Abbecedario Ucraino – Genesi di un progetto

Quando nel 1991 l’Ucraina ottenne l’indipendenza da Mosca, questa nuova nazione, “una sorpresa nelle cancellerie, nelle università e nei consigli di amministrazione occidentali”, così la definì lo storico Andrew Wilson nel saggio The Ukrainians. Unexpected Nation, in Italia era più inattesa che altrove. Il nostro Paese, che aveva sempre avuto un rapporto stretto e privilegiato con l’Unione Sovietica in ambito politico ed economico, ebbe difficoltà a concepire l’Ucraina come entità statuale indipendente. Nonostante l’URSS fosse un’unione federale di 15 repubbliche, a cui la costituzione sovietica garantiva, in teoria, il diritto di recesso, l’intellighenzia italiana finiva spesso per identificare l’Unione Sovietica con la Russia. Unione Sovietica e Russia venivano frequentemente usati come sinonimi da politici e giornalisti generando equivoci e confusione nell’opinione pubblica. Equivoci che sarebbero continuati anche dopo l’implosione del gigante sovietico.

Negli anni immediatamente successivi al dissolvimento dell’URSS, l’Italia cercò, non senza difficoltà, di comprendere il nuovo scenario geopolitico emerso dal collasso di un’altra ex confederazione socialista, la Jugoslavia. La guerra in Slovenia, Croazia, Serbia, Bosnia Erzegovina e successivamente in Kosovo aveva molte più implicazioni per il nostro Paese, dal momento che avveniva in territori limitrofi al nostro Paese.

Questo focus sui Balcani contribuì a ritardare la comprensione delle dinamiche geopolitiche nell’ex URSS. Per lungo tempo l’Ucraina rimase una sorta di oggetto misterioso per il pubblico italiano e tutto lo spazio post-sovietico continuò a essere, superficialmente, rubricato come Russia.

Fino alla Rivoluzione Arancione del 2004, l’Ucraina risulta pressoché assente dai notiziari televisivi e dalla stampa nostrana. L’unica parziale eccezione a questo trend generale è rappresentata dalla pubblicazione sporadica di articoli di geopolitica su poche riviste specializzate.

Nella stragrande maggioranza di questi scritti il Paese viene presentato come una sorta di appendice della Russia che prima o poi avrebbe aderito o sarebbe stato costretto ad aderire alla Federazione Russa o, nel peggiore dei casi, sarebbe stato diviso in due parti, una ucrainofona a Ovest, l’altra russofona a Est. A parte qualificate eccezioni, coloro che si occupano di Ucraina sono spesso ex corrispondenti da Mosca dei tempi sovietici o addirittura analisti vicini al Cremlino. Analisi povere e polarizzate – sorta di copia e incolla di articoli provenienti soprattutto da media russi e, in misura minore, da fonti occidentali – testimoniano come in Italia manchino esperti di Ucraina o che i pochi ucrainisti italiani non vengano quasi mai interpellati.

La prima volta che gli italiani sentono parlare di Ucraina è nel novembre 2004 con le proteste di piazza, passate alla storia come Rivoluzione Arancione. L’avvenimento coglie di sorpresa la maggioranza dei media autoctoni. La scarsa conoscenza della storia e della politica ucraina, unita al fatto che gli eventi vengono raccontati avvalendosi per lo più di informazioni provenienti da televisioni e agenzie stampa russe, dà vita a una narrazione parziale. La situazione è talmente imbarazzante che Giovanna Brogi, Presidente dell’AISU (Associazione Italiana di Studi Ucraini) invia una lettera aperta ai direttori della RAI TV chiedendo una copertura più equilibrata. Se la RAI non fosse stata in grado di inviare un corrispondente a Kyiv avrebbe potuto trasmettere anche informazioni provenienti da televisioni e agenzie di stampa polacche, che avevano corrispondenti in Ucraina, non solo da quelle russe. Nessuno replica a quella lettera aperta pubblicata sulle pagine del Corriere della Sera.

Negli anni seguenti l’Ucraina scompare di nuovo dai radar dei media italiani fatta eccezione per le vicende riguardanti le guerre del gas tra Mosca e Kyiv dell’epoca arancione. Nel 2012, quando l’Ucraina si accinge ad ospitare insieme alla Polonia gli europei di calcio, i media italiani sembrano più preoccupati dalle uccisioni di cani randagi per ripulire le strade in vista dell’appuntamento sportivo che dalle gravi violazione dei diritti umani che avvengono sotto la presidenza di Viktor Yanukovych.

Il caso Tymoshenko, che riceve ampia copertura mediatica a livello internazionale, con alcuni paesi della UE che minacciano di boicottare Euro 2012 in caso di mancata scarcerazione dell’ex Primo Ministro, in Italia viene quasi ignorato o dipinto semplicemente come una guerra tra oligarchi. Solo pochi giornalisti indipendenti esprimono le loro preoccupazioni per il degrado subito dalla democrazia ucraina con l’avvento di Yanukovych. La maggior parte di essi non sembra curarsi dei processi di giustizia selettiva che riguardano Yuliya Tymoshenko e l’ex ministro degli Interni Yuriy Lutsenko. Nel maggio 2012 Ian Kelly, ambasciatore statunitense presso l’OSCE (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) riferirà di ben tredici funzionari del governo Tymoshenko – 4 ministri, 5 viceministri, 2 capi d’agenzia, un governatore e il responsabile del monopolio del gas di stato – finiti dietro le sbarre per ragioni politiche.

Quando nel novembre 2013 inizia la prima ondata di proteste di Euromaidan a Kyiv, la situazione sul fronte dei media è pressoché simile a quella di nove anni prima. A mano a mano che gli eventi a Kyiv e nel resto del Paese peggiorano, quello che inizialmente era solo un punto di vista pro-russo, dovuto in parte alla poca conoscenza della politica ucraina, si trasforma in una narrazione Mosco-centrica da cui nessun organo di stampa risulta totalmente immune.

In molti giornali, pubblicazioni on line e persino dossier televisivi il governo di Kyiv viene definito una giunta nazista utilizzando lo stesso linguaggio della stampa russa.

Potremmo citare tanti esempi di disinformazione che si sono succeduti dallo scoppio del conflitto fino ad ora, ma il punto chiave è un altro. La narrazione russa veicolata da molti media italiani trova terreno fertile anche a causa della scarsa conoscenza della cultura e della storia ucraina nel nostro Paese.

A partire dal gennaio 2014 ho partecipato in qualità di ucrainista e di esperto di ex URSS a decine di incontri in tutta Italia dedicati alla crisi ucraina. Nel corso di questi dibattiti ho potuto constatare di persona l’esistenza di un pubblico interessato alle vicende dell’Ucraina che purtroppo non trovava testi di riferimento per approfondire certe tematiche.

Il progetto Abbecedario Ucraino nasce alla fine del 2014 per cercare di fornire una risposta a questa urgenza di carattere informativo. Nasce sotto forma di abbecedario, con un formato A-Z, e si avvale di un registro narrativo volutamente composito, che compendia al suo interno profili biografici, reportage, ritratti letterari, analisi geopolitiche, proprio per avvicinare il maggior numero di lettori.

Sono da sempre convinto che la cultura non debba essere confinata entro l’angusta e autoreferenziale turris eburnea dell’accademia, ma aprirsi a un pubblico più vasto, se vuole provare ad avere un impatto sulla società.

Abbecedario Ucraino è stato concepito come un’opera divulgativa nell’accezione più nobile del termine. Per facilitarne la fruizione, in accordo con l’editore Gaspari (https://www.gasparieditore.it/), ho deciso di dividere il saggio in due volumi.

Il primo approfondisce le tematiche politiche, storiche e culturali che hanno interessato l’Ucraina dal 1991, anno dell’indipendenza, fino ad oggi. Semplificando potremmo dire che in questo tomo, oltre ai ritratti di personaggi di primo piano della politica ucraina (Poroshenko, Saakashvili, Tymoshenko, Yanukovych, Yushchenko) e agli eventi più importanti a livello socio-economico (Indipendenza, Stagione degli Oligarchi, Rivoluzione Arancione), il lettore troverà risposta a molti dei quesiti emersi in tutta la loro drammaticità con il Maidan di Kyiv (Crimea, Donbas, Euromaidan). Accanto a queste voci, essenziali per ricostruire il panorama politico ed economico degli ultimi ventisette anni, trovano spazio lemmi che approfondiscono specifiche questioni culturali e storiche (Diaspora Ucraina, Italiani di Crimea), ritratti di scrittori contemporanei ucraini o legati all’Ucraina (Limonov, Zhadan) e fenomeni di costume (Femen).

Il secondo volume, che uscirà nel 2019, si occuperà invece di protagonisti e di eventi della storia ucraina la cui eredità risulta fondamentale per una corretta comprensione delle problematiche politico-culturali attuali (Rus di Kyiv, Cosaccato, Mazepa, Bandera, Holodomor, Chornobyl, etc).

Per informazioni e aggiornamenti

https://www.facebook.com/Abbecedario-Ucraino-2089959197915114/

Massimiliano Di Pasquale

 

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I libri del 2015 di Eastern Europe Post

È stato ricco di uscite interessanti il 2015 che in questi giorni ci apprestiamo a salutare. Le scelte di Eastern Europe Post, blog che si occupa di Paesi dell’Europa Orientale, riguardano ovviamente saggi o romanzi che per tematiche fanno riferimento al mondo dell’Europa Orientale e all’universo post-sovietico.
Istruzioni per l’uso:
• I libri non sono in ordine di importanza. Il titolo che compare per primo non è necessariamente il miglior libro del 2015.
• Non tutti i testi sono usciti quest’anno ma sono stati inseriti nella lista come necessari recuperi per la loro importanza.
• Uno degli undici titoli è in lingua inglese. Non ancora pubblicato in Italia è altresì facilmente reperibile online nelle librerie Amazon, Hoepli etc.

Serhy Yekelchyk “The Conflict in Ukraine. What everybody needs to Know (Oxford University Press, 2015) U.S. $ 16.95

La pubblicistica canadese, paese dove vive la più grande diaspora ucraina, si è da sempre contraddistinta per la pubblicazione di lavori seri e rigorosi sull’ex granaio dell’URSS. Il libro di Serhy Yekelchik, professore di Storia e di Studi Slavi all’Università di Vittoria in Canada, è un testo agevole dal taglio divulgativo – didattico che ha l’indubbio pregio di spiegare a tanti neofiti le complesse questioni legate alla guerra in Ucraina con fondamentali rimandi alla storia del Paese. È volutamente strutturato sotto forma di domanda e risposta – Chi sono gli oligarchi? Che cosa hanno in comune la Rivoluzione Arancione del 2004 ed Euromaidan? Cosa era la Rus di Kyiv? etc – per renderlo il più possibile fruibile a tutti.

Gian Piero Piretto “Indirizzo: Unione Sovietica. 25 luoghi di un altro mondo” (Sironi Editore – Milano, 2015) € 22,90


Fratello gemello de La vita privata degli oggetti sovietici, interessante volume, uscito quattro anni fa, sempre per i tipi di Sironi, Indirizzo Unione Sovietica passa in rassegna 25 luoghi, pubblici e privati, che emergono dalla dialettica, forse più russa che sovietica, tra spazio ampio e ristretto, tra aperto e chiuso. I luoghi indagati in questo saggio il cui titolo cita una famosa canzone pop del 1972, Moj adres Sovetskij Sojuz (Il mio indirizzo è: Unione Sovietica), “scritta e musicata da due monumenti della musica leggera sovietica, rispettivamente Vladimir Charitonov e David Tuchmanov”, appartengono non solo alla memoria collettiva di chi visse quell’esperienza storica ma ai ricordi di gioventù dello stesso Piretto.

Tommaso Landolfi “I Russi” (Adelphi – Milano, 2015) € 30


Tommaso Landolfi è stato uno dei grandi scrittori del Novecento italiano. Qui lo troviamo nelle vesti di russista e slavista alle prese con il suo amatissimo Gogol e altri mostri sacri della letteratura russa. Il volume uscito per Adelphi raccoglie, per la prima volta, tutti gli scritti di argomento russo prodotti dall’autore italiano tranne la tesi di laurea su Anna Achmatova e i quattro articoli da questa tratti pubblicati nel 1934-35 sulla rivista “L’Europa Orientale”.

Svetlana Aleksievič “Tempo di seconda mano” (Bompiani – Milano, 2014) € 24


Un recupero dal 2014 per Svetlana Aleksievič, vincitrice del premio Nobel 2015. Tempo di seconda mano è un romanzo corale in cui le memorie private di cittadini ex sovietici si intrecciano con gli avvenimenti storici degli ultimi 23 anni, dal 1991 che segnò la dissoluzione dell’URSS, al 2014 del Maidan ucraino. Essenziale per comprendere le idiosincrasie dell’homo sovieticus e la vita nel mondo post-sovietico segnata da stenti, disillusioni e speranze tradite.

Ettore Cinnella “Ucraina. Il genocidio dimenticato 1932-1933” (Della Porta Editori – Pisa, 2015) € 18

Unendo rigore filologico, profondità dell’analisi storica e una sintassi fluida e scorrevole, il testo di Ettore Cinnella si rivela imprescindibile per chi in Italia voglia approfondire una delle pagine più aberranti della storia sovietica. Il Holodomor, la morte per inedia imposta agli agricoltori ucraini nel biennio 1932-33 da Stalin – il termine significa in ucraino sterminio per fame (holod – carestia, fame – e moryty – uccidere) – è infatti una vicenda che non trova ancora spazio nei libri di scuola ed è ignorata dalla maggioranza dei cittadini al di fuori dell’Ucraina. “La morte per fame in tempo di pace, tra inenarrabili sofferenze, di milioni di essere umani, è un crimine che non può esser negletto né sminuito” (Ettore Cinnella).

Spara Jurij “Viaggiatori nel freddo. Come sopravvivere all’inverno russo con la letteratura” (Exòrma – Roma 2015) € 15,90


Spara Jurij, collettivo nato alla fine del secolo scorso per produrre ‘scrittura totale’ e lavorare su più fronti, tradisce sin dal nome, che omaggia una storica canzone dei CCCP di Giovanni Lindo Ferretti, una passione per il mondo sovietico. Viaggiatori nel freddo, scritto da Elisa Baglioni e Francesco Ruggiero, è un diario di viaggio nella Mosca odierna denso di rimandi e citazioni alla migliore letteratura russa (Čechov, Bulgakov, Cvetaeva) e ricco di aneddoti su alcuni luoghi leggendari dell’ex capitale dell’impero sovietico (MGU, Cremlino, Prospettiva Kutuzov, etc).

Anna Bikont, Joanna Szczęsna “Cianfrusaglie del passato. La vita di Wisława Szymborska” (Adelphi – Milano, 2015) € 28


Considerata la più importante poetessa polacca del Novecento, Wisława Szymborska, vincitrice del Premio Nobel nel 1996, è ancora relativamente sconosciuta nel nostro paese. Questa biografia rigorosa e documentata, frutto di accurate ricerche e di lunghe interviste con l’autrice, impreziosita di un ricco apparato iconografico, ci offre la ghiotta opportunità di conoscere vita e opere di un’artista schiva e riservata che non amava troppo confidarsi in pubblico.

Giovanna Brogi, Oxana Pachlovska “Taras Ševčenko. Dalle carceri zariste al Pantheon ucraino” (Le Monnier Università – Firenze, 2015) € 28

Giovanna Brogi e Oxana Pachlovska, ucrainiste di consolidata fama, hanno realizzato un pregevole volume dedicato al poeta ed eroe nazionale ucraino Taras Ševčenko. Il libro non è una monografia ma un testo poliedrico che, alternando contributi dal taglio letterario, analisi politico-culturali, approfondimenti su opere specifiche e una ricca selezione di poesie liriche e poemetti (con testo a fronte), può interessare in egual misura gli amanti della poesia romantica ottocentesca, gli studiosi di storia dell’Europa orientale e chi ha seguito gli avvenimenti del Maidan di Kyiv dove il ritratto del poeta nazionale è stato esposto più volte dai manifestanti quale simbolo della resistenza del popolo ucraino contro il corrotto regime filorusso di Viktor Yanukovych.

Timothy Snyder “Terra Nera. L’olocausto fra Storia e Presente” (Rizzoli – Milano, 2015) € 26

A quattro anni di distanza dal seminale Terre di Sangue (Rizzoli, 2011), diventato testo di riferimento per il dibattito sulle analogie tra nazismo e regime sovietico, lo storico di Yale torna con un altro lavoro che farà discutere per la sua portata innovativa nel leggere la tragedia dell’Olocausto. L’analisi condotta da Snyder, avvalendosi di fonti mai consultate in precedenza e di preziose testimonianze di superstiti, è davvero illuminante perché dimostra che fattori, ritenuti un tempo secondari, come lo smantellamento degli Stati, furono tra le motivazioni reali della Shoah. Nelle conclusioni finali l’accademico statunitense sottolinea come la situazione attuale, venutasi a creare con l’occupazione della Crimea da parte della Russia nel marzo 2014 e la guerra in Donbas, presenti più di una analogia con l’Europa del Patto Molotov-Ribbentrop. “Il presidente Vladimir Putin ha elaborato una dottrina di politica estera basata sulla guerra etnica. Questo approccio, che ricava dal linguaggio la legittimità a invadere a prescindere che sia stato usato in Cecoslovacchia da Hitler o in Ucraina da Putin, decostruisce le logiche della sovranità nazionale e dei diritti e getta le basi per lo smantellamento degli Stati. Trasforma entità statali riconosciute in bersagli di aggressione volontarie e gli individui in oggetti etnici i cui presunti interessi sono determinati da altri paesi”.

Vasilij Grossman “Uno scrittore in guerra” (Adelphi – Milano, 2015) € 23


Continua la pubblicazione presso Adelphi delle opere del più grande scrittore dell’Unione Sovietica. Questo volume, curato da Antony Beever e Luba Vinogradova, raccoglie gli appunti di Grossman in qualità di inviato speciale di Krasnaja zvezda, il giornale dell’esercito sovietico. Gran parte di questo materiale verrà poi utilizzato dallo scrittore di Berdyčiv per il suo monumentale romanzo Vita e Destino (Adephi, 2008 traduzione di Claudia Zonghetti). Di questi taccuini, fondamentali per ricostruire gli anni di guerra dal 1941 al 1945, sorprende la qualità letteraria e l’efficacia nel descrivere la vita quotidiana dei combattenti fuori da ogni retorica propagandistica.

Serena Vitale “Il defunto odiava i pettegolezzi” (Adelphi – Milano, 2015) € 19


Geniale sin dal titolo, il libro di Serena Vitale è tra le cose più belle lette in Italia negli ultimi anni. Il testo, che ricostruisce con estremo rigore storico- filologico quello che è considerato tuttora uno dei più grandi misteri dell’epoca sovietica, ossia la scomparsa del poeta Vladimir Majakovskij – fu vero suicidio? –, seduce per il suo stile originale che mescola abilmente vari registri letterari. La stessa materia, in mano a una penna meno abile ed esperta, avrebbe potuto dar vita a un libro storico probabilmente pedante. Vitale riesce invece a raccontarci la vicenda di Majakovskij come un romanzo giallo ricco di suspense e ironia.

Massimiliano Di Pasquale

Taras Ševčenko. Dalle carceri zariste al Pantheon ucraino

Giovanna Brogi e Oxana Pachlovska – ucrainiste di consolidata fama, già autrici in Italia e all’estero di varie pubblicazioni sulla storia, la cultura e la letteratura ucraina – hanno consegnato alle stampe all’inizio del 2015 un pregevole volume dedicato al poeta ed eroe nazionale ucraino Taras Hryhorovyč Ševčenko.
Il libro, intitolato Taras Ševčenko. Dalle carceri zariste al Pantheon ucraino, uscito per i tipi di Le Monnier Università con il sostegno dell’Istituto di Cultura Italiana di Kyiv, non è una monografia, ma un testo poliedrico che, seppure concepito per finalità didattiche, non va considerato esclusivo appannaggio degli studenti di ucrainistica.
Sfogliando l’indice si intuisce subito che il volume – il primo in Italia a offrire una raccolta di saggi su un classico della letteratura mondiale – è stato pensato per una platea più vasta di quella degli slavisti di professione. Alternando contributi dal taglio letterario, analisi politico-culturali, approfondimenti su opere specifiche e una ricca selezione di poesie liriche e poemetti (con testo a fronte), il libro sul poeta nazionale ucraino può interessare in egual misura gli amanti della poesia romantica ottocentesca, gli studiosi di storia dell’Europa orientale e chi ha seguito gli avvenimenti del Maidan di Kyiv. Nelle proteste di Piazza dell’inverno 2013-2014 il ritratto del poeta nazionale è stato esposto più volte dai manifestanti come simbolo della resistenza del popolo ucraino contro il corrotto regime filorusso di Viktor Yanukovych.
Il saggio di Oxana Pachlovska Taras Ševčenko. «Lottate e vincerete! », in apertura, offre un contributo di grande momento proprio per comprendere l’attualità della figura del poeta anche alla luce della storia più recente del Paese.
Il monito «Lottate e vincerete!», rivolto ai popoli soggetti al dominio imperiale di Mosca contenuto nei versi del poemetto Caucaso, pubblicato nel 1845 – monito scelto come titolo dalla Pachlovska per il suo saggio – riflette uno degli aspetti essenziali della personalità del poeta ucraino, ossia “la determinazione nell’affrontare con incrollabile fermezza e costanza la lotta contro l’ingiustizia e l’oppressione, e la difesa della libertà e della dignità degli uomini, in quanto individui e in quanto popoli, indipendentemente da razza, religione o tradizione culturale”.


Per questo motivo Ševčenko non solo “ha sempre rappresentato, e continua a rappresentare, un punto di riferimento essenziale e una pietra fondante del processo […] di costituzione della nazione ucraina moderna” ma fin dai tempi della Russia zarista è sempre stato “oggetto di critica virulenta da parte di ampie cerchie di intellettuali e poi vittima della persecuzione della polizia zarista”.
Pachlovska, dopo aver ricordato come una vera fioritura di studi sul poeta sia avvenuta solo a partire dal 1991, anno dell’indipendenza ucraina ( in epoca sovietica la figura di Ševčenko fu vittima di ‘appropriazione ideologica’ e il suo messaggio etico, poetico e intellettuale venne piegato ai dettami del ‘socialismo reale’), approfondisce in ottica culturologica alcuni fondamentali questioni quali la dimensione interslava ed europea del suo pensiero, il concetto di patria che si andava sviluppando attorno a lui nella prima metà dell’Ottocento, il possibile futuro assetto geopolitico dei popoli soggetti all’Impero russo e le sue concezioni etiche e religiose.
Tanti sono gli spunti di riflessione proposti dalla studiosa di Kyiv, a cominciare dalla differenza tra i termini Piccola Russia e Ucraina, che costituisce tra l’altro un primo crinale ideologico-semantico tra Taras Ševčenko e Mykola Hohol’ (Nikolai Gogol’ secondo la grafia russa).
Ševčenko […] fece una netta distinzione tra la Piccola Russia e l’Ucraina, definendole come due realtà antitetiche: la prima sottomessa e tendente all’adeguazione al sistema, la seconda, ribelle e conscia della propria storia e identità”. Per il poeta di Kaniv l’Ucraina è una realtà alternativa – radicata in un passato glorioso, quello del Cosaccato – alla Piccola Russia di Caterina II, concepita dalla zarina come spazio totalmente integrato nella nuova patria imperiale.
Molto interessante anche l’analisi comparata tra la poetica di Ševčenko e quella di altri due geni delle culture confinanti (polacca e russa): Adam Mickiewicz (1798-1855) e Aleksandr Puškin (1799-1837).
Ad accomunarli c’è la stessa matrice romantica a dividerli la diversa concettualizzazione attribuita a due valori chiave del Romanticismo, il concetto di libertà e quello di popolo.
Se per Puškin l’impero [N.d.r quello russo, ovviamente!] ha diritto di sacrificare i sudditi nel nome di una gloria imperitura astratta, per Mickiewicz e Ševčenko la nazione è espressione di Dio in terra, mentre l’impero è espressione del demonio, una biblica Bestia degli abissi”.
È utile sottolineare inoltre la differente concezione imperiale che separa Mickiewicz da Puškin. Mentre per il poeta moscovita la Grande Russia “doveva ergersi a baluardo dell’ortodossia, facendo confluire in un’unica realtà politica e culturale tutti i popoli slavi” per Mickiewicz la Polonia, che in passato aveva compiuto ingiustizie verso gli altri popoli, in particolare verso l’Ucraina, avrebbe dovuto “ricomporre i suoi confini storici, abbracciando al suo interno la Lituania, l’Ucraina e la Belarus’, garantendo però a questi popoli, pieno diritto all’autodeterminazione politica e all’affermazione di una propria autonoma soggettività culturale”.
Più complessa la posizione di Ševčenko che deve fare i conti con due realtà, la Polonia e la Russia, che in periodi storici diversi avevano negato all’Ucraina il diritto di esistere.
Per il poeta ucraino tutti i popoli, grandi o piccoli, cristiani o meno, hanno diritto a preservare le proprie tradizioni e a difendere la propria cultura.
In questo senso scrive Pachlovska “Ševčenko compieva il passo – innovativo fino ad essere rivoluzionario – di aprirsi a tutte le culture dell’impero e di rivendicarne il diritto alla propria individualità”. È questa una posizione, sottolinea sempre la studiosa, che “anticipa le moderne tendenze al multiculturalismo e le problematiche anticoloniali novecentesche”.

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Il rapporto tra Gogol’ e Ševčenko, solo accennato nel saggio della Pachlovska, viene indagato, alla luce degli studi più recenti, nell’articolo conclusivo del libro da Giovanna Brogi. È un tema questo affascinante quanto controverso che “continua a suscitare passioni, amarezze, recriminazioni, oppure ostentata indifferenza fra studiosi russi e ucraini”.
Brogi cerca di fissare alcuni punti fermi pur nella consapevolezza “delle profonde differenze fra i due scrittori e, soprattutto, dell’asprezza dei contrasti che ha opposto (e in parte ancora oggi oppone) le varie interpretazioni critiche”.
Per comprendere affinità e differenze tra le due figure è fondamentale accennare brevemente alle loro biografie che rendono ragione delle “divergenti specificità culturali dei due scrittori”.
Gogol’ nato nel 1809 a Velyki Soročynci nei pressi di Poltava da una famiglia della piccola nobiltà ucraino-polacca, “che aveva in Ostap Hohol’, colonnello cosacco del XVII secolo, il proprio più glorioso antenato”, studiò al prestigioso liceo di Nižyn, fondato nel 1805 per diffondere tra i discendenti della nobiltà cosacca “l’educazione russa e farne dei buoni sudditi dell’impero, russofoni e russificati”.
Taras Ševčenko, seppure figlio dell’età cosacca come Gogol’, ebbe un’infanzia molto diversa. Nato nel 1814 a Moryntsy, un villaggio sulla riva destra del Dnipro, da una famiglia di servi della gleba rimase orfano di entrambi i genitori a soli dodici anni e visse un’adolescenza miserrima che riscatterà grazie a un prodigioso talento artistico, letterario e filosofico.
Lo stile di vita di Ševčenko, quando lo scrittore avrà finalmente accesso alle porte dei teatri e dei salotti di Pietroburgo, la cui nobiltà Gogol’ allieta da tempo con i suoi geniali e inquietanti racconti ‘piccolo-russi’, sarà sempre, per certi versi, antitetico rispetto a quello dell’autore delle Anime morte.
Mentre Gogol’ era desideroso di equipararsi ai nobili russi e “faceva ogni sforzo per emergere come scrittore a fianco della stella di Puškin”, Ševčenko, liberatosi dalla condizione servile nel 1838, si immergerà fino al collo nella vita pietroburghese studiando “anatomia, architettura, storia dell’arte, paesaggistica, disegno e pittura, e tutte le materie dei corsi dell’Accademia delle Belle Arti”.
La profonda diversità del background sociale e culturale dei due scrittori spiega perché anche il mito cosacco che li accomuna venga interpretato da Ševčenko in maniera opposta rispetto a Gogol’.
Nell’epistola poetica A Hohol’ scritta da Ševčenko nel 1844 il tema cosacco “si esprime come ‘mito rovesciato’, amara riflessione sull’inglorioso presente: non rombano più i cannoni cosacchi, non si combatte più contro il polacco e il tataro, non si difende più la libertà cosacca a costo della vita come si faceva al tempo di Taras Bul’ba e di Gonta”.
Mentre Ševčenko, figlio della società cosacca contadina, scommette sulla capacità rigenerativa della nazione attraverso la radicalità della sua poesia di protesta, per Gogol’ il mondo cosacco della Piccola Russia – termine che Ševčenko rifiuta preferendogli quello di Ucraina – è un luogo della memoria, un rifugio per l’anima senza alcuna valenza politica.

Massimiliano Di Pasquale

Giovanna Brogi, Oxana Pachlovska Taras Ševčenko. Dalle carceri zariste al Pantheon ucraino Le Monnier Università, Firenze 2015.