PRINCIPE GIALLO

Sinistra figura allegorica ispirata al Viy di Nicolai Gogol, il Principe Giallo – titolo scelto da Vasyl Barka per il suo straordinario romanzo sul Holodomor – è la personificazione della Morte. Una Morte fisica e spirituale che, come ha scritto Oxana Pachlovska in Civiltà Letteraria Ucraina,  “nasce nei recessi più tenebrosi della coscienza umana e scatena i suoi demoni”.

Il libro, uscito in Italia per i tipi di Pentàgora solo nel 2016, cinquantaquattro anni dopo la sua pubblicazione negli Stati Uniti e trentacinque dopo l’edizione francese, è il resoconto di una delle più dolorose sofferenze della storia contemporanea paragonabile forse – scrive il suo autore – “allo sterminio degli ebrei sotto i nazisti”.

Attraverso una prosa dura e diretta ma non priva di squarci poetici, Barka racconta la lenta agonia che accompagna i componenti della famiglia Katrannyk – il padre Myron , la madre Dariya , la nonna Kharytyna e i tre figli Mykola, Olena e Andriy – in un villaggio immaginario dell’Ucraina centro-orientale, Klenotochi, nel terribile 1933. Nessuno ad eccezione del piccolo Andriy verrà risparmiato dall’atroce morte riservata loro dalla requisizione non solo del grano ma di qualsiasi cosa commestibile da parte degli uomini di Mosca come lo spietato capo bolscevico Hryhoriy Otrokhodin.

Se un bambino, consumato dalla fame, prendeva qualche spiga nelle mani ossute, le guardie sparavano all’istante. Gli invasori buttavano a terra i resti della zuppa di semolino tenuta da parte per i figli dalla madre e li schiacciavano con gli stivali. Nei mandanti e negli esecutori non c’era più nessuna traccia di umanità. Si vedeva solo una sorta di perversa maschera demoniaca. Anche nella morte stessa c’era qualcosa di misterioso: all’improvviso gli uccelli in volo rovinavano senza vita sulla terra; morivano anche molti degli zelanti complici della razzia, che di cibo ne avevano in abbondanza. Come se avessero assunto sostanze avvelenate”.

Questa straziante memoria è tratta dalla nota scritta dallo stesso Barka in calce al libro. L’autore, poeta, scrittore e critico letterario ucraino emigrato nel 1943 in Germania, stabilitosi poi negli Stati Uniti, fu infatti testimone oculare di quegli eventi. Vasyl Ocheret, in arte Vasyl Barka, era nato a Solonytsia, un villaggio nella regione di Poltava nel 1908 da una famiglia di origini cosacche. All’epoca del Holodomor era un giovane intellettuale di venticinque anni che, dopo aver lavorato come insegnante in un villaggio minerario in Donbas, si era in seguito laureato all’Università di Mosca con una tesi sulla Divina Commedia di Dante.

Il Principe Giallo, la cui stesura iniziò negli Stati Uniti nel 1958, si basa su un mix di impressioni personali e racconti di altri ucraini raccolti in un quarto di secolo.

La parte principale è composta da impressioni personali: la fame si sopportava con fatica, era debilitante, con il corpo segnato dalle ferite aperte dei vasi sanguigni che emettevano un liquido brunastro e la pelle delle gambe che si lacerava, mettendo in risalto una superficie mucosa e sanguinolenta. Era difficile camminare e bisognava appoggiarsi ogni tanto a una parete o a una staccionata, attorno a cui giacevano in tanti, già morti. Sembrava che la fine fosse arrivata, ma con la grazia di Dio siamo sopravvissuti, forse per testimoniare ciò che è accaduto.

Nel complesso l’opera si compone di tre piani che potremmo definire un piano realistico – in cui si rappresenta la disgrazia della famiglia contadina alla ricerca disperata del pane, un piano psicologico – in cui l’autore descrive i sentimenti delle vittime del genocidio e un ultimo piano metafisico-spirituale – in cui si manifestano “quei fenomeni legati al mondo delle forze oscure, profondamente contrarie alla natura umana”.

Dal punto di vista stilistico, è interessante notare che nonostante Barka fosse un poeta modernista – Oxana Pachlovska definisce la sua poesia come un microcosmo ermetico in cui si rispecchiano e si fondono vari macrocosmi come quello della Bibbia, dell’universo orientale, del Rinascimento e dell’antica tradizione popolare ucraina – Il Principe Giallo è un romanzo dalla struttura classica caratterizzato da una prosa complessa.

Alessandro Achilli, che ha tradotto il libro sul testo originale ucraino, sottolinea come l’idioma usato sia complesso, distante dall’ucraino di oggi e ricco di espressioni dialettali.

La versione di Olga Jaworsky è decisamente più letterale della mia. Per rendere la lettura più agevole per il pubblico italiano ho adattato certi brani con una buona dosa di audacia. Sono anche passati trentacinque anni tra le due traduzioni, il che può anche giustificare in parte le due diverse scelte traduttologiche”.

Massimiliano Di Pasquale

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Ucraina. Il Genocidio Dimenticato

Ettore Cinnella, sovietologo italiano – curatore nel 2004 della postfazione dell’edizione italiana di Raccolto di Dolore, libro di Robert Conquest su collettivizzazione sovietica e carestia terroristica – ha pubblicato nei mesi scorsi un interessante saggio dedicato allo stesso tema affrontato dallo storico anglo-americano nel 1986.
Il volume, che tra le altre cose si avvale dell’ampia documentazione proveniente dagli archivi dell’ex Unione Sovietica accessibili solo dall’epoca della perestrojka, è stato concepito con il precipuo scopo di far conoscere una delle massime tragedie del mondo contemporaneo a una platea più vasta di quella rappresentata dal mondo, talvolta chiuso ed autoreferenziale, degli accademici.
Mentre il dramma della Shoah è noto pressoché a tutti, il Holodomor, la morte per inedia imposta agli agricoltori ucraini nel biennio 1932-33 da Stalin – il termine significa in ucraino sterminio per fame (holod – carestia, fame – e moryty – uccidere) – è una vicenda che non trova ancora spazio nei libri di scuola ed è ignorata dalla maggioranza dei cittadini al di fuori dell’Ucraina .
Il volume di Cinnella, unendo rigore filologico, profondità dell’analisi storica e sintassi fluida e scorrevole, si rivela testo imprescindibile per chi nel nostro Paese voglia approfondire una delle pagine più aberranti della storia sovietica.
La conoscenza di questo genocidio sociale e nazionale costituisce infatti sorta di conditio sine qua non per comprendere i profondi sentimenti del popolo ucraino.
Scrive l’autore nell’introduzione: “La tragedia del holodomor non è soltanto una fosca pagina di storia, appartenente al passato e ormai archiviata. Essendo assurta a doloroso simbolo del riscatto nazionale dell’Ucraina, essa dev’esser conosciuta anche da chi vuol capir qualcosa dei sentimenti più profondi di quel popolo”.
Anche e soprattutto alla luce degli eventi odierni. Cinnella conclude infatti l’introduzione sottolineando come “anziché chiedere perdono e lenire così le antiche ferite, la Russia con l’attuale aggressione contribuisce a riaprirle, facendole bruciare e sanguinare ancora una volta”.
Il libro, che ricostruisce puntualmente le vicende storiche “ricorrendo oltre che alle rievocazioni dei testimoni e delle vittime, ai documenti di parte comunista i quali sono, da questo punto di vista, inoppugnabili”, è diviso in undici capitoli nei quali l’autore sviscera i complessi temi legati al genocidio ucraino.

Ucraina, il genocidio dimenticato - ettore cinnella
I primi due, La tragedia negata e L’irruzione della verità, affrontano le interessanti, e per certi versi attualissime, questioni relative al negazionismo e all’editoria della manipolazione.
Il caso più noto e clamoroso fu quello del corrispondente da Mosca del New York Times Walter Duranty che grazie ai suoi servizi apologetici sull’URSS di Stalin – di cui si sospetta fosse a libro paga – conseguì addirittura il Premio Pulitzer per il giornalismo.
Duranty, nonostante fosse a conoscenza della carestia artificiale organizzata da Stalin per piegare la resistenza dei contadini che si opponevano al processo di collettivizzazione – in una rivelazione confidenziale al diplomatico inglese William Strang aveva ammesso che la popolazione dell’Ucraina era diminuita di 4-5 milioni –, nell’articolo che gli valse il prestigioso premio intitolato Russians Hungry but not Starving scriveva: “non c’è di fatto inedia né ci sono morti per inedia, ma una diffusa mortalità per malattie dovute a malnutrizione”.
Un atteggiamento simile fu quello adottato dal celebre accademico di Cambridge Edward H. Carr che dopo aver parlato nel 1933 di “presunta carestia” in Ucraina, nelle decadi successive alla tragedia scrisse libri in cui glorificava il sistema sovietico. Carr, diplomatico di formazione, conservatore britannico, inizialmente avversario del socialismo, era un uomo colto e cinico che venerava i rapporti di forza e rispettava i vincitori. Il suo ritratto dipinto da Ettore Cinnella ricorda tantissimo quello di un noto storico italiano di area conservatrice che in questi mesi, in barba ad ogni evidenza empirica e a qualsiasi norma di diritto internazionale, ha salutato con simpatia l’occupazione russa della Crimea del marzo 2014 e ha elogiato il pugno di ferro di Putin.
Nei capitoli successivi il volume ricostruisce con dovizia di particolari le diverse fasi che dal 1929 al 1933 accompagnarono il progetto staliniano di collettivizzazione delle campagne.
“All’inizio degli anni Trenta, decine di milioni di persone videro sconvolte le loro abitudini di vita e di lavoro, trasformandosi nel materiale umano di una colossale opera d’ingegneria sociale diretta dall’alto la quale, per celerità d’attuazione e brutalità, non ha forse eguali nella storia umana”.
La guerra contro le campagne, dove viveva e lavorava la stragrande maggioranza della popolazione, iniziò nel 1929 – il 7 novembre di quell’anno Stalin pubblicò sulla Pravda un articolo, L’anno della grande svolta, in cui sosteneva che il 1929 si era contraddistinto per “l’offensiva del socialismo contro gli elementi capitalistici della città e della campagna” – e si concluse nel 1933 con il completo assoggettamento dei contadini ridotti a servi della gleba.
“La grande carestia in Ucraina fu il momento culminante, con tratti peculiari, di una assai più vasta tragedia, che dobbiamo rievocare negli aspetti essenziali per capire il holodomor”.
Il processo di collettivizzazione delle campagne e la contestuale industrializzazione forzata, finanziata attraverso la confisca del grano venduto in Occidente in cambio di valuta pregiata, durò cinque anni e fu accompagnato da una momentanea tregua nella primavera estate del 1930.
Stalin, dopo aver incoraggiato eccessi di ogni genere, facendo ricadere la colpa sui membri locali del partito, ossia coloro che erano incaricati di gestire le operazioni di sequestro del grano, ne ordinò la fine momentanea.
Ma pochi mesi più tardi, nell’autunno del 1930, iniziò la seconda brutale offensiva affidata a Molotov e Kaganovič, forse gli unici due uomini del Partito di cui Stalin si fidava ciecamente.
Mentre l’adesione di Molotov alla linea politica del capo nasceva “dal fermo convincimento che essa fosse giusta e andasse attuata ad ogni costo”, la fedeltà di Kaganovič era quella di un umile plebeo la cui vertiginosa carriera politica era dovuta principalmente all’atteggiamento di cieca devozione e di assoluta obbedienza al capo supremo. “La sconfinata ammirazione per colui che considerava insieme capo e maestro, unita ad energiche doti organizzative e ad una volontà ferrea, facevano di Kaganovič l’uomo di cui Stalin necessitava per attuare la sua politica”.


Prima di descrivere minuziosamente le fasi finali della guerra contro i contadini ucraini Cinnella analizza l’opposizione a Stalin all’interno del Partito del marxista-leninista Rjutin e il ruolo della Polonia che, abitata da una forte minoranza ucraina, seguiva con attenzione le vicende interne sovietiche.
Sia Rjutin che aveva diretto l’opera di collettivizzazione in Kazachistan e in Siberia ed era a conoscenza delle violenze e degli orrori della collettivizzazione sia l’uomo forte di Varsavia Piłsudski rappresentavano due serie minacce alla politica staliniana. Il dittatore sovietico provvederà a fare arrestare il primo nel 1932 e a siglare con il secondo il 27 novembre dello stesso anno un patto di non aggressione sovieto-polacco. Messa a tacere l’opposizione interna e scongiurato il pericolo di un’invasione polacca Stalin intraprese un’implacabile guerra contro le campagne e contro l’intellighenzia nazionale ucraina.
“Era una guerra all’ultimo sangue, che non poteva più concludersi con un compromesso, ma con una chiara vittoria dell’una o dell’altra parte belligerante: o con il ritorno al NEP (e l’inevitabile crisi nel partito) o con la salda instaurazione dell’ordinamento servile (sotto forma di fattorie collettive)”.
In Ucraina l’avvio della collettivizzazione forzata coincise con l’attacco alla Chiesa ortodossa locale che fu accomunata ai peggiori nemici del Partito (kulaki e nazionalisti borghesi) e fu sciolta nel gennaio 1930 dopo una violenta campagna di stampa. Milioni, almeno 4 secondo le stime più recenti, furono coloro che morirono a causa delle deportazioni, della mancanza di viveri, della deprivazione fisica e dei suicidi.
“Dal holodomor l’intero popolo ucraino uscì debellato e offeso, straziato nel corpo e nell’anima. Scomparve il fior fiore dell’intellighenzia, che curava la memoria storica della nazione, e furono fatti morire tra indicibili tormenti milioni di laboriosi agricoltori, che provvedevano a tener colmo ‘il granaio d’Europa’”.

Ettore Cinnella, Ucraina. Il genocidio dimenticato 1932-1933 Della Porta Editori, Pisa 2015

Massimiliano Di Pasquale

Su Holodomor vedi anche:

https://massimilianodipasquale.wordpress.com/2014/06/17/holodomor-4-oxana-pachlovska/

https://massimilianodipasquale.wordpress.com/2014/06/14/holodomor-1-lettere-da-kharkov/

https://massimilianodipasquale.wordpress.com/2014/06/16/holodomor-3-george-orwell/

https://massimilianodipasquale.wordpress.com/2014/06/14/holodomor-2-quaderni-ucraini/

 

Breve compendio storico sui rapporti tra il Patriarcato di Mosca e il Cremlino

Dal momento che negli ultimi giorni si è sviluppato un interessante dibattito sui rapporti tra la Chiesa Cattolica e il Patriarcato Ortodosso di Mosca in relazione alla guerra in Ucraina, ritengo utile offrire una breve prospettiva storica che possa aiutare a chiarire i legami tra il Patriarcato di Mosca e il Cremlino. Ognuno potrà giudicare in base alla propria sensibilità e al suo acume politico se la linea di credito offerta dall’attuale diplomazia vaticana al patriarca Kirill sia funzionale o meno alla risoluzione pacifica del conflitto ucraino. Il testo è un estratto del sesto capitolo di Ucraina Terra di Confine. Viaggi nell’Europa Sconosciuta, saggio da me pubblicato nel 2012 per l’editore Il Sirente. Buona lettura

Ucraina terra di Confine cover

È il 7 dicembre 1945 quando l’allora Patriarca Ortodosso di Mosca, Alessio I, informa il capo del comitato sovietico per gli affari religiosi Georgy Karpov che è stata presa un’iniziativa all’interno delle diocesi greco-cattoliche dell’Ucraina occidentale per sciogliere questa Chiesa e convertirla al credo ortodosso.
Più di 800 preti hanno già aderito a questo progetto e per la fine dell’anno l’intero clero, con l’eccezione di pochi duri a morire, avrà fatto lo stesso” scrive Alessio I.
Stalin, che durante la Seconda Guerra Mondiale aveva allentato la pressione sui credenti affinché il Patriarcato di Mosca fosse al suo fianco nella guerra contro l’invasore nazista, riprende la propria politica antireligiosa decidendo di liquidare la Chiesa greco-cattolica considerata alleata del Vaticano, ossia di una potenza nemica. Con la complicità di tre sacerdoti collaborazionisti – Gavrylo Kostelnik, Mikhailo Melnyk e Antoniy Pelvetskyi – qualche mese più tardi, proprio a Leopoli, viene convocato un “concilio” straordinario che annulla le decisioni del sinodo di Brest del 1596 che aveva sancito il legame con la Chiesa di Roma. Nonostante l’illegittimità del concilio, cui non partecipa alcun vescovo e solo un sesto dei 1270 preti, la Chiesa greco-cattolica, a partire da quel 10 marzo 1946, viene sciolta e fatta confluire forzosamente all’interno del patriarcato ortodosso. Nei tre anni successivi, tra il 1946 e il 1949, i vescovi uniati vengono arrestati e le loro mansioni sono assunte da emissari del Patriarcato di Mosca. I credenti, all’epoca circa 4 milioni, si dividono. Una parte minoritaria comincia a frequentare obtorto collo le chiese ortodosse, la maggioranza continuerà a professare la propria fede in clandestinità per oltre quarant’anni. I fedeli che non accettano le deliberazioni sono oggetto di vere e proprie persecuzioni.
Josyp Slipyi, il metropolita uniate cui alla fine della Seconda Guerra Mondiale era stato chiesto dalle autorità sovietiche di persuadere gli ucraini ad abbandonare la lotta per l’indipendenza, viene arrestato e rilasciato solo diciotto anni dopo nel 1963.
La sua biografia era da martirologio – ricorda ne L’URSS vista da vicino Giulio Andreotti, che ebbe modo di conoscerlo negli anni ’60, quando fondò a Roma un centro culturale e religioso nel quale si dovevano elaborare e stampare anche le pubblicazioni per l’evangelizzazione dell’Oriente vicino. “L’11 aprile 1945 fu arrestato assieme ad altri vescovi e alla loro cattività si aggiunse l’umiliazione umana di dover leggere un appello ai cattolici ucraini del patriarca di Mosca Alessio nel quale si insinuava che fossero stati i loro vescovi ad abbandonarli. A questa infamia reagì, con una immediata enciclica, anche Pio XII. Bastone e carota. A Slipyi fu offerta, purché si separasse da Roma, la chiesa metropolitana di Kyiv della Chiesa russa. Naturalmente rifiutò e gli furono comminati otto anni di prigione spostandolo – per timore che il suo eroico fascino conquistasse la gente – in diverse carceri; angariato ogni giorno e ogni notte da interrogatori e da raffinate ostilità”.
Morirà nel 1984 a 92 anni e non farà in tempo ad assistere alla visita di Mikhail Gorbachev in Vaticano dell’ottobre 1989. Lo storico incontro tra il leader della perestroika e Giovanni Paolo II sancirà di fatto la legalizzazione della chiesa greco-cattolica in Ucraina e la restituzione delle chiese usurpate dalle autorità locali alla comunità uniate. Nel marzo 1991 anche il cardinale Myroslav Lubachivsky, successore di Slipyi, potrà fare ritorno nella sua sede di Leopoli.
Qualche mese prima i futuri golpisti Baklanov e Varennikov, gli intellettuali nazionalisti Bondarev e Prochanov e Aleksey Ridiger, meglio noto come Alessio II, in una missiva a Gorbachev pubblicata dal quotidiano neostalinista “Sovetskaya Rossiya” avevano condannato glasnost e perestroika gorbacioviane riaffermando il ruolo imperiale di Mosca. A essere in pericolo, secondo costoro, era il più grande valore trasmesso dalla storia russa, vale a dire la patria, identificata con lo Stato, che andava difeso dalle attività di separatisti e sovversivi, anche attraverso l’introduzione del potere presidenziale diretto. Alessio II, che aveva gestito per vent’anni gli affari generali del patriarcato collaborando anche con il KGB, con quella lettera difendeva il ruolo dell’URSS e al contempo il dominio della sua Chiesa sull’Ucraina, dove si concentrava il maggior numero di parrocchie, riaffermando il divieto alla ricostruzione della Chiesa uniate che stava cominciando a riemergere.

KIRILL

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La visita non è semplicemente pastorale, è politica” ha affermato padre Ihor Yatsyv, segretario di Lubomyr Huzar, capo della Chiesa greco-cattolica ucraina, dopo il discorso pronunciato da Kirill in diretta televisiva il 28 luglio 2009 a Kyiv. “Considerando le affermazioni di Kirill rispetto all’indivisibilità di Ucraina e Russia, viene da chiedersi se il patriarca sa che oggi l’Ucraina è uno Stato indipendente”.
Dietro i timori degli uniati, cinquemila dei quali sono scesi in piazza nella capitale in segno di protesta, c’è il fondato sospetto che Kirill sia in Ucraina per promuovere, in continuità con il suo predecessore Alessio II, un’agenda politica dettata dal Cremlino.
Una tesi, questa, nient’affatto peregrina per chi conosce la storia russa degli ultimi quattro secoli. La maggioranza degli storici è concorde nel ritenere che agli inizi del ‘600 il vero regnante non fosse lo zar Michele I, primo monarca della dinastia Romanov, bensì il patriarca Filarete. Anche l’ex dissidente sovietico Aleksandr Solzhenitsyn, negli ultimi anni di vita strenuo difensore delle politiche di Putin, afferma nel saggio La Questione russa alla fine del secolo XX, pubblicato del 1994, come la costruzione di una grande Russia comprendente al suo interno Ucraina, Bielorussia e Kazakhstan passi necessariamente per un ruolo militante della Chiesa ortodossa.
Dopo la proclamazione di indipendenza dall’URSS nel ’91, la Chiesa Ortodossa Ucraina si è scissa in tre giurisdizioni – Patriarcato di Mosca, Patriarcato di Kyiv, Chiesa Ortodossa Autocefala. Il patriarcato di Kyiv, creato nel giugno 1992 dal metropolita Filaret e dai suoi sostenitori dopo la rimozione di quest’ultimo dalla guida della Chiesa Ucraina Ortodossa-Patriarcato di Mosca, fu supportato da membri del parlamento e da vari partiti di ispirazione patriottica. Mykola Porovskyi, deputato del Rukh, il partito che più aveva contribuito all’indipendenza del paese dal giogo sovietico, sosteneva l’opportunità che la giurisdizione della Chiesa Ortodossa Ucraina rimanesse all’interno dei confini del paese. Ciò era considerato funzionale anche al perseguimento di un’efficace politica di nation building, assolutamente necessaria in quegli anni. La Chiesa Autocefala, che nacque invece con il supporto delle Chiese Ortodosse della diaspora del Nord America, seppure in disputa con il Patriarcato di Mosca, si mosse in un contesto di strenua competizione per la rinascita dei greco-cattolici. Nel corso degli anni seguenti fu però l’ala russofila, quella legata al Patriarcato di Mosca, a dimostrarsi la meno sensibile al dialogo interreligioso.
La più grossa frattura nel mondo cristiano d’Ucraina si produce però nel 2004 in occasione dello scontro finale per la presidenza tra Viktor Yushchenko e Viktor Yanukovych. Mentre la Chiesa ortodossa del Patriarcato di Kyiv, la Chiesa autocefala, quella greco-cattolica e altre fedi si uniscono, con appelli di ordine morale e civico super partes, in una protesta solidale contro le ingerenze dirette della Russia intese a impedire che soffi anche sull’Ucraina il vento dell’Europa e della democrazia, la Chiesa ortodossa del Patriarcato di Mosca, per bocca di Andrei Kuraev, professore dell’Accademia teologica moscovita, si scaglia contro Viktor Yushchenko definendolo “l’Anticristo”.
La Kyiv arancione – scrive Oxana Pachlovska – non registrava solo la frattura tra civiltà cristiano-occidentale e civiltà cristiano-orientale, ma al suo interno rivelava anche una conflittualità crescente tra un’identità slavo-europea ed una slavo-asiatica. Questa conflittualità è puntualmente riemersa in occasione del Natale 2010, festeggiato secondo il calendario giuliano il 7 gennaio 2011, quando il presidente Yanukovych ha omesso dai saluti la comunità greco-cattolica. Gli uniati hanno immediatamente protestato e chiesto l’intervento del vice capo dell’amministrazione presidenziale, Hanna Herman, anch’ella seguace di questa Chiesa. Qualche giorno prima, il Consiglio dell’oblast di Leopoli, aveva approvato una risoluzione di condanna rispetto a un’altra amnesia del team presidenziale: l’omissione delle strofe “Spariranno i nostri nemici, come rugiada al sole/Regniamo, fratelli, sulla nostra terra” dall’inno nazionale fatto eseguire come da tradizione la notte di Capodanno sul Maidan Nezalezhnosti di Kyiv.

Massimiliano Di Pasquale

Canzoni di fede e devozione nell’Ucraina post-sovietica

Serhiy Zhadan – Depeche Mode

La falce c’era pure sulla copertina di A Broken Frame, secondo disco dei Depeche Mode, il primo senza il dimissionario Vince Clarke. Vinse pure un premio quella cover ideata da Brian Griffin, visual artist tra l’altro degli Echo and the Bunnymen. L’immagine, che apparirà nel 1989 sulla prestigiosa copertina della rivista Life, in un articolo sulle migliori foto degli anni Ottanta, ritraeva una donna di spalle, con la falce, in un campo di grano rivolta verso un cielo scuro e minaccioso.
Oggi la falce che sulla copertina italiana di Depeche Mode, romanzo di Serhiy Zhadan, enfant prodige della letteratura ucraina, fa sanguinare la rosa rossa di Violator, il disco più celebre della band di Basildon, su uno sfondo nero molto corbijniano, assume ben altra valenza.

A broken frame

A broken frame

Stabilisce lo spartiacque tra l’immaginario romantico-decadente dei Depeche Mode e quello post-sovietico di Zhadan. La falce, seppure disgiunta dal martello, probabilmente meno affilata di quella che mieteva i campi di grano della rigogliosa Ucraina, prima che Stalin e i suoi successori la riducessero a cimitero, bene simboleggia il tono generale dell’opera.
Le atmosfere noir, in bilico tra peccato e redenzione di Martin Gore, nelle pagine di Zhadan diventano affreschi acidi, “viscidi e urticanti come una limonata versata sul parquet”. Depeche Mode, pur nutrendosi di rimandi e citazioni rock (dai Beatles a Chuck Berry passando inevitabilmente per l’ensemble inglese), non è un romanzo pop, malinconico e consolatorio alla Nick Hornby, ma il ritratto generazionale di una Kharkiv che, all’indomani del crollo dell’Unione Sovietica, deve fare i conti con un senso di disorientamento che crea nei giovani, unitamente a sogni e speranze, disillusioni e paure. Che nel libro non si parli quasi mai della band di Basildon – se non in un divertentissimo quanto delirante siparietto in cui il D.J. di una radio locale, probabilmente sotto l’effetto di qualche droga, li definisce un leggendario gruppo pop irlandese formatosi nel 1980 in un bordello della città di Ulster dall’incontro tra Dave Gahan e la simpatica bionda Martin Gore – è Zhadan stesso a confermarlo.
Depeche Mode è un romanzo autobiografico che racconta la cultura underground di Kharkiv negli anni intorno al 1993. Si parla di piccoli crimini, sbronze, partite di calcio…
Il titolo – sostiene l’autore – è un omaggio alla Depeche Mode generation ucraina. Ossia a quei ragazzi che come Zhadan sono diventati adulti all’inizio degli anni ’90. E la musica dei Depeche, in particolare quella di Songs of Faith and Devotion, è la colonna sonora che ha accompagnato il loro difficile passaggio all’età adulta.
Nonostante la musica sia parte integrante della vita di Sobaka, Vasja, Kakao e degli altri ragazzi che ruotano intorno all’io narrante (Zhadan stesso, come si paleserà a pagina 139), l’autentico protagonista del libro è Kharkiv, “città post-sovietica nel guado di una transizione eterna e piena di insidie…
Se qualche anno fa la seconda città d’Ucraina fu definita da Jack Ewing di Newsweek un luogo ricco di storia e cultura – capace di reincorporare nel suo eccitante presente i simboli di un passato, spesso ingombrante, di cui gran parte del paese si è ormai liberato – al contrario quella ritratta in Depeche Mode è un agglomerato urbano grigio e fatiscente dove si vive di traffici illegali e di espedienti. E dove ex direttori di fabbrica possono diventare milionari da un giorno all’altro depredando le risorse dello stato (vero Lazarenko?)
La fabbrica cadeva a pezzi, come tutto nel paese, e il direttore si rubò tutto quello che era possibile rubare e quello che non fu possibile rubare lo ruppe, in breve si comportò secondo le vecchie istruzioni della difesa civile…

Serhiy Zhadan – Depeche Mode (cover)

Serhiy Zhadan – Depeche Mode (cover)

Non è un caso che le location scelte da Zhadan siano stazioni ferroviarie, vecchi convogli sovietici, campi nomadi, impianti industriali dismessi e mai la Pushkinska o la Sumska, le due eleganti vie del centro cittadino in cui il grigiore costruttivista dei Soviet è attenuato dai colori pastello, seppure sbiaditi, di antichi palazzi Art Nouveau. Gli scenari di periferia, funzionali all’economia narrativa di un testo crudo, talvolta abrasivo, ma mai disperato, sembrano rimandare, in un inevitabile gioco di intertestualità, alla Kharkov khruscioviana descritta da Eduard Limonov nel romanzo di formazione Podrostok Savenko (Eddy-Baby Ti Amo, nell’edizione italiana).
L’episodio al campo rom ai margini della città, dove i ragazzi fanno la conoscenza del bizzarro Jurik, un ex funzionario comunista che oggi sbarca il lunario spacciando hashish e vodka e quello notturno all’interno del treno diretto in Azerbaigian, dove l’autore ricicla, seppure in vena comica, i tanti stereotipi d’antan su georgiani, azeri e ceceni sono concepiti come veri e propri omaggi a Limonov. Ma le similitudini con il controverso autore russo, ex leader del partito nazionalbolscevico, per fortuna, si fermano qui.
Anche perché Zhadan, a differenza di Limonov, persona non grata a Kharkiv per la sua attività politica anti-ucraina dai tratti xenofobi, è un fervente sostenitore dell’idioma di Shevchenko e di Ivan Franko, i due padri storici della letteratura ucraina.
Nonostante sia vissuto fino a diciotto anni a Starobilsk, una piccola cittadina del Donbas, famosa zona mineraria del paese, a dieci chilometri dal confine russo, Zhadan parla di preferenza l’ucraino.
La sua famiglia – mi raccontò Zhadan nel 2007 quando lo incontrai a Kharkiv –ha sempre preferito esprimersi in ucraino e l’idea che nell’Est del paese tutti parlino russo è assolutamente falsa.
L’ucraino è una lingua più melodica, più elastica del russo. Una lingua perfetta per scrivere versi.
Sì, perché quello che è già stato definito il Rimbaud Ucraino, non è solo un brillante romanziere ma un poeta capace di fondere nei suoi versi tradizione e modernità. Oriente e Occidente. Kerouac e Skovoroda. Semenko e Ginsberg.
E di riallacciarsi idealmente a quella tradizione umoristica e dissacratoria che, grazie a riviste letterarie come Kharkivskyi demokryt, faceva di Kharkiv all’inizio del diciannovesimo secolo la capitale culturale dell’Ucraina.

Serhiy Zhadan – Depeche Mode, Castelvecchi, p. 192, Roma – € 16.00. Traduzione di Lorenzo Pompeo.

Massimiliano Di Pasquale

Alla scoperta della Bulgaria

R. J. Crampton – Bulgaria. Crocevia di culture

Cuore dei Balcani, per secoli contesa da due grandi imperi, quello russo e quello ottomano, la Bulgaria, nonostante l’ingresso nella UE, sette anni fa, è tuttora un Paese pressoché sconosciuto al lettore italiano. O nella migliore delle ipotesi, come sottolinea lo storico Francesco Guida nella post-fazione di questo libro, pubblicato nel 2010 dalla triestina Beit, ancorato alla visione stereotipata di un “regime politico serratamente plebiscitario e antidemocratico nelle sue decisioni (“elezioni bulgare”)”.
A venticinque anni dal crollo del regime comunista di Todor Zhivkov, che governò il paese per quasi trent’anni, dagli anni del disgelo chruscioviano (rimpiazzando Chervenkov, protetto di Stalin) fino al fatidico 1989, è opportuno lasciarsi alle spalle uno stereotipo (peraltro vero solo in parte) e conoscere la storia di un paese che, protagonista nell’ultima decade di una straordinaria transizione pacifica verso la democrazia, ha per la nuova Europa allargata una notevole importanza geopolitica.
Oggi infatti la collocazione tra Europa e Asia fa della Bulgaria, forse più della Turchia, il cui ingresso nella UE allo stato attuale appare improbabile nel medio periodo, un ponte tra due mondi che dovranno sempre più dialogare alla ricerca di proficue vie di collaborazione e di integrazione.

Richard Compton - Bulgaria

Richard Compton – Bulgaria

Il saggio di Richard J. Crampton, docente di Storia dell’Europa Orientale all’Università di Oxford, tra i massimi esperti della storia dei Balcani, coniugando brillantemente taglio accademico e divulgativo, ha l’indubbio merito di fare conoscere la Bulgaria a un pubblico potenzialmente più ampio della ristretta cerchia di accademici e specialisti.
Lo studioso inglese, che ha dedicato alla Bulgaria una monografia più poderosa, ma limitata al periodo 1848-1918, sceglie infatti in questo libro – presentato per la prima volta in traduzione al pubblico italiano – di raccontare gli eventi dal profondo Medioevo fino agli anni del post-comunismo tralasciando dettagli o risvolti che risulterebbero pesanti per i non addetti ai lavori e di concentrarsi sulla narrazione.
In linea con la migliore tradizione anglosassone Crampton introduce con notevole frequenza riflessioni, giudizi e talora testimonianze o citazioni.
Scelta questa che si rivela vincente perché riduce il distacco tra autore e lettore rendendo più agevole e gradevole la fruizione dell’opera.
Anche la decisione di corredare il volume con alcuni cenni sulla pronuncia del bulgaro, cartine geografiche riferite a varie epoche storiche, cronologia degli eventi e ben due bibliografie, quella originaria e una italiana curata dal professore Guida, è funzionale all’obiettivo sopraccitato di avvicinare alla lettura anche i neofiti.
Diviso in nove capitoli, che passano in rassegna gli avvenimenti dalla preistoria fino all’era post-comunista, il libro di Crampton è inevitabilmente più orientato verso l’epoca moderna.
Va da sé che i secoli dal 7° al 18° vengano trattati in un numero di pagine di molto inferiore rispetto al periodo 1878-2007.
Tuttavia i principali problemi e snodi storico-culturali della Bulgaria dal Medioevo al ‘700 sono illustrati con chiarezza e puntualità dallo storico inglese.
Basti pensare alla questione macedone, che riemergerà anche nell’800 o a certe correnti filosofico culturali come il bogomilismo, un’eresia cristiana del 10° secolo che, predicando ascetismo, distacco totale dalla vita mondana ed esaltando povertà, celibato, sobrietà e vegetarianismo, ha finito per plasmare ed influenzare profondamente la mentalità del popolo bulgaro.
Una delle ragioni addotte da Crampton per spiegare la debolezza, per non dire quasi l’inesistenza, di un movimento di dissidenti negli anni del regime comunista è proprio il senso di apatia che pervadeva la maggioranza dei bulgari.
Confrontando la situazione politico-sociale della Bulgaria con quella coeva della Polonia – siamo a metà degli anni ’70 – lo storico sottolinea come nel paese balcanico non esistesse un reale pericolo di rivolta da parte della società civile.
I casi di Georgi Markov – avvelenato con un dardo sparato da un ombrello sul Waterloo Bridge a Londra nel settembre 1977 per aver rivelato troppi dettagli sullo stile di vita dell’èlite politica bulgara – e quello di Vladimir Kostov – che due settimane più tardi a Parigi fu oggetto di un tentativo analogo, ma senza successo, per aver denunciato l’operato della polizia segreta bulgara e i suoi stretti legami con il Cremlino – non sono che episodi isolati.
In patria la maggior parte degli abitanti era soddisfatta o indifferente. Nonostante alcuni sporadici segnali di malcontento, non c’era il pericolo che scoppiassero proteste del tipo di quelle polacche. In Bulgaria non esisteva una chiesa indipendente che potesse sfidare l’obbedienza al regime; e quando veniva messo di fronte a un sistema politico che non lo soddisfaceva, il cittadino bulgaro tendeva a manifestare rinuncia ed apatia: l’eredità bogomila si conservava ancora”.

Todor Zhivkov

Todor Zhivkov

Durante il periodo della Zhivkovshina (1965-1981), gli anni del dominio personale di Todor Zhivkov, l’uomo di Mosca, l’unico tentativo di affrancamento culturale dall’ortodossia comunista sovietica arrivò paradossalmente proprio dalla figlia di Zhivkov.
Ljudmila Zhivkova, grazie alla sua condizione di privilegiata, aveva potuto trascorrere un anno accademico ad Oxford. Tornata in patria nel 1971 fu nominata vicepresidente della commissione per la Cultura e le arti. Quattro anni più tardi ne divenne presidente.
Quando nel 1980 fu eletta a capo della commissione del politbjuro per la Scienza, la cultura e le arti, i suoi interessi poco marxisti per il misticismo e la cultura nazionale bulgara divennero di pubblico dominio.
A riprova del suo nazionalismo, guardato con sospetto e diffidenza a Mosca, la Zhivkova organizzò nel 1981 una grande celebrazione per l’anniversario dei 1300 anni dalla fondazione del primo Stato Bulgaro.
Il nazionalismo della Zhivkova – scrive Crampton – aveva avuto connotazioni culturali e non etniche e costituì, più che una discriminazione delle minoranze presenti all’interno dello Stato, un richiamo a celebrare le conquiste della civiltà bulgara”.
Purtroppo la sua morte prematura avvenuta nel luglio 1981 a soli 39 anni – si parlò subito di un omicidio ordito da Mosca, ma non furono trovate prove per smentire la dichiarazione ufficiale di decesso a seguito di emorragia cerebrale – rappresentò un simbolico punto di svolta, dopo il quale, all’interno della classe dirigente bulgara la speranza di un rinnovamento politico-sociale fu accompagnata da notevole sfiducia.
Otto anni più tardi il crollo del Muro di Berlino e la crescente insofferenza verso un regime sempre più corrotto ed inefficiente ormai privo anche del sostegno dell’agonizzante orso sovietico, porteranno i primi venti di cambiamento anche in Bulgaria.
Nonostante la caduta di Zhivkov sia stata una congiura di palazzo ordita dalle gerarchie del partito e non una rivoluzione dal basso, a partire dal novembre 1989 la Bulgaria, al pari di altri paesi del patto di Varsavia, inizierà il suo graduale processo di affrancamento dal comunismo sovietico e di avvicinamento all’Europa.
Processo che culminerà il 1° gennaio 2007 con l’ingresso di Sofia nell’Unione Europea.

R. J. Crampton Bulgaria Crocevia di culture Traduzione di Alessandro Sfrecola, postafazione di Francesco Guida.
formato 135 x 215, 320 pagine, 13 cartine, € 20,00
ISBN: 978-8895324-11-1

Massimiliano Di Pasquale

Ideologi del Cremlino #2 – Aleksandr Dugin

“I fascisti del futuro chiameranno sé stessi antifascisti”(Winston Churchill)

Chi è Aleksandr Dugin, il controverso personaggio dell’estrema destra russa che Anton Shekhovtsov, studioso dei movimenti neonazisti europei e lo storico Timothy Snydner considerano l’eminenza grigia del Cremlino e l’ispiratore delle politiche attuate da Putin negli ultimi anni?
Chiarire i contorni di questa complessa figura non è facile, ma necessario per comprendere come mai Dugin goda in Europa delle simpatie di quelle frange politiche dell’estrema destra e dell’estrema sinistra che considerano Euromaidan un complotto della CIA e accusano l’attuale governo ucraino e il presidente Petro Poroshenko, eletto democraticamente il 25 maggio scorso, di essere una giunta militare di fascisti.
Chiedersi chi sia Dugin e su quali idee si basi la teoria eurasiatica da lui propagandata potrebbe altresì rivelarsi utile per prevedere le future mosse della Russia sullo scacchiere geopolitico internazionale. E per capire se il progetto dell’unificazione di tutti i popoli di lingua russa in un unico impero, attraverso lo smembramento delle repubbliche ex-sovietiche, sia una minaccia reale per l’Europa o un mero esercizio di retorica neosovietica.
Figlio di un ufficiale dei servizi segreti e di una dottoressa, Aleksandr Gel’evič Dugin nasce a Mosca il 7 gennaio 1962.
Nel 1979 per volere del padre si iscrive all’Istituto Aeronautico di Mosca dove il secondo anno viene espulso per scarso rendimento scolastico. Decide quindi di dedicarsi agli studi di filosofia conseguendo secondo alcuni – le fonti sulla vicenda sono contrastanti – la laurea in questa disciplina nei primi anni ’80.

Aleksandr Dugin

Aleksandr Dugin

Certa invece è, a partire dal 1980, la sua appartenenza al movimento neonazista Ordine Nero SS fondato e capitanato da Yevgeny Golovin (noto come Reichsführer).
Otto anni più tardi assieme all’amico Geydar Dzhemal, in seguito fondatore ad Astrakhan del Partito del Rinascimento Islamico (Islamskaia Partiia Vozrozhdeniia), Dugin si unisce al gruppo nazionalista anti-occidentale Pamjat di Dmitry Vasilyev. Una militanza questa destinata a esaurirsi ben presto. Di lì a poco infatti Dugin verrà espulso dall’organizzazione ufficialmente “per avere contatti con rappresentanti di circoli di immigrati dissidenti di credenze occultiste e sataniste in particolare con lo scrittore Yuri Mamleyev”.
Al di là della pretestuosità o meno delle accuse di satanismo e occultismo che decretano l’espulsione di Dugin da Pamjat, è interessante notare come in tempi recenti la sua figura sia diventata un’icona di riferimento per la scena black metal nazionalsocialista russa come sottolineano Davide Maspero e Max Ribaric nel loro saggio, Come Lupi per le pecore. Storia e ideologia del black metal nazionalsocialista dedicato ai rapporti tra musica metal, occultismo, satanismo e neonazismo.
Dal 1990 al 1992, Dugin cura una serie di articoli e di pubblicazioni frutto dello studio di alcuni archivi del KGB resisi disponibili in epoca gorbacioviana.
La perestrojka e il crollo dell’URSS lo portano però a mutare radicalmente il suo giudizio sul comunismo sovietico, tant’è che nel 1993 collabora con Gennadij Zjuganov alla scrittura del programma politico del nuovo Partito Comunista della Federazione Russa.
In seguito, in un’intervista rilasciata nel 2011 ad Andrea Fais e Federico Della Sala del sito stampa libera.com, prenderà le distanze da Zjuganov dichiarando il fallimento completo di quell’esperienza ma continuerà a esaltare il ruolo positivo di Stalin per le nuove generazioni russe.
Stalin è diventato oggi un mito popolare russo. Lui è stato un grande leader di un grande paese. Confrontandolo alla Russia di oggi con i suoi leader miserabili, Stalin è un titano. Il suo culto cresce insieme alla lotta degli gnomi russofobici liberali contro di lui ed insieme all’odio dell’Occidente.
Ma torniamo al 1993. Dopo la collaborazione con gli stalinisti di Zjuganov, Dugin fonda assieme allo scrittore Eduard Limonov il Partito Nazional-Bolscevico (NBP).
Obiettivo dichiarato di questo movimento politico è salvare una parte dell’eredità bolscevica ossia quella nazionalista russa coniugandola con il pensiero della Nuova Destra. Per sottolineare questa duplicità ideologica e creare visibilità mediatica l’NBP adotta come proprio emblema la falce e il martello all’interno di un cerchio bianco su sfondo rosso unendo il simbolo del comunismo al vessillo del Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori (NSDAP) e della Germania nazista.
Come ha sottolineato Timothy Snyder, Dugin anziché abiurare Nazismo e Stalinismo, le due ideologie totalitarie che hanno devastato il Novecento causando milioni di morti, le rimodella e le pone a fondamento della sua nuova teoria politica.
Nel libro Fondamenti di Geopolitica, sorta di manifesto programmatico del pensiero eurasiatico pubblicato nel 1997, Dugin arriva a sposare le idee di Carl Schmitt, ideologo del Terzo Reich.
Nel suo pantheon di riferimento, un pot-pourri contraddittorio e delirante, Guy Debord, Jean Baudrillard e Stalin si trovano a fianco di Hitler, Evola e Mussolini.
Nello stesso anno, in un articolo destinato a creare scandalo, intitolato Fascismo, senza frontiere e rosso, Dugin proclama l’arrivo in Russia di “un fascismo genuino, vero, radicalmente rivoluzionario e coerente” e tesse le lodi delle Waffen-SS definendo il reparto scientifico dell’organizzazione “un’oasi intellettuale all’interno del regime nazional-socialista“.
Un anno più tardi, siamo nel 1998, Dugin abbandona il Partito Nazional-bolscevico per divergenze ormai insanabili con Limonov accusandolo “d’aver depravato il nazional-bolscevismo, vendendo sé stesso ed il partito ai nemici della Russia”. Ossia agli Stati Uniti e all’Europa Occidentale, autentica ossessione di Aleksandr Gel’evič.

Aleksandr Dugin

Aleksandr Dugin

Con l’arrivo al potere di Vladimir Putin, ex uomo del KGB, nostalgico dell’URSS, i tempi sembrano ormai maturi per passare dal ruolo di oppositore a quello di consigliere del nuovo zar.
Cosa che avverrà puntualmente negli anni a venire quando Dugin affinata ulteriormente la sua dottrina euroasiatica – arriverà ad accusare lo zar Pietro il Grande di aver corrotto la Grande Russia cercando di europeizzarla e a lodare Ivan il Terribile per aver introdotto tra il 1565 e il 1572 una politica interna basata su repressioni di massa, esecuzioni pubbliche e polizia segreta – possiede il curriculum perfetto per candidarsi al ruolo di eminenza grigia del Cremlino.
Le idee di Dugin risultano infatti funzionali ai disegni neoimperiali di una Russia che, abiurate le timide riforme in senso democratico dell’epoca di Eltsin, vuole tornare a recitare il ruolo di superpotenza.
L’avvicinamento definitivo tra l’inquilino del Cremlino e l’ideologo euroasiatico avviene all’indomani della Rivoluzione Arancione in Ucraina del novembre 2004.
Quando nel 2005 Dugin annuncia la creazione di un “movimento giovanile anti-arancione” per contrastare la “peste arancione” in Russia – tale movimento chiamato Unione Giovanile Euroasiatica compirà atti di vandalismo e di violenza in territorio ucraino e verrà messa al bando dal governo di Kyiv – le cerchie del Cremlino iniziano a guardare con crescente interesse alle sue idee.
Tre anni più tardi, quando i carri armati russi invadono la Georgia di Mikheil Saakashvili, Dugin si complimenta con il Cremlino dichiarando che la Russia non dovrebbe “limitarsi a liberare l’Ossezia del Sud, ma dovrebbe andare avanti, facendo qualcosa di simile in Ucraina.”
Il resto, l’occupazione militare della Crimea e il terrorismo in Donbas, è cronaca recente.
Dugin plaude all’azione del Cremlino e considera la riconquista della Crimea e la nascita della sedicente Repubblica Popolare del Donbas due tasselli chiave di un puzzle più complesso che prevede la colonizzazione dell’Ucraina e la costituzione di una Nuova Unione Sovietica, chiamata Unione Eurasiatica che dovrebbe in futuro estendersi da Vladivostok a Lisbona. E che nasce in contrapposizione al mondo liberale e Occidentale rappresentato da UE e Stati Uniti.
L’eurasiatismo per l’Europa è l’europeismo. La Russia-Eurasia non ha bisogno di un’Europa eurasiatista, ma di un’Europa europeista, libera dalla dittatura americana, forte, indipendente e orientata verso i propri interessi geopolitici”.
Perché il pensiero eurasiatico che sposa l’antisemitismo di nazisti e stalinisti, l’omofobia della Chiesa Ortodossa Russa e l’odio verso il popolo ucraino – in un video apparso recentemente su You Tube Dugin incita il popolo russo a sterminare gli ucraini – trova consensi anche in certi ambienti della sinistra europea?
Perché il Cremlino che sponsorizza il terrorismo in Donbas viene ritenuto fonte attendibile quando definisce i cittadini ucraini che protestano sul Maidan dei nazisti?

Euromaidan

Euromaidan

Timothy Snyder sostiene che ciò sia il frutto di letture storiche faziose tornate in auge recentemente con l’acuirsi della grave crisi ucraina.
Il primo postulato è sintetizzabile più o meno così.
I russi hanno vinto la Seconda Guerra Mondiale perciò sono considerati affidabili nel riconoscere i nazisti.
Beh questo è un assunto profondamente sbagliato!
La Seconda Guerra Mondiale fu combattuta principalmente sul fronte orientale nei territori che appartenevano all’Ucraina e alla Bielorussia Sovietica, non alla Russia Sovietica. Solo il 5% del territorio russo fu occupato dai tedeschi, mentre l’intera Ucraina fu occupata dai nazisti. E a parte gli ebrei, che pagarono con il numero più elevato di morti, le maggiori vittime del Nazismo furono ucraini e bielorussi, non russi. Nel corso della Seconda Guerra Mondiale non esisteva un Esercito Russo, ma un Esercito Sovietico e i suoi soldati erano in maggioranza ucraini. La divisione che liberò Auschwitz fu chiamata non a caso il Primo Fronte Ucraino.
Il secondo assunto è che, avendo la Russia di Putin rivalutato la figura di Stalin, considerandolo un eroe nella guerra contro i nazisti, molti intellettuali di sinistra sono portati a identificare l’attuale regime russo come un regime antifascista a dispetto delle politiche messe in atto.
Anche questa è una lettura profondamente sbagliata!
La Seconda Guerra Mondiale non inizia come racconta la storiografia sovietica nel 1941, ma nel 1939 quando Stalin e Hitler erano alleati per spartirsi l’Europa. Finisce invece nel 1945 con l’URSS che espelle gli ebrei sopravvissuti attraverso la propria frontiera con la Polonia.
Più tardi quando si formò lo stato di Israele, Stalin incominciò ad associare gli ebrei sovietici con il mondo capitalista e iniziò una campagna di arresti, deportazione di massa e uccisioni nei confronti di medici, scrittori ed esponenti dell’intellighenzia ebraica.
Dopo la morte di Stalin il comunismo sovietico si connotò sempre più in senso etnico. Furono anni caratterizzati da politiche di russificazione e pulizia etnica verso gli ebrei e più in generale verso le altre etnie dissidenti come quella ucraina.

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Massimiliano Di Pasquale

È ancora una fesseria parlare di Guerra Fredda dopo la crisi ucraina?

Se a Mosca ci fosse un pazzo come Milosevic – Putin non mi piace ma sicuramente non è un folle – e volesse fare una politica aggressiva verso l’Ucraina c’è una minoranza russa di milioni di persone nel Donbas con cui poter giocare”, queste le parole dello storico Andrea Graziosi all’indomani dell’invasione russa in Georgia del 2008. Oggi a distanza di sei anni dalla guerra dei cinque giorni tra Russia e Georgia, evento che a parere di chi scrive ha mutato profondamente l’assetto geopolitico nell’area ex-sovietica, le affermazioni del sovietologo italiano risultano più che mai profetiche. La crisi ucraina degli ultimi mesi dimostra non solo che l’inquilino del Cremlino si è progressivamente trasformato in una sorta di Milosevic, ma che a differenza di quanto sosteneva il professore nella lunga intervista, qui riprodotta integralmente, siamo di fronte, per dirla alla Edward Lucas a una Nuova Guerra Fredda, una guerra ibrida combattuta attraverso le armi del ricatto energetico, del cyber-terrorismo, della disinformacija e del terrorismo vero e proprio. Quello a cui stiamo assistendo è uno scenario inquietante, che non solo non viene adeguatamente contrastato dalla UE, ma che è paradossalmente frutto delle scellerate politiche dell’ Europa in materia energetica e del patto d’acciaio che unisce Berlino, dominus incontrastato della UE e Mosca, capitale del neo-imperialismo russo.

Professor Graziosi lei ha trascorso gran parte della sua vita a studiare l’Unione Sovietica: da dove nasce questa singolare passione intellettuale?

Vengo da una famiglia comunista e queste questioni mi hanno sempre interessato. L’idea di studiarle mi è venuta di fronte al fallimento dell’ideologia marxista, che per me divenne evidente a metà anni ’70. Pensai che non era possibile trovare una risposta a questo fallimento senza studiare l’Unione Sovietica.
E così mi sono dato da fare per trovare chi me la insegnasse. In Italia era impossibile perché non c’era nessuno in grado di insegnare storia sovietica. La svolta da questo punto di vista arrivò all’inizio degli anni Ottanta con la disponibilità di Moshe Lewin, allora uno dei più famosi ‘sovietologi’ del mondo, che nonostante avessi già trent’anni e non sapessi allora il russo, decise di accettarmi come suo “apprendista”.

Cosa è cambiato negli ultimi anni in Italia rispetto allo studio della storia dei paesi ex-sovietici?

Da un certo punto di vista direi che la situazione è peggiorata. C’è stato un momento di grande interesse negli anni ’80 legato senza dubbio alla politica; ora i giovani che studiano la Russia sono di meno quantitativamente rispetto a quelli della mia età. C’è però uno spostamento di interesse verso le periferie, soprattutto Asia Centrale e Ucraina. Oggi in Italia ci sono almeno una decina di storici di ottimo livello ma manca la generazione per sostituirli.

Negli ultimi mesi avvenimenti quali la guerra in Georgia, le tensioni tra Russia e Ucraina e le questioni legate allo scudo antimissilistico hanno fatto parlare alcuni osservatori di Nuova Guerra Fredda. Esistono secondo lei i termini per poter parlare di Nuova Guerra Fredda?

È assolutamente improprio parlare di Guerra Fredda. Direi che è una fesseria senza fine.

Per quale motivo?

Innanzitutto perché non c’è più l’Unione Sovietica e la Russia è un paese munito sì di bombe atomiche, ma con una crisi demografica spaventosa e che si regge essenzialmente sul petrolio. E l’America non è l’America del ’45. Nel ’45 la Cina non contava molto. Adesso c’è la Cina, c’è l’India, c’è l’Unione Europea. Certo, assistiamo al riemergere della Russia che grazie al petrolio riafferma le sue scelte di potenza regionale. E gli americani, che però hanno tanti altri problemi, cercano di contenerli. La Guerra Fredda era una cosa vera, qui c’è qualche scontro verbale ogni tanto, con un’Europa in gran parte acquiescente rispetto a questo riaffermarsi di potenza regionale della Russia.

Andrea Graziosi

Andrea Graziosi

Dunque le questioni georgiane e ucraine vanno lette in ottica diversa?

Penso proprio di sì, sono dopotutto di scala molto diversa. Il pericolo vero che io vedo – ma voglio essere ottimista – e quello di guerre locali come nella ex-Jugoslavia.

In quali luoghi?

Alcuni focolai potrebbero aprirsi in Caucaso ovviamente, ma anche in Crimea e forse persino nel Donbas.
La materia del contendere c’è. Fortunatamente le spinte per la pace mi sembrano decisamente superiori a quelle per la guerra. Ma non c’è dubbio, la gente spesso se lo dimentica, che i confini esistenti creano molti problemi. Alla conferenza di Helsinki nel 1975 si era deciso che i confini sono sacri, ma nella realtà i confini non sono mai sacri. Da quando sono crollate l’Unione Sovietica e la Jugoslavia ci sono molti confini molto contestabili da tanti punti di vista. La tendenza penso non sia a fare la guerra, ma nel corso della storia il problema delle minoranze esterne è stato spesso risolto con la forza.
Le faccio un esempio. Se a Mosca ci fosse un pazzo come Milosevic – Putin non mi piace ma sicuramente non è un folle – e volesse fare una politica aggressiva verso l’Ucraina c’è una minoranza russa di milioni di persone nel Donbas con cui poter giocare. In Crimea, data all’Ucraina da Khrushchev, la situazione è ancora più grave che nel Donbas. A livello storico io non conosco situazioni in Europa di minoranze di milioni di persone che prima o poi non hanno scatenato problemi.
Quello che io vedo è un rischio di guerre regionali reso possibile dal fatto che i confini ereditati dall’Unione Sovietica e dalla Jugoslavia erano confini fragili e problematici e nessuno ha voluto affrontare il problema.

La controversa figura di Gorbaciov. Qual è il suo giudizio storico sull’ex leader sovietico e sugli anni della perestrojka?

Lasciamo perdere il Gorbaciov odierno, oggi è una figura minore, a tratti patetica. Parliamo di quello di allora che è stato un Gorbaciov grandioso.
Penso che Gorbaciov sia stata una persona molto coraggiosa che ha svolto un ruolo molto positivo nella storia, un ruolo gli verrà riconosciuto ex post dagli storici. Detto ciò era una persona ingenua, senza politica che non fosse tattica, con un corredo di idee miserabili da un punto di vista intellettuale ma non per colpa sua, visto che era un prodotto dell’Unione Sovietica. È stato un politico che ha fallito in tutto quello che ha cercato di fare. Non ha ottenuto nulla di quel che voleva. E però dobbiamo a lui e a Eltsin il fatto che l’Unione Sovietica non sia finita come la Jugoslavia. Tenendo conto che c’erano mi pare 11.000 testate nucleari non mi sembra poco. Il fatto che Gorbaciov abbia rifiutato fino all’ultimo l’uso della forza e abbia tenuto fede all’idea che le cose andavano risolte in maniera pacifica è la cosa che lo fa grande.

l'Urss dal trionfo al degrado (cover)

l’Urss dal trionfo al degrado (cover)

È quindi il suo umanesimo a riscattarlo?

Gorbaciov è un politico che nel ’91, dopo il golpe, parla ancora di socialismo senza accorgersi che il socialismo era un’ideologia vuota. Si può obiettare che non è così perché c’è ancora oggi gente nel mondo e in Italia che vi crede, ma dal punto di vista intellettuale lo era. Un conto è un ideale dell’uomo della strada, altra cosa è un uomo politico che deve governare. Gorbaciov era privo degli strumenti intellettuali necessari per affrontare la situazione.

Una cosa che lei sottolinea nel libro è l’impossibilità di un riformismo rispetto ad un regime che non era socialista, ma un regime totalitario

Il problema è che Gorbaciov non sapeva che pesci pigliare. Era un uomo che non sapeva cos’era la moneta, cos’era il credito. Era di un’ignoranza economica abissale. Però non era solo lui, erano tutti così. Siccome ogni persona va giudicata nel suo ambiente e in un determinato contesto storico, Gorbaciov è stato un uomo coraggioso, onesto, una persona per bene che ha cercato di fare del bene, su questo non c’è dubbio. Che purtroppo non è riuscito a fare niente perché aveva questo corredo intellettuale miserrimo, ma che comunque ha giocato un ruolo molto positivo. Siccome la storia la fanno gli uomini, se Gorbaciov fosse stato simile a Milosevic o Tudjman non saremo qua a parlare noi o comunque vivremmo una situazione internazionale molto diversa.

La figura di Eltsin in rapporto a quella di Gorbaciov

Io sono stato un grande estimatore anche di Eltsin, di cui condanno però il tragico errore di fare la prima guerra cecena. Di Eltsin si può dire che da un punto di vista intellettuale era perfino inferiore a Gorbaciov, era un ingegnere, un tecnico. Ha condiviso le politiche di Gorbaciov completamente fino al 1988. E quando se ne è distaccato non lo ha fatto su una linea liberale, ma su una linea populista. Ma l’elemento che riscatta la figura di Eltsin, e che sottolinea la sua capacità di apprendere e il suo essere una persona di prim’ordine è da un lato la sua capacità di prendere decisioni e dall’altro la sua capacità di scegliere bene, perché lui scelse di mettersi con i democratici. Le idee dello Eltsin “buono” non sono idee di Eltsin, sono quelle di Sacharov. Eltsin ha avuto il coraggio di scegliere questo lato e io ho un’enorme ammirazione per ciò che ha fatto, però vanno visti anche i limiti di una persona che non coglie l’elemento politico alla fine del ’91.
Eltsin fece allora delle grandi scelte in campo economico, ma in campo politico non toccò il Parlamento, che era un organo di fatto sovietico, e fu poi costretto a scioglierlo a cannonate due anni dopo, e promulgò con grande ritardo una costituzione fatta piuttosto male.
Detto questo sia Eltsin sia Gorbaciov sono due giganti. È grazie a loro che non si è fatta la guerra. Lo Eltsin che va a salutare i lituani nel gennaio del ’91 è una figura grandiosa perché da al nazionalismo russo uno sbocco democratico e liberale. Ma ciò gli venne dall’istinto più che dalla cultura.
Il giudizio ripeto è positivo su entrambi. Io metterei molto in risalto le affinità. Fino al 1988 Eltsin aveva fatto a Mosca da segretario politiche che portavano all’estremo le idee di Gorbaciov. È quando lui rompe, anche per motivi personali, perché è insofferente della situazione, Gorbaciov in fondo lo capisce.
La cosa fantastica è l’incontro tra il populista Eltsin e i democratici, la sua capacità di scegliere il blocco democratico. Ma il fatto che la sua esperienza sia durata così poco dimostra che la cultura politica di Eltsin aveva dei limiti molto simili a quella di Gorbaciov.

Il conflitto tra i due fu uno scontro di potere o di personalità?

La politica è sempre un conflitto di potere. Direi che in questo caso è il conflitto tra due progetti statuali diversi. Gorbaciov credeva ancora in una federazione di stati, mentre Eltsin voleva costruire la Russia. Non c’era posto per entrambi i progetti. Ci sarebbe stato forse, nel senso che fino alla fine Eltsin era disposto ad accettare una federazione debole, o meglio una confederazione. L’insistenza di Gorbaciov nell’avere una federazione forte troppo simile all’URSS ha portato al divorzio. Ma io vorrei sottolineare l’importanza e la bontà di questo divorzio consensuale che ha impedito alla gente di ammazzarsi. Per esempio hanno risolto il problema delle bombe atomiche, cosa di cui la gente si dimentica.

Si potrebbe affermare che Gorbaciov fino all’ultimo è rimasto leninista mentre Eltsin aveva già abbracciato la causa democratica?

Leninista non credo, nel senso che anche Gorbaciov alla fine era piuttosto un socialdemocratico. Gorbaciov è stato leninista, a parole, fino al ’90. Poi dal giugno ’91 ha lasciato il marxismo leninismo anche lui. Ma non sapeva con cosa sostituirlo. Per certi versi, fatte le dovute differenze, è un po’ quello che accade al Partito Democratico in Italia. Anche in Italia per 100 anni la sinistra è stata il marxismo. Quando si è scoperto che non funzionava molti sono restati di sinistra in nome dei buoni sentimenti. Ma è possibile definire una politica socialista e il socialismo in base ai buoni sentimenti? Non si può fare politica con i buoni sentimenti, occorre avere un progetto. Il socialismo con Marx non era buoni sentimenti: c’era la convinzione che la nazionalizzazione avrebbe portato a una società migliore.
Questo è un po’ il Gorbaciov del ’90-’91, un uomo con dei buoni sentimenti e nessun apparato concettuale per costruire una società più giusta. Direi che Gorbaciov, che aveva destato tanta ammirazione anche in Italia, è stato posto nel dimenticatoio negli ultimi anni proprio perché nessuno vuole affrontare questo problema. Dietro c’è la fine di un apparato strumentale e concettuale sofisticato ma errato, che non è possibile sostituire semplicemente con delle buone intenzioni.
Tornando a Gorbaciov e Eltsin io li vedo come due figure affini e complementari che a un certo punto hanno rappresentato due interessi diversi: quelli di una Russia che si identificava forse per la prima volta nella sua storia con il liberalismo e la democrazia e quelli di uno stato a base russa ma non russo. Certo è vero che Gorbaciov odiava Eltsin. Noi abbiamo i verbali dell’ufficio politico che parlano chiaramente. Per lui era diventata un’ossessione.

L'URSS di Lenin e Stalin (cover)

L’URSS di Lenin e Stalin (cover)

Quale è stato il ruolo dei Baltici con le rivolte del 1988, nell’esportare le “rivoluzioni nazionali” in Caucaso e in Ucraina?

Il ruolo dei Baltici fu enorme, ma più in generale il ruolo della questione nazionale nell’accelerare la crisi dell’Unione Sovietica fu all’inizio secondario. Contrariamente a quello che dicevano alcuni sovietologi l’Unione Sovietica non è andata in crisi per questioni nazionali. L’Unione Sovietica è andata in crisi perché il sistema socio-economico non funzionava più. Perché gli uomini morivano a 63 anni, perché si viveva malissimo, perché non c’erano soldi, perché mancavano i beni da comprare.
Era talmente in crisi che tutto il gruppo dirigente, compreso forse l’ultimo Brezhnev, era rassegnato a riforme radicali. La crisi non era negata da nessuno. Gli stessi golpisti del ’91 erano tutti “riformisti” nell’85. Tutti sapevano che il sistema così com’era non poteva andare avanti, se lo dicevano tutti i giorni come testimoniato dai verbali delle riunioni. Quindi il problema nazionale con la crisi dell’Unione Sovietica c’entra poco.
Tornando alla domanda originaria direi che il ruolo dei Baltici è stato davvero grande. Dal momento che lettoni, estoni e lituani erano stati gli ultimi ad essere conquistati erano quelli che avevano più attriti con Mosca. Esiste questa teoria generazionale del consenso per cui quelli repressi più di recente sono quelli che più odiano l’Unione Sovietica. Quando sono stati repressi gli ucraini e i russi? Negli anni ’20 e ’30, quindi la generazione che aveva 20-30 anni in quegli anni era molto anti-regime, mentre quella che aveva 20-30 negli anni dopo la seconda guerra mondiale, no. Nel Baltico la repressione è degli anni ’40 e ’50 per cui i repressi negli anni ’80 erano ancora attivi.
Diciamo quindi pure che l’onda baltica ha messo in moto tutte le onde nazionali. Però ci sono stati problemi seri in Asia Centrale. In fondo la prima rottura delle nazionalità è quella di Alma-Ati del dicembre 1986 in Kazakhstan.

Qual è stato il ruolo di Chernobyl nell’accelerare il crollo dell’URSS e nel favorire il coagularsi di una coscienza identitaria ucraina?

Più che nello sviluppo della coscienza identitaria ucraina, che è stato un processo più lento, Chernobyl è stata molto importante perché di fatto ha aperto realmente la strada alla glasnost. Prima si parlava di trasparenza ma in termini molto vaghi. Fu lo scandalo rappresentato dal silenzio sulla catastrofe, di cui parlava tutto il mondo, a permettere a Yakovlev di introdurre la glasnost vera sui giornali. In altre parole, Chernobyl convinse i dirigenti sovietici riformisti della necessità di liberare la stampa o quanto meno rese possibile a quelli di loro che lo volevano di farlo, giocando sulla vergogna.
Anche sul coagularsi di una coscienza identitaria ucraina Chernobyl ha un impatto, non so però quanto grande. Sicuramente gioca un ruolo per gli intellettuali ucraini. Ma l’effetto più grande è sicuramente rispetto alla glasnost. Quando un regime che si è sempre detto buono scopre e afferma di essere stato molto cattivo, chi lo vuole più? E poi il paese che ha sofferto di più l’impatto di Chernobyl è stata la Bielorussia, dove lo sviluppo democratico e nazionale non è stato così grande come in Ucraina.

Bielorussia e Azerbaigian, a differenza di Ucraina e Georgia sembrano piuttosto impermeabili alla nascita di un percorso democratico. Quali sono a suo avviso le ragioni storiche di modelli di sviluppo democratico così diversi?

Sono questioni molto complesse, ma qualche comparazione la si può fare. In Bielorussia, che è anche molto più piccola dell’Ucraina l’opera di russificazione è stata molto più penetrante. La Bielorussia è molto più debole, il movimento nazionale bielorusso c’è stato durante la guerra civile, in tutti i momenti di crisi, ma non ha giocato un ruolo simile, neanche lontanamente a quello ucraino. Da questo punto di vista esisteva una differenza molto forte tra i due paesi.
Io penso che ad un certo punto l’Unione Sovietica ha scelto la russificazione lenta delle repubbliche slave perché quella aggressiva non le riusciva e che in Bielorussia questa russificazione lenta ha avuto più successo che in Ucraina perché il paese era più piccolo, la tradizione culturale nazionale più debole. Il fatto che poi in Ucraina si sia sviluppato un forte movimento democratico è sicuramente dovuto ad una forte componente nazionale e culturale. Ossia la presenza di una forte cultura diversa da quella russa.
L’Ucraina è un’entità molto più ricca, più grande e complessa rispetto alle altre repubbliche
La Georgia è stato il paese più anti-russo dell’Unione Sovietica, più dell’Ucraina probabilmente. Essa ha avuto una repubblica indipendente socialdemocratica per 4 anni, dal ’17 fino alla conquista sovietica del ’21, l’Ucraina solo per qualche mese nel ’18- ‘19. La più grande rivolta nazionale nella storia dell’Unione Sovietica è quella del ’24 in Georgia fatta dai resti dello stato georgiano menscevico. La prima rivolta nazionale vera, che paradossalmente usa la figura di Stalin, è quella georgiana del ’56 dopo il 20esimo congresso. Il nazionalismo georgiano è una cosa vera, grande, tradizionalmente anti-russo. Finché comandava Stalin, siccome il gruppo dirigente sovietico era caucasico, queste tendenze sono state tenute a freno.
L’Azerbaigian è una repubblica con una tradizione mussulmana fortissima. Georgiani e armeni hanno avuto grandi conflitti ma nulla di paragonabile a quelli ancora esistenti tra azeri e armeni. Da un certo punto di vista la strage di Sumgajt, cittadina a nord di Baku nel febbraio 1988 – un pogrom antiarmeno da parte degli azeri – è quella che mise in moto i movimenti nazionali in Unione Sovietica. L’incapacità di usare la forza da parte di Gorbaciov convinse un po’ tutti che c’era spazio per queste rivendicazioni. Ad Alma Ata la forza era stata usata seppure in maniera limitata. Il pogrom antiarmeno in cui l’esercito non intervenne dimostrò l’impotenza di Mosca e fece capire che ci si poteva muovere. Baku in quegli anni fu occupata da folle che inneggiavano a Khomeini. L’Azerbaigian, ancorché più avanzato, è più simile alle repubbliche centro-asiatiche. L’Azerbaigian io lo vedrei come la punta più avanzata del blocco centro-asiatico.

Vladimir Putin

Vladimir Putin

Dopo il conflitto di quest’estate in Caucaso si è parlato delle enclavi russe di Crimea, Abkhazia, Ossezia e Transnistria come di nel possibili teste di ponte per future annessioni alla Federazione all’interno del complesso mosaico geopolitico dell’ex impero sovietico. Sono realtà assimilabili a suo avviso?

Sono realtà molto diverse. In Abkhazia e Ossezia del Sud il conflitto con i georgiani percorre tutto il ventesimo secolo. I georgiani repressi, quelli della famosa manifestazione dell’89, chiedevano l’indipendenza a Mosca ma non volevano concedere l’indipendenza agli abkhazi. Dopodiché gli abkhazi dopo il ’91 hanno fatto una specie di piccolo genocidio nei confronti dei georgiani. C’è una grande differenza anche tra Abkhazia e Ossezia. In Ossezia Meridionale c’è stata violenza anche molto brutta, ma niente di paragonabile a quella brutale contro i georgiani in Abkhazia nel ’91. Lì ci sono stati massacri molto simili a quelli successi nell’ex Jugoslavia. Il bilancio fu, pare, di 30.000 georgiani uccisi e di 300.000 costretti a lasciare la regione. Venendo alla Crimea, quella non è un’enclave e qualcosa di più grande. Storicamente la Crimea è la terra dei tatari, poi cacciati dai russi. La Crimea alla fin fine è di chi la abita e i oggi russi sono la maggioranza.
Il problema è che questi confini stabiliti nel 1991 sono confini minati e sarebbe molto opportuno che ci fosse una conferenza internazionale per discuterne. Nessuno, anche comprensibilmente da un certo punto di vista, vuole toccare i confini, per paura di scatenare una guerra, però se nessuno ne parla la guerra scoppia lo stesso.
Nel caso della Transnistria si può parlare di vera e propria enclave russa. Quella di Crimea è troppo grande per definirla tale. Quando muore, seppure pacificamente un impero, si creano queste situazioni.
Le grandi repubbliche non si sono fatte la guerra, si sono riconosciute, hanno fatto un divorzio consensuale. Anche tutto il Kazakhstan settentrionale è abitato da russi. Lì ci sono regioni intere che potrebbero chiedere l’annessione alla Russia. Per questo il presidente kazako Nazarbayev ha sempre fatto politiche accomodanti verso il Cremlino. Lo ha fatto per non mettere a rischio l’integrità territoriale del suo paese.

E la questione della Transnistria in che misura può minare la sicurezza e l’integrità della Moldova?

La questione è complicata ma diversa da quella di Abkhazia e Ossezia Meridionale visto che la Transnistria non ha confini diretti con la Russia. Sicuramente i moldavi non possono intervenire per riannettersi Tiraspol perché l’enclave è protetta dalla Russia. Allo stesso tempo dal momento che la Transnistria non confina direttamente con la Federazione è difficile pensare ad una sua annessione alla Federazione, anche nell’eventualità di un ritorno della Crimea sotto l’egida di Mosca. Il discorso più generale è che i materiali per i conflitti ci sono, sono molto grandi e non conviene a nessuno fare scoppiare guerre. Ma l’atteggiamento europeo di ignorare questi problemi è deleterio.
Se a Bucarest lo scorso aprile si fosse deciso l’ingresso di Georgia e Ucraina nella NATO sicuramente il conflitto in Ossezia non sarebbe scoppiato. Io personalmente sarei addirittura a favore dell’ingresso nella NATO anche della Russia, anche se orami sarebbe difficile anche per un suo rifiuto. Io non capisco perché la Russia debba essere trattata come una potenza ostile. La Russia è un paese europeo. Reagan e Bush senior fecero una politica filorussa che è stata di grande beneficio agli ucraini e a tutti gli europei orientali. Bisogna fare capire ai russi che l’espansione della NATO conviene anche a loro in ottica geopolitica visto l’emergere della potenza cinese. Detto questo non mi piace assolutamente il regime che c’è oggi a Mosca.

Qual è l’eredità sovietica nella Russia di Putin?

Direi che è pesantissima. Più che l’eredità diretta – ovviamente c’è anche quella – conta l’eredità indiretta. Il regime sovietico ha staccato la cultura russa dall’Europa per 70 anni. Anche i quadri dirigenti si sono formati in ambienti iperprovinciali che non hanno conosciuto le correnti intellettuali europee dal ’17 ad oggi. Hanno una forma di nazionalismo primitivo paragonabile a quello dell’Italia nel 1918.
Spiace dirlo, ma è gente con poca cultura. Questo è il lascito sovietico. L’idea che il nazionalismo è funesto è passata bene o male in Europa. La Germania non farebbe mai una politica verso la Boemia come la Russia pretende di fare verso l’Ucraina.

Andrea Graziosi, L’ Urss di Lenin e Stalin. Storia dell’Unione Sovietica, 1914-1945, il Mulino (2007)
Andrea Graziosi, L’ Urss dal trionfo al degrado. Storia dell’Unione Sovietica, 1945-1991, il Mulino (2008)

Massimiliano Di Pasquale