Confini e conflitti dello spazio post-sovietico

Il conflitto tra Russia e Ucraina, sorto all’indomani del Maidan di Kyiv, oltre ad avere sovvertito gli equilibri politici mondiali sancendo di fatto l’inizio di un nuovo scontro, duro e senza infingimenti, tra Occidente e Russia – scontro già palese ad alcuni studiosi da tempo, si pensi al libro del 2007 di Edward Lucas La Nuova Guerra Fredda. Il Putinismo e le minacce per l’Occidente, che anticipava molti degli scenari di lì a venire – offre l’occasione per riflettere su quanto accaduto negli ultimi venticinque anni nei territori della defunta URSS.

Atlante geopolitico dello spazio post-sovietico, il saggio curato da Simone Attilio Bellezza, ucrainista e ricercatore di storia dell’Europa Orientale presso l’Università di Trento, che nel sottotitolo reca la dicitura Confini e Conflitti, si pone proprio questo ambizioso obiettivo.
A detta del curatore, uno degli scopi del volume è “invertire la rotta rispetto ai toni partigiani e da crociata che hanno caratterizzato le analisi dell’attuale crisi fra Russia e Occidente, scaturita dalla guerra ucraina”. L’antidoto alla partigianeria – secondo Bellezza – risiede nel riunire “esperti dei tanti differenti ambiti che costituiscono lo spazio ex sovietico”, “chiedendo loro di valutare quale fosse stata l’evoluzione di ciascuna specifica tematica nel quarto di secolo appena passato”.
Il libro è il risultato di un lavoro collettivo in cui i tre saggi di Bellezza sono affiancati dai contributi di altri dieci studiosi: Fabio Belafatti, Oleksiy Bondarenko, Giovanni Cadioli, Andrea Griffante, Filippo Menga, Simona Merlo, Simone Piras, Alessandra Rognoni, Paolo Sorbello, Umberto Tulli.
I saggi, pur occupandosi di vari argomenti e facendo riferimento a diversi paesi – Ucraina, Bielorussia, Russia, Moldova, Caucaso, Paesi Baltici e Repubbliche Centroasiatiche ex sovietiche –, sono accomunati dal fatto di avere al proprio interno una o più cartine che rappresentano “graficamente la questione trattata”, dal prestare adeguata attenzione alle problematiche legate all’eredità sovietica e dal far spesso riferimento a concetti come nazione ed etnia, parole di non facile definizione in quanto – scrive il curatore – il loro significato è mutato nel tempo.
Pur non condividendo appieno l’idea secondo la quale l’expertise su un determinato argomento/area geografica sia di per se antidoto contro la partigianeria e garanzia di oggettività – la geopolitica non è una scienza esatta come la matematica e l’ottica visuale secondo cui vengono raccontati certi avvenimenti storici tradisce quasi sempre, seppure velatamente, le simpatie ideologiche di chi scrive – la scommessa di Bellezza di voler fornire al lettore una mappa con la quale orientarsi all’interno di confini e conflitti nell’area post-sovietica può considerarsi vinta.
Come la maggioranza dei volumi che compendiano contributi di autori diversi, Atlante geopolitico dello spazio post-sovietico finisce per allineare saggi di qualità non sempre omogenea. Alcuni davvero riusciti e illuminanti, altri lucidi e interessanti, taluni non privi di qualche lacuna.


Alla prima schiera appartengono sicuramente lo scritto di Bellezza Le lingue degli oligarchi: come si è costruito un conflitto nazionale nell’Ucraina post-sovietica e quello di Simona Merlo Le chiese ortodosse nello spazio ex sovietico.
Il saggio di Bellezza, che si rifà alla migliore pubblicistica anglosassone (Motyl, Plokhy, Wilson) pur non snobbando l’ucrainistica italiana (Cinnella, Lami), ha l’indubbio pregio di mettere a fuoco alcune questioni, finora appannaggio degli addetti ai lavori, che meritano altresì di arrivare a un pubblico più vasto. Tra queste la semplicistica e fuorviante lettura di un Est russofono e di un Ovest ucrainofono, ossia di un’Ucraina spaccata politicamente, culturalmente ed elettoralmente per via della lingua adottata. Le cartine allegate al saggio ci mostrano una realtà ben diversa, potremmo definirla a macchia di leopardo, con vastissime aree in cui ucraino e russo si mescolano in un idioma detto surzhyk e con tante piccole isole ucraine all’interno di un Est dove predomina il russo (sarebbe interessante approfondire tale argomento analizzandolo in prospettiva storica lungo la direttrice dialettica città-campagna). In chiave elettorale è importante notare come le preferenze politiche in determinate aree geografiche siano influenzate più dalla presenza di un oligarca di riferimento che dalla divisione linguistica.
Il contributo di Simona Merlo, che da diversi anni studia le questioni religiose nell’ex URSS e in particolare il ruolo delle diverse confessioni, è fondamentale per comprendere il ruolo esercitato dalla Chiesa ortodossa in particolare dal Patriarcato di Mosca, nel forgiare un’identità culturale, quella russa, che ha forti implicazioni politiche.
“Tale discorso – scrive Merlo – ha pure una valenza geopolitica, perché mentre “cittadini della Russia possono essere russi, careliani, tatari, avari o buriati”, al tempo stesso i russi possono essere “cittadini della Russia, degli USA, dell’Australia, della Romania o del Kazachstan”. Il riferimento è soprattutto a quei milioni di russi etnici – e ortodossi – che vivono nello spazio sovietico”.
A tratti lacunoso mi è parso lo scritto di Oleksiy Bondarenko Il “Mondo Russo” da progetto sovranazionale a strumento dell’azione politica che affronta un tema cruciale, ossia quello dell’ideologia della Russia di Putin, anche alla luce del neo-imperialismo belligerante palesatosi nel recente conflitto in Donbas.
Un tema di siffatta importanza poteva essere trattato in maniera più diffusa, per esempio approfondendo la figura di Aleksandr Dugin e la sua teoria euroasiatica, appena abbozzata dall’autore e analizzando le modalità con cui l’ideologia del Rusky Mir è stata propagandata in Europa a partire dalla seconda metà degli anni 2000. Sarebbe stato interessante anche calare tale analisi all’interno del contesto italiano dal momento che alcune riviste di geopolitica del nostro Paese hanno adottato lo stesso concetto di geopolitica, inteso come rapporti di forza, fatto proprio dal Cremlino.
Andrew Wilson, uno dei maggiori studiosi di Ucraina e di mondo post-sovietico, ha sottolineato come questa idea di geopolitica scevra da qualsiasi considerazione di diritto internazionale, assai vicina al pensiero dell’ideologo del Terzo Reich Goebbels, è la stessa su cui si è basato il discorso pronunciato da Putin nel marzo 2014 per celebrare l’occupazione e successiva annessione della Crimea all’interno della Federazione Russa.

Massimiliano Di Pasquale

Simone Attilio Bellezza, Atlante geopolitico dello spazio post-sovietico Editrice La Scuola, 2016.

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Taras Shevchenko, l’eroe nazionale ucraino

La maggior parte degli italiani, anche coloro che nutrono un timido interesse per il calcio, associa immediatamente il nome Shevchenko al più famoso calciatore ucraino, quell’Andriy che, appese le scarpette al chiodo nel luglio 2012, aveva cercato, con scarsa fortuna, di riciclarsi in politica nella lista Ucraina-Avanti di Natalia Yuriivna Korolevska.
Ma per gli ucraini il vero Shevchenko, quello che hanno nel cuore da sempre è Taras, il poeta ed eroe nazionale nato nel 1814 a Moryntsy, villaggio sulla riva destra del Dnipro, da una famiglia di servi della gleba.
Orfano di entrambi i genitori a soli dodici anni, Shevchenko riesce a riscattare un’infanzia miserrima grazie a un prodigioso talento artistico, letterario e filosofico fino a diventare l’icona nazionale dell’Ucraina.

Museo Shevchenko© Massimiliano Di Pasquale (All rights reserved)

Museo Shevchenko© Massimiliano Di Pasquale
(All rights reserved)

Figlio dell’era cosacca come Nikolai Gogol, Taras Shevchenko è una figura complessa ed emblematica dell’Ottocento slavo. Cristo e criminale, nuovo etmano per gli ucraini polacchi, “porco malorusso buono solo per il lardo” per i nazionalisti russi, in epoca sovietica addirittura “amico dei lavoratori” in una lettura che lo riduce, come scrive la studiosa Oxana Pachlovska, a “stucchevole facciata folcloristica”, Shevchenko incarna in realtà con la sua opera, strettamente legata alla sua drammatica esistenza, la vita dell’intellettuale ribelle ucraino di quegli anni.
Sia lui che Gogol – sottolinea il critico Yevhen Malaniuk – evidenziano con la loro produzione letteraria le tortuose interconnessioni russo-ucraine dell’epoca e la disintegrazione dell’unitarietà della società ucraina sotto il giogo dell’Impero russo.
Mentre Gogol, figlio della società cosacca nobiliare, drammaticamente sospeso tra due mondi, rivela con il riso il meccanismo perverso su cui si regge l’Impero – non è un caso che in Portret (Il ritratto), scritto grazie al sussidio della corte, riprenda il tema faustiano della vendita dell’anima al demonio –, Shevchenko, figlio della società cosacca contadina, scommette sulla capacità rigenerativa della nazione attraverso la radicalità della sua poesia di protesta.
Il poeta, erede della tradizione dei Kobzar, i mitici cantastorie ucraini, se da un lato fa compiere alla lingua ucraina il necessario salto di qualità affinché sia conosciuta e apprezzata in tutto il mondo, dall’altro incita tutti i popoli oppressi alla ribellione.
Dice ‘lottate – e vincerete’ non solo all’Ucraina, ma alla Polonia, ai Paesi Baltici, alla Finlandia, alla Moldova, ai popoli del Caucaso e dell’Asia, e alla Russia stessa. Per tutti i popoli dell’impero rappresenta una chiara voce di ribellione, una radicale opposizione a un sistema politico basato sulla sottomissione più mortificante, e rivendica per tutti i paesi e le nazioni inglobati nell’impero l’indipendenza culturale e politica”.
Per i suoi sentimenti democratici, il suo anticlericalismo, la sua opposizione all’autocrazia, Shevchenko rappresenta ancora oggi il vessillo dell’Ucraina e una spina nel fianco per il neo-imperialismo russo.
Morto a soli 47 anni per un banale incidente (cade dai gradini del suo studio a Pietroburgo) Taras Shevchenko viene sepolto – seguendo la volontà testamentaria espressa nella toccante poesia Zapovit (Testamento) – a Kaniv sulla collina Chernecha, oggi Tarasova Hora.
Il sacerdote che officia la messa funebre in suffragio del poeta su quella splendida altura con una magnifica vista sul Dnipro profetizza: “Questa sarà un nuovo Golgota, e la croce eretta qui, come la Croce di Dio che si vede a Gerusalemme e in Giudea, si vedrà in Ucraina da tutte e due le rive del Boristene”.

Statua Shevchenko a Lviv© Massimiliano Di Pasquale (All rights reserved)

Statua Shevchenko a Lviv© Massimiliano Di Pasquale (All rights reserved)

Tappa fissa di tutte le crociere sul Dnipro e sosta obbligata per chi attraversa la oblast di Cherkasy, Kaniv è visitata ogni anno da centinaia di viaggiatori che tributano il loro personale omaggio al poeta ucraino.
Il Museo Shevchenko, riaperto di recente dopo anni di restauri, è davvero fondamentale per conoscere la vita e l’opera di Taras Shevchenko. L’edificio a due piani ospita una collezione di oltre 20.000 oggetti tra cui incisioni originali di Shevchenko, edizioni rare dei suoi scritti, preziosi documenti d’archivio, fotografie, materiali audio e video, cimeli del poeta e diverse opere pittoriche di famosi artisti ucraini ispirate alla sua vita e alla sua opera.

Massimiliano Di Pasquale