Taras Ševčenko. Dalle carceri zariste al Pantheon ucraino

Giovanna Brogi e Oxana Pachlovska – ucrainiste di consolidata fama, già autrici in Italia e all’estero di varie pubblicazioni sulla storia, la cultura e la letteratura ucraina – hanno consegnato alle stampe all’inizio del 2015 un pregevole volume dedicato al poeta ed eroe nazionale ucraino Taras Hryhorovyč Ševčenko.
Il libro, intitolato Taras Ševčenko. Dalle carceri zariste al Pantheon ucraino, uscito per i tipi di Le Monnier Università con il sostegno dell’Istituto di Cultura Italiana di Kyiv, non è una monografia, ma un testo poliedrico che, seppure concepito per finalità didattiche, non va considerato esclusivo appannaggio degli studenti di ucrainistica.
Sfogliando l’indice si intuisce subito che il volume – il primo in Italia a offrire una raccolta di saggi su un classico della letteratura mondiale – è stato pensato per una platea più vasta di quella degli slavisti di professione. Alternando contributi dal taglio letterario, analisi politico-culturali, approfondimenti su opere specifiche e una ricca selezione di poesie liriche e poemetti (con testo a fronte), il libro sul poeta nazionale ucraino può interessare in egual misura gli amanti della poesia romantica ottocentesca, gli studiosi di storia dell’Europa orientale e chi ha seguito gli avvenimenti del Maidan di Kyiv. Nelle proteste di Piazza dell’inverno 2013-2014 il ritratto del poeta nazionale è stato esposto più volte dai manifestanti come simbolo della resistenza del popolo ucraino contro il corrotto regime filorusso di Viktor Yanukovych.
Il saggio di Oxana Pachlovska Taras Ševčenko. «Lottate e vincerete! », in apertura, offre un contributo di grande momento proprio per comprendere l’attualità della figura del poeta anche alla luce della storia più recente del Paese.
Il monito «Lottate e vincerete!», rivolto ai popoli soggetti al dominio imperiale di Mosca contenuto nei versi del poemetto Caucaso, pubblicato nel 1845 – monito scelto come titolo dalla Pachlovska per il suo saggio – riflette uno degli aspetti essenziali della personalità del poeta ucraino, ossia “la determinazione nell’affrontare con incrollabile fermezza e costanza la lotta contro l’ingiustizia e l’oppressione, e la difesa della libertà e della dignità degli uomini, in quanto individui e in quanto popoli, indipendentemente da razza, religione o tradizione culturale”.


Per questo motivo Ševčenko non solo “ha sempre rappresentato, e continua a rappresentare, un punto di riferimento essenziale e una pietra fondante del processo […] di costituzione della nazione ucraina moderna” ma fin dai tempi della Russia zarista è sempre stato “oggetto di critica virulenta da parte di ampie cerchie di intellettuali e poi vittima della persecuzione della polizia zarista”.
Pachlovska, dopo aver ricordato come una vera fioritura di studi sul poeta sia avvenuta solo a partire dal 1991, anno dell’indipendenza ucraina ( in epoca sovietica la figura di Ševčenko fu vittima di ‘appropriazione ideologica’ e il suo messaggio etico, poetico e intellettuale venne piegato ai dettami del ‘socialismo reale’), approfondisce in ottica culturologica alcuni fondamentali questioni quali la dimensione interslava ed europea del suo pensiero, il concetto di patria che si andava sviluppando attorno a lui nella prima metà dell’Ottocento, il possibile futuro assetto geopolitico dei popoli soggetti all’Impero russo e le sue concezioni etiche e religiose.
Tanti sono gli spunti di riflessione proposti dalla studiosa di Kyiv, a cominciare dalla differenza tra i termini Piccola Russia e Ucraina, che costituisce tra l’altro un primo crinale ideologico-semantico tra Taras Ševčenko e Mykola Hohol’ (Nikolai Gogol’ secondo la grafia russa).
Ševčenko […] fece una netta distinzione tra la Piccola Russia e l’Ucraina, definendole come due realtà antitetiche: la prima sottomessa e tendente all’adeguazione al sistema, la seconda, ribelle e conscia della propria storia e identità”. Per il poeta di Kaniv l’Ucraina è una realtà alternativa – radicata in un passato glorioso, quello del Cosaccato – alla Piccola Russia di Caterina II, concepita dalla zarina come spazio totalmente integrato nella nuova patria imperiale.
Molto interessante anche l’analisi comparata tra la poetica di Ševčenko e quella di altri due geni delle culture confinanti (polacca e russa): Adam Mickiewicz (1798-1855) e Aleksandr Puškin (1799-1837).
Ad accomunarli c’è la stessa matrice romantica a dividerli la diversa concettualizzazione attribuita a due valori chiave del Romanticismo, il concetto di libertà e quello di popolo.
Se per Puškin l’impero [N.d.r quello russo, ovviamente!] ha diritto di sacrificare i sudditi nel nome di una gloria imperitura astratta, per Mickiewicz e Ševčenko la nazione è espressione di Dio in terra, mentre l’impero è espressione del demonio, una biblica Bestia degli abissi”.
È utile sottolineare inoltre la differente concezione imperiale che separa Mickiewicz da Puškin. Mentre per il poeta moscovita la Grande Russia “doveva ergersi a baluardo dell’ortodossia, facendo confluire in un’unica realtà politica e culturale tutti i popoli slavi” per Mickiewicz la Polonia, che in passato aveva compiuto ingiustizie verso gli altri popoli, in particolare verso l’Ucraina, avrebbe dovuto “ricomporre i suoi confini storici, abbracciando al suo interno la Lituania, l’Ucraina e la Belarus’, garantendo però a questi popoli, pieno diritto all’autodeterminazione politica e all’affermazione di una propria autonoma soggettività culturale”.
Più complessa la posizione di Ševčenko che deve fare i conti con due realtà, la Polonia e la Russia, che in periodi storici diversi avevano negato all’Ucraina il diritto di esistere.
Per il poeta ucraino tutti i popoli, grandi o piccoli, cristiani o meno, hanno diritto a preservare le proprie tradizioni e a difendere la propria cultura.
In questo senso scrive Pachlovska “Ševčenko compieva il passo – innovativo fino ad essere rivoluzionario – di aprirsi a tutte le culture dell’impero e di rivendicarne il diritto alla propria individualità”. È questa una posizione, sottolinea sempre la studiosa, che “anticipa le moderne tendenze al multiculturalismo e le problematiche anticoloniali novecentesche”.

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Il rapporto tra Gogol’ e Ševčenko, solo accennato nel saggio della Pachlovska, viene indagato, alla luce degli studi più recenti, nell’articolo conclusivo del libro da Giovanna Brogi. È un tema questo affascinante quanto controverso che “continua a suscitare passioni, amarezze, recriminazioni, oppure ostentata indifferenza fra studiosi russi e ucraini”.
Brogi cerca di fissare alcuni punti fermi pur nella consapevolezza “delle profonde differenze fra i due scrittori e, soprattutto, dell’asprezza dei contrasti che ha opposto (e in parte ancora oggi oppone) le varie interpretazioni critiche”.
Per comprendere affinità e differenze tra le due figure è fondamentale accennare brevemente alle loro biografie che rendono ragione delle “divergenti specificità culturali dei due scrittori”.
Gogol’ nato nel 1809 a Velyki Soročynci nei pressi di Poltava da una famiglia della piccola nobiltà ucraino-polacca, “che aveva in Ostap Hohol’, colonnello cosacco del XVII secolo, il proprio più glorioso antenato”, studiò al prestigioso liceo di Nižyn, fondato nel 1805 per diffondere tra i discendenti della nobiltà cosacca “l’educazione russa e farne dei buoni sudditi dell’impero, russofoni e russificati”.
Taras Ševčenko, seppure figlio dell’età cosacca come Gogol’, ebbe un’infanzia molto diversa. Nato nel 1814 a Moryntsy, un villaggio sulla riva destra del Dnipro, da una famiglia di servi della gleba rimase orfano di entrambi i genitori a soli dodici anni e visse un’adolescenza miserrima che riscatterà grazie a un prodigioso talento artistico, letterario e filosofico.
Lo stile di vita di Ševčenko, quando lo scrittore avrà finalmente accesso alle porte dei teatri e dei salotti di Pietroburgo, la cui nobiltà Gogol’ allieta da tempo con i suoi geniali e inquietanti racconti ‘piccolo-russi’, sarà sempre, per certi versi, antitetico rispetto a quello dell’autore delle Anime morte.
Mentre Gogol’ era desideroso di equipararsi ai nobili russi e “faceva ogni sforzo per emergere come scrittore a fianco della stella di Puškin”, Ševčenko, liberatosi dalla condizione servile nel 1838, si immergerà fino al collo nella vita pietroburghese studiando “anatomia, architettura, storia dell’arte, paesaggistica, disegno e pittura, e tutte le materie dei corsi dell’Accademia delle Belle Arti”.
La profonda diversità del background sociale e culturale dei due scrittori spiega perché anche il mito cosacco che li accomuna venga interpretato da Ševčenko in maniera opposta rispetto a Gogol’.
Nell’epistola poetica A Hohol’ scritta da Ševčenko nel 1844 il tema cosacco “si esprime come ‘mito rovesciato’, amara riflessione sull’inglorioso presente: non rombano più i cannoni cosacchi, non si combatte più contro il polacco e il tataro, non si difende più la libertà cosacca a costo della vita come si faceva al tempo di Taras Bul’ba e di Gonta”.
Mentre Ševčenko, figlio della società cosacca contadina, scommette sulla capacità rigenerativa della nazione attraverso la radicalità della sua poesia di protesta, per Gogol’ il mondo cosacco della Piccola Russia – termine che Ševčenko rifiuta preferendogli quello di Ucraina – è un luogo della memoria, un rifugio per l’anima senza alcuna valenza politica.

Massimiliano Di Pasquale

Giovanna Brogi, Oxana Pachlovska Taras Ševčenko. Dalle carceri zariste al Pantheon ucraino Le Monnier Università, Firenze 2015.

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La vita privata degli oggetti sovietici

È un percorso originale quello intrapreso in questi anni da Gian Piero Piretto, docente di Cultura russa e Metodologia della Cultura visuale alla Statale di Milano, per analizzare la storia e la cultura della defunta URSS. Mentre l’apertura degli archivi del KGB ha permesso a molti studiosi di Unione Sovietica, con l’ausilio di un’ampia documentazione, di ricostruire con rigore filologico vicende storiche anche relativamente sconosciute, Piretto ha preferito raccontare quell’universo, scomparso nel dicembre 1991, ricorrendo all’esperienza personale, a rimandi letterari, artistici e cinematografici, privilegiando una prospettiva particolare: quella visuale.

La vita privata degli oggetti sovietici (cover)

La vita privata degli oggetti sovietici (cover)

Il saggio che ha preceduto La vita privata degli oggetti sovietici, uscito per Sironi Editore, si intitolava Gli occhi di Stalin. La cultura visuale sovietica nell’era staliniana (Raffaello Cortina, 2010) e sin dal titolo rivelava la metodologia d’indagine adottata da Piretto. In quel testo infatti l’autore indagava le strategie che hanno contribuito a costruire il sistema sociale, politico e culturale degli anni di Stalin attraverso un’analisi puntuale, a suo modo affascinante, del linguaggio di cinema, cartelloni pubblicitari e monumenti architettonici d’antan. Nel nuovo libro, pur avvalendosi dello stesso paradigma, Piretto sposta il campo della sua ricerca per così dire dal pubblico al privato (anche se questo termine può apparire eretico in un mondo in cui pubblico e privato si confondevano e annullavano) esaminando ben 25 oggetti che costituivano il quotidiano dell’epoca sovietica.
In questo caso l’arco temporale di riferimento – a differenza del precedente lavoro – non è più limitato all’era staliniana, ma copre gli oltre settant’anni di vita dell’URSS (1917-1991).
L’oggettistica cui fa riferimento Piretto nel suo saggio, avvalendosi di un apparato iconografico davvero notevole ottimamente valorizzato da un formato 20×19 stile foto album, è affatto eterogenea. La parola “oggetto” va dunque intesa in un’accezione semantica piuttosto ampia visto che con questo termine vengono rubricati sia il distributore automatico di acqua gassata (Avtomat s gazirovannoj vodoj) sia un “oggetto” assai più ingombrante (non certo per le dimensioni ma per la sua valenza antropologica) come il cadavere di Lenin (Trup Lenina).
Per ‘cosa’ intenderò quel manufatto che implica la presenza di un legame affettivo o relazionale tra prodotto e soggetto, mentre il termine ‘oggetto’ sottintende tra le due parti in questione una dimensione di puro possesso
Soffermandoci per un attimo proprio su Lenin (lo stesso autore sottolinea come affrontando l’oggetto “cadavere di Lenin” corra il rischio di blasfemia presso il popolo comunista) sarebbe stato interessante se Piretto avesse confrontato il corpo del rivoluzionario comunista con quello del medico russo Pirogov a Vinnytsya (Ucraina) che risulta molto meglio conservato di quello del leader bolscevico nonostante l’imbalsamazione di Vladimir Uljanov sia più recente.

Pirogov © Massimiliano Di Pasquale (all rights reserved)

Pirogov © Massimiliano Di Pasquale (all rights reserved)

Tornando all’impianto teorico del libro è importante chiarire alcune questioni per sgomberare il campo da potenziali equivoci, equivoci in cui potrebbero cadere i lettori che hanno poca dimestichezza con il mondo sovietico. Una di queste è relativa alla pretesa “russicità” degli oggetti passati in rassegna.
Nonostante l’autore nella prefazione parli di Cose di Russia sovietica la più corretta dicitura è quella utilizzata nel titolo del libro dove si fa riferimento a “oggetti sovietici”. In effetti il Samovar, il pesce essiccato da consumare con la birra o il portabicchiere da tè sono solo alcuni esempi di cose che caratterizzavano il quotidiano sovietico da Kyiv a Tallinn, da Tbilisi a Yerevan, e che ovviamente non erano solo appannaggio della Russia Sovietica.
Ma c’è di più, questi oggetti, seppure con una valenza diversa, forse intrisi di nostalgia per quel mondo ormai scomparso e quindi parzialmente decontestualizzati, fanno ancora oggi parte del quotidiano post-sovietico di paesi come Russia, Ucraina, Bielorussia. Basta prendere un treno notturno Odessa-Kyiv e chiedere alla provodnitsa, la cuccettista, una tazza di tè per poter ammirare un portabicchiere in metallo magari ancora con l’effige di qualche eroe del Lavoro socialista.
La maggior parte delle cose a cui dedicherò la mia attenzione ancora circola […] talora in forme rinnovate (degenerate) o adattate alla nuova realtà
Questo ordine di considerazioni ci porta diritto a un altro tema cui l’autore dedica un certo spazio nelle pagine introduttive, prima di iniziare a parlarci del profumo Krasnaja Moskva (acqua di colonia dolce e forte il cui gusto corrispondeva alle regole dettate dalla moglie del ministro degli esteri Molotov) o del formaggino Druzhba, ossia il legame che esiste tra i 25 oggetti presi in esame nel libro e il concetto dell’Ostalgie; ossia la nostalgia per l’Ost (Est), il suo stile di vita e la sua cultura.
Gli oggetti russo-sovietici che saranno protagonisti di queste pagine – scrive Piretto – non sono soltanto quelli che sull’onda dell’Ostalgie o del rimpianto per l’impero socialista perduto hanno trovato oggi una nuova vita in mostre d’arte, cataloghi di design o volumi retrospettivi, musei commemorativi o negozi di souvenir”.
Il loro inserimento in spazi culturali istituzionali, mostre, volumi, gallerie, aree commerciali ne ha defunzionalizzati molti di loro e li ha trasformati in pezzi da esibizione, non necessariamente caricandoli dello status di object d’art, ma privandoli dello loro aura primigenia e attribuendo a essi responsabilità che, spesso, non sono in grado di affrontare o sopportare ”.

Gian Piero Piretto

Gian Piero Piretto

Coerente con questa premessa metodologica l’autore decide di dedicare la propria attenzione a cose semplici e quotidiane “la cui rilevanza è consistita non tanto nello stile o nella forma che le ha caratterizzate, quanto nella dinamicità del rapporto diretto con i fruitori”.
Un approccio questo, che rifiutando la “spettatorialità” dell’estetica in favore di un taglio sociologico e poetico, si propone, pur nella consapevolezza dei propri limiti, di “aggiungere qualche spunto alle microstorie relative all’Unione Sovietica per contrastare la convenzionalità e i luoghi comuni della grande narrazione”.

Gian Piero Piretto, La vita privata degli oggetti sovietici – Sironi Editore, Milano 2012

Massimiliano Di Pasquale

Anna Politkovskaja – Per Questo intervista con Claudia Zonghetti

Per Questo, uscito dopo l’assassinio di Anna Politkovskaja, racconta il perché di un destino permettendoci di leggere in successione le cronache che nel tempo hanno decretato la fine della sua vita. Gli articoli, raccolti grazie al lavoro appassionato dei colleghi di Novaja gazeta, dei figli e della sorella della giornalista, costituiscono un documento davvero straordinario sulla Russia contemporanea dall’ottobre 1999 a fine settembre 2006, pochi giorni prima della morte avvenuta il 7 ottobre nell’androne di casa per mano di un killer.
Claudia Zonghetti, che ha tradotto per Adelphi tutti i libri della giornalista russa, ci spiega perché questo lavoro è, di tutti i libri di Anna Politkovskaja, forse il più tragico e potente.

Claudia Zonghetti

Claudia Zonghetti

“Per questo”, uscito dopo il tragico assassinio del 7 ottobre 2006, è stato definito il libro più tragico e potente di Anna Politkovskaja. Volevo sapere se condividi questo giudizio e in caso affermativo in cosa consistono le principali differenze rispetto a La Russia di Putin e Diario Russo?

La Russia di Putin è un volume concepito “per l’Occidente”, più esplicativo, più “didattico” (virgolette d’obbligo). Diario russo è appunto un diario, sono pagine dettate dall’urgenza di raccontare, sono appunti di viaggio (non necessariamente geografico), sono storie per mostrare una Storia sporca di fango e di violenza, diversa da quella infiocchettata della stampa ufficiale. Per questo – domanda e risposta insieme: per questo l’hanno uccisa? per questo… – è un’ampia scelta degli articoli finiti e pubblicati su Novaja gazeta, è la conseguenza del Diario, il suo risultato potente, appunto, e tragico – per contenuti ed esito finale…

L’incipit del libro, dove la Politkovskaja definisce “mattacini”, ossia clown quasi tutti i giornalisti russi dell’ultima generazione, riflettendo sulla sua triste condizione di giornalista che lavora oramai “solo in clandestinità”, mi è sembrato una sorta di epitaffio, quasi un’anticipazione del tragico destino che l’attendeva. Che lettura dai di quello scritto uscito peraltro postumo il 26 ottobre del 2006?

È, certamente, una sorta di credo. La sua – ennesima, ultima – dichiarazione d’intenti. Gli altri hanno scelto di prestare la penna ai giochi del potere, io provo a resistere e a fare il mio mestiere nell’unico modo che ritengo lecito e possibile. Una scelta che non è priva di conseguenze: “Il veleno nel tè. Gli arresti. Le lettere minatorie. Le minacce via internet e le telefonate in cui mi avvertono che mi faranno fuori”. Una lista, tuttavia, che è più per noi – è a questo che andrete incontro se scegliete la coscienza – che per se stessa. In Letter to Anna, il documentario che le ha dedicato, Eric Bergkraut glielo chiede a brutto muso, se ha paura e di cosa. E Anna Politkovskaja risponde che una tradizione russa vuole che le paure non vengano mai nominate, o avranno il sopravvento…

Anna Politkovskaja

Anna Politkovskaja

Nell’articolo “Siamo vivi ancora una volta”, in cui l’autrice dipinge la figura del colonnello Mironov, mandato a combattere in Cecenia, si avverte quasi un senso di pietas laica verso gli uomini dell’esercito come se anche questi fossero vittime al pari della popolazione civile della macchina imperialista moscovita. Volevo innanzitutto sapere se condividi questa lettura e allargare il discorso al tema più generale della guerra e delle violenze in Cecenia presente in tutta l’opera della Politkovskaja.

La prima accusa che gli ultranazionalisti muovevano ad Anna Politkovskaja (e per la quale l’avevano iscritta nella lista nera degli sgraditi e passibili di eliminazione) era di infangare il buon – sacro – nome dell’esercito russo. È vero, Anna Politkovskaja si è occupata a lungo di storie di nonnismo con esiti letali o comunque disastrosi – sostenendo a spada tratta i Comitati delle madri dei soldati -, è vero, ha offerto storie su storie dove la violenza delle truppe federali era cornice, tela e scenario. Ma solo perché la realtà dei fatti era questa e perché di questa realtà nessun altro parlava. È stata ancora lei, però, a scrivere dell’ufficiale russo che – di nascosto, in casa propria – rieducava le kamikaze e le restituiva alla vita; lei ci ha fatto conoscere l’umanissimo colonnello Mironov e altri suoi colleghi degni della qualifica di esseri umani. Del resto, non era colpa sua se gli emuli del colonnello Budanov erano in numero maggiore rispetto a quelli del suo omologo Mironov…

Il pezzo “la politica del nero”, che la Politkovskaja scrisse nel settembre 2004 dopo un incontro con il presidente georgiano Mikheil Saakashvili, oltre ad offrire una lucida analisi delle profonde differenze non solo politiche ma anche antropologiche e culturali tra una Tbilisi europea, anti-Bisanzio e una Mosca imperialista si conclude con l’amara riflessione – “il gioco dei leader russi esige che il presidente filo-occidentale venga punito a suon di bombe” – che anticipa a tutti gli effetti lo scontro militare che avverrà nell’agosto 2008. Credi che la forza principale della Politkovskaja sia stata quella di denunciare ciò che avveniva in Russia e in Caucaso o quella di formulare delle analisi politiche rivelatesi ex post tragicamente vere?

Io non faccio politica”: Anna Politkovskaja lo ripeteva di continuo. “Io vivo la vita e scrivo ciò che vedo”. E soprattutto – Goethe mi perdoni se manometto una sua affermazione – il buon giornalismo non è politico in quanto giornalismo politico, ma in quanto giornalismo. La sua lucidità di analisi, la sua urgenza di verità, di fatti non edulcorati doveva servire ai lettori a trarre le proprie conclusioni. Lei non indicava la soluzione, ma sempre e soltanto la strada.

Anna Politkovskaja – Per questo. Alle radici di una morte annunciata. Articoli 1999-2006

Anna Politkovskaja – Per questo. Alle radici di una morte annunciata. Articoli 1999-2006

Questo è il terzo libro della Politkovskaja che traduci per i tipi di Adelphi, il che significa ore ed ore trascorse in compagnia delle pagine di Anna. Volevo chiederti che cosa hai provato mentre traducevi i suoi primi libri e cosa invece hai provato lavorando a “Per questo” visto che lei era già scomparsa?

Ho passato quasi cinque anni e milleduecento pagine con Anna Politkovskaja. Una convivenza spigolosa, ruvida, feroce, fatta di stupri, di cadaveri sbrindellati, di sevizie, di gas, di bambini prigionieri in una scuola, di madri sconvolte, e di profonda desolazione e sconforto per una realtà che si ostina a non voler cambiare. Le rughe che ho in mezzo agli occhi sono “le rughe di Anna”, dice mia figlia di 8 anni. Stavo lavorando a Diario russo quando ho ricevuto la telefonata che mi annunciava il suo assassinio e il mio più grande rimpianto è di non essere riuscita ad andare a Mantova, a vederla, a sfiorarla… Tuttavia, la sua morte non è servita ad aumentare il rispetto – già profondissimo – che nutrivo per lei: non ho avuto “bisogno” che morisse per comprendere l’importanza di ciò che faceva. La verità non dovrebbe avere bisogno di vite umane…

Cosa ti ha colpito di più della vicenda umana e professionale di questa donna che ha sacrificato la sua vita per amore della verità?

Mi ha colpito – da sempre, da subito – la sua enorme, infinita, indomita umanità. La sua disponibilità ostinata, imperterrita, ad ascoltare chi non veniva ascoltato altrove. La sua capacità di fare – di darsi da fare in prima persona e di costringere gli altri a fare altrettanto -, la sua inesorabile pertinacia: smuoveva le montagne pur di spremere anche solo una parvenza di happy end (pensate ai vecchietti abbandonati nell’ospizio di Groznyj); la sua intransigenza – che è, di nuovo, l’intransigenza di chi FA.

Nel 2008 hai curato sempre per Adelphi “Vita e Destino” di Grossman, considerato oggi il romanzo più importante dell’era sovietica. In quel libro Grossman denuncia tutte le aberrazioni del sistema sovietico arrivando a paragonare il comunismo al nazismo. La figura della Politkovskaja, quale giornalista di denuncia, ha qualche punto di contatto con quella di Grossman? Possono entrambi – fatte le debite proporzioni – essere accomunati dall’idea orwelliana di “scrittura politica come arte”?

Direi, piuttosto, di scrittura che diventa politica suo malgrado. Per il coraggio di cui dà prova nello scrivere il rumore, i rumori della verità. Nel necrologio che scrisse su El Pais, André Glucksmann definiva čechoviana la lingua di Anna Politkovskaja. Non sono d’accordo. La sua era una lingua sporca, frettolosa, lo stile sincopato, convulso, a volte. Di čecoviano Anna Politkovskaja aveva la democraticità, la democrazia delle voci: nei suoi articoli erano ammessi tutti, dai capi di stato alla madre sconvolta dal dolore, dal generale al profugo, dai kamikaze ai bambini abbandonati, dal nuovo ricco al collega giornalista. E non è un caso che per parlare di libertà (e non solo di libertà di stampa), di democrazia, anche Grossman abbia evocato Čechov: rileggete il capitolo 66 del Primo libro di Vita e Destino

Anna Politkovskaja – Per questo. Alle radici di una morte annunciata. Articoli 1999-2006. A cura di Claudia Zonghetti (Adelphi, 2009)

Massimiliano Di Pasquale

Decadenze asburgiche. La Vienna del “pornografo” Egon Schiele

Lewis Crofts – Il pornografo di Vienna

Viviamo in un mondo che sta crollando, una generazione afflitta che l’arte non è ancora riuscita a rappresentare, che io non sono riuscito a rappresentare. Io sono l’ultimo membro di questa generazione. Ma finirà… e l’Impero finirà con lei. E altrettanto farò io. Il massimo che potrei sperare è di essere l’ultimo uomo di un’era e il primo di quella successiva. Ma non lo sono. Sta arrivando una nuova epoca e sarà la tua.
Con queste parole, che sanno di vera e propria investitura e di ideale passaggio di consegne, Gustav Klimt, maestro del Simbolismo e dell’Art Nouveau mitteleuropeo di fine Ottocento, si rivolge al giovane Egon Schiele, nel corso del loro primo incontro a casa del comune amico Anton Peschka.

Gustav Klimt - Maternità

Gustav Klimt – Maternità

Ho visto gli schizzi incompiuti che lasci in classe. – dice l’artista viennese, rivolto a un incredulo Schiele – Quello che tu scarti, il resto dell’aula messo insieme non riuscirebbe a produrlo in tutta la vita. Quello che tu esprimi, gli altri lo possono solo accennare.
Ma il grande sostegno di Klimt non basterà a fare di Schiele il suo acclamato erede. Egon – in ossequio a una legge perversa e crudele che vuole gli artisti sensibili e tormentati morire giovani e ricevere, nel migliore dei casi, gloria postuma – scomparirà a soli 28 anni, dopo lunghi periodi di miseria e di carcere.
I corpi femminili, nudi e malati, dei suoi ritratti – modelle, prostitute, attricette stonate dall’assenzio – diverranno però l’emblema, il correlativo oggettivo, del tramonto inarrestabile dell’Impero Asburgico.
L’eros tormentato dei suoi dipinti disturba i benpensanti, che lo accusano ipocritamente di pornografia, perché riflette lo squallore morale di una società prossima al capolinea. Le sue tele, così come i coevi racconti di Arthur Schnitzler – il cui Doppio Sogno è un incubo erotico dalle atmosfere davvero “schieliane” – sono il ritratto nitido di una Vienna “rancida, gravida di squallore dietro il suo velo imperiale”.

Egon Schiele - Nudo femminile

Egon Schiele – Nudo femminile

Una Vienna brulicante di contadini, emigranti e di una fiorente classe media che, al pari della Roma imperiale, trabocca di nazionalità che si incrociano nella reciproca avversione. Un’avversione che l’attentato di Sarajevo trasformerà in odio. Con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale nulla sarà più come in passato.
Vienna non era che un’ombra, le sue vie squallide e silenziose se non per l’occasionale trascinarsi degli accattoni che si aggiravano tra le case deserte, frugando fra montagne di rifiuti. Erano i pochi fortunati, liberi di vagare per le strade mentre i loro compagni marcivano nei campi di battaglia abbandonati o vagabondavano scalzi per regioni sperdute, stringendo in mano una crosta di pane infestata dagli insetti
Nel 1918, un mese prima della fine della Grande Guerra, Schiele, colpito dall’epidemia di spagnola che miete milioni di vittime in tutta Europa, si congederà prematuramente da quel mondo e da quella città, ormai ridotta in macerie, che negli ultimi mesi dopo avergli inflitto l’umiliazione del carcere, aveva incominciato ad acclamarlo.

Egon Schiele autoritratto

Egon Schiele autoritratto

Quando il sonno scese su Egon per l’ultima volta, lui giaceva da solo nella chaise longue, la tela annerita dagli aloni di sudore… i suoi occhi si chiusero e lui strinse la cornice di legno sul divano”.
Romanzo di singolare potenza descrittiva, mirabile sintesi di ricerca storica e immaginazione letteraria, Il Pornografo di Vienna dell’inglese Lewis Crofts, a quasi cent’anni dalla morte di Schiele, ci offre un magistrale affresco dell’artista più decadente e trasgressivo del Novecento austriaco. E della città che lo sedusse, lo ispirò e lo distrusse.

Lewis Crofts, Il pornografo di Vienna, Marco Troppa Editore, 2008, euro 16,90. Traduzione dall’inglese di Pietro Formenton

Massimiliano Di Pasquale

Diario Russo, il Testamento Morale di Anna Politkovskaja

Quanto accaduto in Ucraina in coda al 2004 ha segnato la fine della Grande Depressione politica russa: è storia. L’opinione pubblica si è risvegliata dal torpore e ha invidiato con tutte le forze la piazza di Kiev, Majdan Nezależnosti. “Perché non facciamo come loro accidenti?” ci si ripeteva l’un l’altro. “Siamo così simili, eppure…”

Con parole di speranza – vanificate solo qualche riga più in basso dall’amara constatazione che “la passione politica della piazza di Kiev non ha contagiato la Russia” – inizia la cronaca del 2005, l’ultimo anno narrato da Anna Politkovskaja nel suo Diario Russo, dato alle stampe postumo da Adelphi due anni più tardi.
Testamento morale di una giornalista che ha pagato con la propria vita la volontà di raccontare il male oscuro della Federazione, il libro si compone di tre sezioni che ricostruiscono con estremo rigore filologico e documentaristico anni cruciali della storia russa contemporanea.
L’elezione pilotata della Quarta Duma e l’indebolimento del fronte democratico del dicembre 2003 sono un autentico canto del cigno per la debole democrazia che la Russia di Eltsin, seppur con enorme difficoltà, stava cercando di costruire. In quei giorni, in cui di fatto si gettano le basi per un secondo mandato al Presidente Putin, la Politkovskaja si interroga sul futuro di un paese in cui la libertà di informazione sembra progressivamente contrarsi. Intervistando Javlinskij, il leader di Jabloko, che di lì a poco subirà una pesante sconfitta elettorale, non riuscendo a conquistare i voti necessari per entrare nella Duma, la giornalista di origine ucraina fotografa una nazione in cui le istituzioni democratiche non vengono distrutte come ai tempi dello stalinismo ma di fatto piegate e rimodellate secondo i voleri del Cremlino.

Anna Politkovskaja

Anna Politkovskaja

Le risposte del leader dell’opposizione liberale alle domande provocatorie della Politkovskaja, la cui intransigenza morale non risparmia nessuno, neppure gli oppositori di Putin, dicono di una democrazia assai fragile afflitta dalla mancanza di un potere giudiziario indipendente, dall’assenza di mass media indipendenti a carattere nazionale e di finanziamenti indipendenti.
In assenza di questi tre fondamenti – conclude Javlinskij – è praticamente impossibile creare un’opposizione politica attiva”.
Rispetto alla possibilità di fare saltare il regime con manifestazioni di piazza pacifiche come quelle avvenute in Georgia qualche mese prima Javlinskij sottolinea che tale metodo non è affatto praticabile. Laconico risponde che in Russia questo si trasformerebbe in un bagno di sangue.
L’unico obiettivo possibile è la conservazione. Ossia il mantenimento di “quanto la Russia si è conquistata alla fine degli anni Ottanta”.
Il mancato ingresso in Parlamento di Jabloko sancirà il 9 dicembre del 2003 anche il fallimento di quell’obiettivo minimo.
Scrive la Politkovskaja a pagina 28. “Nell’era Putin la democrazia parlamentare è morta. E non perché Javlinskij è stato battuto….. La gente ha dato il proprio consenso. Nessuno s’è alzato in piedi. Nessuna dimostrazione, niente proteste di massa o azioni di disobbedienza civile. La gente ha mandato giù il rospo e ha accettato di vivere non tanto senza Javlinskij, ma senza democrazia. Ha accettato di passare per idiota”.
Una requisitoria dura che attraversa senza soluzione di continuità tutto il volume e che si fa particolarmente aspra nelle pagine in cui la giornalista racconta i drammi del conflitto in Cecenia e le condizioni di vita dei reduci di guerra.
Emblematico il racconto di Sergej Domračev, un ex soldato semplice che faceva parte della terribile brigata 101, uno dei pochissimi ad essere sopravvissuto solo per miracolo.

Diario Russo (cover)

Diario Russo (cover)

È lui stesso a raccontare alla Politkovskaja la tragica condizione dei reduci della guerra cecena.
Di tutti quelli che conosco e che hanno combattuto, dopo la guerra se ne sarà sistemato come si deve un dieci per cento. Gli altri bevono, si girano i pollici e si fanno mantenere dai genitori. La gente ci evita, ha paura di noi. Per questo molti vanno a fare i gorilla nelle agenzie degli ex “afghani”, che li assumono, sì, ma senza troppo entusiasmo”.
Il finale dall’emblematico titolo Ho o Non Ho Paura? sembra in qualche modo preannunciare la tragica fine di Anna.
Per il momento non si vedono cambiamenti. Il potere rimane sordo a ogni segnale d’allarme che viene dall’esterno dalla gente. Vive solo per se stesso. Con stampato in faccia il marchio dell’avidità e del fastidio che qualcuno possa ostacolare la sua voglia di arricchirsi. Lo scopo è far sì che nessuno glielo impedisca: la società civile va calpestata e la gente convinta giorno dopo giorno che opposizione e opinione pubblica si nutrono al piatto della CIA, dello spionaggio inglese, israeliano e finanche marziano, oltre che alla ragnatela globale di Al-Qaeda…

Anna Politkovskaja, Diario Russo 2003-2005, Adelphi (2007). A cura di Claudia Zonghetti


Massimiliano Di Pasquale

In Transilvania alla scoperta delle icone su vetro di Sibiel

È sorprendente come a più di vent’anni dal crollo del Muro di Berlino, i paesi dell’ex blocco socialista, molti dei quali già appartenenti alla UE, siano tuttora agli occhi di noi “occidentali” luoghi pressoché sconosciuti. È il caso della Romania, terra affascinante, ricca di storia e colori, che trova raramente spazio nei media nazionali. Le icone su vetro di Sibiel, libro che segnalo all’attenzione dei lettori di Eastern Europe Post, rappresenta una piacevole eccezione a questa regola non scritta del panorama editoriale italiano. La pubblicazione di Giovanni Ruggeri – profondo conoscitore del paese, cui da tempo dedica articoli e pubblicazioni – costituisce un utile tassello per conoscere quella Romania rurale, legata a secolari tradizioni popolari, che si estende dalla Transilvania del Nord alla zona di Brasov. Attraverso lo studio delle icone sacre di questi luoghi – Nicula e Transilvania del Nord, Valle del Mures, Zona di Faragas, Zona di Brasov, Valle del Sebes-Alba Iulia e Sibiu – conservate nel Museo Zosim Oancea di Sibiel, villaggio a venti chilometri da Sibiu, Ruggeri ricostruisce ben trecento anni di storia locale.
La pittura di icone su vetro in Transilvania risale infatti agli inizi del Settecento. Ed è uno dei mezzi utilizzati dalla popolazione autoctona per conservare la propria identità culturale ortodossa in un’area geografica che subisce prima la dominazione ungherese, poi l’annessione all’impero Asburgico.

Le icone su vetro di Sibiel

Le icone su vetro di Sibiel

Le icone realizzate a partire dal 1694 a Sicula, primo centro romeno di pittura religiosa su vetro, si differenziano rispetto a quelle della tradizione classica proprio per il diverso supporto. Mentre la realizzazione dell’icona classica si serve di un supporto in legno e segue sempre precisi canoni estetici, le rappresentazioni sacre romene si caratterizzano per l’uso di vetro e almeno in una prima fase, per le contenute dimensioni. La loro particolare luminosità è il risultato dell’impiego di lastre di vetro realizzate da impianti alquanto rudimentali che non disponevano di elevate temperature di lavorazione e si avvalevano esclusivamente di interventi manuali.
La pittura delle icone seguiva un procedimento che – come più propriamente reso nella lingua tedesca mediante il termine Hinterglasmalerei – dovrebbe definirsi pittura “sotto” vetro anziché “su” vetro. Infatti il pittore disegnava e colorava l’icona su quello che, a opera finita, sarebbe risultato il verso del vetro, mentre la parte opposta, quella cioè esposta all’occhio dell’osservatore, fungeva da schermo protettivo del dipinto”.
Corredato da un eccellente apparato fotografico che riproduce alcuni degli esemplari più belli esposti nel Museo, il libro di Ruggeri, grazie alla ricostruzione della straordinaria vicenda di Zocim Oancea, prete ortodosso cui si deve l’istituzione dello spazio espositivo che oggi porta il suo nome, assume anche un importante valore storico – documentaristico. La storia di Oancea è infatti quella di un uomo che armato di fede, tenacia e avvedutezza resiste alle persecuzioni della Securitate, la terribile polizia del regime comunista di Ceausescu, diventando un vero e proprio riferimento morale e spirituale per la sua gente.
“I comunisti hanno voluto fare un’esperienza materialista e dimostrare che la materia è tutto. È successo il contrario. Gli uomini sono morti ma non hanno abiurato la loro fede, non hanno rinnegato Dio. È questa la grande esperienza che io ho vissuto […] Alla fine, se il mondo ha potuto sopravvivere e se noi abbiamo vinto, è anche grazie a questo grande sacrificio, a tutti quelli che sono morti nelle prigioni”.

Giovanni Ruggeri, Le icone su vetro di Sibiel, prefazione di S.E. Laurentiu Streza, postfazione Dorin Oracea, CAE for, 2008

www.sibiel.net

Massimiliano Di Pasquale

La Leopoli “proustiana” di Stanisław Lem

Sorprenderà molti di coloro che l’hanno apprezzato come scrittore di fantascienza tra i più originali del Novecento, l’ultima fatica postuma di Stanisław Lem. Uscito in Italia solo nel 2008 per i tipi di Bollati Boringhieri, ma scritto all’epoca dei suoi maggiori successi nell’ambito della letteratura fantastica, Il Castello Alto è un racconto autobiografico che ripercorre l’infanzia dello scrittore polacco nella Leopoli a cavallo tra le due guerre.

Il Castello Alto (cover)

Il Castello Alto (cover)

Romanzo di formazione “proustiano”, dalle forti suggestioni visive e sensoriali – memorabile la descrizione della pasticceria Zalewski, con tutto il suo corredo di sculture di marzapane, acqueforti di cioccolato bianco e Vesuvi di torte eruttanti panna montata – Wysoki zamek è un atto di amore per una città cui Lem guardò con nostalgia e rimpianto per tutta la sua vita.
L’autore di Solaris, come ha ricordato lo scrittore Jerzy Janicki, ammise più volte di aver perso per sempre “la mia patria, quella mia piccola patria leopolitana”.
Scomparsa dalle cartine geografiche polacche nel ’45 con l’annessione all’Unione Sovietica, Leopoli è stata rievocata nelle decadi successive da molti intellettuali di Breslavia, Gliwice e Stettino, finendo per rivestire un singolare ruolo mitopoietico nell’immaginario letterario polacco.

Stanisław Lem

Stanisław Lem

Lem, che pure adotta un registro ironico e scanzonato, si iscrive di diritto a quella schiera di poeti e letterati che hanno ripercorso le sue strade attraverso il sogno e la letteratura.
Per tutti noi il Castello alto era come il cielo per i cristiani”, scrive in un passo del libro.
Un’immagine questa da città aeterna che conferisce a Leopoli quell’aura magica e misteriosa che ancora oggi si respira tra i suoi vicoli secolari.

Stanisław Lem – Il Castello Alto – Bollati Boringhieri, Milano 2008

Massimiliano Di Pasquale