Jūrmala in Inverno

Estratto dal capitolo 5 di Riga Magica. Cronache dal Baltico (Il Sirente 2015). Per gentile concessione dell’editore e dell’autore.

Novembre 2013

Dopo aver scattato qualche foto alla monumentale casa in legno al civico 2, costruita nel 1909 in stile Neoclassico e riportata allo splendore originario nel 1997 dall’architetto lettone Krūmiņš, lascio Jūras iela e mi incammino sulla strada che conduce al lungomare.
Mi intriga l’idea di passeggiare tra dune sabbiose e spiagge bianche in uno scenario nordico, intriso di poesia, che riporta alla mente la Deauville di Lelouch in Un uomo e una donna. È strano – forse neanche tanto visto che i film dovevano sottostare ai dettami del realismo socialista – che nessun regista lettone abbia mai pensato di ambientare in questi luoghi una struggente storia d’amore. Jūrmala veniva presa in considerazione a livello cinematografico solo quando occorreva ricreare location statunitensi.
Jūrmala
In tal caso non si filmavano spiagge bianche, foreste di betulle e cieli crepuscolari, bensì la superstrada a sei corsie, l’unica di tutta la Lettonia – ribattezzata per l’appunto ‘dieci minuti d’America’ – che collega Jūrmala a Riga. Ma prima di poter ammirare le spumeggianti onde del Baltico schiantarsi sulla spiaggia e dar vita col vociare del vento a una sinfonia dal fascino ancestrale, mi aspetta la cupa visione del fatiscente casermone sovietico in fondo alla via. L’edificio, molto probabilmente un ex sanatorio, trasmette un profondo senso di squallore. Vetrate divelte, ringhiere pericolanti, muri scrostati, bottiglie rotte testimoniano un grave stato di abbandono.
L’immagine della spiaggia pressoché deserta, solo in lontananza scorgo sfocata un’ombra che parrebbe una figura umana, mi ridona un senso di armonia e di libertà.
Sono le tre di pomeriggio, ma nel cielo blu cobalto segnato da nuvole antracite, sono già comparsi gli arancioni, i vermigli e i gialli zafferano del tramonto. Un tramonto che più tardi si rivelerà suggestivo come un’aurora boreale.
Sulla battigia, dove le scarpe lasciano impronte subito cancellate dall’acqua, si posa ogni tanto uno stormo di gabbiani. Le increspature del Baltico sono scaglie blu – marrone raggrinzate dal vento gelido. Muovendomi lentamente in direzione nord dopo pochi metri, sul lato della strada, scorgo l’edificio ocra che un tempo ospitava l’Hotel Marienbāde, il primo centro termale ‘moderno’ di Jūrmala.
Fondato nel 1870, nell’arco di pochi anni divenne celebre in tutta Europa per i trattamenti di terapia climatica del dottor Johann Christian Nordstrom.
In precedenza Jūrmala aveva legato il suo nome alla bontà delle acque sulfuree di Ķemeri che, ancora prima della nascita nel 1838 della spa, si erano rivelate un autentico toccasana per gli ufficiali russi feriti nella campagna di Napoleone del 1812.
Ma torniamo al dottor Nordstrom e alla sua creatura: l’Hotel Marienbāde. Ai pazienti che alloggiavano in questo splendido resort venivano prescritte camminate a piedi nudi in riva al mare, attività fisiche all’aria aperta e lunghe nuotate nell’acqua tiepida del mezzogiorno.
Jurmala
Le cure talassoterapiche e balneoterapiche introdotte dal dottor Nordstrom trasformarono Jūrmala in un centro termale all’avanguardia che rivaleggiava con Brighton e Biarritz, località frequentate dall’aristocrazia e dalla borghesia nordeuropea sin dal XVIII secolo. A metà del Settecento infatti, grazie all’ affermarsi in Inghilterra di un movimento culturale che teorizzava l’effetto benefico e salutare dell’acqua marina, Brighton smise i panni di villaggio di pescatori per indossare quelli di località mondana pioniera nei trattamenti idroterapici. La ‘London by the sea’, così ribattezzata dai suoi primi avventori, diventò talmente famosa che anche la scrittrice inglese Jane Austen, acuta osservatrice dei costumi della società georgiana, ambientò a Brighton alcuni episodi di Orgoglio e Pregiudizio (1813) e Mansfield Park (1814).
Paolo Sorcinelli nel saggio Storia sociale dell’acqua ricorda invece come in Gran Bretagna “già nel 1748 il dottor Frewin consigliava ai suoi pazienti di bere l’acqua del mare di Southampton” e “nella seconda metà del Seicento il dottor Wittie prescriveva il bagno di mare ai gottosi”. È sempre Sorcinelli a sottolineare che “il successo o il fallimento di molti centri idroterapici fu decretato […] dalla presenza o dall’assenza di una stazione ferroviaria”.
Esattamente quello che accadde qui a Jūrmala dove lo sviluppo della località termale andò di pari passo con l’intensificarsi della rete ferroviaria. Nel 1912, con l’inaugurazione della linea Ķemeri – Mosca, la fama del centro balneare baltico si estese a tutto l’Impero Russo.

***

“Could you take a picture of me?”
Ha capelli ramati e un viso fanciullesco leggermente punteggiato di efelidi la ragazzona che all’altezza del Jūras Pavilijons mi chiede di fotografarla sullo sfondo del cielo al tramonto.
Hanna è ucraina, ha ventisette anni, fa la giornalista ed è arrivata a Riga da un paio di giorni dopo aver partecipato al meeting di Vilnius del 29 novembre. È molto delusa dal fatto che nella capitale lituana l’Ucraina non abbia firmato l’accordo di Associazione Economica con la UE. Racconta che nei giorni precedenti alcuni suoi amici di Kyiv sono stati picchiati dalla polizia mentre manifestavano pacificamente nei pressi del palazzo presidenziale dove risiede Yanukovych.
Mentre parliamo scatta foto a ripetizione. Viaggia con due macchine fotografiche a tracolla. Una Canon nuova di pacca e una vecchia analogica.
Confessa di essere stanca di scrivere di politica ucraina e di farlo solo per garantirsi uno stipendio a fine mese. Come molti suoi connazionali sta sperimentando il profondo senso di rabbia e di disillusione alimentatosi in Ucraina con l’ascesa al potere dell’uomo di Mosca, Viktor Yanukovych.
“Vorrei fare l’artista e vivere solo di fotografia” esclama a un certo punto quando le chiedo dei suoi progetti per il futuro. Ostenta grande sicurezza di sé, ma forse è solo un modo per nascondere delusione e timidezza. Prima di salutarmi mi regala una sua foto opaca formato cartolina. Ritrae il cortile di un vecchio palazzo semidistrutto della sua città d’origine, Kryvyi Rih, trasformato in un rudimentale campo da basket.
Sono le tre e mezza di pomeriggio quando ci congediamo.
Jūrmala
Nel cielo le strisce arancio e zafferano sfumano lentamente, inghiottite dalle gradazioni di blu di una sera invernale che a queste latitudini nordiche arriva molto presto. La panchina di legno azzurra irradiata dalla luce crepuscolare, scesa sulla spiaggia gelida, è una natura morta che trasmette un senso di perfetta solitudine.

Massimiliano Di Pasquale (1969), fotogiornalista e saggista, è membro dell’AISU, Associazione Italiana di Studi Ucraini e scrive di politica internazionale e cultura sulle pagine di diversi quotidiani nazionali. Nel 2013 ha lavorato per i tipi della Bradt all’aggiornamento della Ukraine Bradt Travel Guide uscita nel giugno dello stesso anno. Per il Sirente ha pubblicato Ucraina terra di confine (2012), caso editoriale che ha fatto conoscere l’Ucraina al grande pubblico italiano.

http://www.sirente.it/prodotto/riga-magica-massimiliano-di-pasquale/

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Riga Magica – Preview

Riga Magica
Massimiliano Di Pasquale
Prima edizione: dicembre 2015
Foliazione: XXVI-288 pp, ill. br.
Parole chiave: Viaggio, Riga, Lettonia, Russia, Europa Orientale

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Capitale europea della cultura 2014 e unica metropoli dell’area baltica, Riga è una città di grande fascino che negli ultimi vent’anni ha recuperato interamente la tradizione cosmopolita che l’ha sempre contraddistinta nel corso dei secoli. Fondata nel 1201 dal vescovo tedesco Albert von Buxhoevden come avamposto cristiano contro i barbari, Riga ha assunto presto il ruolo di crocevia tra Russia, Europa Occidentale e Scandinavia diventando, prima di essere inglobata nell’Impero russo, la seconda capitale del Regno di Svezia.
Massimiliano Di Pasquale, dopo aver attraversato l’Ucraina dai Carpazi alla Crimea (Ucraina terra di confine, il Sirente 2012), ci guida alla scoperta di questa città, che nonostante una storia secolare, è pressoché sconosciuta al pubblico italiano.
Ci accompagna nel quartiere moscovita di Maskavas, nei luoghi esoterici della Città vecchia, in quelli tragici dell’Ebraismo lettone, ci porta ad ammirare i capolavori dell’Art Nouveau baltico, le spiagge bianche di Jūrmala, stazione termale frequentata dalla nobiltà europea dell’Ottocento, ci restituisce odori e colori di uno dei più grandi mercati d’Europa e ci svela aneddoti legati a personaggi come Richard Wagner, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Isaiah Berlin e Sergei Eisenstein vissutinella capitale lettone.
L’autore, attraverso uno stile originale che mescola sapientemente ricordi personali, episodi storici, cultura pop e reminescenze letterarie, cattura in pagine di rara bellezza la magia di una città che, dopo essersi liberata dal giogo sovietico, si è contraddistinta nelle due ultime decadi per una vivacità culturale senza precedenti.

Massimiliano Di Pasquale è membro dell’AISU, Associazione Italiana di Studi Ucraini e scrive di politica internazionale e cultura sulle pagine di diversi quotidiani nazionali. Ha pubblicato il libro fotografico In Ucraina, immagini per un diario (2010) e Una fabbrica, una città, una famiglia. Benelli 1911-2011 (2011). Nel 2013 ha lavorato per i tipi della Bradt all’aggiornamento della Ukraine Bradt Travel Guide uscita nel giugno dello stesso anno. Per Il Sirente ha pubblicato Ucraina terra di confine (2012), caso editoriale che ha fatto conoscere l’Ucraina al grande pubblico.

il Sirente
Inchieste

XXII-288 pp., ill. br

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Il cuore nero della nuova Russia

Steve LeVine – Il labirinto di Putin

“Poco prima della mezzanotte del 1 novembre 2006, Alexander Litvinenko, un ex agente dell’intelligence russa che viveva in esilio politico a Londra, si svegliò che stava proprio male. Nel giro di qualche giorno, una spaventosa fotografia del suo corpo emaciato in un letto d’ospedale scioccò il mondo. Tre settimane più tardi era deceduto per avvelenamento da polonio-210, un isotopo radioattivo che secondo gli investigatori era stato versato di nascosto in una bevanda”.
Il labirinto di Putin, secondo libro di Steve LeVine dopo l’eccellente Il Petrolio e la Gloria, nasce da un’idea di Will Murphy, editore della Random House. Un paio di settimane dopo la tragica scomparsa di Litvinenko, Murphy chiama LeVine chiedendogli se sia interessato a scrivere un libro sulla morte dell’ex agente russo, oppositore di Putin.
LeVine, dopo essersi consultato con Noel Greedwood, ex direttore del Los Angeles Times, che gli aveva fornito preziosi consigli per la stesura del suo primo lavoro, decide di accettare l’offerta.
Il progetto originario suggerito da Murphy si trasforma però in qualcosa di più ambizioso e interessante come spiega lo stesso autore nelle pagine introduttive.
“Questo è un libro sulla morte in Russia. È nota al mondo la lunga storia russa di governanti feroci e di assassini spietati. Ma tuttora, nel primo decennio del ventunesimo secolo, la brutalità e la morte violenta sono di così ordinaria amministrazione da essere solitamente ignorate da tutti tranne dalle stesse vittime , le loro famiglie e i loro amici”.
Il giornalista statunitense sottolinea poi come “dopo sedici anni di vita e viaggi nell’ex Unione Sovietica” sia “arrivato alla conclusione che l’acquiescenza della Russia a questo cruento stato di cose la distingue da altre nazioni che si definiscono civilizzate. Capisco che è un giudizio duro, ma posso solo dire che non è affrettato”.
Il giudizio di LeVine, giunto per la prima volta a Mosca nel 1994 per raccontare in qualità di corrispondente dal Caucaso ciò che si agitava nei territori a margine dell’Impero russo – Georgia, Armenia, Asia Centrale, Cecenia e Inguscezia – è infatti il risultato di un’analisi ponderata, frutto di un lavoro di ricerca condotto utilizzando una pluralità di fonti (interviste, libri, articoli) come si evince chiaramente dalla bibliografia.
“Residenti stranieri e una minoranza scontenta di russi dicevano che il Paese interferiva oltre i propri confini provocando guerre nel Caucaso, bloccando accordi sul petrolio e oleodotti in Asia Centrale e operando in genere per preservare l’influenza di Mosca nelle repubbliche vicine che erano state parte dell’Unione Sovietica. Dapprima queste critiche sembravano infondate; sì, la Russia stava cercando di reinventarsi e forse di arricchirsi, ma non stava tentando di ricostituire un impero. Sarei stato presto smentito su questo punto di vista troppo benevolo”.
I frequenti viaggi nella martoriata Cecenia dove LeVine, per conto di Washington Post e Newsweek, assiste all’assedio di Grozny durante la prima guerra, accorgendosi che “i corrispondenti occidentali non erano considerati necessariamente dai militari russi come non combattenti neutrali” sono il primo campanello d’allarme.
Con la fine del primo conflitto ceceno, nel corso del quale LeVine prende coscienza che le truppe russe “non stavano solo tentando di reprimere una ribellione” ma “stavano uccidendo, attaccando e brutalizzando chiunque si trovasse sul suolo ceceno”, le immagini che lo avevano portato “a vedere i russi come insensibili alla vita della maggior parte degli altri” scivolano via dalla sua mente per qualche tempo.

il labirinto di putin

È solo con la tragedia del sottomarino nucleare Kursk, affondato nelle acque ghiacciate del mare di Barents nel 2000, e con l’avvento al potere di Putin che LeVine incomincia ad interrogarsi sul corso della nuova Russia e a ricomporre i tasselli di un mosaico davvero inquietante.
Denso di suspense come una spy story, ricco di protagonisti come un romanzo russo – il cast annovera tra gli altri l’oligarca esule in Gran Bretagna Boris Berezovsky e Anna Politkovskaya, la giornalista di Novaya Gazeta, famosa per i suoi feroci articoli contro il Cremlino –, Il labirinto di Putin, reportage dall’andamento circolare (inizio ed epilogo hanno come sfondo la vicenda Litvinenko), si snoda lungo dieci capitoli che tengono il lettore incollato alle pagine grazie a una prosa secca e avvincente degna di un noir.
Tra i capitoli più interessanti, a parer di chi scrive, quelli dedicati alla scontro tra guerriglieri ceceni e autorità russe (Nord-Ost) e alla figura di Anna Politkovskaya, ritratta senza alcuna retorica (Omicidio in ascensore).
Le pagine che raccontano la vicenda del teatro Dubrovka di Mosca, dove nel 2002 militanti ceceni presero in ostaggio varie centinaia di spettatori sono sicuramente tra le più agghiaccianti. E tra le più emblematiche del nuovo corso voluto da Vladimir Putin.
Rifiutato ogni tentativo di negoziazione – Abu Bakar, il vice del leader ceceno Barayev, attraverso la mediazione di Anna Politkovskaya, aveva chiesto a Putin, quale condizione per il rilascio degli ostaggi, la cessazione del conflitto nella martoriata repubblica caucasica – le truppe speciali entrano in azione. Prima pompano all’interno del teatro il fentanyl, un gas oppiaceo, poi fatta irruzione sparano a morte contro i terroristi. Ma dimenticano di predisporre la liberazione degli ostaggi: 129 persone muoiono per mancanza di assistenza sulle loro poltrone, sui marciapiedi all’esterno e sugli autobus diretti agli ospedali.
“Tra i sopravvissuti e i loro parenti si sollevò un coro di critiche. Perché il Cremlino non aveva dato più di una possibilità ai negoziati? Cosa era accaduto a Viktor Kazantsev, il generale russo che presumibilmente stava tentando di negoziare un accordo?”
Yuri Sinelshchikov, un ex procuratore della città di Mosca, intervistato da LeVine, che si occupò dell’indagine relativa alla vicenda del teatro Dubrovka, sostiene che non ci fu alcun impegno da parte delle autorità per accertare la verità.
“Testimoni importanti non furono intervistati subito, ma due o tre settimane dopo. Alcune prove scomparvero. […] Le persone non furono sentite in dettaglio nel corso degli interrogatori. Se qualcuno era sospettato e doveva esser seguito segretamente, non lo si faceva per niente a dovere, ed era ovvio. Nei primi dieci giorni c’era il caos, e c’erano troppe persone coinvolte ad alto livello”.
Ancora oggi, come ricorda l’autore nella postfazione all’edizione italiana, scritta nel luglio 2010, a distanza di 8 anni dalla vicenda del teatro Dubrovka e di 4 anni dagli omicidi di Politkovskaya e Litvinenko nessuno ha individuato i responsabili di questi fatti di sangue.
Il 15 luglio 2010, in occasione del primo anniversario dell’omicidio di Natalia Estemirova, l’attivista di diritti umani che, per conto di Memorial, conduceva inchieste e ricerche sui crimini di stato in Cecenia, la promessa del presidente Dmitry Medvedev fatta l’anno prima di individuare i mandanti di quella barbara uccisione si era dissolta in una bolla di sapone.
“Medvedev aveva fatto entrambe le sue esternazioni, le condoglianze immediatamente dopo la morte della Estemirova e la relazione sui progressi delle indagini un anno dopo, in presenza del leader tedesco Angela Merkel, che aveva preso l’abitudine di puntare il dito verso il Cremlino in segno di rimprovero per le violazioni dei diritti umani”.
“L’operato di Medvedev – conclude amaramente LeVine, riuscendo con il suo libro a farci gelare il sangue con la Russia post-comunista – era di parlare con voce liberale di fronte agli occidentali”.
Ma “c’erano scarse prove di un cambiamento concreto”. Nessun colpevole era stato identificato e “l’industria dell’omicidio agiva ancora impunemente”.

Steve LeVine – Il labirinto di Putin (Il Sirente, 2010)

Massimiliano Di Pasquale

Il petrolio e la gloria. La corsa al dominio e alle ricchezze della regione del Mar Caspio – Steve LeVine

il petrolio e la gloria
Storicamente collocata lungo la Grande Via della Seta, l’Azerbaigian, ex repubblica sovietica dell’area caucasica, la cui regione – scriveva Tiziano Terzani in Buonanotte Signor Lenin – “è imbevuta di petrolio”, è ancora oggi, a ventidue anni dalla dissoluzione dell’URSS, uno stato di cui in Europa si ha una conoscenza piuttosto vaga.
Questo nonostante la politica estera del governo azero, da almeno tre lustri, abbia abbandonato il “monovettorialismo moscovita” e guardi con crescente interesse a Bruxelles e a Washington.
Se per l’Azerbaigian, ricco di gas e petrolio, l’Europa rappresenta un attrattivo mercato di sbocco per le proprie risorse energetiche, per i politici e i funzionari di Bruxelles l’intensificarsi dei rapporti politico-economici con Baku, dopo le guerre del gas tra Russia e Ucraina del 2006 e del 2009, è considerato sempre più elemento chiave per la sicurezza energetica del Vecchio Continente.
L’annuncio del giugno 2013 relativo al completamento, entro il 2019, del gasdotto TAP (Trans Adriatic Pipeline), che porterà anche sulle coste pugliesi il gas azero del giacimento “Shah Deniz”, scoperto nel 1999 sui fondali del mar Caspio, servendosi di una pipeline che attraversa Azerbaigian, Georgia, Turchia, Grecia, Albania, testimonia la ferma volontà della UE di diversificare gli approvvigionamenti energetici e di affrancarsi, seppure parzialmente, dal monopolista russo Gazprom.
Secondo stime diffuse nel corso del convegno “Azerbaijani gas arrives in Italy”, tenutosi a Roma il 26 settembre scorso, il TAP consentirebbe alla sola Italia un risparmio sulla bolletta energetica di ben 4 miliardi di euro.
Il crescente ruolo dell’area Caspica, ricca di petrolio e idrocarburi, sullo scacchiere internazionale, che ha trasformato Baku in un importante interlocutore delle cancellerie occidentali, merita dunque un approfondimento.
Il giornalista americano Steve LeVine, ex corrispondente di Newsweek, Financial Times, Washington Post, New York Times e Wall Street Journal, è stato il primo a occuparsi delle intricate vicende che ruotano attorno al boom energetico del Caspio.
Il Petrolio e la Gloria, saggio uscito nel 2007 e pubblicato in Italia nel 2009 dai tipi de Il Sirente, è il frutto di un lungo lavoro di ricerca basato su “centinaia di interviste condotte dal 1992 al 2007” (come ricorda LeVine nelle pagine finali) e di approfondimenti storico-bibliografici.
Prima opera a livello mondiale a ricostruire con dovizia di particolari le complesse questioni economiche, politiche e personali legate alle regioni caucasiche e centro-asiatiche – aree che con il crollo dell’Unione Sovietica sono tornate a giocare un ruolo rilevante nello scenario geopolitico mondiale, dopo essere state per 70 anni esclusivo appannaggio di Mosca – il testo di LeVine costituisce lettura fondamentale per chi voglia conoscere le origini della febbre dell’oro nero in questo angolo del mondo.
L’avvincente racconto – si legge tutto d’un fiato come un thriller, anche grazie ai continui capovolgimenti di fronte – inizia con la descrizione della Baku dei primi dell’800 (l’epoca dei Nobel, i “Rockfeller russi”) e si conclude con la nascita del progetto Baku-Ceyhan, l’oleodotto, varato nel 2006, fortemente voluto dall’ex presidente azero Heydar Aliyev assieme a Georgia, Turchia, Stati Uniti e compagnie petrolifere.
Se il fulcro de Il Petrolio e la Gloria è costituito dalla lotta per il controllo delle risorse energetiche mondiali con le multinazionali – BT, Chevron, Penzoil, ENI etc – che manovrano per assicurarsi parte dei ricchi giacimenti kazaki e azeri, mentre Russia e Stati Uniti cercano di ottenere punti di appoggio strategici nella regione e di ostacolarsi a vicenda, è innegabile che il libro di LeVine può essere anche letto come una biografia sui generis di uomini potenti, scaltri e privi di scrupoli.
Basti pensare al sopracitato Alyiev, ex generale del KGB, inviso a Gorbaciov e Eltsin, che pur governando il suo paese come un autocrate, seppe ritagliarsi il ruolo di abile stratega in campo energetico, sfidando il dominio di Mosca sull’area caucasica e caspica, a John Deuss, spregiudicato commerciante di petroli olandese, noto per le sue abilità negoziali o a Jim Giffen, brillante avvocato statunitense che, sfruttando una capillare rete di amicizie risalenti agli anni ’70, divenne l’intermediario di maggior successo nel Caspio.
Uomo ambizioso, amante di abiti lussuosi e di belle donne russe, Giffen formò nel 1984 la Mercator, la prima società di consulenza specializzata in commercio sovietico-statunitense.
Una decade più tardi, quando Stati Uniti e Russia, i principali player della regione, inizieranno a sfidarsi in una lunga partita a scacchi dagli esiti tuttora incerti, la sua decennale esperienza con i sovietici farà di lui il “faccendiere” a livello politico di molte compagnie petrolifere ansiose di avviare lucrosi business nel Caspio. Intermediario per il presidente e i ministri del Kazakistan, Giffen si troverà a fare i conti a metà anni ’90 proprio con John Deuss, businessman altrettanto cinico e pragmatico che, per “smussare gli angoli” nel corso di defatiganti trattative, faceva arrivare con jet privati, incurante del luogo in cui si tenevano i colloqui, modelle da un’agenzia di sua proprietà con sedi a Londra, Parigi e New York.

Steve LeVine, Il petrolio e la gloria – La corsa al dominio e alle ricchezze della regione del Mar Caspio (Il Sirente), Fagnano Alto (AQ), 2009

Massimiliano Di Pasquale