PRINCIPE GIALLO

Sinistra figura allegorica ispirata al Viy di Nicolai Gogol, il Principe Giallo – titolo scelto da Vasyl Barka per il suo straordinario romanzo sul Holodomor – è la personificazione della Morte. Una Morte fisica e spirituale che, come ha scritto Oxana Pachlovska in Civiltà Letteraria Ucraina,  “nasce nei recessi più tenebrosi della coscienza umana e scatena i suoi demoni”.

Il libro, uscito in Italia per i tipi di Pentàgora solo nel 2016, cinquantaquattro anni dopo la sua pubblicazione negli Stati Uniti e trentacinque dopo l’edizione francese, è il resoconto di una delle più dolorose sofferenze della storia contemporanea paragonabile forse – scrive il suo autore – “allo sterminio degli ebrei sotto i nazisti”.

Attraverso una prosa dura e diretta ma non priva di squarci poetici, Barka racconta la lenta agonia che accompagna i componenti della famiglia Katrannyk – il padre Myron , la madre Dariya , la nonna Kharytyna e i tre figli Mykola, Olena e Andriy – in un villaggio immaginario dell’Ucraina centro-orientale, Klenotochi, nel terribile 1933. Nessuno ad eccezione del piccolo Andriy verrà risparmiato dall’atroce morte riservata loro dalla requisizione non solo del grano ma di qualsiasi cosa commestibile da parte degli uomini di Mosca come lo spietato capo bolscevico Hryhoriy Otrokhodin.

Se un bambino, consumato dalla fame, prendeva qualche spiga nelle mani ossute, le guardie sparavano all’istante. Gli invasori buttavano a terra i resti della zuppa di semolino tenuta da parte per i figli dalla madre e li schiacciavano con gli stivali. Nei mandanti e negli esecutori non c’era più nessuna traccia di umanità. Si vedeva solo una sorta di perversa maschera demoniaca. Anche nella morte stessa c’era qualcosa di misterioso: all’improvviso gli uccelli in volo rovinavano senza vita sulla terra; morivano anche molti degli zelanti complici della razzia, che di cibo ne avevano in abbondanza. Come se avessero assunto sostanze avvelenate”.

Questa straziante memoria è tratta dalla nota scritta dallo stesso Barka in calce al libro. L’autore, poeta, scrittore e critico letterario ucraino emigrato nel 1943 in Germania, stabilitosi poi negli Stati Uniti, fu infatti testimone oculare di quegli eventi. Vasyl Ocheret, in arte Vasyl Barka, era nato a Solonytsia, un villaggio nella regione di Poltava nel 1908 da una famiglia di origini cosacche. All’epoca del Holodomor era un giovane intellettuale di venticinque anni che, dopo aver lavorato come insegnante in un villaggio minerario in Donbas, si era in seguito laureato all’Università di Mosca con una tesi sulla Divina Commedia di Dante.

Il Principe Giallo, la cui stesura iniziò negli Stati Uniti nel 1958, si basa su un mix di impressioni personali e racconti di altri ucraini raccolti in un quarto di secolo.

La parte principale è composta da impressioni personali: la fame si sopportava con fatica, era debilitante, con il corpo segnato dalle ferite aperte dei vasi sanguigni che emettevano un liquido brunastro e la pelle delle gambe che si lacerava, mettendo in risalto una superficie mucosa e sanguinolenta. Era difficile camminare e bisognava appoggiarsi ogni tanto a una parete o a una staccionata, attorno a cui giacevano in tanti, già morti. Sembrava che la fine fosse arrivata, ma con la grazia di Dio siamo sopravvissuti, forse per testimoniare ciò che è accaduto.

Nel complesso l’opera si compone di tre piani che potremmo definire un piano realistico – in cui si rappresenta la disgrazia della famiglia contadina alla ricerca disperata del pane, un piano psicologico – in cui l’autore descrive i sentimenti delle vittime del genocidio e un ultimo piano metafisico-spirituale – in cui si manifestano “quei fenomeni legati al mondo delle forze oscure, profondamente contrarie alla natura umana”.

Dal punto di vista stilistico, è interessante notare che nonostante Barka fosse un poeta modernista – Oxana Pachlovska definisce la sua poesia come un microcosmo ermetico in cui si rispecchiano e si fondono vari macrocosmi come quello della Bibbia, dell’universo orientale, del Rinascimento e dell’antica tradizione popolare ucraina – Il Principe Giallo è un romanzo dalla struttura classica caratterizzato da una prosa complessa.

Alessandro Achilli, che ha tradotto il libro sul testo originale ucraino, sottolinea come l’idioma usato sia complesso, distante dall’ucraino di oggi e ricco di espressioni dialettali.

La versione di Olga Jaworsky è decisamente più letterale della mia. Per rendere la lettura più agevole per il pubblico italiano ho adattato certi brani con una buona dosa di audacia. Sono anche passati trentacinque anni tra le due traduzioni, il che può anche giustificare in parte le due diverse scelte traduttologiche”.

Massimiliano Di Pasquale

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Abbecedario Ucraino

Il mio prossimo libro si chiamerà Abbecedario Ucraino e uscirà per Gaspari Editore nel 2018

Perché un nuovo libro sull’Ucraina?

Abbecedario Ucraino nasce dall’esigenza, sempre più urgente dopo il Maidan di Kyiv, di raccontare agli italiani l’Ucraina e le complesse vicende storiche, culturali e politiche alla base dell’attuale conflitto con la  Russia.  Il libro, avvalendosi di un particolare registro letterario che compendia al suo interno l’articolo giornalistico, l’analisi geopolitica, il ritratto politico e il reportage, vuole far conoscere al pubblico italiano la storia e la cultura dell’Ucraina ed alcune questioni chiave. Particolare attenzione è dedicata a temi quali la Crimea, il nazionalismo ucraino, che sono stati oggetto di campagne di disinformazione da parte di molti media italiani acriticamente allineati con le versioni moscovite dei fatti, degli eventi e della storia dell’Ucraina. Dalla A di Rinat Akhmetov alla Z di Serhiy Zhadan passando per la M di Ivan Mazepa, la S di Taras Shevchenko e la Y di Viktor Yanukovych, Abbecedario Ucraino racconta con uno stile vivace, brillante, ricco di riferimenti storici e culturali tutto ciò che gli italiani devono sapere di questa straordinaria terra di confine che con la Rivoluzione della Dignità ha testimoniato la volontà di lasciarsi alle spalle l’epoca post-sovietica per aprire una nuova fase di rigenerazione morale.

 

 

Massimiliano Di Pasquale

 

I libri del 2015 di Eastern Europe Post

È stato ricco di uscite interessanti il 2015 che in questi giorni ci apprestiamo a salutare. Le scelte di Eastern Europe Post, blog che si occupa di Paesi dell’Europa Orientale, riguardano ovviamente saggi o romanzi che per tematiche fanno riferimento al mondo dell’Europa Orientale e all’universo post-sovietico.
Istruzioni per l’uso:
• I libri non sono in ordine di importanza. Il titolo che compare per primo non è necessariamente il miglior libro del 2015.
• Non tutti i testi sono usciti quest’anno ma sono stati inseriti nella lista come necessari recuperi per la loro importanza.
• Uno degli undici titoli è in lingua inglese. Non ancora pubblicato in Italia è altresì facilmente reperibile online nelle librerie Amazon, Hoepli etc.

Serhy Yekelchyk “The Conflict in Ukraine. What everybody needs to Know (Oxford University Press, 2015) U.S. $ 16.95

La pubblicistica canadese, paese dove vive la più grande diaspora ucraina, si è da sempre contraddistinta per la pubblicazione di lavori seri e rigorosi sull’ex granaio dell’URSS. Il libro di Serhy Yekelchik, professore di Storia e di Studi Slavi all’Università di Vittoria in Canada, è un testo agevole dal taglio divulgativo – didattico che ha l’indubbio pregio di spiegare a tanti neofiti le complesse questioni legate alla guerra in Ucraina con fondamentali rimandi alla storia del Paese. È volutamente strutturato sotto forma di domanda e risposta – Chi sono gli oligarchi? Che cosa hanno in comune la Rivoluzione Arancione del 2004 ed Euromaidan? Cosa era la Rus di Kyiv? etc – per renderlo il più possibile fruibile a tutti.

Gian Piero Piretto “Indirizzo: Unione Sovietica. 25 luoghi di un altro mondo” (Sironi Editore – Milano, 2015) € 22,90


Fratello gemello de La vita privata degli oggetti sovietici, interessante volume, uscito quattro anni fa, sempre per i tipi di Sironi, Indirizzo Unione Sovietica passa in rassegna 25 luoghi, pubblici e privati, che emergono dalla dialettica, forse più russa che sovietica, tra spazio ampio e ristretto, tra aperto e chiuso. I luoghi indagati in questo saggio il cui titolo cita una famosa canzone pop del 1972, Moj adres Sovetskij Sojuz (Il mio indirizzo è: Unione Sovietica), “scritta e musicata da due monumenti della musica leggera sovietica, rispettivamente Vladimir Charitonov e David Tuchmanov”, appartengono non solo alla memoria collettiva di chi visse quell’esperienza storica ma ai ricordi di gioventù dello stesso Piretto.

Tommaso Landolfi “I Russi” (Adelphi – Milano, 2015) € 30


Tommaso Landolfi è stato uno dei grandi scrittori del Novecento italiano. Qui lo troviamo nelle vesti di russista e slavista alle prese con il suo amatissimo Gogol e altri mostri sacri della letteratura russa. Il volume uscito per Adelphi raccoglie, per la prima volta, tutti gli scritti di argomento russo prodotti dall’autore italiano tranne la tesi di laurea su Anna Achmatova e i quattro articoli da questa tratti pubblicati nel 1934-35 sulla rivista “L’Europa Orientale”.

Svetlana Aleksievič “Tempo di seconda mano” (Bompiani – Milano, 2014) € 24


Un recupero dal 2014 per Svetlana Aleksievič, vincitrice del premio Nobel 2015. Tempo di seconda mano è un romanzo corale in cui le memorie private di cittadini ex sovietici si intrecciano con gli avvenimenti storici degli ultimi 23 anni, dal 1991 che segnò la dissoluzione dell’URSS, al 2014 del Maidan ucraino. Essenziale per comprendere le idiosincrasie dell’homo sovieticus e la vita nel mondo post-sovietico segnata da stenti, disillusioni e speranze tradite.

Ettore Cinnella “Ucraina. Il genocidio dimenticato 1932-1933” (Della Porta Editori – Pisa, 2015) € 18

Unendo rigore filologico, profondità dell’analisi storica e una sintassi fluida e scorrevole, il testo di Ettore Cinnella si rivela imprescindibile per chi in Italia voglia approfondire una delle pagine più aberranti della storia sovietica. Il Holodomor, la morte per inedia imposta agli agricoltori ucraini nel biennio 1932-33 da Stalin – il termine significa in ucraino sterminio per fame (holod – carestia, fame – e moryty – uccidere) – è infatti una vicenda che non trova ancora spazio nei libri di scuola ed è ignorata dalla maggioranza dei cittadini al di fuori dell’Ucraina. “La morte per fame in tempo di pace, tra inenarrabili sofferenze, di milioni di essere umani, è un crimine che non può esser negletto né sminuito” (Ettore Cinnella).

Spara Jurij “Viaggiatori nel freddo. Come sopravvivere all’inverno russo con la letteratura” (Exòrma – Roma 2015) € 15,90


Spara Jurij, collettivo nato alla fine del secolo scorso per produrre ‘scrittura totale’ e lavorare su più fronti, tradisce sin dal nome, che omaggia una storica canzone dei CCCP di Giovanni Lindo Ferretti, una passione per il mondo sovietico. Viaggiatori nel freddo, scritto da Elisa Baglioni e Francesco Ruggiero, è un diario di viaggio nella Mosca odierna denso di rimandi e citazioni alla migliore letteratura russa (Čechov, Bulgakov, Cvetaeva) e ricco di aneddoti su alcuni luoghi leggendari dell’ex capitale dell’impero sovietico (MGU, Cremlino, Prospettiva Kutuzov, etc).

Anna Bikont, Joanna Szczęsna “Cianfrusaglie del passato. La vita di Wisława Szymborska” (Adelphi – Milano, 2015) € 28


Considerata la più importante poetessa polacca del Novecento, Wisława Szymborska, vincitrice del Premio Nobel nel 1996, è ancora relativamente sconosciuta nel nostro paese. Questa biografia rigorosa e documentata, frutto di accurate ricerche e di lunghe interviste con l’autrice, impreziosita di un ricco apparato iconografico, ci offre la ghiotta opportunità di conoscere vita e opere di un’artista schiva e riservata che non amava troppo confidarsi in pubblico.

Giovanna Brogi, Oxana Pachlovska “Taras Ševčenko. Dalle carceri zariste al Pantheon ucraino” (Le Monnier Università – Firenze, 2015) € 28

Giovanna Brogi e Oxana Pachlovska, ucrainiste di consolidata fama, hanno realizzato un pregevole volume dedicato al poeta ed eroe nazionale ucraino Taras Ševčenko. Il libro non è una monografia ma un testo poliedrico che, alternando contributi dal taglio letterario, analisi politico-culturali, approfondimenti su opere specifiche e una ricca selezione di poesie liriche e poemetti (con testo a fronte), può interessare in egual misura gli amanti della poesia romantica ottocentesca, gli studiosi di storia dell’Europa orientale e chi ha seguito gli avvenimenti del Maidan di Kyiv dove il ritratto del poeta nazionale è stato esposto più volte dai manifestanti quale simbolo della resistenza del popolo ucraino contro il corrotto regime filorusso di Viktor Yanukovych.

Timothy Snyder “Terra Nera. L’olocausto fra Storia e Presente” (Rizzoli – Milano, 2015) € 26

A quattro anni di distanza dal seminale Terre di Sangue (Rizzoli, 2011), diventato testo di riferimento per il dibattito sulle analogie tra nazismo e regime sovietico, lo storico di Yale torna con un altro lavoro che farà discutere per la sua portata innovativa nel leggere la tragedia dell’Olocausto. L’analisi condotta da Snyder, avvalendosi di fonti mai consultate in precedenza e di preziose testimonianze di superstiti, è davvero illuminante perché dimostra che fattori, ritenuti un tempo secondari, come lo smantellamento degli Stati, furono tra le motivazioni reali della Shoah. Nelle conclusioni finali l’accademico statunitense sottolinea come la situazione attuale, venutasi a creare con l’occupazione della Crimea da parte della Russia nel marzo 2014 e la guerra in Donbas, presenti più di una analogia con l’Europa del Patto Molotov-Ribbentrop. “Il presidente Vladimir Putin ha elaborato una dottrina di politica estera basata sulla guerra etnica. Questo approccio, che ricava dal linguaggio la legittimità a invadere a prescindere che sia stato usato in Cecoslovacchia da Hitler o in Ucraina da Putin, decostruisce le logiche della sovranità nazionale e dei diritti e getta le basi per lo smantellamento degli Stati. Trasforma entità statali riconosciute in bersagli di aggressione volontarie e gli individui in oggetti etnici i cui presunti interessi sono determinati da altri paesi”.

Vasilij Grossman “Uno scrittore in guerra” (Adelphi – Milano, 2015) € 23


Continua la pubblicazione presso Adelphi delle opere del più grande scrittore dell’Unione Sovietica. Questo volume, curato da Antony Beever e Luba Vinogradova, raccoglie gli appunti di Grossman in qualità di inviato speciale di Krasnaja zvezda, il giornale dell’esercito sovietico. Gran parte di questo materiale verrà poi utilizzato dallo scrittore di Berdyčiv per il suo monumentale romanzo Vita e Destino (Adephi, 2008 traduzione di Claudia Zonghetti). Di questi taccuini, fondamentali per ricostruire gli anni di guerra dal 1941 al 1945, sorprende la qualità letteraria e l’efficacia nel descrivere la vita quotidiana dei combattenti fuori da ogni retorica propagandistica.

Serena Vitale “Il defunto odiava i pettegolezzi” (Adelphi – Milano, 2015) € 19


Geniale sin dal titolo, il libro di Serena Vitale è tra le cose più belle lette in Italia negli ultimi anni. Il testo, che ricostruisce con estremo rigore storico- filologico quello che è considerato tuttora uno dei più grandi misteri dell’epoca sovietica, ossia la scomparsa del poeta Vladimir Majakovskij – fu vero suicidio? –, seduce per il suo stile originale che mescola abilmente vari registri letterari. La stessa materia, in mano a una penna meno abile ed esperta, avrebbe potuto dar vita a un libro storico probabilmente pedante. Vitale riesce invece a raccontarci la vicenda di Majakovskij come un romanzo giallo ricco di suspense e ironia.

Massimiliano Di Pasquale

Ucraina. Il Genocidio Dimenticato

Ettore Cinnella, sovietologo italiano – curatore nel 2004 della postfazione dell’edizione italiana di Raccolto di Dolore, libro di Robert Conquest su collettivizzazione sovietica e carestia terroristica – ha pubblicato nei mesi scorsi un interessante saggio dedicato allo stesso tema affrontato dallo storico anglo-americano nel 1986.
Il volume, che tra le altre cose si avvale dell’ampia documentazione proveniente dagli archivi dell’ex Unione Sovietica accessibili solo dall’epoca della perestrojka, è stato concepito con il precipuo scopo di far conoscere una delle massime tragedie del mondo contemporaneo a una platea più vasta di quella rappresentata dal mondo, talvolta chiuso ed autoreferenziale, degli accademici.
Mentre il dramma della Shoah è noto pressoché a tutti, il Holodomor, la morte per inedia imposta agli agricoltori ucraini nel biennio 1932-33 da Stalin – il termine significa in ucraino sterminio per fame (holod – carestia, fame – e moryty – uccidere) – è una vicenda che non trova ancora spazio nei libri di scuola ed è ignorata dalla maggioranza dei cittadini al di fuori dell’Ucraina .
Il volume di Cinnella, unendo rigore filologico, profondità dell’analisi storica e sintassi fluida e scorrevole, si rivela testo imprescindibile per chi nel nostro Paese voglia approfondire una delle pagine più aberranti della storia sovietica.
La conoscenza di questo genocidio sociale e nazionale costituisce infatti sorta di conditio sine qua non per comprendere i profondi sentimenti del popolo ucraino.
Scrive l’autore nell’introduzione: “La tragedia del holodomor non è soltanto una fosca pagina di storia, appartenente al passato e ormai archiviata. Essendo assurta a doloroso simbolo del riscatto nazionale dell’Ucraina, essa dev’esser conosciuta anche da chi vuol capir qualcosa dei sentimenti più profondi di quel popolo”.
Anche e soprattutto alla luce degli eventi odierni. Cinnella conclude infatti l’introduzione sottolineando come “anziché chiedere perdono e lenire così le antiche ferite, la Russia con l’attuale aggressione contribuisce a riaprirle, facendole bruciare e sanguinare ancora una volta”.
Il libro, che ricostruisce puntualmente le vicende storiche “ricorrendo oltre che alle rievocazioni dei testimoni e delle vittime, ai documenti di parte comunista i quali sono, da questo punto di vista, inoppugnabili”, è diviso in undici capitoli nei quali l’autore sviscera i complessi temi legati al genocidio ucraino.

Ucraina, il genocidio dimenticato - ettore cinnella
I primi due, La tragedia negata e L’irruzione della verità, affrontano le interessanti, e per certi versi attualissime, questioni relative al negazionismo e all’editoria della manipolazione.
Il caso più noto e clamoroso fu quello del corrispondente da Mosca del New York Times Walter Duranty che grazie ai suoi servizi apologetici sull’URSS di Stalin – di cui si sospetta fosse a libro paga – conseguì addirittura il Premio Pulitzer per il giornalismo.
Duranty, nonostante fosse a conoscenza della carestia artificiale organizzata da Stalin per piegare la resistenza dei contadini che si opponevano al processo di collettivizzazione – in una rivelazione confidenziale al diplomatico inglese William Strang aveva ammesso che la popolazione dell’Ucraina era diminuita di 4-5 milioni –, nell’articolo che gli valse il prestigioso premio intitolato Russians Hungry but not Starving scriveva: “non c’è di fatto inedia né ci sono morti per inedia, ma una diffusa mortalità per malattie dovute a malnutrizione”.
Un atteggiamento simile fu quello adottato dal celebre accademico di Cambridge Edward H. Carr che dopo aver parlato nel 1933 di “presunta carestia” in Ucraina, nelle decadi successive alla tragedia scrisse libri in cui glorificava il sistema sovietico. Carr, diplomatico di formazione, conservatore britannico, inizialmente avversario del socialismo, era un uomo colto e cinico che venerava i rapporti di forza e rispettava i vincitori. Il suo ritratto dipinto da Ettore Cinnella ricorda tantissimo quello di un noto storico italiano di area conservatrice che in questi mesi, in barba ad ogni evidenza empirica e a qualsiasi norma di diritto internazionale, ha salutato con simpatia l’occupazione russa della Crimea del marzo 2014 e ha elogiato il pugno di ferro di Putin.
Nei capitoli successivi il volume ricostruisce con dovizia di particolari le diverse fasi che dal 1929 al 1933 accompagnarono il progetto staliniano di collettivizzazione delle campagne.
“All’inizio degli anni Trenta, decine di milioni di persone videro sconvolte le loro abitudini di vita e di lavoro, trasformandosi nel materiale umano di una colossale opera d’ingegneria sociale diretta dall’alto la quale, per celerità d’attuazione e brutalità, non ha forse eguali nella storia umana”.
La guerra contro le campagne, dove viveva e lavorava la stragrande maggioranza della popolazione, iniziò nel 1929 – il 7 novembre di quell’anno Stalin pubblicò sulla Pravda un articolo, L’anno della grande svolta, in cui sosteneva che il 1929 si era contraddistinto per “l’offensiva del socialismo contro gli elementi capitalistici della città e della campagna” – e si concluse nel 1933 con il completo assoggettamento dei contadini ridotti a servi della gleba.
“La grande carestia in Ucraina fu il momento culminante, con tratti peculiari, di una assai più vasta tragedia, che dobbiamo rievocare negli aspetti essenziali per capire il holodomor”.
Il processo di collettivizzazione delle campagne e la contestuale industrializzazione forzata, finanziata attraverso la confisca del grano venduto in Occidente in cambio di valuta pregiata, durò cinque anni e fu accompagnato da una momentanea tregua nella primavera estate del 1930.
Stalin, dopo aver incoraggiato eccessi di ogni genere, facendo ricadere la colpa sui membri locali del partito, ossia coloro che erano incaricati di gestire le operazioni di sequestro del grano, ne ordinò la fine momentanea.
Ma pochi mesi più tardi, nell’autunno del 1930, iniziò la seconda brutale offensiva affidata a Molotov e Kaganovič, forse gli unici due uomini del Partito di cui Stalin si fidava ciecamente.
Mentre l’adesione di Molotov alla linea politica del capo nasceva “dal fermo convincimento che essa fosse giusta e andasse attuata ad ogni costo”, la fedeltà di Kaganovič era quella di un umile plebeo la cui vertiginosa carriera politica era dovuta principalmente all’atteggiamento di cieca devozione e di assoluta obbedienza al capo supremo. “La sconfinata ammirazione per colui che considerava insieme capo e maestro, unita ad energiche doti organizzative e ad una volontà ferrea, facevano di Kaganovič l’uomo di cui Stalin necessitava per attuare la sua politica”.


Prima di descrivere minuziosamente le fasi finali della guerra contro i contadini ucraini Cinnella analizza l’opposizione a Stalin all’interno del Partito del marxista-leninista Rjutin e il ruolo della Polonia che, abitata da una forte minoranza ucraina, seguiva con attenzione le vicende interne sovietiche.
Sia Rjutin che aveva diretto l’opera di collettivizzazione in Kazachistan e in Siberia ed era a conoscenza delle violenze e degli orrori della collettivizzazione sia l’uomo forte di Varsavia Piłsudski rappresentavano due serie minacce alla politica staliniana. Il dittatore sovietico provvederà a fare arrestare il primo nel 1932 e a siglare con il secondo il 27 novembre dello stesso anno un patto di non aggressione sovieto-polacco. Messa a tacere l’opposizione interna e scongiurato il pericolo di un’invasione polacca Stalin intraprese un’implacabile guerra contro le campagne e contro l’intellighenzia nazionale ucraina.
“Era una guerra all’ultimo sangue, che non poteva più concludersi con un compromesso, ma con una chiara vittoria dell’una o dell’altra parte belligerante: o con il ritorno al NEP (e l’inevitabile crisi nel partito) o con la salda instaurazione dell’ordinamento servile (sotto forma di fattorie collettive)”.
In Ucraina l’avvio della collettivizzazione forzata coincise con l’attacco alla Chiesa ortodossa locale che fu accomunata ai peggiori nemici del Partito (kulaki e nazionalisti borghesi) e fu sciolta nel gennaio 1930 dopo una violenta campagna di stampa. Milioni, almeno 4 secondo le stime più recenti, furono coloro che morirono a causa delle deportazioni, della mancanza di viveri, della deprivazione fisica e dei suicidi.
“Dal holodomor l’intero popolo ucraino uscì debellato e offeso, straziato nel corpo e nell’anima. Scomparve il fior fiore dell’intellighenzia, che curava la memoria storica della nazione, e furono fatti morire tra indicibili tormenti milioni di laboriosi agricoltori, che provvedevano a tener colmo ‘il granaio d’Europa’”.

Ettore Cinnella, Ucraina. Il genocidio dimenticato 1932-1933 Della Porta Editori, Pisa 2015

Massimiliano Di Pasquale

Su Holodomor vedi anche:

https://massimilianodipasquale.wordpress.com/2014/06/17/holodomor-4-oxana-pachlovska/

https://massimilianodipasquale.wordpress.com/2014/06/14/holodomor-1-lettere-da-kharkov/

https://massimilianodipasquale.wordpress.com/2014/06/16/holodomor-3-george-orwell/

https://massimilianodipasquale.wordpress.com/2014/06/14/holodomor-2-quaderni-ucraini/

 

Una storia di orrore all’interno dell’Arcipelago Gulag

Nicolas Werth – L’ isola dei cannibali. Siberia, 1933: una storia di orrore all’interno dell’arcipelago gulag

L' isola dei cannibali. Siberia, 1933: una storia di orrore all'interno dell'arcipelago gulag

L’ isola dei cannibali. Siberia, 1933: una storia di orrore all’interno dell’arcipelago gulag

Sull’isola c’era una guardia di nome Kostja Venikov, era giovane. Faceva la corte a una bella ragazza, anche lei deportata. La proteggeva. Un giorno, dovendosi allontanare, disse a un compagno. ‘Sorvegliala tu’, ma quello, con tutta quella gente intorno non riuscì a fare granché… qualcuno la prese e la legò a un pioppo: le tagliarono il petto, i muscoli, tutto quello che si poteva mangiare, tutto, tutto… avevano fame. Bisognava pur mangiare.
L’agghiacciante passo tratto da L’isola dei Cannibali non è l’incipit compiaciuto di un libro noir che per assecondare i gusti feticisti di certi lettori, indulge in particolari macabri di dubbio gusto. L’isola raccontata da Nicolas Werth, storico francese esperto di questioni sovietiche, esiste realmente. Si chiama Nazino, è un piccolo villaggio sperduto sulle rive dell’Ob’, Siberia, a 900 chilometri da Tomsk.
Vera è anche la testimonianza riportata. È stata raccolta il 21 luglio 1989, proprio a Nazino, da Valerij Fast, membro di Memorial, associazione russa nata in epoca gorbacioviana allo scopo di perpetuare il ricordo delle repressioni politiche nell’URSS.
A parlare è Taisa Michajlovna Čokareva, anziana contadina di etnia ostiaca, testimone oculare di questa storia di orrore, accaduta nel 1933 nel Far East sovietico.
A distanza di 75 anni da questi tragici eventi, Nicolas Werth – docente di Storia presso l’Institut d’histoire du temps present del CNRS ed ex addetto culturale dell’ambasciata francese a Mosca – ha ricostruito, dati e testimonianze alla mano, una delle più brutali vicende dell’epoca stalinista. Un’operazione d’ingegneria sociale, pianificata dal partito e dalle forze di polizia, tesa a “epurare” e a “purificare” determinati spazi sovietici – in particolare i centri urbani, “vetrine del socialismo” – dai loro “elementi declassati e socialmente nocivi”, deportandoli nelle cosiddette “zone pattumiera” della Siberia. Nel 1933, mentre in Ucraina Stalin dà vita a una carestia pianificata che stermina milioni di ucraini – il Holodomor – , nell’estremo nord dell’Unione si assiste al trasferimento forzato di elementi “socialmente nocivi” – ex kulaki, teppisti, vagabondi, individui “declassati”- e all’inizio di una sperimentazione sociale di vera e propria “decivilizzazione”.

Nicolas Werth

Nicolas Werth

Le migliaia di persone scaricate a Nazino trasformeranno questa isoletta sul fiume Ob’ in un autentico girone infernale. Disperati e affamati, alcuni di questi deportati cercarono la fuga nelle campagne, altri dettero l’assalto alle case dei villaggi e si trasformarono in ladri, assassini e cannibali prima di morire d’inedia o di essere sommariamente giustiziati.
Questo in estrema sintesi il racconto raccapricciante di ciò che accadde in quei giorni su quest’isola siberiana. Ciò che rileva ai fini storici è collocare questo episodio all’interno delle più complesse politiche attuate da Stalin nella sua opera di sovietizzazione dell’intero paese. La tesi sposata da Werth – supportata da tante evidenze empiriche tra cui le direttive riservate inviate dal dittatore georgiano ai suoi uomini, venute alla luce grazie all’apertura degli archivi del KGB – è che il “piano grandioso” proposto all’inizio del ’33 rappresenta la seconda tappa del programma iniziato tre anni prima riguardante la “liquidazione dei kulak come classe”.
Tale progetto si proponeva un duplice obiettivo. Estirpare gli elementi che avrebbero potuto opporre resistenza alla collettivizzazione forzata delle campagne e colonizzare vaste aree della Siberia, del Grande Nord, degli Urali e del Kazakistan.
La vicenda di Nazino, in misura finanche superiore ad altre tragedie dello stalinismo – scrive Werth – è una storia di arbitrio, violenza “dove tutti sono armati, la vita umana non ha valore e la caccia all’uomo quando capita, sostituisce quella agli animali”.
Citando inconsciamente Hobbes, l’istruttore propagandista Velicko in una coraggiosa lettera a Stalin scriverà: “Sull’isola di Nazino, l’uomo ha cessato di essere un uomo. Si è trasformato in sciacallo”. Pietra miliare nella letteratura sul comunismo sovietico degli anni ‘30, L’isola dei Cannibali, ci impone tante riflessioni costringendoci a riconsiderare la tragica storia del Novecento.
Un secolo in cui, alla luce delle evidenze provenienti dall’ex Unione Sovietica, non ha più senso parlare di “giorno della memoria” riferendosi a un singolo orrore.

Nicolas Werth – L’ isola dei cannibali. Siberia, 1933: una storia di orrore all’interno dell’arcipelago gulag. Corbaccio 2007, 16,60 euro. Pagine: 189 – Traduttore: Francesco Roncacci
ISBN: – EAN: 9788879728645

Massimiliano Di Pasquale

La Russia odierna e il mito di Stalin

Stalin ovunque. Sulle fiancate degli autobus a Mosca, lungo il celebre Nevskij Prospekt a San Pietroburgo, persino sulle bottiglie di gazzosa a Volgograd, città che presto potrebbe tornare proprio al vecchio nome di Stalingrado.
Qualche giorno fa il presidente russo Vladimir Putin ha dato infatti il via libera al referendum per ripristinare l’antico nome abolito da Nikita Khrushchev nel 1961 nel corso della sua politica di de-stalinizzazione.
La notizia circolava in maniera ufficiosa da diverso tempo ed è l’ultimo tassello di un pericoloso processo di revisionismo storico in atto nella Russia di Putin da almeno un decennio, processo che ha portato persino alla riscrittura dei manuali di storia dove i crimini dello stalinismo vengono volutamente omessi.
Quattro anni fa la ricorrenza del 65° anniversario della vittoria sovietica sulla Germania nazista fu magistralmente sfruttata dal Cremlino per glorificare la figura di Stalin quale eroe dell’antifascismo nella storica battaglia di Stalingrado, nonostante il più grande scrittore sovietico, Vasilij Grossman dimostri nel suo capolavoro Vita e Destino che la vittoria di Stalingrado fu ottenuta mandando cinicamente a morire migliaia di persone come carne da macello in spregio a qualsiasi strategia militare.
Orlando Figes, storico inglese autore di Sospetto e Silenzio, saggio che descrive le sofferenze della vita quotidiana dei cittadini sovietici nei 25 anni in cui Stalin fu ai vertici del Cremlino, sottolinea come la società russa non si sia mai seriamente confrontata con lo stalinismo, ad eccezione di un brevissimo periodo tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90. Periodo oggi completamente rimosso dalla coscienza collettiva nazionale, in quanto legato alla stagione di riforme tentate da Gorbaciov, l’impopolare leader sovietico accusato oggi da nazionalisti e comunisti di avere svenduto l’URSS all’Occidente.

Joseph Stalin and Vladimir Lenin

Il mito di Stalin – in ribasso nella natia Georgia grazie al corso impresso dal 2004 al 2013 dall’ex Presidente Mikheil Saakashvili che ci si augura non venga tradito dal suo successore Giorgi Margvelashvili – trova ancora terreno fertile in Russia.
Una Russia pervasa da tendenze xenofobe e nazionaliste nella quale una organizzazione come Memorial, che da più di vent’anni si batte per la raccolta delle testimonianze sullo stalinismo e i gulag , vive da tempo sotto la costante minaccia delle autorità.
Basti pensare a quanto successo nel dicembre di sei anni fa, nel 2008, a San Pietroburgo, quando la sede dell’associazione, senza alcun motivo, fu messa a soqquadro dalla polizia che confiscò gli hard disk contenenti tutti gli archivi.
Il raid – ricorda Figes – avvenne proprio alla vigilia di una grande conferenza internazionale sullo stalinismo a Mosca.
Tuttavia sarebbe errato considerare la riabilitazione di Stalin solo come un prodotto della società post-sovietica.
Se a Mosca da quattro anni a questa parte – iniziò l’allora sindaco Yuri Luzhkov nel 2010 – si organizzano per il 9 maggio parate con l’effige di Iosif Dugashvili, ciò avviene anche grazie al silenzio complice dell’Occidente.
Provate a pensare se a Berlino qualche nostalgico nazista proponesse di tappezzare la città con manifesti o gadget inneggianti a Hitler. Pioverebbero giustamente sulla Germania critiche da tutto il mondo. Ma ciò non vale per la Russia.
La riabilitazione di Stalin avviene, oggi come allora, grazie alla complicità dell’Occidente.
Nonostante il massacro di Katyn, nonostante l’invasione congiunta tedesco-sovietica della Polonia nel ’39, nonostante la Seconda Guerra Mondiale per i sovietici iniziò solo nel 1941 – prima erano buoni alleati di Hitler –, nonostante l’orrore del gulag e il Holodomor, il genocidio ucraino del ’32-’33, vige ancora tra Russia e Occidente, secondo la brillante formula di Norman Davies, un Allied Scheme of History.
L’opportunistico alleato di ieri contro il nazismo continua ancora oggi ad essere l’alleato privilegiato dell’Europa. L’Allied Scheme of History finisce per incidere enormemente su tutte le vicende dello spazio post-comunista odierno.

Vita e Destino - Cover

Vita e Destino – Cover

Emblematico in tal senso ciò che accade in questi mesi in Ucraina, dove l’Europa non ha fatto nulla di concreto per fermare nel Donbas il terrorismo di truppe di irregolari – ceceni, cetnici serbi e russi – armati da Mosca.
Le ambiguità dell’Occidente con il proprio alleato di ieri hanno consentito alla Russia post-sovietica di non dovere fare i conti con la sua parte nera e di poter gettare le basi per di un neo-imperialismo che si è palesato nell’invasione della Georgia nel 2008 e nella crisi odierna in Ucraina.
Perché questo è stato possibile?
Fondamentalmente perché ancora oggi – nonostante le illuminanti pagini di Hannah Arendt sull’essenza dei totalitarismi del XX secolo – affiancare nazismo e comunismo è operazione difficile e contestata. Come ha scritto Adriano Dell’Asta – in un saggio intitolato Dal sogno all’incubo. Nazismo e comunismo in Vasiliij Grossman – “sembra quasi che comparare nazismo e comunismo significhi condannare di meno il nazismo…
L’opera di Grossman è di fondamentale importanza proprio perché il problema della comparazione tra nazismo e comunismo è il fulcro centrale della stessa.
Russo di origine ebraica, Grossman vide una parte della sua famiglia massacrata dagli eserciti nazisti. Corrispondente della Stella Rossa, il giornale del ministero della difesa sovietico, fu tra i primi giornalisti a entrare nel campo di sterminio nazista di Treblinka.
I suoi documenti furono utilizzati dalla delegazione sovietica come materiale informativo durante il processo di Norimberga.
Questi brevi cenni biografici sono più che sufficienti a dimostrare che non ci troviamo di fronte né ad uno storico revisionista-negazionista né ad un provocatore.
Veniamo dunque al cuore del problema.
Se il comunismo ha fatto milioni di morti – scrive Grossman – questo non dipende da una deviazione che avrebbe subito in Russia un’idea buona, ma da qualcosa che accomuna l’idea comunista e quella nazista.
L’autore individua quel qualcosa in una “comune e identica falsificazione e negazione della realtà”.
Così come i nazisti uccidevano gli ebrei in quanto non uomini, anche Lenin e Stalin sterminavano i kulaki definendoli non uomini.
La lucida analisi di Grossman porta a due fondamentali conclusioni.
La prima è che Lenin e Stalin, affermando il primato dell’idea sulla realtà, sono la stessa cosa. Entrambi in base ad una concezione astratta dell’umanità, in base alla folle pretesa di sostituire la realtà con un’idea, hanno sacrificato impietosamente tante vite umane.
La seconda, per certi versi ancora più sorprendente, è che è stato proprio questo sistema totalitario ad avere creato Stalin.
Era l’immagine di Stalin a essere fatta a somiglianza dello Stato e appunto per questo egli ne divenne padrone” – scrive Grossman in Tutto Scorre.
Se caliamo queste considerazioni filosofiche ed etiche, ancora prima che politiche, nel contesto odierno, ci apparirà chiaro che cosa significa nel 2014 glorificare Stalin.
Significa qualcosa di ben più grave che erigere un piedistallo in onore di un leader macchiatosi di enormi crimini contro l’umanità.
Dal momento, per dirla alla Grossman, che è il sistema ad avere prodotto Stalin, riabilitare la sua figura oggi significa continuare a glorificare un regime, quello sovietico – costruito sulla sistematica falsificazione e negazione della realtà – che sin dalle origini si è palesato come un’enorme Fabbrica di Morte.

Massimiliano Di Pasquale

Stepan Bandera tra mito nazionale e propaganda neosovietica

Tre anni fa, mentre stavo ultimando il mio saggio Ucraina terra di confine, ebbi una vivace discussione con un amico polonista, il quale con fare quasi censorio, mi intimò di non menzionare in alcun modo Stepan Bandera nel mio libro. “Se lo farai molti ti attaccheranno, non venderai una copia e avrai tutta l’intellighenzia di sinistra contro”.
Replicai con pacatezza all’amico che non avrebbe avuto alcun senso, vista la struttura del mio saggio, occuparsi di Carpazi e di Galizia senza parlare del leader nazionalista Stepan Bandera che gli ucraini dell’Ovest – specie gli abitanti delle oblast di Ivano Frankivsk, Lviv e Ternopil – considerano un eroe nazionale.
Osservai che parlare di Bandera non significava affatto farne l’apologia, semmai cercare di contestualizzare meglio questa figura rispetto al tempo in cui visse e allo scenario politico in cui si trovò ad operare – ossia quella di un’Ucraina stretta tra la morsa polacca e sovietica – e affrancarla dalla lettura fuorviante offerta dalla storiografia sovietica e russa.
Inoltre gli feci notare che il dibattito su Bandera era di grande attualità visto che il presidente Viktor Yushchenko nel febbraio 2010, qualche giorno prima di lasciare la Bankova al suo successore Viktor Yanukovych, aveva nominato Stepan Bandera eroe nazionale, suscitando ovviamente non poche polemiche dato che il leader dell’OUN (Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini) è ancora una figura che divide il Paese.

Francobollo ucraino con effige di Bandera

Francobollo ucraino con effige di Bandera

In occasione della consegna dell’onorificenza di “eroe nazionale”, il nipote del leader nazionalista, chiamato anche lui Stepan, propose al Partito delle Regioni di Yanukovych di condurre una campagna di informazione sulla figura di suo nonno per giungere a una memoria condivisa.
Il Partito delle Regioni non solo rifiutò, ma di lì a poco Yanukovych su ordine di Mosca cancellò l’onorificenza e diede inizio a una politica di russificazione e neo-sovietizzazione che portò alla riabilitazione di Stalin – a Zaporizhzhya il partito comunista locale, alleato di governo del Partito delle Regioni fece erigere nel dicembre 2010 una statua in onore del dittatore sovietico – e alla negazione del Holodomor, rubricato da “genocidio contro il popolo ucraino” a “grande tragedia che accomunò ucraini, russi ed altre popolazioni dell’ex-Unione Sovietica”.
Ancora oggi la figura di Bandera è usata strumentalmente dalla propaganda filorussa, orchestrata dal Cremlino, per demonizzare le regioni occidentali dell’Ucraina, la sua popolazione e per dipingere i patrioti ucraini che con il Maidan hanno espresso pacificamente la volontà di emanciparsi dal giogo moscovita, come dei banderovcy nazisti.

Stepan Bandera

Stepan Bandera

Bollato dalla storiografia sovietica e russofila come un fascista – nell’ex URSS il termine è usato quale sinonimo di nazista – Bandera è riverito nell’Ovest del paese come un eroe nazionale, tant’è che molte cittadine della Galizia e della Volinia gli hanno dedicato monumenti e vie.
Per comprendere la complessa figura del leader dell’OUN (Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini) nato il 1° gennaio del 1909 nel villaggio di Uhryniv Staryi, è necessario gettare uno sguardo alla situazione dell’Ucraina alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale. Mentre le regioni orientali sono dissanguate dallo stalinismo – la tragedia del Holodomor, la carestia artificiale del ’32-’33 uccise per fame diversi milioni di ucraini – la parte occidentale subisce una pressione ormai insostenibile da parte della Polonia. La storia, come ai tempi degli etmani Bohdan Khmelnytskyi e Ivan Mazepa, sembra ripetersi. Ancora una volta il sogno di un’Ucraina libera e indipendente deve fare i conti con l’imperialismo russo e polacco.
In seguito al patto Molotov-Ribbentrop, con il quale nazisti e sovietici decidono di spartirsi l’Europa in sfere d’influenza, l’URSS invade l’Ucraina occidentale e crea un regime ancora più oppressivo che in poco meno di due anni manda a morte mezzo milione di ucraini. In questo periodo Bandera cerca inizialmente di trattare con i tedeschi nella vana speranza di ottenere qualche libertà per il suo paese. Resosi conto che ciò è impossibile, l’OUN lancia una lotta sui due fronti: quello antinazista e quello antisovietico. Quando nel 1941 Bandera proclama nella liberata Leopoli lo Stato ucraino, viene imprigionato dai nazisti. I membri del governo provvisorio ucraino da lui istituito vengono arrestati, uccisi o spediti nei campi di concentramento. Prima dello scoppio della guerra tra sovietici e tedeschi del 1941, suo padre, il reverendo Andriy, è condannato a morte da un tribunale militare sovietico, e le sorelle Marta e Oxana vengono arrestate e imprigionate nei Gulag semplicemente per essersi rifiutate di fornire informazioni sul fratello e di cooperare con i sovietici. L’anno seguente Bandera è imprigionato nel campo di concentramento di Sachsenhausen, vicino a Berlino. Nei terribili anni tra il 1941 e il 1944 la famiglia del leader nazionalista è vittima delle violenze incrociate di nazisti e sovietici.
La fine della Seconda Guerra Mondiale non sancisce affatto la fine della lotta per l’indipendenza dell’Ucraina assegnata dopo il Patto di Yalta all’URSS. Nel 1946 Volodymyra, la sorella di Bandera, e suo marito, il reverendo Volodymyr Davydyuk, sono arrestati dalle autorità sovietiche e imprigionati in un Gulag; Stepan, che risiede a Monaco con la famiglia, è oggetto di una lunga serie di attentati. Sarà assassinato al sesto tentativo nel 1959 dall’agente del KGB Bohdan Stashynsky, che qualche anno più tardi confesserà di essere stato anche l’esecutore materiale dell’avvelenamento del leader nazionalista ucraino Lev Rebet.

Massimiliano Di Pasquale