Taras Ševčenko. Dalle carceri zariste al Pantheon ucraino

Giovanna Brogi e Oxana Pachlovska – ucrainiste di consolidata fama, già autrici in Italia e all’estero di varie pubblicazioni sulla storia, la cultura e la letteratura ucraina – hanno consegnato alle stampe all’inizio del 2015 un pregevole volume dedicato al poeta ed eroe nazionale ucraino Taras Hryhorovyč Ševčenko.
Il libro, intitolato Taras Ševčenko. Dalle carceri zariste al Pantheon ucraino, uscito per i tipi di Le Monnier Università con il sostegno dell’Istituto di Cultura Italiana di Kyiv, non è una monografia, ma un testo poliedrico che, seppure concepito per finalità didattiche, non va considerato esclusivo appannaggio degli studenti di ucrainistica.
Sfogliando l’indice si intuisce subito che il volume – il primo in Italia a offrire una raccolta di saggi su un classico della letteratura mondiale – è stato pensato per una platea più vasta di quella degli slavisti di professione. Alternando contributi dal taglio letterario, analisi politico-culturali, approfondimenti su opere specifiche e una ricca selezione di poesie liriche e poemetti (con testo a fronte), il libro sul poeta nazionale ucraino può interessare in egual misura gli amanti della poesia romantica ottocentesca, gli studiosi di storia dell’Europa orientale e chi ha seguito gli avvenimenti del Maidan di Kyiv. Nelle proteste di Piazza dell’inverno 2013-2014 il ritratto del poeta nazionale è stato esposto più volte dai manifestanti come simbolo della resistenza del popolo ucraino contro il corrotto regime filorusso di Viktor Yanukovych.
Il saggio di Oxana Pachlovska Taras Ševčenko. «Lottate e vincerete! », in apertura, offre un contributo di grande momento proprio per comprendere l’attualità della figura del poeta anche alla luce della storia più recente del Paese.
Il monito «Lottate e vincerete!», rivolto ai popoli soggetti al dominio imperiale di Mosca contenuto nei versi del poemetto Caucaso, pubblicato nel 1845 – monito scelto come titolo dalla Pachlovska per il suo saggio – riflette uno degli aspetti essenziali della personalità del poeta ucraino, ossia “la determinazione nell’affrontare con incrollabile fermezza e costanza la lotta contro l’ingiustizia e l’oppressione, e la difesa della libertà e della dignità degli uomini, in quanto individui e in quanto popoli, indipendentemente da razza, religione o tradizione culturale”.


Per questo motivo Ševčenko non solo “ha sempre rappresentato, e continua a rappresentare, un punto di riferimento essenziale e una pietra fondante del processo […] di costituzione della nazione ucraina moderna” ma fin dai tempi della Russia zarista è sempre stato “oggetto di critica virulenta da parte di ampie cerchie di intellettuali e poi vittima della persecuzione della polizia zarista”.
Pachlovska, dopo aver ricordato come una vera fioritura di studi sul poeta sia avvenuta solo a partire dal 1991, anno dell’indipendenza ucraina ( in epoca sovietica la figura di Ševčenko fu vittima di ‘appropriazione ideologica’ e il suo messaggio etico, poetico e intellettuale venne piegato ai dettami del ‘socialismo reale’), approfondisce in ottica culturologica alcuni fondamentali questioni quali la dimensione interslava ed europea del suo pensiero, il concetto di patria che si andava sviluppando attorno a lui nella prima metà dell’Ottocento, il possibile futuro assetto geopolitico dei popoli soggetti all’Impero russo e le sue concezioni etiche e religiose.
Tanti sono gli spunti di riflessione proposti dalla studiosa di Kyiv, a cominciare dalla differenza tra i termini Piccola Russia e Ucraina, che costituisce tra l’altro un primo crinale ideologico-semantico tra Taras Ševčenko e Mykola Hohol’ (Nikolai Gogol’ secondo la grafia russa).
Ševčenko […] fece una netta distinzione tra la Piccola Russia e l’Ucraina, definendole come due realtà antitetiche: la prima sottomessa e tendente all’adeguazione al sistema, la seconda, ribelle e conscia della propria storia e identità”. Per il poeta di Kaniv l’Ucraina è una realtà alternativa – radicata in un passato glorioso, quello del Cosaccato – alla Piccola Russia di Caterina II, concepita dalla zarina come spazio totalmente integrato nella nuova patria imperiale.
Molto interessante anche l’analisi comparata tra la poetica di Ševčenko e quella di altri due geni delle culture confinanti (polacca e russa): Adam Mickiewicz (1798-1855) e Aleksandr Puškin (1799-1837).
Ad accomunarli c’è la stessa matrice romantica a dividerli la diversa concettualizzazione attribuita a due valori chiave del Romanticismo, il concetto di libertà e quello di popolo.
Se per Puškin l’impero [N.d.r quello russo, ovviamente!] ha diritto di sacrificare i sudditi nel nome di una gloria imperitura astratta, per Mickiewicz e Ševčenko la nazione è espressione di Dio in terra, mentre l’impero è espressione del demonio, una biblica Bestia degli abissi”.
È utile sottolineare inoltre la differente concezione imperiale che separa Mickiewicz da Puškin. Mentre per il poeta moscovita la Grande Russia “doveva ergersi a baluardo dell’ortodossia, facendo confluire in un’unica realtà politica e culturale tutti i popoli slavi” per Mickiewicz la Polonia, che in passato aveva compiuto ingiustizie verso gli altri popoli, in particolare verso l’Ucraina, avrebbe dovuto “ricomporre i suoi confini storici, abbracciando al suo interno la Lituania, l’Ucraina e la Belarus’, garantendo però a questi popoli, pieno diritto all’autodeterminazione politica e all’affermazione di una propria autonoma soggettività culturale”.
Più complessa la posizione di Ševčenko che deve fare i conti con due realtà, la Polonia e la Russia, che in periodi storici diversi avevano negato all’Ucraina il diritto di esistere.
Per il poeta ucraino tutti i popoli, grandi o piccoli, cristiani o meno, hanno diritto a preservare le proprie tradizioni e a difendere la propria cultura.
In questo senso scrive Pachlovska “Ševčenko compieva il passo – innovativo fino ad essere rivoluzionario – di aprirsi a tutte le culture dell’impero e di rivendicarne il diritto alla propria individualità”. È questa una posizione, sottolinea sempre la studiosa, che “anticipa le moderne tendenze al multiculturalismo e le problematiche anticoloniali novecentesche”.

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Il rapporto tra Gogol’ e Ševčenko, solo accennato nel saggio della Pachlovska, viene indagato, alla luce degli studi più recenti, nell’articolo conclusivo del libro da Giovanna Brogi. È un tema questo affascinante quanto controverso che “continua a suscitare passioni, amarezze, recriminazioni, oppure ostentata indifferenza fra studiosi russi e ucraini”.
Brogi cerca di fissare alcuni punti fermi pur nella consapevolezza “delle profonde differenze fra i due scrittori e, soprattutto, dell’asprezza dei contrasti che ha opposto (e in parte ancora oggi oppone) le varie interpretazioni critiche”.
Per comprendere affinità e differenze tra le due figure è fondamentale accennare brevemente alle loro biografie che rendono ragione delle “divergenti specificità culturali dei due scrittori”.
Gogol’ nato nel 1809 a Velyki Soročynci nei pressi di Poltava da una famiglia della piccola nobiltà ucraino-polacca, “che aveva in Ostap Hohol’, colonnello cosacco del XVII secolo, il proprio più glorioso antenato”, studiò al prestigioso liceo di Nižyn, fondato nel 1805 per diffondere tra i discendenti della nobiltà cosacca “l’educazione russa e farne dei buoni sudditi dell’impero, russofoni e russificati”.
Taras Ševčenko, seppure figlio dell’età cosacca come Gogol’, ebbe un’infanzia molto diversa. Nato nel 1814 a Moryntsy, un villaggio sulla riva destra del Dnipro, da una famiglia di servi della gleba rimase orfano di entrambi i genitori a soli dodici anni e visse un’adolescenza miserrima che riscatterà grazie a un prodigioso talento artistico, letterario e filosofico.
Lo stile di vita di Ševčenko, quando lo scrittore avrà finalmente accesso alle porte dei teatri e dei salotti di Pietroburgo, la cui nobiltà Gogol’ allieta da tempo con i suoi geniali e inquietanti racconti ‘piccolo-russi’, sarà sempre, per certi versi, antitetico rispetto a quello dell’autore delle Anime morte.
Mentre Gogol’ era desideroso di equipararsi ai nobili russi e “faceva ogni sforzo per emergere come scrittore a fianco della stella di Puškin”, Ševčenko, liberatosi dalla condizione servile nel 1838, si immergerà fino al collo nella vita pietroburghese studiando “anatomia, architettura, storia dell’arte, paesaggistica, disegno e pittura, e tutte le materie dei corsi dell’Accademia delle Belle Arti”.
La profonda diversità del background sociale e culturale dei due scrittori spiega perché anche il mito cosacco che li accomuna venga interpretato da Ševčenko in maniera opposta rispetto a Gogol’.
Nell’epistola poetica A Hohol’ scritta da Ševčenko nel 1844 il tema cosacco “si esprime come ‘mito rovesciato’, amara riflessione sull’inglorioso presente: non rombano più i cannoni cosacchi, non si combatte più contro il polacco e il tataro, non si difende più la libertà cosacca a costo della vita come si faceva al tempo di Taras Bul’ba e di Gonta”.
Mentre Ševčenko, figlio della società cosacca contadina, scommette sulla capacità rigenerativa della nazione attraverso la radicalità della sua poesia di protesta, per Gogol’ il mondo cosacco della Piccola Russia – termine che Ševčenko rifiuta preferendogli quello di Ucraina – è un luogo della memoria, un rifugio per l’anima senza alcuna valenza politica.

Massimiliano Di Pasquale

Giovanna Brogi, Oxana Pachlovska Taras Ševčenko. Dalle carceri zariste al Pantheon ucraino Le Monnier Università, Firenze 2015.

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Taras Shevchenko, l’eroe nazionale ucraino

La maggior parte degli italiani, anche coloro che nutrono un timido interesse per il calcio, associa immediatamente il nome Shevchenko al più famoso calciatore ucraino, quell’Andriy che, appese le scarpette al chiodo nel luglio 2012, aveva cercato, con scarsa fortuna, di riciclarsi in politica nella lista Ucraina-Avanti di Natalia Yuriivna Korolevska.
Ma per gli ucraini il vero Shevchenko, quello che hanno nel cuore da sempre è Taras, il poeta ed eroe nazionale nato nel 1814 a Moryntsy, villaggio sulla riva destra del Dnipro, da una famiglia di servi della gleba.
Orfano di entrambi i genitori a soli dodici anni, Shevchenko riesce a riscattare un’infanzia miserrima grazie a un prodigioso talento artistico, letterario e filosofico fino a diventare l’icona nazionale dell’Ucraina.

Museo Shevchenko© Massimiliano Di Pasquale (All rights reserved)

Museo Shevchenko© Massimiliano Di Pasquale
(All rights reserved)

Figlio dell’era cosacca come Nikolai Gogol, Taras Shevchenko è una figura complessa ed emblematica dell’Ottocento slavo. Cristo e criminale, nuovo etmano per gli ucraini polacchi, “porco malorusso buono solo per il lardo” per i nazionalisti russi, in epoca sovietica addirittura “amico dei lavoratori” in una lettura che lo riduce, come scrive la studiosa Oxana Pachlovska, a “stucchevole facciata folcloristica”, Shevchenko incarna in realtà con la sua opera, strettamente legata alla sua drammatica esistenza, la vita dell’intellettuale ribelle ucraino di quegli anni.
Sia lui che Gogol – sottolinea il critico Yevhen Malaniuk – evidenziano con la loro produzione letteraria le tortuose interconnessioni russo-ucraine dell’epoca e la disintegrazione dell’unitarietà della società ucraina sotto il giogo dell’Impero russo.
Mentre Gogol, figlio della società cosacca nobiliare, drammaticamente sospeso tra due mondi, rivela con il riso il meccanismo perverso su cui si regge l’Impero – non è un caso che in Portret (Il ritratto), scritto grazie al sussidio della corte, riprenda il tema faustiano della vendita dell’anima al demonio –, Shevchenko, figlio della società cosacca contadina, scommette sulla capacità rigenerativa della nazione attraverso la radicalità della sua poesia di protesta.
Il poeta, erede della tradizione dei Kobzar, i mitici cantastorie ucraini, se da un lato fa compiere alla lingua ucraina il necessario salto di qualità affinché sia conosciuta e apprezzata in tutto il mondo, dall’altro incita tutti i popoli oppressi alla ribellione.
Dice ‘lottate – e vincerete’ non solo all’Ucraina, ma alla Polonia, ai Paesi Baltici, alla Finlandia, alla Moldova, ai popoli del Caucaso e dell’Asia, e alla Russia stessa. Per tutti i popoli dell’impero rappresenta una chiara voce di ribellione, una radicale opposizione a un sistema politico basato sulla sottomissione più mortificante, e rivendica per tutti i paesi e le nazioni inglobati nell’impero l’indipendenza culturale e politica”.
Per i suoi sentimenti democratici, il suo anticlericalismo, la sua opposizione all’autocrazia, Shevchenko rappresenta ancora oggi il vessillo dell’Ucraina e una spina nel fianco per il neo-imperialismo russo.
Morto a soli 47 anni per un banale incidente (cade dai gradini del suo studio a Pietroburgo) Taras Shevchenko viene sepolto – seguendo la volontà testamentaria espressa nella toccante poesia Zapovit (Testamento) – a Kaniv sulla collina Chernecha, oggi Tarasova Hora.
Il sacerdote che officia la messa funebre in suffragio del poeta su quella splendida altura con una magnifica vista sul Dnipro profetizza: “Questa sarà un nuovo Golgota, e la croce eretta qui, come la Croce di Dio che si vede a Gerusalemme e in Giudea, si vedrà in Ucraina da tutte e due le rive del Boristene”.

Statua Shevchenko a Lviv© Massimiliano Di Pasquale (All rights reserved)

Statua Shevchenko a Lviv© Massimiliano Di Pasquale (All rights reserved)

Tappa fissa di tutte le crociere sul Dnipro e sosta obbligata per chi attraversa la oblast di Cherkasy, Kaniv è visitata ogni anno da centinaia di viaggiatori che tributano il loro personale omaggio al poeta ucraino.
Il Museo Shevchenko, riaperto di recente dopo anni di restauri, è davvero fondamentale per conoscere la vita e l’opera di Taras Shevchenko. L’edificio a due piani ospita una collezione di oltre 20.000 oggetti tra cui incisioni originali di Shevchenko, edizioni rare dei suoi scritti, preziosi documenti d’archivio, fotografie, materiali audio e video, cimeli del poeta e diverse opere pittoriche di famosi artisti ucraini ispirate alla sua vita e alla sua opera.

Massimiliano Di Pasquale