Cortocircuiti diplomatici: l’ambasciatore italiano che difende Putin

Galateo diplomatico, equilibrio, coerenza con gli indirizzi di politica estera del Paese che si rappresenta sono tre regole a cui un diplomatico non dovrebbe mai abdicare nell’esercizio delle proprie funzioni, a maggior ragione se l’incarico svolto è quello di ambasciatore.

Per comprendere il ruolo della diplomazia in Italia e il suo legame con il Ministero degli Esteri è utile leggere quanto scritto sul sito della Farnesina: “Nella gestione delle relazioni internazionali, il Ministero degli Affari Esteri contribuisce a individuare e definire l’interesse nazionale, sia esso politico, economico, culturale o sociale, e, tramite le strutture di cui dispone, se ne fa promotore ed esecutore”.

Il passo chiarisce in modo inequivocabile come i diplomatici di ogni rango debbano essere promotori ed esecutori dell’interesse nazionale. Interesse nazionale che viene individuato da un organo politico, il Ministero degli Esteri. Quest’ultimo punto è fondamentale per comprendere le critiche piovute sull’ambasciatore italiano a Mosca, Cesare Maria Ragaglini, all’indomani dell’intervista pubblicata dal Corriere della Sera martedì 25 luglio.

Il pezzo, a firma Paolo Valentino (già autore di un’intervista con Vladimir Putin nel giugno 2015, considerata da alcuni un po’ troppo accomodante con l’inquilino del Cremlino), aveva come oggetto i rapporti tra Italia e Russia, la crisi ucraina e il ruolo della NATO.

Le risposte fornite da Ragaglini, in evidente contraddizione con la posizione ufficiale del governo italiano – ribadita dal premier Gentiloni anche a fine giugno, quando l’Europa aveva confermato le sanzioni alla Russia – hanno provocato la reazione indignata dell’ambasciatore ucraino in Italia Yevhen Perelygin, del presidente dell’Assemblea Parlamentare della Nato Paolo Alli e del presidente della Commissione Affari Esteri della Camera Fabrizio Cicchitto.

Un’analisi puntuale delle affermazioni di Ragaglini paleserà in maniera lampante il motivo per cui le tre figure istituzionali sopracitate abbiano stigmatizzato le parole del diplomatico italiano e sottolineato la grave gaffe diplomatica causata dal suo comportamento.

“Non condividiamo molte delle osservazioni fatte dall’ambasciatore italiano in Russia Cesare Ragaglini. L’annessione della Crimea è stata una patente violazione del diritto internazionale ed è grave che essa venga sostanzialmente giustificata da un ambasciatore italiano […] Già la Russia è rappresentata in Italia e in altre nazioni da ambasciatori di alto livello e professionalità e non ha certo bisogno che questa funzione venga svolta da ambasciatori italiani” (Fabrizio Cicchitto).
“Ragaglini può dire quello che vuole, ma finché Putin continuerà a violare il diritto internazionale, le sanzioni saranno inevitabili” (Paolo Alli).
“L’Ambasciatore italiano a Mosca Cesare Maria Ragaglini, nella sua intervista al Corriere della Sera, ha rilasciato dichiarazioni ambigue e controverse, ed è il caso di dirlo, quasi certamente non in linea con l’indirizzo politico del paese, l’Italia, che egli rappresenta a Mosca. Non è chiaro a nessuno, così come non è chiaro a noi, come l’Ambasciatore possa dichiarare apertamente posizioni fuori dalle sue competenze” (Yevhen Perelygin).

Procediamo con ordine partendo dall’incipit del pezzo, un virgolettato in cui Ragaglini afferma testualmente: “Penso che il presidente Putin veda nell’Europa un partner naturale. La cosa che lui e i russi si aspettano dalla comunità internazionale è il rispetto. Non è solo una questione sentimentale. In realtà racchiude una parabola. Dopo l’implosione dell’Urss, la Russia si è trovata sull’orlo del fallimento, depredata delle sue risorse, destabilizzata, indebolita militarmente, privata del suo status di grande potenza, dominata da un senso generale di insicurezza. Putin ha risollevato il Paese e dopo la crisi ucraina, vissuta come l’ultima umiliazione, ha tracciato una linea rossa”.

Chi conosce la storia più recente della Russia non potrà che scorgere in queste affermazioni i capisaldi della vulgata di Putin, ossia la teoria della Russia umiliata, il reputare il crollo dell’URSS la più grave catastrofe del secolo scorso e il considerare l’Ucraina non uno stato sovrano, ma un’appendice della Russia stessa. Che simili affermazioni vengano fatte non dall’ambasciatore russo a Roma, ma dal suo omologo italiano a Mosca, è davvero sorprendente.

A sorprendere, poi, non è solo l’inopportunità di tali asserzioni da parte di un funzionario definito da Paolo Valentino “uno dei migliori diplomatici italiani”, ma la grossolanità della ricostruzione storica.

Il crollo dell’Impero Sovietico è stato oggetto di analisi approfondite da parte di illustri sovietologi – tra i contributi più interessanti citerei il volume di Andrea Graziosi, L’Urss dal trionfo al degrado (Il Mulino 2008), e il saggio dell’accademico di Harvard Serhii Plokhy, The Last Empire. The final days of Soviet Union (2014) – i quali, seppure in ottica diversa, hanno sottolineato il fallimento politico, economico e morale di un regime totalitario, va da sé irriformabile.

Eloquente quanto affermato da Andrea Graziosi in un’intervista di qualche anno fa sul sito Osservatorio Balcani e Caucaso: “L’Unione Sovietica è andata in crisi perché il sistema socio-economico non funzionava più. Gli uomini morivano a 63 anni, si viveva malissimo, non c’erano soldi, mancavano i beni da comprare.
Era talmente in crisi che tutto il gruppo dirigente, compreso forse l’ultimo Brezhnev, era rassegnato a riforme radicali” (Andrea Graziosi).

La Russia post-sovietica ha sicuramente attraversato un periodo di gravi difficoltà nei primi anni della sua indipendenza, ma le ragioni di tale crisi non vanno certo individuate all’esterno – FMI e Stati Uniti elargirono anzi notevoli aiuti finanziari per la ricostruzione del Paese – quanto piuttosto nell’incapacità di effettuare riforme in ambito politico ed economico. Le riforme promosse dal primo Eltsin per cercare di convertire gradualmente il sistema all’economia di mercato furono bloccate sistematicamente dalla vecchia nomenklatura sovietica.

Ma veniamo all’affermazione forse più sconcertante, ossia quella secondo la quale “Putin ha risollevato il Paese e dopo la crisi ucraina, vissuta come l’ultima umiliazione, ha tracciato una linea rossa”.

Prescindendo dai metodi attraverso i quali Putin avrebbe risollevato la Russia – i dati economici e il livello di servizi, infrastrutture e sanità della Federazione fotografano una realtà molto diversa da quella evocata da Ragaglini – vorrei soffermarmi sul concetto della “crisi ucraina vissuta come umiliazione”. Parlare di umiliazione russa in relazione alla crisi ucraina significa non riconoscere all’Ucraina la sua natura di stato indipendente né il suo diritto a essere soggetto della Storia, e assimilare il suo popolo, la sua cultura, a quelli russi.

Come ha fatto notare il sito StopFake, è affatto singolare che nel discorso dell’ambasciatore “compaiono quasi tutte le keywords della propaganda russa (tranne quella degli ucraini nazisti), magari pronunciate involontariamente o dovute al fatto che chi vive nella società russa non può evitare il bombardamento mediatico e non rimanerne condizionato”.

Altrettanto grave è quanto asserito dal diplomatico italiano sulla Crimea. “Intanto la Crimea non era il primo Paese che votava per la sua indipendenza in Europa”.
Affermando ciò Ragaglini sembra dimenticare che la Crimea non è un Paese sovrano, ma parte del territorio ucraino, e che un eventuale referendum per sancire la sua indipendenza da Kyiv andava concordato con le autorità ucraine. L’idea della Crimea come territorio russo è un altro dei capisaldi della propaganda russa. Sentire tali affermazioni dalla bocca di un ambasciatore sconcerta per tante ragioni, non ultimo perché contribuisce a rafforzare, nei lettori di un’autorevole testata, un’idea falsa.

Storicamente parlando, la Crimea fu annessa dall’impero russo nel 1783, anche se la colonizzazione avvenne a partire dal 1853. Fu realmente russa dal 1853 al 1917. Con la formazione dell’URSS, poi, dal 1921 al 1945 divenne una repubblica sovietica separata. Dal 1945 al 1954 fece parte della Russia e dal 1954 al 2014 è stata ucraina. In sostanza è stata russa per 73 anni, ucraina per 60 anni, ma tatara per 400 anni.

Altro discorso è la questione del presunto “regalo” di Khrushchev del 1954. La Crimea non fu regalata, bensì scambiata, ai tempi di Khrushchev, ma tale decisione venne presa collegialmente dai vertici del Cremlino, tanto che in calce al documento che ufficializzava questo passaggio troviamo le firme di Pegov e Voroshilov. In cambio l’Ucraina dovette rinunciare a una parte dei propri territori della zona di Taganrog. La Crimea era isolata dal territorio russo e priva di acqua potabile. In seguito, grazie alle opere di ingegneria, l’acqua del Dnipro arrivò in Crimea. Tutto ciò avvenne solo per una migliore gestione economica del territorio, in quanto la Crimea è diretta estensione del territorio ucraino.

Il referendum del 2014 di cui parla Ragaglini, oltre che palesemente manipolato nei suoi risultati finali, è stato imposto alla popolazione locale con kalashnikov e intimidazioni dai famosi ‘omini verdi’.

Crimea is Ukraine

Veniamo ora alle affermazioni sulla NATO che hanno suscitato le proteste di Paolo Alli, presidente dell’Assemblea Parlamentare della Nato, l’organo di raccordo tra i Parlamenti nazionali e l’Alleanza atlantica: “Non è possibile pensare che l’Ucraina entri nella Nato, che poi è il punto focale. Se risolviamo questo problema, risolveremo tutto il resto. Piaccia o meno, è così” afferma Ragaglini rispondendo a Valentino che gli chiede come si esca dalla crisi ucraina.

Ancora una volta le parole dell’ambasciatore sembrano echeggiare quelle del Cremlino e confondono cause ed effetti del conflitto ucraino. La Russia, con buona pace di Ragaglini, è sottoposta a sanzioni perché ha annesso illegalmente parte del territorio ucraino, la Crimea, e perché ha invaso i territori del Donbas fornendo assistenza militare e inviando proxy a combattere nelle fila dei separatisti. Se l’opinione pubblica ucraina è oggi per la maggior parte favorevole a un ingresso nella Nato è solo perché la Russia, violando il Memorandum di Bupadest del 1994, ha invaso il suo territorio.

“I simpatizzanti di Putin in occidente e lo stesso presidente russo giustificano le violazioni del diritto internazionale di cui si macchia continuamente Mosca in virtù del principio di autodeterminazione dei popoli. Poi, però, negano a un popolo sovrano come quello ucraino – o quello georgiano – il diritto di aderire liberamente alla Nato o all’Unione europea: due prospettive tra loro fortemente legate” (Paolo Alli).

All’ambasciatore Ragaglini che invoca il rispetto della Russia da parte della comunità internazionale vorrei dedicare le riflessioni di due storici, Serhii Plokhy e Timothy Snyder, proprio sul tema del (mancato) rispetto del diritto internazionale da parte del Cremlino.

“Per la prima volta dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, una grande potenza europea ha fatto guerra a un vicino più debole e ha annesso una parte del territorio di uno stato sovrano. […] L’immotivata aggressione russa contro l’Ucraina ha minacciato le fondamenta dell’ordine internazionale – una minaccia alla quale l’Unione europea e la maggior parte del mondo non erano preparati a rispondere, ma che richiede un’adeguata controazione” (Serhii Plokhy, The Gates of Europe).

“Inaugurata nel 2013 una nuova fase coloniale, i leader e i propagandisti russi hanno negato ai loro vicini ucraini il diritto di esistere o li hanno etichettati come russi di second’ordine. Con parole che ricordano quelle pronunciate da Hitler sugli ucraini (e sui russi), le autorità hanno definito l’Ucraina un’entità creata artificialmente, senza storia, cultura né lingua, appoggiata da un gruppo mondiale di ebrei, omosessuali, europei e americani. […] Il presidente Vladimir Putin ha elaborato una dottrina di politica estera basata sulla guerra etnica. Questo approccio, che ricava dal linguaggio la legittimità a invadere a prescindere, che sia stato usato in Cecoslovacchia da Hitler o in Ucraina da Putin, decostruisce le logiche della sovranità e dei diritti e getta le basi per lo smantellamento degli Stati” (Timothy Snyder, Terra Nera).

Massimiliano Di Pasquale

Articolo apparso per la prima volta su Strade online il 1 agosto 2017

http://stradeonline.it/istituzioni-ed-economia/2986-cortocircuiti-diplomatici-l-ambasciatore-italiano-che-difende-putin

 

 

Advertisements

Abbecedario Ucraino

Il mio prossimo libro si chiamerà Abbecedario Ucraino e uscirà per Gaspari Editore nel 2018

Perché un nuovo libro sull’Ucraina?

Abbecedario Ucraino nasce dall’esigenza, sempre più urgente dopo il Maidan di Kyiv, di raccontare agli italiani l’Ucraina e le complesse vicende storiche, culturali e politiche alla base dell’attuale conflitto con la  Russia.  Il libro, avvalendosi di un particolare registro letterario che compendia al suo interno l’articolo giornalistico, l’analisi geopolitica, il ritratto politico e il reportage, vuole far conoscere al pubblico italiano la storia e la cultura dell’Ucraina ed alcune questioni chiave. Particolare attenzione è dedicata a temi quali la Crimea, il nazionalismo ucraino, che sono stati oggetto di campagne di disinformazione da parte di molti media italiani acriticamente allineati con le versioni moscovite dei fatti, degli eventi e della storia dell’Ucraina. Dalla A di Rinat Akhmetov alla Z di Serhiy Zhadan passando per la M di Ivan Mazepa, la S di Taras Shevchenko e la Y di Viktor Yanukovych, Abbecedario Ucraino racconta con uno stile vivace, brillante, ricco di riferimenti storici e culturali tutto ciò che gli italiani devono sapere di questa straordinaria terra di confine che con la Rivoluzione della Dignità ha testimoniato la volontà di lasciarsi alle spalle l’epoca post-sovietica per aprire una nuova fase di rigenerazione morale.

 

 

Massimiliano Di Pasquale

 

Ucraina: le porte d’Europa

Nel breve arco di qualche settimana – il volume è uscito in libreria lo scorso dicembre – The Gates of Europe, saggio di Serhii Plokhy, docente di Storia Ucraina ad Harvard e direttore dell’Istituto di Ricerca Ucraina presso la stessa Università, che ripercorre più di mille anni di storia del Paese, è già diventato un classico dell’ucrainistica.
Il libro, che ha ricevuto le lodi pubbliche sia dell’ex ambasciatore statunitense a Kyiv John Herbst sia dell’accademico inglese Andrew Wilson, professore di Studi Ucraini all’University College di Londra, è lettura imprescindibile per chi voglia approfondire alcune fondamentali questioni emerse in tutta la loro drammaticità nel recente conflitto tra Russia e Ucraina.
Come sottolinea l’autore nelle pagine introduttive, le immagini del febbraio 2014 relative ai cecchini del governo Azarov che aprono il fuoco sulla folla di dimostranti in Maidan Nezalezhnosti a Kyiv uccidendo e ferendo decine di manifestanti filoeuropei, hanno scioccato il mondo e prodotto un punto di discontinuità nella storia europea degli ultimi venticinque anni le cui conseguenze sono destinate ad influenzare non solo i rapporti tra Russia e Ucraina, ma il futuro dell’Europa così come l’abbiamo conosciuta dal crollo del Muro di Berlino ad oggi.
L’annessione della Crimea alla Federazione Russa del marzo 2014, la guerra ibrida in Donbas e l’abbattimento il 17 luglio 2014 nell’oblast di Donetsk da parte dei separatisti filo-russi dell’aereo della Malaysian airlines, che ha causato la morte di 298 persone, hanno trasformato la guerra russo-ucraina in un conflitto dalle dimensioni internazionali.
Il ritorno a una Nuova Guerra Fredda con l’avvento di un neo-imperialismo russo, come già preconizzato da Edward Lucas nel 2007, non è dunque una provocazione intellettuale “per umiliare la Russia di Putin” come scrisse con una certa impudenza l’ex ambasciatore Sergio Romano, ma una realtà con cui occorre fare i conti.

Cosa ha causato la crisi ucraina? Qual è il ruolo della storia in questi eventi recenti? Cosa differenzia gli ucraini dai russi? Chi ha diritto di governare in Crimea e nell’Ucraina orientale? Perché gli avvenimenti in Ucraina hanno forti ripercussioni internazionali?
Il libro di Plokhy cerca di rispondere a questi interrogativi andando alla radice di molti degli attuali problemi, nella speranza “che la storia possa fornire chiavi di lettura per il presente e influenzare il futuro”.
Passando in rassegna, in un volume di “sole” 395 pagine, più di un millennio di storia – dai tempi di Erodoto, (il primo storico a fornire le tre fondamentali direttrici geografiche dell’Ucraina, tuttora valide, da sud a nord rispettivamente costa della Crimea, cuore centrale della steppa e foreste del nord), fino alla recente guerra in Donbas – l’accademico di Harvard, da valente studioso, sceglie con cura gli eventi su cui approfondire la propria indagine.
Per Plokhy, la cui narrazione compendia al suo interno l’approccio hrushevskyano (Mykhailo Hrushevsky è stato il fondatore della moderna storiografia ucraina ed è lo storico cui è intitolato l’Istituto di Ricerca di Harvard di cui Plokhy è l’attuale Direttore) e i moderni approcci transnazionali che enfatizzano il carattere multietnico dello stato ucraino, centrale è il concetto di Europa.
Il libro, il cui titolo, Le porte d’Europa, è ovviamente una metafora “ma da non prendere alla leggera o da liquidare come una trovata di marketing”, mette infatti in evidenza come “l’Europa è una parte importante della storia ucraina” e al contempo “l’Ucraina è parte della storia dell’Europa”. “Situata al margine occidentale della steppa eurasiatica, l’Ucraina è stata per molti secoli porta d’ingresso per l’Europa. A volte, quando le “porte” erano chiuse a causa di guerre e conflitti, l’Ucraina ha contribuito a fermare le invasioni straniere da est e da ovest; quando erano aperte, come è avvenuto per la maggior parte della storia dell’Ucraina, è servita come ponte tra l’Europa e l’Eurasia, facilitando lo scambio di persone, beni e idee.”
Altrettanto importante, accanto a quella di “europeità”, ai fini dell’analisi storica, è la categoria di nazione. “Nazione è un’importante – sebbene non dominante – categoria di analisi ed elemento della storia che, insieme con l’idea d’Europa in continua evoluzione, definisce la natura di questo lavoro. Questo libro racconta la storia dell’Ucraina entro i confini definiti dagli etnografi e dai cartografi della fine del XIX e l’inizio del XX secolo, che spesso (ma non sempre) coincidono con le frontiere dello Stato Ucraino attuale”.
Il saggio di Plokhy nel definire il suo campo d’indagine fa proprie le coordinate geografiche dello storico greco Erodoto sopra ricordate e, pur nella consapevolezza che “la politica internazionale e nazionale forniscono una trama convincente”, considera la geografia, l’ecologia e la cultura i tre fattori fondamentali per leggere gli avvenimenti storici del Paese.
L’Ucraina contemporanea, considerata dal punto di vista delle tendenze culturali di lungo periodo, è un prodotto dell’interazione di due frontiere in movimento, una delimitata dalla linea tra le steppe eurasiatiche e i parchi dell’Europa orientale, l’altra definita dalla frontiera tra Cristianesimo orientale e occidentale. La prima frontiera era anche quella tra popolazioni sedentarie e nomadi e, alla fine, tra Cristianesimo e Islam. La seconda risale alla divisione dell’impero romano tra Roma e Costantinopoli e segna le differenze di cultura politica tra Europa orientale e occidentale che esistono ancora oggi”.
A detta dell’accademico statunitense l’identità dell’Ucraina attuale deriva “dal movimento di queste frontiere nel corso dei secoli”. Tale movimento “ha dato origine a un insieme unico di caratteristiche culturali che costituiscono le fondamenta dell’identità ucraina odierna”.
Questi dunque gli assunti teorici di un lavoro di grande portata il cui maggior pregio, oltre alla chiarezza e alla brillantezza della prosa, è quello di riuscire ad individuare nella millenaria storia dell’Ucraina alcuni passaggi chiave che ancora oggi influenzano con la loro eredità politico-culturale le vicende del Paese.
Di grande interesse le pagine relative all’Ucraina cosacca – Plokhy è un esperto di storia cosacca (The Cossacks and Religion in Early Modern Ukraine; Tsars and Cossacks: A Study in Iconography; The Cossack Myth History and Nationhood in the Age of Empires) – e quelle dedicate al complesso rapporto tra élite ucraine e russe ai tempi dell’Unione Sovietica.
Entrambi i campi d’indagine, sia quello dell’eredità cosacca – le centurie presenti sul Maidan di Kyiv sono espressione di tale legacy storica – sia quello della dialettica di potere tra russi e ucraini nella defunta URSS – cui si deve tra le altre cose la nascita dei clan di Dnipropetrovsk e di Donetsk, che tanto peso hanno avuto nella storia dell’Ucraina indipendente – risultano illuminanti per comprendere molti dei problemi attuali.

Massimiliano Di Pasquale

Serhii Plokhy The Gates of Europe. A History of Ukraine Basic Books, 2015.

Confini e conflitti dello spazio post-sovietico

Il conflitto tra Russia e Ucraina, sorto all’indomani del Maidan di Kyiv, oltre ad avere sovvertito gli equilibri politici mondiali sancendo di fatto l’inizio di un nuovo scontro, duro e senza infingimenti, tra Occidente e Russia – scontro già palese ad alcuni studiosi da tempo, si pensi al libro del 2007 di Edward Lucas La Nuova Guerra Fredda. Il Putinismo e le minacce per l’Occidente, che anticipava molti degli scenari di lì a venire – offre l’occasione per riflettere su quanto accaduto negli ultimi venticinque anni nei territori della defunta URSS.

Atlante geopolitico dello spazio post-sovietico, il saggio curato da Simone Attilio Bellezza, ucrainista e ricercatore di storia dell’Europa Orientale presso l’Università di Trento, che nel sottotitolo reca la dicitura Confini e Conflitti, si pone proprio questo ambizioso obiettivo.
A detta del curatore, uno degli scopi del volume è “invertire la rotta rispetto ai toni partigiani e da crociata che hanno caratterizzato le analisi dell’attuale crisi fra Russia e Occidente, scaturita dalla guerra ucraina”. L’antidoto alla partigianeria – secondo Bellezza – risiede nel riunire “esperti dei tanti differenti ambiti che costituiscono lo spazio ex sovietico”, “chiedendo loro di valutare quale fosse stata l’evoluzione di ciascuna specifica tematica nel quarto di secolo appena passato”.
Il libro è il risultato di un lavoro collettivo in cui i tre saggi di Bellezza sono affiancati dai contributi di altri dieci studiosi: Fabio Belafatti, Oleksiy Bondarenko, Giovanni Cadioli, Andrea Griffante, Filippo Menga, Simona Merlo, Simone Piras, Alessandra Rognoni, Paolo Sorbello, Umberto Tulli.
I saggi, pur occupandosi di vari argomenti e facendo riferimento a diversi paesi – Ucraina, Bielorussia, Russia, Moldova, Caucaso, Paesi Baltici e Repubbliche Centroasiatiche ex sovietiche –, sono accomunati dal fatto di avere al proprio interno una o più cartine che rappresentano “graficamente la questione trattata”, dal prestare adeguata attenzione alle problematiche legate all’eredità sovietica e dal far spesso riferimento a concetti come nazione ed etnia, parole di non facile definizione in quanto – scrive il curatore – il loro significato è mutato nel tempo.
Pur non condividendo appieno l’idea secondo la quale l’expertise su un determinato argomento/area geografica sia di per se antidoto contro la partigianeria e garanzia di oggettività – la geopolitica non è una scienza esatta come la matematica e l’ottica visuale secondo cui vengono raccontati certi avvenimenti storici tradisce quasi sempre, seppure velatamente, le simpatie ideologiche di chi scrive – la scommessa di Bellezza di voler fornire al lettore una mappa con la quale orientarsi all’interno di confini e conflitti nell’area post-sovietica può considerarsi vinta.
Come la maggioranza dei volumi che compendiano contributi di autori diversi, Atlante geopolitico dello spazio post-sovietico finisce per allineare saggi di qualità non sempre omogenea. Alcuni davvero riusciti e illuminanti, altri lucidi e interessanti, taluni non privi di qualche lacuna.


Alla prima schiera appartengono sicuramente lo scritto di Bellezza Le lingue degli oligarchi: come si è costruito un conflitto nazionale nell’Ucraina post-sovietica e quello di Simona Merlo Le chiese ortodosse nello spazio ex sovietico.
Il saggio di Bellezza, che si rifà alla migliore pubblicistica anglosassone (Motyl, Plokhy, Wilson) pur non snobbando l’ucrainistica italiana (Cinnella, Lami), ha l’indubbio pregio di mettere a fuoco alcune questioni, finora appannaggio degli addetti ai lavori, che meritano altresì di arrivare a un pubblico più vasto. Tra queste la semplicistica e fuorviante lettura di un Est russofono e di un Ovest ucrainofono, ossia di un’Ucraina spaccata politicamente, culturalmente ed elettoralmente per via della lingua adottata. Le cartine allegate al saggio ci mostrano una realtà ben diversa, potremmo definirla a macchia di leopardo, con vastissime aree in cui ucraino e russo si mescolano in un idioma detto surzhyk e con tante piccole isole ucraine all’interno di un Est dove predomina il russo (sarebbe interessante approfondire tale argomento analizzandolo in prospettiva storica lungo la direttrice dialettica città-campagna). In chiave elettorale è importante notare come le preferenze politiche in determinate aree geografiche siano influenzate più dalla presenza di un oligarca di riferimento che dalla divisione linguistica.
Il contributo di Simona Merlo, che da diversi anni studia le questioni religiose nell’ex URSS e in particolare il ruolo delle diverse confessioni, è fondamentale per comprendere il ruolo esercitato dalla Chiesa ortodossa in particolare dal Patriarcato di Mosca, nel forgiare un’identità culturale, quella russa, che ha forti implicazioni politiche.
“Tale discorso – scrive Merlo – ha pure una valenza geopolitica, perché mentre “cittadini della Russia possono essere russi, careliani, tatari, avari o buriati”, al tempo stesso i russi possono essere “cittadini della Russia, degli USA, dell’Australia, della Romania o del Kazachstan”. Il riferimento è soprattutto a quei milioni di russi etnici – e ortodossi – che vivono nello spazio sovietico”.
A tratti lacunoso mi è parso lo scritto di Oleksiy Bondarenko Il “Mondo Russo” da progetto sovranazionale a strumento dell’azione politica che affronta un tema cruciale, ossia quello dell’ideologia della Russia di Putin, anche alla luce del neo-imperialismo belligerante palesatosi nel recente conflitto in Donbas.
Un tema di siffatta importanza poteva essere trattato in maniera più diffusa, per esempio approfondendo la figura di Aleksandr Dugin e la sua teoria euroasiatica, appena abbozzata dall’autore e analizzando le modalità con cui l’ideologia del Rusky Mir è stata propagandata in Europa a partire dalla seconda metà degli anni 2000. Sarebbe stato interessante anche calare tale analisi all’interno del contesto italiano dal momento che alcune riviste di geopolitica del nostro Paese hanno adottato lo stesso concetto di geopolitica, inteso come rapporti di forza, fatto proprio dal Cremlino.
Andrew Wilson, uno dei maggiori studiosi di Ucraina e di mondo post-sovietico, ha sottolineato come questa idea di geopolitica scevra da qualsiasi considerazione di diritto internazionale, assai vicina al pensiero dell’ideologo del Terzo Reich Goebbels, è la stessa su cui si è basato il discorso pronunciato da Putin nel marzo 2014 per celebrare l’occupazione e successiva annessione della Crimea all’interno della Federazione Russa.

Massimiliano Di Pasquale

Simone Attilio Bellezza, Atlante geopolitico dello spazio post-sovietico Editrice La Scuola, 2016.

I libri del 2015 di Eastern Europe Post

È stato ricco di uscite interessanti il 2015 che in questi giorni ci apprestiamo a salutare. Le scelte di Eastern Europe Post, blog che si occupa di Paesi dell’Europa Orientale, riguardano ovviamente saggi o romanzi che per tematiche fanno riferimento al mondo dell’Europa Orientale e all’universo post-sovietico.
Istruzioni per l’uso:
• I libri non sono in ordine di importanza. Il titolo che compare per primo non è necessariamente il miglior libro del 2015.
• Non tutti i testi sono usciti quest’anno ma sono stati inseriti nella lista come necessari recuperi per la loro importanza.
• Uno degli undici titoli è in lingua inglese. Non ancora pubblicato in Italia è altresì facilmente reperibile online nelle librerie Amazon, Hoepli etc.

Serhy Yekelchyk “The Conflict in Ukraine. What everybody needs to Know (Oxford University Press, 2015) U.S. $ 16.95

La pubblicistica canadese, paese dove vive la più grande diaspora ucraina, si è da sempre contraddistinta per la pubblicazione di lavori seri e rigorosi sull’ex granaio dell’URSS. Il libro di Serhy Yekelchik, professore di Storia e di Studi Slavi all’Università di Vittoria in Canada, è un testo agevole dal taglio divulgativo – didattico che ha l’indubbio pregio di spiegare a tanti neofiti le complesse questioni legate alla guerra in Ucraina con fondamentali rimandi alla storia del Paese. È volutamente strutturato sotto forma di domanda e risposta – Chi sono gli oligarchi? Che cosa hanno in comune la Rivoluzione Arancione del 2004 ed Euromaidan? Cosa era la Rus di Kyiv? etc – per renderlo il più possibile fruibile a tutti.

Gian Piero Piretto “Indirizzo: Unione Sovietica. 25 luoghi di un altro mondo” (Sironi Editore – Milano, 2015) € 22,90


Fratello gemello de La vita privata degli oggetti sovietici, interessante volume, uscito quattro anni fa, sempre per i tipi di Sironi, Indirizzo Unione Sovietica passa in rassegna 25 luoghi, pubblici e privati, che emergono dalla dialettica, forse più russa che sovietica, tra spazio ampio e ristretto, tra aperto e chiuso. I luoghi indagati in questo saggio il cui titolo cita una famosa canzone pop del 1972, Moj adres Sovetskij Sojuz (Il mio indirizzo è: Unione Sovietica), “scritta e musicata da due monumenti della musica leggera sovietica, rispettivamente Vladimir Charitonov e David Tuchmanov”, appartengono non solo alla memoria collettiva di chi visse quell’esperienza storica ma ai ricordi di gioventù dello stesso Piretto.

Tommaso Landolfi “I Russi” (Adelphi – Milano, 2015) € 30


Tommaso Landolfi è stato uno dei grandi scrittori del Novecento italiano. Qui lo troviamo nelle vesti di russista e slavista alle prese con il suo amatissimo Gogol e altri mostri sacri della letteratura russa. Il volume uscito per Adelphi raccoglie, per la prima volta, tutti gli scritti di argomento russo prodotti dall’autore italiano tranne la tesi di laurea su Anna Achmatova e i quattro articoli da questa tratti pubblicati nel 1934-35 sulla rivista “L’Europa Orientale”.

Svetlana Aleksievič “Tempo di seconda mano” (Bompiani – Milano, 2014) € 24


Un recupero dal 2014 per Svetlana Aleksievič, vincitrice del premio Nobel 2015. Tempo di seconda mano è un romanzo corale in cui le memorie private di cittadini ex sovietici si intrecciano con gli avvenimenti storici degli ultimi 23 anni, dal 1991 che segnò la dissoluzione dell’URSS, al 2014 del Maidan ucraino. Essenziale per comprendere le idiosincrasie dell’homo sovieticus e la vita nel mondo post-sovietico segnata da stenti, disillusioni e speranze tradite.

Ettore Cinnella “Ucraina. Il genocidio dimenticato 1932-1933” (Della Porta Editori – Pisa, 2015) € 18

Unendo rigore filologico, profondità dell’analisi storica e una sintassi fluida e scorrevole, il testo di Ettore Cinnella si rivela imprescindibile per chi in Italia voglia approfondire una delle pagine più aberranti della storia sovietica. Il Holodomor, la morte per inedia imposta agli agricoltori ucraini nel biennio 1932-33 da Stalin – il termine significa in ucraino sterminio per fame (holod – carestia, fame – e moryty – uccidere) – è infatti una vicenda che non trova ancora spazio nei libri di scuola ed è ignorata dalla maggioranza dei cittadini al di fuori dell’Ucraina. “La morte per fame in tempo di pace, tra inenarrabili sofferenze, di milioni di essere umani, è un crimine che non può esser negletto né sminuito” (Ettore Cinnella).

Spara Jurij “Viaggiatori nel freddo. Come sopravvivere all’inverno russo con la letteratura” (Exòrma – Roma 2015) € 15,90


Spara Jurij, collettivo nato alla fine del secolo scorso per produrre ‘scrittura totale’ e lavorare su più fronti, tradisce sin dal nome, che omaggia una storica canzone dei CCCP di Giovanni Lindo Ferretti, una passione per il mondo sovietico. Viaggiatori nel freddo, scritto da Elisa Baglioni e Francesco Ruggiero, è un diario di viaggio nella Mosca odierna denso di rimandi e citazioni alla migliore letteratura russa (Čechov, Bulgakov, Cvetaeva) e ricco di aneddoti su alcuni luoghi leggendari dell’ex capitale dell’impero sovietico (MGU, Cremlino, Prospettiva Kutuzov, etc).

Anna Bikont, Joanna Szczęsna “Cianfrusaglie del passato. La vita di Wisława Szymborska” (Adelphi – Milano, 2015) € 28


Considerata la più importante poetessa polacca del Novecento, Wisława Szymborska, vincitrice del Premio Nobel nel 1996, è ancora relativamente sconosciuta nel nostro paese. Questa biografia rigorosa e documentata, frutto di accurate ricerche e di lunghe interviste con l’autrice, impreziosita di un ricco apparato iconografico, ci offre la ghiotta opportunità di conoscere vita e opere di un’artista schiva e riservata che non amava troppo confidarsi in pubblico.

Giovanna Brogi, Oxana Pachlovska “Taras Ševčenko. Dalle carceri zariste al Pantheon ucraino” (Le Monnier Università – Firenze, 2015) € 28

Giovanna Brogi e Oxana Pachlovska, ucrainiste di consolidata fama, hanno realizzato un pregevole volume dedicato al poeta ed eroe nazionale ucraino Taras Ševčenko. Il libro non è una monografia ma un testo poliedrico che, alternando contributi dal taglio letterario, analisi politico-culturali, approfondimenti su opere specifiche e una ricca selezione di poesie liriche e poemetti (con testo a fronte), può interessare in egual misura gli amanti della poesia romantica ottocentesca, gli studiosi di storia dell’Europa orientale e chi ha seguito gli avvenimenti del Maidan di Kyiv dove il ritratto del poeta nazionale è stato esposto più volte dai manifestanti quale simbolo della resistenza del popolo ucraino contro il corrotto regime filorusso di Viktor Yanukovych.

Timothy Snyder “Terra Nera. L’olocausto fra Storia e Presente” (Rizzoli – Milano, 2015) € 26

A quattro anni di distanza dal seminale Terre di Sangue (Rizzoli, 2011), diventato testo di riferimento per il dibattito sulle analogie tra nazismo e regime sovietico, lo storico di Yale torna con un altro lavoro che farà discutere per la sua portata innovativa nel leggere la tragedia dell’Olocausto. L’analisi condotta da Snyder, avvalendosi di fonti mai consultate in precedenza e di preziose testimonianze di superstiti, è davvero illuminante perché dimostra che fattori, ritenuti un tempo secondari, come lo smantellamento degli Stati, furono tra le motivazioni reali della Shoah. Nelle conclusioni finali l’accademico statunitense sottolinea come la situazione attuale, venutasi a creare con l’occupazione della Crimea da parte della Russia nel marzo 2014 e la guerra in Donbas, presenti più di una analogia con l’Europa del Patto Molotov-Ribbentrop. “Il presidente Vladimir Putin ha elaborato una dottrina di politica estera basata sulla guerra etnica. Questo approccio, che ricava dal linguaggio la legittimità a invadere a prescindere che sia stato usato in Cecoslovacchia da Hitler o in Ucraina da Putin, decostruisce le logiche della sovranità nazionale e dei diritti e getta le basi per lo smantellamento degli Stati. Trasforma entità statali riconosciute in bersagli di aggressione volontarie e gli individui in oggetti etnici i cui presunti interessi sono determinati da altri paesi”.

Vasilij Grossman “Uno scrittore in guerra” (Adelphi – Milano, 2015) € 23


Continua la pubblicazione presso Adelphi delle opere del più grande scrittore dell’Unione Sovietica. Questo volume, curato da Antony Beever e Luba Vinogradova, raccoglie gli appunti di Grossman in qualità di inviato speciale di Krasnaja zvezda, il giornale dell’esercito sovietico. Gran parte di questo materiale verrà poi utilizzato dallo scrittore di Berdyčiv per il suo monumentale romanzo Vita e Destino (Adephi, 2008 traduzione di Claudia Zonghetti). Di questi taccuini, fondamentali per ricostruire gli anni di guerra dal 1941 al 1945, sorprende la qualità letteraria e l’efficacia nel descrivere la vita quotidiana dei combattenti fuori da ogni retorica propagandistica.

Serena Vitale “Il defunto odiava i pettegolezzi” (Adelphi – Milano, 2015) € 19


Geniale sin dal titolo, il libro di Serena Vitale è tra le cose più belle lette in Italia negli ultimi anni. Il testo, che ricostruisce con estremo rigore storico- filologico quello che è considerato tuttora uno dei più grandi misteri dell’epoca sovietica, ossia la scomparsa del poeta Vladimir Majakovskij – fu vero suicidio? –, seduce per il suo stile originale che mescola abilmente vari registri letterari. La stessa materia, in mano a una penna meno abile ed esperta, avrebbe potuto dar vita a un libro storico probabilmente pedante. Vitale riesce invece a raccontarci la vicenda di Majakovskij come un romanzo giallo ricco di suspense e ironia.

Massimiliano Di Pasquale

Alcune considerazioni sul conflitto in Ucraina a due anni dal Maidan

Quella scoppiata in Ucraina due anni or sono in seguito alle dimostrazioni di Piazza iniziate il 21 novembre 2013 a Kyiv, è stata la più grave crisi nell’area post sovietica dal crollo dell’URSS.
Euromaidan, la rivolta popolare che ha sconfitto il regime cleptocratico di Yanukovych, pur avendo come epicentro Kyiv, è stata una rivoluzione che ha interessato l’intero Paese. Una rivoluzione, giustamente definita Rivoluzione della Dignità, che ha testimoniato la volontà del popolo ucraino di lasciarsi alle spalle l’epoca post-sovietica e il desiderio di aprire una nuova fase, quella della rigenerazione morale. Questo ambizioso tentativo ha dovuto però fare i conti con l’ostilità di Mosca nel fermare ad ogni costo un progetto che, se vittorioso, avrebbe messo in serio pericolo il modello autocratico putiniano e fornito linfa vitale alla debole opposizione democratica russa.
E infatti, cinque giorni dopo la destituzione di Yanukovych avvenuta il 22 febbraio 2014, Putin ha inviato il primo contingente militare in Crimea, annettendo de facto, in data 16 marzo, la penisola ucraina alla Federazione Russa attraverso un ‘referendum’, imposto con uso della forza, brogli, intimidazioni e in violazione del Memorandum di Budapest del 1994.
Con quell’accordo, firmato il 5 dicembre 1994 nella capitale ungherese, l’Ucraina cedeva il suo arsenale nucleare in cambio della garanzia della tutela della sua sovranità e sicurezza da parte di Gran Bretagna, Russia e Stati Uniti.
La timida risposta di UE e Stati Uniti all’annessione della Crimea è stata l’imposizione di sanzioni economiche nei confronti di Mosca che, seppure efficaci nel medio periodo, non hanno ridotto a più miti consigli l’atteggiamento belligerante del Cremlino.
Dopo l’invasione della Crimea Putin ha infatti inviato militari e truppe di irregolari (kadirovcy, cetnici serbi e cosacchi del Don) a supporto delle forze separatiste del Donbas aprendo di fatto un fronte di guerra nel profondo Est dell’Ucraina.
Con la nascita delle repubbliche popolari di Luhansk e Donetsk, enclavi russe in territorio ucraino, Mosca persegue la stessa strategia di disintegrazione dell’integrità territoriale attuata in Moldova e Georgia con le enclavi di Transnistria, Abhkazia e Ossezia del Sud.

maidan

Euromaidan

Questa in estrema sintesi la fotografia della crisi ucraina. Oggi in Donbas, nonostante il cessate il fuoco sancito dagli accordi di Minsk, si continua a sparare. Nei giorni scorsi le forze separatiste – milizie armate di tutto punto agli ordini di generali russi, ben diverse da l’esercito partigiano di trattoristi e minatori descritto dalla propaganda russa – hanno infatti ripreso le ostilità bombardando diverse postazioni dell’esercito ucraino, facendo nuove vittime.
Purtroppo il grave attentato di Parigi del 13 novembre ha completamente eliminato dai palinsesti di giornali e televisioni italiani il conflitto tra Mosca e Kyiv.
Ciò corrisponde a una precisa strategia ed è coerente con l’atteggiamento filorusso da sempre imperante nel nostro Paese per tutta una serie di ragioni che richiederebbero una trattazione a parte. Ma torniamo alla guerra in Ucraina.
A distanza di due anni dall’inizio della crisi nessuno in Italia si è preso la briga di spiegare quali siano le radici del conflitto tra Russia e Ucraina. I libri usciti negli ultimi 15-16 mesi su questo argomento, con la parziale eccezione di un instant book peraltro piuttosto breve, differiscono solo per il diverso grado di raffinatezza nel veicolare la versione moscovita dei fatti. Appare evidente che questi non sono libri per comprendere cosa è successo ma veri e propri strumenti di disinformazione.
La pubblicistica anglosassone e canadese – in Canada dove vive la più grande diaspora ucraina esistono sin dai tempi dell’Unione Sovietica Centri Studi dedicati alla storia, alla cultura e alla politica ucraina – si è invece contraddistinta per la pubblicazione di un discreto numero di lavori caratterizzati da un approccio serio e rigoroso. Lavori che lungi dall’essere apologetici verso l’attuale governo di Kyiv hanno altresì l’indubbio merito di sviscerare questioni chiave per comprendere l’Ucraina.
The conflict in Ukraine. What everybody needs to know di Serhy Yekelchik, professore di Storia e di Studi Slavi all’Università di Vittoria in Canada, è un testo agevole dal taglio divulgativo-didattico che ha il pregio di spiegare a tanti neofiti le complesse questioni legate al conflitto con necessari rimandi alla storia dell’Ucraina.
È stato volutamente strutturato sotto forma di domanda e risposta – tipo Chi sono gli oligarchi? Che cosa hanno in comune la Rivoluzione Arancione del 2004 ed Euromaidan? Cosa era la Rus di Kyiv? Chi era Ivan Mazepa? – per renderlo user-friendly o forse sarebbe più corretto dire reader-friendly.
Timothy Snyder, uno dei maggiori storici statunitensi – insegna storia dell’Europa Centrale e dell’Est a Yale – in sede di recensione lo ha definito “un libro che dovrebbe essere sulla scrivania, sul comodino o sul tavolino d’aereo di tutti coloro che stanno cercando di comprendere la questione ucraina e di aiutare l’Europa a risolvere questa grave crisi”.
Mi chiedo se il Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni Silveri – che nei giorni scorsi ha chiesto di non prolungare le sanzioni alla Russia, notizia occultata dai media italiani ma rilanciata da un organo di stampa polacca – lo abbia letto. Chissà se il testo di Yekelchik è sul comodino dell’alto rappresentante per la politica estera della UE Federica Mogherini che considera Putin un alleato chiave dell’Occidente per combattere il terrorismo?
Certo è che un libro di questo tipo sarebbe davvero utile in Italia ma dubito verrà mai tradotto nel nostro Paese.

Un altro testo a mio avviso essenziale per comprendere ancor più in dettaglio le origini e le conseguenze della grave crisi tra Russia e Ucraina è Ukraine Crisis. What it means for the West, saggio pubblicato alla fine dello scorso anno da Andrew Wilson. Wilson, uno dei maggiori esperti europei di società e politica ucraina, già autore di diversi volumi su questo Paese – ricordiamo tra gli altri The Ukrainians. Unexpected Nation – compie un’analisi davvero illuminante sulle origini del conflitto in corso analizzandolo da molteplici angolazioni.
A tal proposito vorrei soffermarmi in maniera più dettagliata su quello che considero forse il capitolo più interessante del libro di Wilson, libro di cui consiglio vivamente la lettura a chi ha dimestichezza con l’inglese.
Il capitolo in questione si intitola Russia Putinesca e ricostruisce con estremo rigore filologico il modello di governo putiniano e la sua concezione geopolitica indagando alcuni avvenimenti della recente storia russa e ucraina che risulteranno ex post fondamentali per comprendere come e perché il Cremlino abbia potuto mobilitare tante risorse finanziarie per questa guerra ibrida contro l’Ucraina e l’Occidente.
Per capire cosa sia successo occorre tornare indietro di 12 anni al biennio 2003-2004 a due vicende di cui avrete sicuramente sentito parlare.
Parlo del caso Yukos e della Rivoluzione Arancione.
Iniziamo dalla Yukos.

XU*4825476

Khodorkovsky

A metà anni Novanta Khodorkovsky, un ex attivista del Komsomol, che già all’epoca della perestrojka aveva fondato una banca, la Menatep, e si era distinto per una notevole vivacità imprenditoriale, entra in possesso della Yukos, una conglomerata impegnata nella produzione di petrolio. Superata la grave crisi finanziaria russa del 1998 la Yukos, che era stata sull’orlo della bancarotta, avvia una profonda ristrutturazione aziendale. Grazie alla ripresa economica e all’aumento del prezzo del petrolio l’azienda diventa una delle imprese più floride della Russia e Khodorkovsky uno degli uomini più ricchi del Paese.
Ma improvvisamente il 25 ottobre 2003 Khodorkovsky viene arrestato per frode fiscale. La Yukos in breve tempo perde gran parte del suo valore in borsa, finché – a un anno dalla condanna a nove anni di carcere di Khodorkovsky, avvenuta nel 2005 – finisce in bancarotta e i suoi asset più importanti vengono rilevati dalla compagnia di stato Rosneft. La più grande compagnia privata russa finisce nelle mani dello stato, ossia degli uomini del circolo magico di Putin.
Nel 2010 Khodorkovsky viene condannato per appropriazione indebita e riciclaggio di denaro ad altri sette anni di carcere. Verrà poi amnistiato e rilasciato nel dicembre 2013. Il suo processo viene considerato dalla maggior parte degli analisti e dei media internazionali un processo politico, orchestrato da Vladimir Putin per sbarazzarsi di uno degli uomini più potenti del paese. Prima di finire in carcere, l’oligarca russo aveva infatti apertamente criticato lo stato di corruzione in cui versava la Federazione Russa.
Gran parte del cash flow della Yukos – spiega Wilson nel suo libro – verrà utilizzato negli anni successivi da Mosca per oliare una formidabile macchina da guerra mediatica capace di penetrare redazioni di influenti giornali europei, centri di cultura russa nelle principali capitali del Vecchio Continente e partiti anti-europei ed euro-scettici appartenenti in egual misura alla galassia dell’estrema destra, quanto dell’estrema sinistra.
Sarà compito degli storici nei prossimi anni scrivere la seconda parte de l’Oro da Mosca – Oro da Mosca è un libro scritto dal giornalista Valerio Riva che trattava dei finanziamenti sovietici al PCI, dalla Rivoluzione d’Ottobre al crollo dell’Urss – per documentare il flusso di rubli arrivato nell’ultimo decennio in Europa sui conti correnti di partiti politici, riviste e quotidiani, fondazioni culturali italo-russe, ex-ambasciatori, docenti universitari etc.
Ma torniamo al 2004 e spostiamoci a Kyiv dove a novembre scoppia la Rivoluzione Arancione. Migliaia di manifestanti si radunano in Piazza Indipendenza, la stessa che 9 anni più tardi sarà il teatro principale di Euromaidan, per chiedere la ripetizione del voto delle elezioni presidenziali che vede opposti il candidato di Mosca Viktor Yanukovych e il candidato dell’opposizione filoeuropea Viktor Yushchenko.
I sostenitori di Yushchenko denunciano l’esistenza di pesanti brogli elettorali – metodo del carosello (schede già compilate), verbali falsi (aggiunta di preferenze a un candidato e sottrazione all’altro), voto a domicilio per presunte malattie – per far vincere Viktor Yanukovych. Le proteste dei cittadini sortiscono il loro effetto e il 3 dicembre la Corte Suprema Ucraina, accogliendo la tesi del candidato dell’opposizione Yushchenko, annulla la consultazione del 21 novembre e ordina la ripetizione del ballottaggio per il 26 dicembre che vedrà vincitore Yushchenko.
Definita dai politologi come una continuazione delle “Rivoluzioni di velluto” del 1989 o ancora, come la seconda caduta del Muro di Berlino, la Rivoluzione Arancione proprio per il suo carattere pacifico e determinato di rivolta popolare rappresenta un autentico incubo per Putin che teme che uno scenario simile possa replicarsi in Russia.
Gli ucraini scesi in Piazza nel novembre 2004 chiedono per il proprio paese elezioni libere e un orizzonte inequivocabilmente europeo. E soprattutto si oppongono alle corrotte democrature imposte dal Cremlino a tutti gli stati dell’ex Unione Sovietica, ad eccezione dei Baltici sin dal 2004 ancorati alla UE e alla NATO.
Da questo preciso momento lo scenario post-sovietico muta radicalmente.
L’orso russo che sembrava sopito nei primi anni della presidenza Putin si sveglia improvvisamente e inizia a pianificare la riconquista dello spazio ex sovietico. Uno spazio che Mosca rivendica a sé in barba alla sovranità nazionale di altri stati, al diritto internazionale e alla volontà popolare di cittadini che rivendicano un sentiero di sviluppo democratico caratterizzato da elezioni libere e trasparenti e libertà di stampa come nelle democrazie occidentali.
Wilson spiega in dettaglio i meccanismi attraverso cui prende piede e si sviluppa questo disegno neoimperiale che culminerà nella cruenta guerra in Ucraina. Una guerra che secondo recenti dati dell’ONU ha già fatto più di 9.000 morti e 20.000 feriti!
Il breve conflitto dell’agosto 2008 in Georgia può essere considerato a tutti gli effetti una prova generale di una guerra più ampia. Una guerra ibrida combattuta con diverse armi: azioni militari, terrorismo, disinformazione e cyber terrorismo. Emblematici in tal senso gli attacchi hacker subiti dai siti internet di governo, banche e aziende estoni all’indomani della rimozione per motivi di ordine pubblico da parte del governo estone, il 26 aprile 2007, di una statua di bronzo dedicata a un soldato dell’Armata Rossa.

dugin
La disinformazione, in russo disinformacija, e i canali e le modalità con cui è stata veicolata in questi anni meritano una disamina puntuale.
Centrale è il concetto di geopolitica. O meglio il concetto di geopolitica elaborato dal Cremlino tramite consulenti quali Vitaly Tretiakov – collaboratore della rivista italiana Limes – e Aleksandr Dugin, teorico dell’Eurasia fervente ammiratore di Stalin e di Hitler.
Secondo tale concezione i piccoli stati non avrebbero alcun diritto alla propria sovranità dal momento che la sovranità dipende dalla forza, non dal diritto di internazionale.
Il diritto internazionale per Dugin è una sovrastruttura di quell’Occidente tanto odiato e disprezzato che lui vorrebbe distruggere alleandosi, se necessario, anche con il mondo islamico, per dar vita a un impero euroasiatica che unisca Vladivostok a Lisbona.
Questa singolare concezione della geopolitica, intesa come rapporto di forza, concezione che ricorda da vicino le idee del nazionalsocialismo hitleriano, è stata propagandata in Italia anche da riviste reputate autorevoli come Limes. A partire dal 2008 con il numero 3 intitolato Progetto Russia la rivista diretta da Lucio Caracciolo, creando non pochi imbarazzi a qualche autorevole membro del suo comitato scientifico, ha iniziato a presentare ai suoi lettori piantine con un’Ucraina smembrata in varie zone e articoli dagli eloquenti titoli Come smembrare Ucraina e Georgia.
Questa idea di geopolitica è la stessa – sottolinea Wilson – che ritroviamo nel discorso pronunciato da Putin nel marzo 2014 per celebrare l’occupazione e successiva annessione della Crimea all’interno della Federazione Russa.
La Crimea rappresenta la nostra tradizione storica. La Crimea è un importante fattore di stabilità nella regione. E questo territorio strategico deve appartenere a uno stato forte e stabile che oggi può essere solo la Russia”.

terra nera

Lo storico Timothy Snyder nel suo ultimo saggio Terra Nera. L’olocausto tra Storia e Presente sottolinea l’estrema gravità dello scenario attuale paragonandolo all’Europa del Patto Molotov-Ribbentrop.
Nelle conclusioni finale del libro l’accademico statunitense scrive con grande acume e lucidità : “Inaugurata nel 2013 una nuova fase coloniale, i leader e i propagandisti russi hanno negato ai loro vicini ucraini il diritto di esistere o li hanno etichettati come russi di second’ordine. Con parole che ricordano quelle pronunciate da Hitler sugli ucraini (e sui russi), le autorità hanno definito l’Ucraina un’entità creata artificialmente, senza storia, cultura né lingua, appoggiata da un gruppo mondiale di ebrei, omosessuali, europei e americani. Nella guerra russa contro l’Ucraina che questa retorica avrebbe dovuto giustificare, i primi vantaggi sono stati i giacimenti di gas naturale nel Mar Nero, vicino alla penisola della Crimea, che la Russia ha invaso e annesso nel 2014. Il terreno fertile dell’Ucraina continentale, la sua terra nera, rende la regione un esportatore primario di cibo, cosa che non si può dire della Russia.
Il presidente Vladimir Putin ha elaborato una dottrina di politica estera basata sulla guerra etnica. Questo approccio, che ricava dal linguaggio la legittimità a invadere a prescindere che sia stato usato in Cecoslovacchia da Hitler o in Ucraina da Putin, decostruisce le logiche della sovranità nazionale e dei diritti e getta le basi per lo smantellamento degli Stati. Trasforma entità statali riconosciute in bersagli di aggressione volontarie e gli individui in oggetti etnici i cui presunti interessi sono determinati da altri paesi. Putin si è messo a capo delle forze populiste, fasciste e neonaziste presenti in Europa. Impegnata a dar sostegno ai politici che incolpano gli ebrei dei problemi planetari e a sperimentare tecniche di distruzione statale, Mosca ha nel frattempo creato un nuovo capro espiatorio globale: gli omosessuali. Questa nuova idea di una “lobby gay” responsabile della decadenza del mondo non è più sensata della vecchia idea nazista di una “lobby ebraica” colpevole dello stesso male, eppure ha già cominciato a farsi spazio nel mondo”.

Massimiliano Di Pasquale

 

Ucraina. Il Genocidio Dimenticato

Ettore Cinnella, sovietologo italiano – curatore nel 2004 della postfazione dell’edizione italiana di Raccolto di Dolore, libro di Robert Conquest su collettivizzazione sovietica e carestia terroristica – ha pubblicato nei mesi scorsi un interessante saggio dedicato allo stesso tema affrontato dallo storico anglo-americano nel 1986.
Il volume, che tra le altre cose si avvale dell’ampia documentazione proveniente dagli archivi dell’ex Unione Sovietica accessibili solo dall’epoca della perestrojka, è stato concepito con il precipuo scopo di far conoscere una delle massime tragedie del mondo contemporaneo a una platea più vasta di quella rappresentata dal mondo, talvolta chiuso ed autoreferenziale, degli accademici.
Mentre il dramma della Shoah è noto pressoché a tutti, il Holodomor, la morte per inedia imposta agli agricoltori ucraini nel biennio 1932-33 da Stalin – il termine significa in ucraino sterminio per fame (holod – carestia, fame – e moryty – uccidere) – è una vicenda che non trova ancora spazio nei libri di scuola ed è ignorata dalla maggioranza dei cittadini al di fuori dell’Ucraina .
Il volume di Cinnella, unendo rigore filologico, profondità dell’analisi storica e sintassi fluida e scorrevole, si rivela testo imprescindibile per chi nel nostro Paese voglia approfondire una delle pagine più aberranti della storia sovietica.
La conoscenza di questo genocidio sociale e nazionale costituisce infatti sorta di conditio sine qua non per comprendere i profondi sentimenti del popolo ucraino.
Scrive l’autore nell’introduzione: “La tragedia del holodomor non è soltanto una fosca pagina di storia, appartenente al passato e ormai archiviata. Essendo assurta a doloroso simbolo del riscatto nazionale dell’Ucraina, essa dev’esser conosciuta anche da chi vuol capir qualcosa dei sentimenti più profondi di quel popolo”.
Anche e soprattutto alla luce degli eventi odierni. Cinnella conclude infatti l’introduzione sottolineando come “anziché chiedere perdono e lenire così le antiche ferite, la Russia con l’attuale aggressione contribuisce a riaprirle, facendole bruciare e sanguinare ancora una volta”.
Il libro, che ricostruisce puntualmente le vicende storiche “ricorrendo oltre che alle rievocazioni dei testimoni e delle vittime, ai documenti di parte comunista i quali sono, da questo punto di vista, inoppugnabili”, è diviso in undici capitoli nei quali l’autore sviscera i complessi temi legati al genocidio ucraino.

Ucraina, il genocidio dimenticato - ettore cinnella
I primi due, La tragedia negata e L’irruzione della verità, affrontano le interessanti, e per certi versi attualissime, questioni relative al negazionismo e all’editoria della manipolazione.
Il caso più noto e clamoroso fu quello del corrispondente da Mosca del New York Times Walter Duranty che grazie ai suoi servizi apologetici sull’URSS di Stalin – di cui si sospetta fosse a libro paga – conseguì addirittura il Premio Pulitzer per il giornalismo.
Duranty, nonostante fosse a conoscenza della carestia artificiale organizzata da Stalin per piegare la resistenza dei contadini che si opponevano al processo di collettivizzazione – in una rivelazione confidenziale al diplomatico inglese William Strang aveva ammesso che la popolazione dell’Ucraina era diminuita di 4-5 milioni –, nell’articolo che gli valse il prestigioso premio intitolato Russians Hungry but not Starving scriveva: “non c’è di fatto inedia né ci sono morti per inedia, ma una diffusa mortalità per malattie dovute a malnutrizione”.
Un atteggiamento simile fu quello adottato dal celebre accademico di Cambridge Edward H. Carr che dopo aver parlato nel 1933 di “presunta carestia” in Ucraina, nelle decadi successive alla tragedia scrisse libri in cui glorificava il sistema sovietico. Carr, diplomatico di formazione, conservatore britannico, inizialmente avversario del socialismo, era un uomo colto e cinico che venerava i rapporti di forza e rispettava i vincitori. Il suo ritratto dipinto da Ettore Cinnella ricorda tantissimo quello di un noto storico italiano di area conservatrice che in questi mesi, in barba ad ogni evidenza empirica e a qualsiasi norma di diritto internazionale, ha salutato con simpatia l’occupazione russa della Crimea del marzo 2014 e ha elogiato il pugno di ferro di Putin.
Nei capitoli successivi il volume ricostruisce con dovizia di particolari le diverse fasi che dal 1929 al 1933 accompagnarono il progetto staliniano di collettivizzazione delle campagne.
“All’inizio degli anni Trenta, decine di milioni di persone videro sconvolte le loro abitudini di vita e di lavoro, trasformandosi nel materiale umano di una colossale opera d’ingegneria sociale diretta dall’alto la quale, per celerità d’attuazione e brutalità, non ha forse eguali nella storia umana”.
La guerra contro le campagne, dove viveva e lavorava la stragrande maggioranza della popolazione, iniziò nel 1929 – il 7 novembre di quell’anno Stalin pubblicò sulla Pravda un articolo, L’anno della grande svolta, in cui sosteneva che il 1929 si era contraddistinto per “l’offensiva del socialismo contro gli elementi capitalistici della città e della campagna” – e si concluse nel 1933 con il completo assoggettamento dei contadini ridotti a servi della gleba.
“La grande carestia in Ucraina fu il momento culminante, con tratti peculiari, di una assai più vasta tragedia, che dobbiamo rievocare negli aspetti essenziali per capire il holodomor”.
Il processo di collettivizzazione delle campagne e la contestuale industrializzazione forzata, finanziata attraverso la confisca del grano venduto in Occidente in cambio di valuta pregiata, durò cinque anni e fu accompagnato da una momentanea tregua nella primavera estate del 1930.
Stalin, dopo aver incoraggiato eccessi di ogni genere, facendo ricadere la colpa sui membri locali del partito, ossia coloro che erano incaricati di gestire le operazioni di sequestro del grano, ne ordinò la fine momentanea.
Ma pochi mesi più tardi, nell’autunno del 1930, iniziò la seconda brutale offensiva affidata a Molotov e Kaganovič, forse gli unici due uomini del Partito di cui Stalin si fidava ciecamente.
Mentre l’adesione di Molotov alla linea politica del capo nasceva “dal fermo convincimento che essa fosse giusta e andasse attuata ad ogni costo”, la fedeltà di Kaganovič era quella di un umile plebeo la cui vertiginosa carriera politica era dovuta principalmente all’atteggiamento di cieca devozione e di assoluta obbedienza al capo supremo. “La sconfinata ammirazione per colui che considerava insieme capo e maestro, unita ad energiche doti organizzative e ad una volontà ferrea, facevano di Kaganovič l’uomo di cui Stalin necessitava per attuare la sua politica”.


Prima di descrivere minuziosamente le fasi finali della guerra contro i contadini ucraini Cinnella analizza l’opposizione a Stalin all’interno del Partito del marxista-leninista Rjutin e il ruolo della Polonia che, abitata da una forte minoranza ucraina, seguiva con attenzione le vicende interne sovietiche.
Sia Rjutin che aveva diretto l’opera di collettivizzazione in Kazachistan e in Siberia ed era a conoscenza delle violenze e degli orrori della collettivizzazione sia l’uomo forte di Varsavia Piłsudski rappresentavano due serie minacce alla politica staliniana. Il dittatore sovietico provvederà a fare arrestare il primo nel 1932 e a siglare con il secondo il 27 novembre dello stesso anno un patto di non aggressione sovieto-polacco. Messa a tacere l’opposizione interna e scongiurato il pericolo di un’invasione polacca Stalin intraprese un’implacabile guerra contro le campagne e contro l’intellighenzia nazionale ucraina.
“Era una guerra all’ultimo sangue, che non poteva più concludersi con un compromesso, ma con una chiara vittoria dell’una o dell’altra parte belligerante: o con il ritorno al NEP (e l’inevitabile crisi nel partito) o con la salda instaurazione dell’ordinamento servile (sotto forma di fattorie collettive)”.
In Ucraina l’avvio della collettivizzazione forzata coincise con l’attacco alla Chiesa ortodossa locale che fu accomunata ai peggiori nemici del Partito (kulaki e nazionalisti borghesi) e fu sciolta nel gennaio 1930 dopo una violenta campagna di stampa. Milioni, almeno 4 secondo le stime più recenti, furono coloro che morirono a causa delle deportazioni, della mancanza di viveri, della deprivazione fisica e dei suicidi.
“Dal holodomor l’intero popolo ucraino uscì debellato e offeso, straziato nel corpo e nell’anima. Scomparve il fior fiore dell’intellighenzia, che curava la memoria storica della nazione, e furono fatti morire tra indicibili tormenti milioni di laboriosi agricoltori, che provvedevano a tener colmo ‘il granaio d’Europa’”.

Ettore Cinnella, Ucraina. Il genocidio dimenticato 1932-1933 Della Porta Editori, Pisa 2015

Massimiliano Di Pasquale

Su Holodomor vedi anche:

https://massimilianodipasquale.wordpress.com/2014/06/17/holodomor-4-oxana-pachlovska/

https://massimilianodipasquale.wordpress.com/2014/06/14/holodomor-1-lettere-da-kharkov/

https://massimilianodipasquale.wordpress.com/2014/06/16/holodomor-3-george-orwell/

https://massimilianodipasquale.wordpress.com/2014/06/14/holodomor-2-quaderni-ucraini/