU poteva fare di più, credo di no. La verità è che non siamo tanti e non abbiamo disponibilità economiche e influenze politiche. Inoltre anche tra di noi sono pochi quelli che conoscono veramente bene il paese e che sono stati in Ucraina. Quando veniamo interpellati diciamo la nostra, ma c’è un muro di gomma anche sul fronte informativo, a parte qualche trasmissione radiofonica ben fatta tipo quelle di Radio 3 della RAI dove c’è spazio per l’approfondimento. Anche i grandi giornali come il Corriere della Sera hanno un livello disomogeneo. Accanto ad analisi serie come quelle di Franco Venturini o Panebianco pubblicano articoli, come quelli di Sergio Romano, faziosi e smaccatamente filorussi. Alcuni buoni articoli sono apparsi sulla Stampa di Torino. Alcuni buoni interventi vengono fatti da Mentana e da LA7 in generale.

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Come mai in Italia più che altrove continua a resistere lo stereotipo dell’ucraino fascista?
Non so perché, forse per ignoranza! In realtà è stato calcolato dagli storici che circa il 10% della popolazione ucraina è stata collaborazionista. Naturalmente non è poco, e sono la prima a riconoscere che in Ucraina esiste ancora un diffuso antisemitismo. È però notevole che al movimento di Majdan partecipano attivamente le comunità ebraiche ucraine e per la prima volta c’è una vera collaborazione fra ucraini ed ebrei. Comunque l’antisemitismo ucraino è sicuramente secondo a quello russo. I pogrom di fine ‘800 erano fatti dai russi non dagli ucraini! I pogrom di cui scrive Isaak Babel della famosa Armata a Cavallo erano russi, non ucraini. Ricorderei anche che il collaborazionismo in Francia, in Belgio e in Italia era sicuramente superiore al 10% però nessuno oggi definisce francesi, belgi, italiani dei nazisti. E i pogrom polacchi di Kielce, nessuno se li ricorda? Gli unici ad essere ancora bollati di fascismo sono gli ucraini! Tengo a precisare che l’illusione ucraina che il nazismo li avrebbe liberati dallo stalinismo è durata poche settimane. Dai nazisti gli ucraini hanno subito persecuzioni e deportazioni poco meno che i polacchi. Tant’è che il tanto demonizzato dai russi leader dell’UPA Stepan Bandera fu incarcerato dai nazisti e poi morì per mano sovietica.

Oksana Zabuzhko nel suo ultimo libro sostiene che sono stati proprio i comitati di autodifesa dei partigiani ucraini nel dopoguerra a impedire al regime sovietico di perpetrare una strategia di genocidi nell’Ovest del paese come quella che si ebbe nel 32-’33 con lo Holodomor che avrebbe distrutto l’Ucraina per sempre. Lei cosa ne pensa?
Non ho ancora letto il libro di Zabuzhko ma concordo sul fatto che la popolazione di Galizia e Volinia, che era vissuta sotto polacchi e austriaci e che fu inglobata nell’URSS solo dopo la Seconda Guerra Mondiale, abbia resistito con grande forza alla russificazione e abbia ostacolato fortemente le politiche di russificazione della cultura ucraina. Se i sovietici fossero riusciti a sovietizzare e russificare anche queste terre lo spirito e la cultura di una nazione avrebbero avuto maggiori difficoltà a sopravvivere.

Cosa risponde ai tanti italiani che identificano i russofoni con i russi o sostengono che l’Ucraina orientale è Russia?
C’è grande ignoranza e in alcuni casi disonestà intellettuale. L’uso di due lingue non è facilmente comprensibile e si tende a semplificare, anche fra gli “intellettuali”. Dopo il 1709 e la sconfitta di Mazepa a Poltava, è iniziata nell’Ucraina centro-orientale una forte russificazione. I primi provvedimenti hanno riguardato proprio il divieto di usare la prima lingua letteraria che si era formata nel Seicento: non era esattamente l’ucraino moderno ma lo poteva diventare. Nell’Ottocento, l’opera poetica del poeta nazionale Shevchenko divenne oggetto di critica perché un grande poeta non doveva scrivere in ucraino, considerato dialetto del russo, ma solo in russo. Nel 1863 e 1876 furono emessi dei veri e propri ukaze per proibire l’uso letterario della lingua ucraina e la stampa di opere e riviste. Spesso scrittori dell’Ucraina sottoposta allo zar che volevano pubblicare opere in ucraino potevano farlo solo a Leopoli, nella Galizia asburgica. Questo è durato fino alla rivoluzione del 1905 quando il divieto venne abolito. Dal 1927 in poi ricominciarono le politiche di russificazione/sovietizzazione volute da Stalin: furono fucilati subito circa un centinaio dei migliori scrittori, artisti e intellettuali ucraini. Molte altre centinaia furono spediti nei Gulag. Chi scrive con superficialità che Kharkiv è una città russa farebbe meglio a studiare la storia.

Massimiliano Di Pasquale

*Pubblicata in versione diversa e con il titolo “L’illusione degli ucraini sul nazismo durò solo qualche settimana” sul quotidiano La Stampa il 13 marzo 2014

http://www.lastampa.it/2014/03/13/blogs/caffe-mondo/lillusione-degli-ucraini-sul-nazismo-dur-solo-qualche-settimana-0zNdpcJCQp41REsxzxPa6H/pagina.html