Abbecedario Ucraino – Genesi di un progetto

Quando nel 1991 l’Ucraina ottenne l’indipendenza da Mosca, questa nuova nazione, “una sorpresa nelle cancellerie, nelle università e nei consigli di amministrazione occidentali”, così la definì lo storico Andrew Wilson nel saggio The Ukrainians. Unexpected Nation, in Italia era più inattesa che altrove. Il nostro Paese, che aveva sempre avuto un rapporto stretto e privilegiato con l’Unione Sovietica in ambito politico ed economico, ebbe difficoltà a concepire l’Ucraina come entità statuale indipendente. Nonostante l’URSS fosse un’unione federale di 15 repubbliche, a cui la costituzione sovietica garantiva, in teoria, il diritto di recesso, l’intellighenzia italiana finiva spesso per identificare l’Unione Sovietica con la Russia. Unione Sovietica e Russia venivano frequentemente usati come sinonimi da politici e giornalisti generando equivoci e confusione nell’opinione pubblica. Equivoci che sarebbero continuati anche dopo l’implosione del gigante sovietico.

Negli anni immediatamente successivi al dissolvimento dell’URSS, l’Italia cercò, non senza difficoltà, di comprendere il nuovo scenario geopolitico emerso dal collasso di un’altra ex confederazione socialista, la Jugoslavia. La guerra in Slovenia, Croazia, Serbia, Bosnia Erzegovina e successivamente in Kosovo aveva molte più implicazioni per il nostro Paese, dal momento che avveniva in territori limitrofi al nostro Paese.

Questo focus sui Balcani contribuì a ritardare la comprensione delle dinamiche geopolitiche nell’ex URSS. Per lungo tempo l’Ucraina rimase una sorta di oggetto misterioso per il pubblico italiano e tutto lo spazio post-sovietico continuò a essere, superficialmente, rubricato come Russia.

Fino alla Rivoluzione Arancione del 2004, l’Ucraina risulta pressoché assente dai notiziari televisivi e dalla stampa nostrana. L’unica parziale eccezione a questo trend generale è rappresentata dalla pubblicazione sporadica di articoli di geopolitica su poche riviste specializzate.

Nella stragrande maggioranza di questi scritti il Paese viene presentato come una sorta di appendice della Russia che prima o poi avrebbe aderito o sarebbe stato costretto ad aderire alla Federazione Russa o, nel peggiore dei casi, sarebbe stato diviso in due parti, una ucrainofona a Ovest, l’altra russofona a Est. A parte qualificate eccezioni, coloro che si occupano di Ucraina sono spesso ex corrispondenti da Mosca dei tempi sovietici o addirittura analisti vicini al Cremlino. Analisi povere e polarizzate – sorta di copia e incolla di articoli provenienti soprattutto da media russi e, in misura minore, da fonti occidentali – testimoniano come in Italia manchino esperti di Ucraina o che i pochi ucrainisti italiani non vengano quasi mai interpellati.

La prima volta che gli italiani sentono parlare di Ucraina è nel novembre 2004 con le proteste di piazza, passate alla storia come Rivoluzione Arancione. L’avvenimento coglie di sorpresa la maggioranza dei media autoctoni. La scarsa conoscenza della storia e della politica ucraina, unita al fatto che gli eventi vengono raccontati avvalendosi per lo più di informazioni provenienti da televisioni e agenzie stampa russe, dà vita a una narrazione parziale. La situazione è talmente imbarazzante che Giovanna Brogi, Presidente dell’AISU (Associazione Italiana di Studi Ucraini) invia una lettera aperta ai direttori della RAI TV chiedendo una copertura più equilibrata. Se la RAI non fosse stata in grado di inviare un corrispondente a Kyiv avrebbe potuto trasmettere anche informazioni provenienti da televisioni e agenzie di stampa polacche, che avevano corrispondenti in Ucraina, non solo da quelle russe. Nessuno replica a quella lettera aperta pubblicata sulle pagine del Corriere della Sera.

Negli anni seguenti l’Ucraina scompare di nuovo dai radar dei media italiani fatta eccezione per le vicende riguardanti le guerre del gas tra Mosca e Kyiv dell’epoca arancione. Nel 2012, quando l’Ucraina si accinge ad ospitare insieme alla Polonia gli europei di calcio, i media italiani sembrano più preoccupati dalle uccisioni di cani randagi per ripulire le strade in vista dell’appuntamento sportivo che dalle gravi violazione dei diritti umani che avvengono sotto la presidenza di Viktor Yanukovych.

Il caso Tymoshenko, che riceve ampia copertura mediatica a livello internazionale, con alcuni paesi della UE che minacciano di boicottare Euro 2012 in caso di mancata scarcerazione dell’ex Primo Ministro, in Italia viene quasi ignorato o dipinto semplicemente come una guerra tra oligarchi. Solo pochi giornalisti indipendenti esprimono le loro preoccupazioni per il degrado subito dalla democrazia ucraina con l’avvento di Yanukovych. La maggior parte di essi non sembra curarsi dei processi di giustizia selettiva che riguardano Yuliya Tymoshenko e l’ex ministro degli Interni Yuriy Lutsenko. Nel maggio 2012 Ian Kelly, ambasciatore statunitense presso l’OSCE (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) riferirà di ben tredici funzionari del governo Tymoshenko – 4 ministri, 5 viceministri, 2 capi d’agenzia, un governatore e il responsabile del monopolio del gas di stato – finiti dietro le sbarre per ragioni politiche.

Quando nel novembre 2013 inizia la prima ondata di proteste di Euromaidan a Kyiv, la situazione sul fronte dei media è pressoché simile a quella di nove anni prima. A mano a mano che gli eventi a Kyiv e nel resto del Paese peggiorano, quello che inizialmente era solo un punto di vista pro-russo, dovuto in parte alla poca conoscenza della politica ucraina, si trasforma in una narrazione Mosco-centrica da cui nessun organo di stampa risulta totalmente immune.

In molti giornali, pubblicazioni on line e persino dossier televisivi il governo di Kyiv viene definito una giunta nazista utilizzando lo stesso linguaggio della stampa russa.

Potremmo citare tanti esempi di disinformazione che si sono succeduti dallo scoppio del conflitto fino ad ora, ma il punto chiave è un altro. La narrazione russa veicolata da molti media italiani trova terreno fertile anche a causa della scarsa conoscenza della cultura e della storia ucraina nel nostro Paese.

A partire dal gennaio 2014 ho partecipato in qualità di ucrainista e di esperto di ex URSS a decine di incontri in tutta Italia dedicati alla crisi ucraina. Nel corso di questi dibattiti ho potuto constatare di persona l’esistenza di un pubblico interessato alle vicende dell’Ucraina che purtroppo non trovava testi di riferimento per approfondire certe tematiche.

Il progetto Abbecedario Ucraino nasce alla fine del 2014 per cercare di fornire una risposta a questa urgenza di carattere informativo. Nasce sotto forma di abbecedario, con un formato A-Z, e si avvale di un registro narrativo volutamente composito, che compendia al suo interno profili biografici, reportage, ritratti letterari, analisi geopolitiche, proprio per avvicinare il maggior numero di lettori.

Sono da sempre convinto che la cultura non debba essere confinata entro l’angusta e autoreferenziale turris eburnea dell’accademia, ma aprirsi a un pubblico più vasto, se vuole provare ad avere un impatto sulla società.

Abbecedario Ucraino è stato concepito come un’opera divulgativa nell’accezione più nobile del termine. Per facilitarne la fruizione, in accordo con l’editore Gaspari (https://www.gasparieditore.it/), ho deciso di dividere il saggio in due volumi.

Il primo approfondisce le tematiche politiche, storiche e culturali che hanno interessato l’Ucraina dal 1991, anno dell’indipendenza, fino ad oggi. Semplificando potremmo dire che in questo tomo, oltre ai ritratti di personaggi di primo piano della politica ucraina (Poroshenko, Saakashvili, Tymoshenko, Yanukovych, Yushchenko) e agli eventi più importanti a livello socio-economico (Indipendenza, Stagione degli Oligarchi, Rivoluzione Arancione), il lettore troverà risposta a molti dei quesiti emersi in tutta la loro drammaticità con il Maidan di Kyiv (Crimea, Donbas, Euromaidan). Accanto a queste voci, essenziali per ricostruire il panorama politico ed economico degli ultimi ventisette anni, trovano spazio lemmi che approfondiscono specifiche questioni culturali e storiche (Diaspora Ucraina, Italiani di Crimea), ritratti di scrittori contemporanei ucraini o legati all’Ucraina (Limonov, Zhadan) e fenomeni di costume (Femen).

Il secondo volume, che uscirà nel 2019, si occuperà invece di protagonisti e di eventi della storia ucraina la cui eredità risulta fondamentale per una corretta comprensione delle problematiche politico-culturali attuali (Rus di Kyiv, Cosaccato, Mazepa, Bandera, Holodomor, Chornobyl, etc).

Per informazioni e aggiornamenti

https://www.facebook.com/Abbecedario-Ucraino-2089959197915114/

Massimiliano Di Pasquale

 

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Stepan Bandera tra mito nazionale e propaganda neosovietica

Tre anni fa, mentre stavo ultimando il mio saggio Ucraina terra di confine, ebbi una vivace discussione con un amico polonista, il quale con fare quasi censorio, mi intimò di non menzionare in alcun modo Stepan Bandera nel mio libro. “Se lo farai molti ti attaccheranno, non venderai una copia e avrai tutta l’intellighenzia di sinistra contro”.
Replicai con pacatezza all’amico che non avrebbe avuto alcun senso, vista la struttura del mio saggio, occuparsi di Carpazi e di Galizia senza parlare del leader nazionalista Stepan Bandera che gli ucraini dell’Ovest – specie gli abitanti delle oblast di Ivano Frankivsk, Lviv e Ternopil – considerano un eroe nazionale.
Osservai che parlare di Bandera non significava affatto farne l’apologia, semmai cercare di contestualizzare meglio questa figura rispetto al tempo in cui visse e allo scenario politico in cui si trovò ad operare – ossia quella di un’Ucraina stretta tra la morsa polacca e sovietica – e affrancarla dalla lettura fuorviante offerta dalla storiografia sovietica e russa.
Inoltre gli feci notare che il dibattito su Bandera era di grande attualità visto che il presidente Viktor Yushchenko nel febbraio 2010, qualche giorno prima di lasciare la Bankova al suo successore Viktor Yanukovych, aveva nominato Stepan Bandera eroe nazionale, suscitando ovviamente non poche polemiche dato che il leader dell’OUN (Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini) è ancora una figura che divide il Paese.

Francobollo ucraino con effige di Bandera

Francobollo ucraino con effige di Bandera

In occasione della consegna dell’onorificenza di “eroe nazionale”, il nipote del leader nazionalista, chiamato anche lui Stepan, propose al Partito delle Regioni di Yanukovych di condurre una campagna di informazione sulla figura di suo nonno per giungere a una memoria condivisa.
Il Partito delle Regioni non solo rifiutò, ma di lì a poco Yanukovych su ordine di Mosca cancellò l’onorificenza e diede inizio a una politica di russificazione e neo-sovietizzazione che portò alla riabilitazione di Stalin – a Zaporizhzhya il partito comunista locale, alleato di governo del Partito delle Regioni fece erigere nel dicembre 2010 una statua in onore del dittatore sovietico – e alla negazione del Holodomor, rubricato da “genocidio contro il popolo ucraino” a “grande tragedia che accomunò ucraini, russi ed altre popolazioni dell’ex-Unione Sovietica”.
Ancora oggi la figura di Bandera è usata strumentalmente dalla propaganda filorussa, orchestrata dal Cremlino, per demonizzare le regioni occidentali dell’Ucraina, la sua popolazione e per dipingere i patrioti ucraini che con il Maidan hanno espresso pacificamente la volontà di emanciparsi dal giogo moscovita, come dei banderovcy nazisti.

Stepan Bandera

Stepan Bandera

Bollato dalla storiografia sovietica e russofila come un fascista – nell’ex URSS il termine è usato quale sinonimo di nazista – Bandera è riverito nell’Ovest del paese come un eroe nazionale, tant’è che molte cittadine della Galizia e della Volinia gli hanno dedicato monumenti e vie.
Per comprendere la complessa figura del leader dell’OUN (Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini) nato il 1° gennaio del 1909 nel villaggio di Uhryniv Staryi, è necessario gettare uno sguardo alla situazione dell’Ucraina alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale. Mentre le regioni orientali sono dissanguate dallo stalinismo – la tragedia del Holodomor, la carestia artificiale del ’32-’33 uccise per fame diversi milioni di ucraini – la parte occidentale subisce una pressione ormai insostenibile da parte della Polonia. La storia, come ai tempi degli etmani Bohdan Khmelnytskyi e Ivan Mazepa, sembra ripetersi. Ancora una volta il sogno di un’Ucraina libera e indipendente deve fare i conti con l’imperialismo russo e polacco.
In seguito al patto Molotov-Ribbentrop, con il quale nazisti e sovietici decidono di spartirsi l’Europa in sfere d’influenza, l’URSS invade l’Ucraina occidentale e crea un regime ancora più oppressivo che in poco meno di due anni manda a morte mezzo milione di ucraini. In questo periodo Bandera cerca inizialmente di trattare con i tedeschi nella vana speranza di ottenere qualche libertà per il suo paese. Resosi conto che ciò è impossibile, l’OUN lancia una lotta sui due fronti: quello antinazista e quello antisovietico. Quando nel 1941 Bandera proclama nella liberata Leopoli lo Stato ucraino, viene imprigionato dai nazisti. I membri del governo provvisorio ucraino da lui istituito vengono arrestati, uccisi o spediti nei campi di concentramento. Prima dello scoppio della guerra tra sovietici e tedeschi del 1941, suo padre, il reverendo Andriy, è condannato a morte da un tribunale militare sovietico, e le sorelle Marta e Oxana vengono arrestate e imprigionate nei Gulag semplicemente per essersi rifiutate di fornire informazioni sul fratello e di cooperare con i sovietici. L’anno seguente Bandera è imprigionato nel campo di concentramento di Sachsenhausen, vicino a Berlino. Nei terribili anni tra il 1941 e il 1944 la famiglia del leader nazionalista è vittima delle violenze incrociate di nazisti e sovietici.
La fine della Seconda Guerra Mondiale non sancisce affatto la fine della lotta per l’indipendenza dell’Ucraina assegnata dopo il Patto di Yalta all’URSS. Nel 1946 Volodymyra, la sorella di Bandera, e suo marito, il reverendo Volodymyr Davydyuk, sono arrestati dalle autorità sovietiche e imprigionati in un Gulag; Stepan, che risiede a Monaco con la famiglia, è oggetto di una lunga serie di attentati. Sarà assassinato al sesto tentativo nel 1959 dall’agente del KGB Bohdan Stashynsky, che qualche anno più tardi confesserà di essere stato anche l’esecutore materiale dell’avvelenamento del leader nazionalista ucraino Lev Rebet.

Massimiliano Di Pasquale

Un articolo del dicembre scorso dopo i primi 20 giorni di proteste sul Maidan…

Cosa succede a Kiev*

È già stata ribattezzata “la marcia del milione”, l’imponente manifestazione contro il governo del premier Mykola Azarov e del Presidente Viktor Yanukovych tenutasi ieri a Kiev. Migliaia di ucraini sono confluiti in massa in Maidan Nezalezhnosti (Piazza dell’Indipendenza), luogo simbolo della Rivoluzione Arancione di nove anni fa, appena appresa la notizia che Yanukovych avrebbe deciso di aderire all’Unione Doganale Euroasiatica –sponsorizzata dalla Russia di Putin–, in cambio di 15 miliardi di dollari.

La notizia della presunta firma tra Mosca e Kiev, nel corso del meeting di Sochi di venerdì scorso tra Yanukovych e Putin, ha esacerbato ulteriormente gli animi dei manifestanti, che da due settimane presidiano Maidan Nezalezhnosti chiedendo le dimissioni del Presidente e del suo esecutivo. Yanukovych e i suoi sono infatti responsabili di non aver firmato l’Accordo di Associazione Economica con la Ue, allontanando l’Ucraina dall’orbita europea.

Fino a qualche giorno prima del meeting di Vilnius del 29 novembre, dove Yanukovych avrebbe dovuto siglare un partenariato economico con l’Unione Europea, molti davano ormai per certo l’accordo. La svolta a U e la rinuncia alla firma del Presidente ucraino sono arrivate dopo un incontro segreto con Putin.

La scelta di Yanukovych ha quindi scatenato la reazione dell’opposizione (UDAR, Batkivshchyna, Svoboda) che ha invitato la gente a scendere in piazza per manifestare contro una decisione che sconfessa una politica di avvicinamento all’Europa e ai suoi valori che, seppure timidamente, sembrava essere stata intrapresa dal governo di Kiev.

Yanukovych, nelle settimane precedenti, si era addirittura dichiarato disponibile a trasferire l’ex premier Yulia Tymoshenko, attualmente in carcere in seguito a una sentenza ritenuta dalla Ue e dagli Stati Uniti un esempio di giustizia selettiva, in una clinica tedesca per curare una dolorosa ernia del disco.

Sebbene la Ue, tramite la sua responsabile della politica estera Catherine Ashton, avesse chiesto, quale conditio sine qua non per la firma, il rilascio della pasionaria della Rivoluzione Arancione, la mossa di Yanukovych era parsa a molti commentatori un segnale tutto sommato positivo.
Una settimana prima del meeting nella capitale lituana, era stata la stessa Tymoshenko, dalla colonia penale di Kharkiv dove è attualmente detenuta, a rivolgere al Presidente un accorato appello affinché firmasse l’accordo di associazione per il bene del popolo ucraino.

Tymoshenko così concludeva la sua lettera:
“Le do la mia parola: se deciderà di firmare l’Accordo, il giorno stesso mi rivolgerò ai leader europei chiedendo loro di firmare senza aspettare il rispetto di alcune clausole, incluse quelle che riguardano la mia liberazione”.
Il mancato accordo con l’Ue e il presunto ingresso nell’Unione Euroasiatica – sorta di mini Unione Sovietica comprendente Russia, Bielorussia, Armenia, Kazakhstan, Abkhazia e Ossezia del Sud (repubbliche separatiste della Georgia) e a cui potrebbe aderire anche la Siria di Assad – ha reso la situazione politica ucraina davvero incandescente.

Ieri un gruppo di militanti di Svoboda, partito nazionalista che ha la sua roccaforte elettorale nell’Ovest del Paese, ha abbattuto l’ultima statua di Lenin nella capitale.
Un gesto questo dalla forte valenza simbolica, che se da un lato riporta alla memoria quanto succedeva nelle piazze delle neonate repubbliche ex sovietiche nel 1991, dall’altro potrebbe rivelarsi un involontario boomerang per i tanti pacifici manifestanti.
Il premier Azarov, che ha paragonato l’abbattimento della statua di Lenin a quella dei Buddha in Afghanistan da parte dei talebani, ha definito le migliaia di persone che chiedono democrazia e rispetto della legge un manipolo di violenti fascisti.

maidan

Ciò che appare evidente al momento è che gli spazi per una mediazione sembrano davvero ridotti.
A fronte delle istanze dell’opposizione, capeggiata dall’ex pugile Vitaly Klitschko, il nuovo leader di Maidan Nezalezhnosti, che chiede l’immediato rilascio dei detenuti politici, dimissioni dell’esecutivo e del Presidente ed elezioni parlamentari e presidenziali anticipate, il governo ha finora risposto con l’uso della forza inviando i Berkut, la polizia antisommossa ucraina.
Nelle prossime ore, una delegazione dell’Ue capeggiata dalla Ashton dovrebbe incontrare il Presidente Yanukovych per cercare una qualche forma di compromesso.

Se Yulia Tymoshenko dal penitenziario di Kharkiv invita il popolo a rimanere in piazza e a resistere, perché solo così si riuscirà a sconfiggere il regime di Yanukovych, Klitschko, il probabile candidato presidenziale dell’opposizione in caso di elezioni anticipate, sta intensificando i rapporti con i leader politici europei.
Dopo aver incontrato l’ex premier moldavo Vladimir Filat e l’ex presidente georgiano Mikheil Saakashvili nella giornata di sabato – Saakashvili ha tenuto un commovente discorso in perfetto ucraino al popolo del Maidan – nelle ultime ore è in stretto contatto con la cancelliera tedesca Angela Merkel.

L’appoggio decisivo della Germania – forse l’unica nazione europea in grado di ridurre a più miti consigli Putin – appare fondamentale per risolvere un complicato rebus geopolitico. E per evitare che l’Ucraina ritorni a essere, come ai tempi dell’URSS, un protettorato russo governato con pugno di ferro da qualche emissario del Cremlino.

Massimiliano Di Pasquale

*Analisi pubblicata martedì 10 dicembre 2013 su The Post Internazionale

http://www.thepostinternazionale.it/mondo/ucraina/cosa-succede-a-kiev