PRINCIPE GIALLO

Sinistra figura allegorica ispirata al Viy di Nicolai Gogol, il Principe Giallo – titolo scelto da Vasyl Barka per il suo straordinario romanzo sul Holodomor – è la personificazione della Morte. Una Morte fisica e spirituale che, come ha scritto Oxana Pachlovska in Civiltà Letteraria Ucraina,  “nasce nei recessi più tenebrosi della coscienza umana e scatena i suoi demoni”.

Il libro, uscito in Italia per i tipi di Pentàgora solo nel 2016, cinquantaquattro anni dopo la sua pubblicazione negli Stati Uniti e trentacinque dopo l’edizione francese, è il resoconto di una delle più dolorose sofferenze della storia contemporanea paragonabile forse – scrive il suo autore – “allo sterminio degli ebrei sotto i nazisti”.

Attraverso una prosa dura e diretta ma non priva di squarci poetici, Barka racconta la lenta agonia che accompagna i componenti della famiglia Katrannyk – il padre Myron , la madre Dariya , la nonna Kharytyna e i tre figli Mykola, Olena e Andriy – in un villaggio immaginario dell’Ucraina centro-orientale, Klenotochi, nel terribile 1933. Nessuno ad eccezione del piccolo Andriy verrà risparmiato dall’atroce morte riservata loro dalla requisizione non solo del grano ma di qualsiasi cosa commestibile da parte degli uomini di Mosca come lo spietato capo bolscevico Hryhoriy Otrokhodin.

Se un bambino, consumato dalla fame, prendeva qualche spiga nelle mani ossute, le guardie sparavano all’istante. Gli invasori buttavano a terra i resti della zuppa di semolino tenuta da parte per i figli dalla madre e li schiacciavano con gli stivali. Nei mandanti e negli esecutori non c’era più nessuna traccia di umanità. Si vedeva solo una sorta di perversa maschera demoniaca. Anche nella morte stessa c’era qualcosa di misterioso: all’improvviso gli uccelli in volo rovinavano senza vita sulla terra; morivano anche molti degli zelanti complici della razzia, che di cibo ne avevano in abbondanza. Come se avessero assunto sostanze avvelenate”.

Questa straziante memoria è tratta dalla nota scritta dallo stesso Barka in calce al libro. L’autore, poeta, scrittore e critico letterario ucraino emigrato nel 1943 in Germania, stabilitosi poi negli Stati Uniti, fu infatti testimone oculare di quegli eventi. Vasyl Ocheret, in arte Vasyl Barka, era nato a Solonytsia, un villaggio nella regione di Poltava nel 1908 da una famiglia di origini cosacche. All’epoca del Holodomor era un giovane intellettuale di venticinque anni che, dopo aver lavorato come insegnante in un villaggio minerario in Donbas, si era in seguito laureato all’Università di Mosca con una tesi sulla Divina Commedia di Dante.

Il Principe Giallo, la cui stesura iniziò negli Stati Uniti nel 1958, si basa su un mix di impressioni personali e racconti di altri ucraini raccolti in un quarto di secolo.

La parte principale è composta da impressioni personali: la fame si sopportava con fatica, era debilitante, con il corpo segnato dalle ferite aperte dei vasi sanguigni che emettevano un liquido brunastro e la pelle delle gambe che si lacerava, mettendo in risalto una superficie mucosa e sanguinolenta. Era difficile camminare e bisognava appoggiarsi ogni tanto a una parete o a una staccionata, attorno a cui giacevano in tanti, già morti. Sembrava che la fine fosse arrivata, ma con la grazia di Dio siamo sopravvissuti, forse per testimoniare ciò che è accaduto.

Nel complesso l’opera si compone di tre piani che potremmo definire un piano realistico – in cui si rappresenta la disgrazia della famiglia contadina alla ricerca disperata del pane, un piano psicologico – in cui l’autore descrive i sentimenti delle vittime del genocidio e un ultimo piano metafisico-spirituale – in cui si manifestano “quei fenomeni legati al mondo delle forze oscure, profondamente contrarie alla natura umana”.

Dal punto di vista stilistico, è interessante notare che nonostante Barka fosse un poeta modernista – Oxana Pachlovska definisce la sua poesia come un microcosmo ermetico in cui si rispecchiano e si fondono vari macrocosmi come quello della Bibbia, dell’universo orientale, del Rinascimento e dell’antica tradizione popolare ucraina – Il Principe Giallo è un romanzo dalla struttura classica caratterizzato da una prosa complessa.

Alessandro Achilli, che ha tradotto il libro sul testo originale ucraino, sottolinea come l’idioma usato sia complesso, distante dall’ucraino di oggi e ricco di espressioni dialettali.

La versione di Olga Jaworsky è decisamente più letterale della mia. Per rendere la lettura più agevole per il pubblico italiano ho adattato certi brani con una buona dosa di audacia. Sono anche passati trentacinque anni tra le due traduzioni, il che può anche giustificare in parte le due diverse scelte traduttologiche”.

Massimiliano Di Pasquale

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I libri del 2015 di Eastern Europe Post

È stato ricco di uscite interessanti il 2015 che in questi giorni ci apprestiamo a salutare. Le scelte di Eastern Europe Post, blog che si occupa di Paesi dell’Europa Orientale, riguardano ovviamente saggi o romanzi che per tematiche fanno riferimento al mondo dell’Europa Orientale e all’universo post-sovietico.
Istruzioni per l’uso:
• I libri non sono in ordine di importanza. Il titolo che compare per primo non è necessariamente il miglior libro del 2015.
• Non tutti i testi sono usciti quest’anno ma sono stati inseriti nella lista come necessari recuperi per la loro importanza.
• Uno degli undici titoli è in lingua inglese. Non ancora pubblicato in Italia è altresì facilmente reperibile online nelle librerie Amazon, Hoepli etc.

Serhy Yekelchyk “The Conflict in Ukraine. What everybody needs to Know (Oxford University Press, 2015) U.S. $ 16.95

La pubblicistica canadese, paese dove vive la più grande diaspora ucraina, si è da sempre contraddistinta per la pubblicazione di lavori seri e rigorosi sull’ex granaio dell’URSS. Il libro di Serhy Yekelchik, professore di Storia e di Studi Slavi all’Università di Vittoria in Canada, è un testo agevole dal taglio divulgativo – didattico che ha l’indubbio pregio di spiegare a tanti neofiti le complesse questioni legate alla guerra in Ucraina con fondamentali rimandi alla storia del Paese. È volutamente strutturato sotto forma di domanda e risposta – Chi sono gli oligarchi? Che cosa hanno in comune la Rivoluzione Arancione del 2004 ed Euromaidan? Cosa era la Rus di Kyiv? etc – per renderlo il più possibile fruibile a tutti.

Gian Piero Piretto “Indirizzo: Unione Sovietica. 25 luoghi di un altro mondo” (Sironi Editore – Milano, 2015) € 22,90


Fratello gemello de La vita privata degli oggetti sovietici, interessante volume, uscito quattro anni fa, sempre per i tipi di Sironi, Indirizzo Unione Sovietica passa in rassegna 25 luoghi, pubblici e privati, che emergono dalla dialettica, forse più russa che sovietica, tra spazio ampio e ristretto, tra aperto e chiuso. I luoghi indagati in questo saggio il cui titolo cita una famosa canzone pop del 1972, Moj adres Sovetskij Sojuz (Il mio indirizzo è: Unione Sovietica), “scritta e musicata da due monumenti della musica leggera sovietica, rispettivamente Vladimir Charitonov e David Tuchmanov”, appartengono non solo alla memoria collettiva di chi visse quell’esperienza storica ma ai ricordi di gioventù dello stesso Piretto.

Tommaso Landolfi “I Russi” (Adelphi – Milano, 2015) € 30


Tommaso Landolfi è stato uno dei grandi scrittori del Novecento italiano. Qui lo troviamo nelle vesti di russista e slavista alle prese con il suo amatissimo Gogol e altri mostri sacri della letteratura russa. Il volume uscito per Adelphi raccoglie, per la prima volta, tutti gli scritti di argomento russo prodotti dall’autore italiano tranne la tesi di laurea su Anna Achmatova e i quattro articoli da questa tratti pubblicati nel 1934-35 sulla rivista “L’Europa Orientale”.

Svetlana Aleksievič “Tempo di seconda mano” (Bompiani – Milano, 2014) € 24


Un recupero dal 2014 per Svetlana Aleksievič, vincitrice del premio Nobel 2015. Tempo di seconda mano è un romanzo corale in cui le memorie private di cittadini ex sovietici si intrecciano con gli avvenimenti storici degli ultimi 23 anni, dal 1991 che segnò la dissoluzione dell’URSS, al 2014 del Maidan ucraino. Essenziale per comprendere le idiosincrasie dell’homo sovieticus e la vita nel mondo post-sovietico segnata da stenti, disillusioni e speranze tradite.

Ettore Cinnella “Ucraina. Il genocidio dimenticato 1932-1933” (Della Porta Editori – Pisa, 2015) € 18

Unendo rigore filologico, profondità dell’analisi storica e una sintassi fluida e scorrevole, il testo di Ettore Cinnella si rivela imprescindibile per chi in Italia voglia approfondire una delle pagine più aberranti della storia sovietica. Il Holodomor, la morte per inedia imposta agli agricoltori ucraini nel biennio 1932-33 da Stalin – il termine significa in ucraino sterminio per fame (holod – carestia, fame – e moryty – uccidere) – è infatti una vicenda che non trova ancora spazio nei libri di scuola ed è ignorata dalla maggioranza dei cittadini al di fuori dell’Ucraina. “La morte per fame in tempo di pace, tra inenarrabili sofferenze, di milioni di essere umani, è un crimine che non può esser negletto né sminuito” (Ettore Cinnella).

Spara Jurij “Viaggiatori nel freddo. Come sopravvivere all’inverno russo con la letteratura” (Exòrma – Roma 2015) € 15,90


Spara Jurij, collettivo nato alla fine del secolo scorso per produrre ‘scrittura totale’ e lavorare su più fronti, tradisce sin dal nome, che omaggia una storica canzone dei CCCP di Giovanni Lindo Ferretti, una passione per il mondo sovietico. Viaggiatori nel freddo, scritto da Elisa Baglioni e Francesco Ruggiero, è un diario di viaggio nella Mosca odierna denso di rimandi e citazioni alla migliore letteratura russa (Čechov, Bulgakov, Cvetaeva) e ricco di aneddoti su alcuni luoghi leggendari dell’ex capitale dell’impero sovietico (MGU, Cremlino, Prospettiva Kutuzov, etc).

Anna Bikont, Joanna Szczęsna “Cianfrusaglie del passato. La vita di Wisława Szymborska” (Adelphi – Milano, 2015) € 28


Considerata la più importante poetessa polacca del Novecento, Wisława Szymborska, vincitrice del Premio Nobel nel 1996, è ancora relativamente sconosciuta nel nostro paese. Questa biografia rigorosa e documentata, frutto di accurate ricerche e di lunghe interviste con l’autrice, impreziosita di un ricco apparato iconografico, ci offre la ghiotta opportunità di conoscere vita e opere di un’artista schiva e riservata che non amava troppo confidarsi in pubblico.

Giovanna Brogi, Oxana Pachlovska “Taras Ševčenko. Dalle carceri zariste al Pantheon ucraino” (Le Monnier Università – Firenze, 2015) € 28

Giovanna Brogi e Oxana Pachlovska, ucrainiste di consolidata fama, hanno realizzato un pregevole volume dedicato al poeta ed eroe nazionale ucraino Taras Ševčenko. Il libro non è una monografia ma un testo poliedrico che, alternando contributi dal taglio letterario, analisi politico-culturali, approfondimenti su opere specifiche e una ricca selezione di poesie liriche e poemetti (con testo a fronte), può interessare in egual misura gli amanti della poesia romantica ottocentesca, gli studiosi di storia dell’Europa orientale e chi ha seguito gli avvenimenti del Maidan di Kyiv dove il ritratto del poeta nazionale è stato esposto più volte dai manifestanti quale simbolo della resistenza del popolo ucraino contro il corrotto regime filorusso di Viktor Yanukovych.

Timothy Snyder “Terra Nera. L’olocausto fra Storia e Presente” (Rizzoli – Milano, 2015) € 26

A quattro anni di distanza dal seminale Terre di Sangue (Rizzoli, 2011), diventato testo di riferimento per il dibattito sulle analogie tra nazismo e regime sovietico, lo storico di Yale torna con un altro lavoro che farà discutere per la sua portata innovativa nel leggere la tragedia dell’Olocausto. L’analisi condotta da Snyder, avvalendosi di fonti mai consultate in precedenza e di preziose testimonianze di superstiti, è davvero illuminante perché dimostra che fattori, ritenuti un tempo secondari, come lo smantellamento degli Stati, furono tra le motivazioni reali della Shoah. Nelle conclusioni finali l’accademico statunitense sottolinea come la situazione attuale, venutasi a creare con l’occupazione della Crimea da parte della Russia nel marzo 2014 e la guerra in Donbas, presenti più di una analogia con l’Europa del Patto Molotov-Ribbentrop. “Il presidente Vladimir Putin ha elaborato una dottrina di politica estera basata sulla guerra etnica. Questo approccio, che ricava dal linguaggio la legittimità a invadere a prescindere che sia stato usato in Cecoslovacchia da Hitler o in Ucraina da Putin, decostruisce le logiche della sovranità nazionale e dei diritti e getta le basi per lo smantellamento degli Stati. Trasforma entità statali riconosciute in bersagli di aggressione volontarie e gli individui in oggetti etnici i cui presunti interessi sono determinati da altri paesi”.

Vasilij Grossman “Uno scrittore in guerra” (Adelphi – Milano, 2015) € 23


Continua la pubblicazione presso Adelphi delle opere del più grande scrittore dell’Unione Sovietica. Questo volume, curato da Antony Beever e Luba Vinogradova, raccoglie gli appunti di Grossman in qualità di inviato speciale di Krasnaja zvezda, il giornale dell’esercito sovietico. Gran parte di questo materiale verrà poi utilizzato dallo scrittore di Berdyčiv per il suo monumentale romanzo Vita e Destino (Adephi, 2008 traduzione di Claudia Zonghetti). Di questi taccuini, fondamentali per ricostruire gli anni di guerra dal 1941 al 1945, sorprende la qualità letteraria e l’efficacia nel descrivere la vita quotidiana dei combattenti fuori da ogni retorica propagandistica.

Serena Vitale “Il defunto odiava i pettegolezzi” (Adelphi – Milano, 2015) € 19


Geniale sin dal titolo, il libro di Serena Vitale è tra le cose più belle lette in Italia negli ultimi anni. Il testo, che ricostruisce con estremo rigore storico- filologico quello che è considerato tuttora uno dei più grandi misteri dell’epoca sovietica, ossia la scomparsa del poeta Vladimir Majakovskij – fu vero suicidio? –, seduce per il suo stile originale che mescola abilmente vari registri letterari. La stessa materia, in mano a una penna meno abile ed esperta, avrebbe potuto dar vita a un libro storico probabilmente pedante. Vitale riesce invece a raccontarci la vicenda di Majakovskij come un romanzo giallo ricco di suspense e ironia.

Massimiliano Di Pasquale

Taras Ševčenko. Dalle carceri zariste al Pantheon ucraino

Giovanna Brogi e Oxana Pachlovska – ucrainiste di consolidata fama, già autrici in Italia e all’estero di varie pubblicazioni sulla storia, la cultura e la letteratura ucraina – hanno consegnato alle stampe all’inizio del 2015 un pregevole volume dedicato al poeta ed eroe nazionale ucraino Taras Hryhorovyč Ševčenko.
Il libro, intitolato Taras Ševčenko. Dalle carceri zariste al Pantheon ucraino, uscito per i tipi di Le Monnier Università con il sostegno dell’Istituto di Cultura Italiana di Kyiv, non è una monografia, ma un testo poliedrico che, seppure concepito per finalità didattiche, non va considerato esclusivo appannaggio degli studenti di ucrainistica.
Sfogliando l’indice si intuisce subito che il volume – il primo in Italia a offrire una raccolta di saggi su un classico della letteratura mondiale – è stato pensato per una platea più vasta di quella degli slavisti di professione. Alternando contributi dal taglio letterario, analisi politico-culturali, approfondimenti su opere specifiche e una ricca selezione di poesie liriche e poemetti (con testo a fronte), il libro sul poeta nazionale ucraino può interessare in egual misura gli amanti della poesia romantica ottocentesca, gli studiosi di storia dell’Europa orientale e chi ha seguito gli avvenimenti del Maidan di Kyiv. Nelle proteste di Piazza dell’inverno 2013-2014 il ritratto del poeta nazionale è stato esposto più volte dai manifestanti come simbolo della resistenza del popolo ucraino contro il corrotto regime filorusso di Viktor Yanukovych.
Il saggio di Oxana Pachlovska Taras Ševčenko. «Lottate e vincerete! », in apertura, offre un contributo di grande momento proprio per comprendere l’attualità della figura del poeta anche alla luce della storia più recente del Paese.
Il monito «Lottate e vincerete!», rivolto ai popoli soggetti al dominio imperiale di Mosca contenuto nei versi del poemetto Caucaso, pubblicato nel 1845 – monito scelto come titolo dalla Pachlovska per il suo saggio – riflette uno degli aspetti essenziali della personalità del poeta ucraino, ossia “la determinazione nell’affrontare con incrollabile fermezza e costanza la lotta contro l’ingiustizia e l’oppressione, e la difesa della libertà e della dignità degli uomini, in quanto individui e in quanto popoli, indipendentemente da razza, religione o tradizione culturale”.


Per questo motivo Ševčenko non solo “ha sempre rappresentato, e continua a rappresentare, un punto di riferimento essenziale e una pietra fondante del processo […] di costituzione della nazione ucraina moderna” ma fin dai tempi della Russia zarista è sempre stato “oggetto di critica virulenta da parte di ampie cerchie di intellettuali e poi vittima della persecuzione della polizia zarista”.
Pachlovska, dopo aver ricordato come una vera fioritura di studi sul poeta sia avvenuta solo a partire dal 1991, anno dell’indipendenza ucraina ( in epoca sovietica la figura di Ševčenko fu vittima di ‘appropriazione ideologica’ e il suo messaggio etico, poetico e intellettuale venne piegato ai dettami del ‘socialismo reale’), approfondisce in ottica culturologica alcuni fondamentali questioni quali la dimensione interslava ed europea del suo pensiero, il concetto di patria che si andava sviluppando attorno a lui nella prima metà dell’Ottocento, il possibile futuro assetto geopolitico dei popoli soggetti all’Impero russo e le sue concezioni etiche e religiose.
Tanti sono gli spunti di riflessione proposti dalla studiosa di Kyiv, a cominciare dalla differenza tra i termini Piccola Russia e Ucraina, che costituisce tra l’altro un primo crinale ideologico-semantico tra Taras Ševčenko e Mykola Hohol’ (Nikolai Gogol’ secondo la grafia russa).
Ševčenko […] fece una netta distinzione tra la Piccola Russia e l’Ucraina, definendole come due realtà antitetiche: la prima sottomessa e tendente all’adeguazione al sistema, la seconda, ribelle e conscia della propria storia e identità”. Per il poeta di Kaniv l’Ucraina è una realtà alternativa – radicata in un passato glorioso, quello del Cosaccato – alla Piccola Russia di Caterina II, concepita dalla zarina come spazio totalmente integrato nella nuova patria imperiale.
Molto interessante anche l’analisi comparata tra la poetica di Ševčenko e quella di altri due geni delle culture confinanti (polacca e russa): Adam Mickiewicz (1798-1855) e Aleksandr Puškin (1799-1837).
Ad accomunarli c’è la stessa matrice romantica a dividerli la diversa concettualizzazione attribuita a due valori chiave del Romanticismo, il concetto di libertà e quello di popolo.
Se per Puškin l’impero [N.d.r quello russo, ovviamente!] ha diritto di sacrificare i sudditi nel nome di una gloria imperitura astratta, per Mickiewicz e Ševčenko la nazione è espressione di Dio in terra, mentre l’impero è espressione del demonio, una biblica Bestia degli abissi”.
È utile sottolineare inoltre la differente concezione imperiale che separa Mickiewicz da Puškin. Mentre per il poeta moscovita la Grande Russia “doveva ergersi a baluardo dell’ortodossia, facendo confluire in un’unica realtà politica e culturale tutti i popoli slavi” per Mickiewicz la Polonia, che in passato aveva compiuto ingiustizie verso gli altri popoli, in particolare verso l’Ucraina, avrebbe dovuto “ricomporre i suoi confini storici, abbracciando al suo interno la Lituania, l’Ucraina e la Belarus’, garantendo però a questi popoli, pieno diritto all’autodeterminazione politica e all’affermazione di una propria autonoma soggettività culturale”.
Più complessa la posizione di Ševčenko che deve fare i conti con due realtà, la Polonia e la Russia, che in periodi storici diversi avevano negato all’Ucraina il diritto di esistere.
Per il poeta ucraino tutti i popoli, grandi o piccoli, cristiani o meno, hanno diritto a preservare le proprie tradizioni e a difendere la propria cultura.
In questo senso scrive Pachlovska “Ševčenko compieva il passo – innovativo fino ad essere rivoluzionario – di aprirsi a tutte le culture dell’impero e di rivendicarne il diritto alla propria individualità”. È questa una posizione, sottolinea sempre la studiosa, che “anticipa le moderne tendenze al multiculturalismo e le problematiche anticoloniali novecentesche”.

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Il rapporto tra Gogol’ e Ševčenko, solo accennato nel saggio della Pachlovska, viene indagato, alla luce degli studi più recenti, nell’articolo conclusivo del libro da Giovanna Brogi. È un tema questo affascinante quanto controverso che “continua a suscitare passioni, amarezze, recriminazioni, oppure ostentata indifferenza fra studiosi russi e ucraini”.
Brogi cerca di fissare alcuni punti fermi pur nella consapevolezza “delle profonde differenze fra i due scrittori e, soprattutto, dell’asprezza dei contrasti che ha opposto (e in parte ancora oggi oppone) le varie interpretazioni critiche”.
Per comprendere affinità e differenze tra le due figure è fondamentale accennare brevemente alle loro biografie che rendono ragione delle “divergenti specificità culturali dei due scrittori”.
Gogol’ nato nel 1809 a Velyki Soročynci nei pressi di Poltava da una famiglia della piccola nobiltà ucraino-polacca, “che aveva in Ostap Hohol’, colonnello cosacco del XVII secolo, il proprio più glorioso antenato”, studiò al prestigioso liceo di Nižyn, fondato nel 1805 per diffondere tra i discendenti della nobiltà cosacca “l’educazione russa e farne dei buoni sudditi dell’impero, russofoni e russificati”.
Taras Ševčenko, seppure figlio dell’età cosacca come Gogol’, ebbe un’infanzia molto diversa. Nato nel 1814 a Moryntsy, un villaggio sulla riva destra del Dnipro, da una famiglia di servi della gleba rimase orfano di entrambi i genitori a soli dodici anni e visse un’adolescenza miserrima che riscatterà grazie a un prodigioso talento artistico, letterario e filosofico.
Lo stile di vita di Ševčenko, quando lo scrittore avrà finalmente accesso alle porte dei teatri e dei salotti di Pietroburgo, la cui nobiltà Gogol’ allieta da tempo con i suoi geniali e inquietanti racconti ‘piccolo-russi’, sarà sempre, per certi versi, antitetico rispetto a quello dell’autore delle Anime morte.
Mentre Gogol’ era desideroso di equipararsi ai nobili russi e “faceva ogni sforzo per emergere come scrittore a fianco della stella di Puškin”, Ševčenko, liberatosi dalla condizione servile nel 1838, si immergerà fino al collo nella vita pietroburghese studiando “anatomia, architettura, storia dell’arte, paesaggistica, disegno e pittura, e tutte le materie dei corsi dell’Accademia delle Belle Arti”.
La profonda diversità del background sociale e culturale dei due scrittori spiega perché anche il mito cosacco che li accomuna venga interpretato da Ševčenko in maniera opposta rispetto a Gogol’.
Nell’epistola poetica A Hohol’ scritta da Ševčenko nel 1844 il tema cosacco “si esprime come ‘mito rovesciato’, amara riflessione sull’inglorioso presente: non rombano più i cannoni cosacchi, non si combatte più contro il polacco e il tataro, non si difende più la libertà cosacca a costo della vita come si faceva al tempo di Taras Bul’ba e di Gonta”.
Mentre Ševčenko, figlio della società cosacca contadina, scommette sulla capacità rigenerativa della nazione attraverso la radicalità della sua poesia di protesta, per Gogol’ il mondo cosacco della Piccola Russia – termine che Ševčenko rifiuta preferendogli quello di Ucraina – è un luogo della memoria, un rifugio per l’anima senza alcuna valenza politica.

Massimiliano Di Pasquale

Giovanna Brogi, Oxana Pachlovska Taras Ševčenko. Dalle carceri zariste al Pantheon ucraino Le Monnier Università, Firenze 2015.

Breve compendio storico sui rapporti tra il Patriarcato di Mosca e il Cremlino

Dal momento che negli ultimi giorni si è sviluppato un interessante dibattito sui rapporti tra la Chiesa Cattolica e il Patriarcato Ortodosso di Mosca in relazione alla guerra in Ucraina, ritengo utile offrire una breve prospettiva storica che possa aiutare a chiarire i legami tra il Patriarcato di Mosca e il Cremlino. Ognuno potrà giudicare in base alla propria sensibilità e al suo acume politico se la linea di credito offerta dall’attuale diplomazia vaticana al patriarca Kirill sia funzionale o meno alla risoluzione pacifica del conflitto ucraino. Il testo è un estratto del sesto capitolo di Ucraina Terra di Confine. Viaggi nell’Europa Sconosciuta, saggio da me pubblicato nel 2012 per l’editore Il Sirente. Buona lettura

Ucraina terra di Confine cover

È il 7 dicembre 1945 quando l’allora Patriarca Ortodosso di Mosca, Alessio I, informa il capo del comitato sovietico per gli affari religiosi Georgy Karpov che è stata presa un’iniziativa all’interno delle diocesi greco-cattoliche dell’Ucraina occidentale per sciogliere questa Chiesa e convertirla al credo ortodosso.
Più di 800 preti hanno già aderito a questo progetto e per la fine dell’anno l’intero clero, con l’eccezione di pochi duri a morire, avrà fatto lo stesso” scrive Alessio I.
Stalin, che durante la Seconda Guerra Mondiale aveva allentato la pressione sui credenti affinché il Patriarcato di Mosca fosse al suo fianco nella guerra contro l’invasore nazista, riprende la propria politica antireligiosa decidendo di liquidare la Chiesa greco-cattolica considerata alleata del Vaticano, ossia di una potenza nemica. Con la complicità di tre sacerdoti collaborazionisti – Gavrylo Kostelnik, Mikhailo Melnyk e Antoniy Pelvetskyi – qualche mese più tardi, proprio a Leopoli, viene convocato un “concilio” straordinario che annulla le decisioni del sinodo di Brest del 1596 che aveva sancito il legame con la Chiesa di Roma. Nonostante l’illegittimità del concilio, cui non partecipa alcun vescovo e solo un sesto dei 1270 preti, la Chiesa greco-cattolica, a partire da quel 10 marzo 1946, viene sciolta e fatta confluire forzosamente all’interno del patriarcato ortodosso. Nei tre anni successivi, tra il 1946 e il 1949, i vescovi uniati vengono arrestati e le loro mansioni sono assunte da emissari del Patriarcato di Mosca. I credenti, all’epoca circa 4 milioni, si dividono. Una parte minoritaria comincia a frequentare obtorto collo le chiese ortodosse, la maggioranza continuerà a professare la propria fede in clandestinità per oltre quarant’anni. I fedeli che non accettano le deliberazioni sono oggetto di vere e proprie persecuzioni.
Josyp Slipyi, il metropolita uniate cui alla fine della Seconda Guerra Mondiale era stato chiesto dalle autorità sovietiche di persuadere gli ucraini ad abbandonare la lotta per l’indipendenza, viene arrestato e rilasciato solo diciotto anni dopo nel 1963.
La sua biografia era da martirologio – ricorda ne L’URSS vista da vicino Giulio Andreotti, che ebbe modo di conoscerlo negli anni ’60, quando fondò a Roma un centro culturale e religioso nel quale si dovevano elaborare e stampare anche le pubblicazioni per l’evangelizzazione dell’Oriente vicino. “L’11 aprile 1945 fu arrestato assieme ad altri vescovi e alla loro cattività si aggiunse l’umiliazione umana di dover leggere un appello ai cattolici ucraini del patriarca di Mosca Alessio nel quale si insinuava che fossero stati i loro vescovi ad abbandonarli. A questa infamia reagì, con una immediata enciclica, anche Pio XII. Bastone e carota. A Slipyi fu offerta, purché si separasse da Roma, la chiesa metropolitana di Kyiv della Chiesa russa. Naturalmente rifiutò e gli furono comminati otto anni di prigione spostandolo – per timore che il suo eroico fascino conquistasse la gente – in diverse carceri; angariato ogni giorno e ogni notte da interrogatori e da raffinate ostilità”.
Morirà nel 1984 a 92 anni e non farà in tempo ad assistere alla visita di Mikhail Gorbachev in Vaticano dell’ottobre 1989. Lo storico incontro tra il leader della perestroika e Giovanni Paolo II sancirà di fatto la legalizzazione della chiesa greco-cattolica in Ucraina e la restituzione delle chiese usurpate dalle autorità locali alla comunità uniate. Nel marzo 1991 anche il cardinale Myroslav Lubachivsky, successore di Slipyi, potrà fare ritorno nella sua sede di Leopoli.
Qualche mese prima i futuri golpisti Baklanov e Varennikov, gli intellettuali nazionalisti Bondarev e Prochanov e Aleksey Ridiger, meglio noto come Alessio II, in una missiva a Gorbachev pubblicata dal quotidiano neostalinista “Sovetskaya Rossiya” avevano condannato glasnost e perestroika gorbacioviane riaffermando il ruolo imperiale di Mosca. A essere in pericolo, secondo costoro, era il più grande valore trasmesso dalla storia russa, vale a dire la patria, identificata con lo Stato, che andava difeso dalle attività di separatisti e sovversivi, anche attraverso l’introduzione del potere presidenziale diretto. Alessio II, che aveva gestito per vent’anni gli affari generali del patriarcato collaborando anche con il KGB, con quella lettera difendeva il ruolo dell’URSS e al contempo il dominio della sua Chiesa sull’Ucraina, dove si concentrava il maggior numero di parrocchie, riaffermando il divieto alla ricostruzione della Chiesa uniate che stava cominciando a riemergere.

KIRILL

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La visita non è semplicemente pastorale, è politica” ha affermato padre Ihor Yatsyv, segretario di Lubomyr Huzar, capo della Chiesa greco-cattolica ucraina, dopo il discorso pronunciato da Kirill in diretta televisiva il 28 luglio 2009 a Kyiv. “Considerando le affermazioni di Kirill rispetto all’indivisibilità di Ucraina e Russia, viene da chiedersi se il patriarca sa che oggi l’Ucraina è uno Stato indipendente”.
Dietro i timori degli uniati, cinquemila dei quali sono scesi in piazza nella capitale in segno di protesta, c’è il fondato sospetto che Kirill sia in Ucraina per promuovere, in continuità con il suo predecessore Alessio II, un’agenda politica dettata dal Cremlino.
Una tesi, questa, nient’affatto peregrina per chi conosce la storia russa degli ultimi quattro secoli. La maggioranza degli storici è concorde nel ritenere che agli inizi del ‘600 il vero regnante non fosse lo zar Michele I, primo monarca della dinastia Romanov, bensì il patriarca Filarete. Anche l’ex dissidente sovietico Aleksandr Solzhenitsyn, negli ultimi anni di vita strenuo difensore delle politiche di Putin, afferma nel saggio La Questione russa alla fine del secolo XX, pubblicato del 1994, come la costruzione di una grande Russia comprendente al suo interno Ucraina, Bielorussia e Kazakhstan passi necessariamente per un ruolo militante della Chiesa ortodossa.
Dopo la proclamazione di indipendenza dall’URSS nel ’91, la Chiesa Ortodossa Ucraina si è scissa in tre giurisdizioni – Patriarcato di Mosca, Patriarcato di Kyiv, Chiesa Ortodossa Autocefala. Il patriarcato di Kyiv, creato nel giugno 1992 dal metropolita Filaret e dai suoi sostenitori dopo la rimozione di quest’ultimo dalla guida della Chiesa Ucraina Ortodossa-Patriarcato di Mosca, fu supportato da membri del parlamento e da vari partiti di ispirazione patriottica. Mykola Porovskyi, deputato del Rukh, il partito che più aveva contribuito all’indipendenza del paese dal giogo sovietico, sosteneva l’opportunità che la giurisdizione della Chiesa Ortodossa Ucraina rimanesse all’interno dei confini del paese. Ciò era considerato funzionale anche al perseguimento di un’efficace politica di nation building, assolutamente necessaria in quegli anni. La Chiesa Autocefala, che nacque invece con il supporto delle Chiese Ortodosse della diaspora del Nord America, seppure in disputa con il Patriarcato di Mosca, si mosse in un contesto di strenua competizione per la rinascita dei greco-cattolici. Nel corso degli anni seguenti fu però l’ala russofila, quella legata al Patriarcato di Mosca, a dimostrarsi la meno sensibile al dialogo interreligioso.
La più grossa frattura nel mondo cristiano d’Ucraina si produce però nel 2004 in occasione dello scontro finale per la presidenza tra Viktor Yushchenko e Viktor Yanukovych. Mentre la Chiesa ortodossa del Patriarcato di Kyiv, la Chiesa autocefala, quella greco-cattolica e altre fedi si uniscono, con appelli di ordine morale e civico super partes, in una protesta solidale contro le ingerenze dirette della Russia intese a impedire che soffi anche sull’Ucraina il vento dell’Europa e della democrazia, la Chiesa ortodossa del Patriarcato di Mosca, per bocca di Andrei Kuraev, professore dell’Accademia teologica moscovita, si scaglia contro Viktor Yushchenko definendolo “l’Anticristo”.
La Kyiv arancione – scrive Oxana Pachlovska – non registrava solo la frattura tra civiltà cristiano-occidentale e civiltà cristiano-orientale, ma al suo interno rivelava anche una conflittualità crescente tra un’identità slavo-europea ed una slavo-asiatica. Questa conflittualità è puntualmente riemersa in occasione del Natale 2010, festeggiato secondo il calendario giuliano il 7 gennaio 2011, quando il presidente Yanukovych ha omesso dai saluti la comunità greco-cattolica. Gli uniati hanno immediatamente protestato e chiesto l’intervento del vice capo dell’amministrazione presidenziale, Hanna Herman, anch’ella seguace di questa Chiesa. Qualche giorno prima, il Consiglio dell’oblast di Leopoli, aveva approvato una risoluzione di condanna rispetto a un’altra amnesia del team presidenziale: l’omissione delle strofe “Spariranno i nostri nemici, come rugiada al sole/Regniamo, fratelli, sulla nostra terra” dall’inno nazionale fatto eseguire come da tradizione la notte di Capodanno sul Maidan Nezalezhnosti di Kyiv.

Massimiliano Di Pasquale

Breve storia dell’etmano Ivan Mazepa

Protagonista dell’omonimo poema di Byron, che lo ritrae come un eroe romantico, e di Poltava, opera giovanile di Aleksandr Pushkin in cui l’eroe è al contrario lo zar Pietro il Grande, la figura di Mazepa, il cui volto severo e provato campeggia sulla banconota da 10 hryvni, è ancora oggi fonte di dispute tra storici russi e ucraini.
Descritto come un traditore dalla storiografia zarista e sovietica per la sua alleanza con gli svedesi nella battaglia di Poltava (1709) – ogni anno fino al crollo dell’Impero russo tutte le chiese ortodosse scagliavano il loro anatema contro il “tradimento” – a partire dal 1991 è stato riabilitato dall’Ucraina repubblicana che lo considera un eroe nazionale per la sua resistenza contro l’imperialismo russo.
Uomo di grande cultura – amava l’arte, la letteratura e viaggiare – Ivan Mazepa (1687-1709) è dopo Khmelnytskyi il maggior politico dell’Ucraina cosacca. Tra i più grandi feudatari e mecenati dell’Europa dell’epoca, Mazepa – che al contrario di Khmelnytskyi simboleggia non tanto la tradizione federativo-autonomista quanto piuttosto una vera e propria sovranità nazionale – investe gran parte delle sue ricchezze nella costruzione di chiese e nello sviluppo di istituzioni culturali. Grazie alla sua abilità politica riesce inizialmente a conciliare gli interessi dell’Ucraina e buoni rapporti con Mosca.
Con Mazepa le terre ucraine ritrovano la loro unità grazie a uno sviluppo economico e culturale senza precedenti.
Governante elitario e politico di grande caratura, l’etmano, che non s’illude minimamente nei confronti dell’assolutismo russo, conduce una sua personalissima e abilissima linea diplomatica al solo scopo di rendere l’Ucraina uno stato autonomo. Quando l’Ucraina viene lasciata sola dai russi a fronteggiare l’invasione polacca e svedese, Mazepa si sente libero dall’impegno di fedeltà allo zar e gioca la sua carta alleandosi con Carlo XII di Svezia, ritenuto il male minore.

Mazepa© Massimiliano Di Pasquale  (All rights reserved)

Mazepa© Massimiliano Di Pasquale (All rights reserved)

Interessante la lettura offerta da Oxana Pachlovska che nel saggio Nazione vs imperium. Ideologie libertarie nell’Ottocento polacco e Ucraino (con suggestioni italiane) colloca la figura di Mazepa nel solco di una tradizione europea, liberale e pre-illuminista.
Mazepa, per la prima volta nella storia ucraina, elaborò il concetto dell’Ucraina come res publica indipendente (una sorta di monarchia parlamentare sul modello polacco, però!), il cui futuro si poteva progettare solo mantenendo la necessaria equidistanza tra Polonia e Russia. […] Nella sua ottica, la libertà come fonte di virtù civili è alla base di una res publica europea moderna, mentre il terrore resta appannaggio del dispotismo di matrice asiatica. […] Malgrado il drammatico sconquasso del Paese a seguito alla disfatta di Mazepa nella battaglia di Poltava (1709), il fallimento storico di Mazepa non fu vano. Egli, in effetti, riuscì a consolidare enormemente la tradizione dell’indipendentismo ucraino, lasciando un’eredità politica che il Novecento saprà poi raccogliere.

Massimiliano Di Pasquale

Taras Shevchenko, l’eroe nazionale ucraino

La maggior parte degli italiani, anche coloro che nutrono un timido interesse per il calcio, associa immediatamente il nome Shevchenko al più famoso calciatore ucraino, quell’Andriy che, appese le scarpette al chiodo nel luglio 2012, aveva cercato, con scarsa fortuna, di riciclarsi in politica nella lista Ucraina-Avanti di Natalia Yuriivna Korolevska.
Ma per gli ucraini il vero Shevchenko, quello che hanno nel cuore da sempre è Taras, il poeta ed eroe nazionale nato nel 1814 a Moryntsy, villaggio sulla riva destra del Dnipro, da una famiglia di servi della gleba.
Orfano di entrambi i genitori a soli dodici anni, Shevchenko riesce a riscattare un’infanzia miserrima grazie a un prodigioso talento artistico, letterario e filosofico fino a diventare l’icona nazionale dell’Ucraina.

Museo Shevchenko© Massimiliano Di Pasquale (All rights reserved)

Museo Shevchenko© Massimiliano Di Pasquale
(All rights reserved)

Figlio dell’era cosacca come Nikolai Gogol, Taras Shevchenko è una figura complessa ed emblematica dell’Ottocento slavo. Cristo e criminale, nuovo etmano per gli ucraini polacchi, “porco malorusso buono solo per il lardo” per i nazionalisti russi, in epoca sovietica addirittura “amico dei lavoratori” in una lettura che lo riduce, come scrive la studiosa Oxana Pachlovska, a “stucchevole facciata folcloristica”, Shevchenko incarna in realtà con la sua opera, strettamente legata alla sua drammatica esistenza, la vita dell’intellettuale ribelle ucraino di quegli anni.
Sia lui che Gogol – sottolinea il critico Yevhen Malaniuk – evidenziano con la loro produzione letteraria le tortuose interconnessioni russo-ucraine dell’epoca e la disintegrazione dell’unitarietà della società ucraina sotto il giogo dell’Impero russo.
Mentre Gogol, figlio della società cosacca nobiliare, drammaticamente sospeso tra due mondi, rivela con il riso il meccanismo perverso su cui si regge l’Impero – non è un caso che in Portret (Il ritratto), scritto grazie al sussidio della corte, riprenda il tema faustiano della vendita dell’anima al demonio –, Shevchenko, figlio della società cosacca contadina, scommette sulla capacità rigenerativa della nazione attraverso la radicalità della sua poesia di protesta.
Il poeta, erede della tradizione dei Kobzar, i mitici cantastorie ucraini, se da un lato fa compiere alla lingua ucraina il necessario salto di qualità affinché sia conosciuta e apprezzata in tutto il mondo, dall’altro incita tutti i popoli oppressi alla ribellione.
Dice ‘lottate – e vincerete’ non solo all’Ucraina, ma alla Polonia, ai Paesi Baltici, alla Finlandia, alla Moldova, ai popoli del Caucaso e dell’Asia, e alla Russia stessa. Per tutti i popoli dell’impero rappresenta una chiara voce di ribellione, una radicale opposizione a un sistema politico basato sulla sottomissione più mortificante, e rivendica per tutti i paesi e le nazioni inglobati nell’impero l’indipendenza culturale e politica”.
Per i suoi sentimenti democratici, il suo anticlericalismo, la sua opposizione all’autocrazia, Shevchenko rappresenta ancora oggi il vessillo dell’Ucraina e una spina nel fianco per il neo-imperialismo russo.
Morto a soli 47 anni per un banale incidente (cade dai gradini del suo studio a Pietroburgo) Taras Shevchenko viene sepolto – seguendo la volontà testamentaria espressa nella toccante poesia Zapovit (Testamento) – a Kaniv sulla collina Chernecha, oggi Tarasova Hora.
Il sacerdote che officia la messa funebre in suffragio del poeta su quella splendida altura con una magnifica vista sul Dnipro profetizza: “Questa sarà un nuovo Golgota, e la croce eretta qui, come la Croce di Dio che si vede a Gerusalemme e in Giudea, si vedrà in Ucraina da tutte e due le rive del Boristene”.

Statua Shevchenko a Lviv© Massimiliano Di Pasquale (All rights reserved)

Statua Shevchenko a Lviv© Massimiliano Di Pasquale (All rights reserved)

Tappa fissa di tutte le crociere sul Dnipro e sosta obbligata per chi attraversa la oblast di Cherkasy, Kaniv è visitata ogni anno da centinaia di viaggiatori che tributano il loro personale omaggio al poeta ucraino.
Il Museo Shevchenko, riaperto di recente dopo anni di restauri, è davvero fondamentale per conoscere la vita e l’opera di Taras Shevchenko. L’edificio a due piani ospita una collezione di oltre 20.000 oggetti tra cui incisioni originali di Shevchenko, edizioni rare dei suoi scritti, preziosi documenti d’archivio, fotografie, materiali audio e video, cimeli del poeta e diverse opere pittoriche di famosi artisti ucraini ispirate alla sua vita e alla sua opera.

Massimiliano Di Pasquale