Abbecedario Ucraino – Genesi di un progetto

Quando nel 1991 l’Ucraina ottenne l’indipendenza da Mosca, questa nuova nazione, “una sorpresa nelle cancellerie, nelle università e nei consigli di amministrazione occidentali”, così la definì lo storico Andrew Wilson nel saggio The Ukrainians. Unexpected Nation, in Italia era più inattesa che altrove. Il nostro Paese, che aveva sempre avuto un rapporto stretto e privilegiato con l’Unione Sovietica in ambito politico ed economico, ebbe difficoltà a concepire l’Ucraina come entità statuale indipendente. Nonostante l’URSS fosse un’unione federale di 15 repubbliche, a cui la costituzione sovietica garantiva, in teoria, il diritto di recesso, l’intellighenzia italiana finiva spesso per identificare l’Unione Sovietica con la Russia. Unione Sovietica e Russia venivano frequentemente usati come sinonimi da politici e giornalisti generando equivoci e confusione nell’opinione pubblica. Equivoci che sarebbero continuati anche dopo l’implosione del gigante sovietico.

Negli anni immediatamente successivi al dissolvimento dell’URSS, l’Italia cercò, non senza difficoltà, di comprendere il nuovo scenario geopolitico emerso dal collasso di un’altra ex confederazione socialista, la Jugoslavia. La guerra in Slovenia, Croazia, Serbia, Bosnia Erzegovina e successivamente in Kosovo aveva molte più implicazioni per il nostro Paese, dal momento che avveniva in territori limitrofi al nostro Paese.

Questo focus sui Balcani contribuì a ritardare la comprensione delle dinamiche geopolitiche nell’ex URSS. Per lungo tempo l’Ucraina rimase una sorta di oggetto misterioso per il pubblico italiano e tutto lo spazio post-sovietico continuò a essere, superficialmente, rubricato come Russia.

Fino alla Rivoluzione Arancione del 2004, l’Ucraina risulta pressoché assente dai notiziari televisivi e dalla stampa nostrana. L’unica parziale eccezione a questo trend generale è rappresentata dalla pubblicazione sporadica di articoli di geopolitica su poche riviste specializzate.

Nella stragrande maggioranza di questi scritti il Paese viene presentato come una sorta di appendice della Russia che prima o poi avrebbe aderito o sarebbe stato costretto ad aderire alla Federazione Russa o, nel peggiore dei casi, sarebbe stato diviso in due parti, una ucrainofona a Ovest, l’altra russofona a Est. A parte qualificate eccezioni, coloro che si occupano di Ucraina sono spesso ex corrispondenti da Mosca dei tempi sovietici o addirittura analisti vicini al Cremlino. Analisi povere e polarizzate – sorta di copia e incolla di articoli provenienti soprattutto da media russi e, in misura minore, da fonti occidentali – testimoniano come in Italia manchino esperti di Ucraina o che i pochi ucrainisti italiani non vengano quasi mai interpellati.

La prima volta che gli italiani sentono parlare di Ucraina è nel novembre 2004 con le proteste di piazza, passate alla storia come Rivoluzione Arancione. L’avvenimento coglie di sorpresa la maggioranza dei media autoctoni. La scarsa conoscenza della storia e della politica ucraina, unita al fatto che gli eventi vengono raccontati avvalendosi per lo più di informazioni provenienti da televisioni e agenzie stampa russe, dà vita a una narrazione parziale. La situazione è talmente imbarazzante che Giovanna Brogi, Presidente dell’AISU (Associazione Italiana di Studi Ucraini) invia una lettera aperta ai direttori della RAI TV chiedendo una copertura più equilibrata. Se la RAI non fosse stata in grado di inviare un corrispondente a Kyiv avrebbe potuto trasmettere anche informazioni provenienti da televisioni e agenzie di stampa polacche, che avevano corrispondenti in Ucraina, non solo da quelle russe. Nessuno replica a quella lettera aperta pubblicata sulle pagine del Corriere della Sera.

Negli anni seguenti l’Ucraina scompare di nuovo dai radar dei media italiani fatta eccezione per le vicende riguardanti le guerre del gas tra Mosca e Kyiv dell’epoca arancione. Nel 2012, quando l’Ucraina si accinge ad ospitare insieme alla Polonia gli europei di calcio, i media italiani sembrano più preoccupati dalle uccisioni di cani randagi per ripulire le strade in vista dell’appuntamento sportivo che dalle gravi violazione dei diritti umani che avvengono sotto la presidenza di Viktor Yanukovych.

Il caso Tymoshenko, che riceve ampia copertura mediatica a livello internazionale, con alcuni paesi della UE che minacciano di boicottare Euro 2012 in caso di mancata scarcerazione dell’ex Primo Ministro, in Italia viene quasi ignorato o dipinto semplicemente come una guerra tra oligarchi. Solo pochi giornalisti indipendenti esprimono le loro preoccupazioni per il degrado subito dalla democrazia ucraina con l’avvento di Yanukovych. La maggior parte di essi non sembra curarsi dei processi di giustizia selettiva che riguardano Yuliya Tymoshenko e l’ex ministro degli Interni Yuriy Lutsenko. Nel maggio 2012 Ian Kelly, ambasciatore statunitense presso l’OSCE (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) riferirà di ben tredici funzionari del governo Tymoshenko – 4 ministri, 5 viceministri, 2 capi d’agenzia, un governatore e il responsabile del monopolio del gas di stato – finiti dietro le sbarre per ragioni politiche.

Quando nel novembre 2013 inizia la prima ondata di proteste di Euromaidan a Kyiv, la situazione sul fronte dei media è pressoché simile a quella di nove anni prima. A mano a mano che gli eventi a Kyiv e nel resto del Paese peggiorano, quello che inizialmente era solo un punto di vista pro-russo, dovuto in parte alla poca conoscenza della politica ucraina, si trasforma in una narrazione Mosco-centrica da cui nessun organo di stampa risulta totalmente immune.

In molti giornali, pubblicazioni on line e persino dossier televisivi il governo di Kyiv viene definito una giunta nazista utilizzando lo stesso linguaggio della stampa russa.

Potremmo citare tanti esempi di disinformazione che si sono succeduti dallo scoppio del conflitto fino ad ora, ma il punto chiave è un altro. La narrazione russa veicolata da molti media italiani trova terreno fertile anche a causa della scarsa conoscenza della cultura e della storia ucraina nel nostro Paese.

A partire dal gennaio 2014 ho partecipato in qualità di ucrainista e di esperto di ex URSS a decine di incontri in tutta Italia dedicati alla crisi ucraina. Nel corso di questi dibattiti ho potuto constatare di persona l’esistenza di un pubblico interessato alle vicende dell’Ucraina che purtroppo non trovava testi di riferimento per approfondire certe tematiche.

Il progetto Abbecedario Ucraino nasce alla fine del 2014 per cercare di fornire una risposta a questa urgenza di carattere informativo. Nasce sotto forma di abbecedario, con un formato A-Z, e si avvale di un registro narrativo volutamente composito, che compendia al suo interno profili biografici, reportage, ritratti letterari, analisi geopolitiche, proprio per avvicinare il maggior numero di lettori.

Sono da sempre convinto che la cultura non debba essere confinata entro l’angusta e autoreferenziale turris eburnea dell’accademia, ma aprirsi a un pubblico più vasto, se vuole provare ad avere un impatto sulla società.

Abbecedario Ucraino è stato concepito come un’opera divulgativa nell’accezione più nobile del termine. Per facilitarne la fruizione, in accordo con l’editore Gaspari (https://www.gasparieditore.it/), ho deciso di dividere il saggio in due volumi.

Il primo approfondisce le tematiche politiche, storiche e culturali che hanno interessato l’Ucraina dal 1991, anno dell’indipendenza, fino ad oggi. Semplificando potremmo dire che in questo tomo, oltre ai ritratti di personaggi di primo piano della politica ucraina (Poroshenko, Saakashvili, Tymoshenko, Yanukovych, Yushchenko) e agli eventi più importanti a livello socio-economico (Indipendenza, Stagione degli Oligarchi, Rivoluzione Arancione), il lettore troverà risposta a molti dei quesiti emersi in tutta la loro drammaticità con il Maidan di Kyiv (Crimea, Donbas, Euromaidan). Accanto a queste voci, essenziali per ricostruire il panorama politico ed economico degli ultimi ventisette anni, trovano spazio lemmi che approfondiscono specifiche questioni culturali e storiche (Diaspora Ucraina, Italiani di Crimea), ritratti di scrittori contemporanei ucraini o legati all’Ucraina (Limonov, Zhadan) e fenomeni di costume (Femen).

Il secondo volume, che uscirà nel 2019, si occuperà invece di protagonisti e di eventi della storia ucraina la cui eredità risulta fondamentale per una corretta comprensione delle problematiche politico-culturali attuali (Rus di Kyiv, Cosaccato, Mazepa, Bandera, Holodomor, Chornobyl, etc).

Per informazioni e aggiornamenti

https://www.facebook.com/Abbecedario-Ucraino-2089959197915114/

Massimiliano Di Pasquale

 

Advertisements

Eastern Girls – Massimiliano Di Pasquale

A Piervittorio

RIMINI, 2005. «Dai prendine un altro – dice Ludmila – Questo Chardonnay arriva direttamente dalla California. Ha un retrogusto leggermente fruttato che ti lascia in bocca un aroma di mela».
Parla da sommelier esperta. Non sarai certo tu a contraddirla.
E poi il modo in cui ha formulato l’invito è divertente. Talmente divertente che non hai potuto fare a meno di pensare a Patrick Bateman e al suo “è un ottimo Chardonnay quello che non stai bevendo…”. Così versi un po’ di quel nettare profumato nel flute di cristallo Swarovski e accenni un sorriso. Ludmila è raggiante. Avvicina il suo calice al tuo per un brindisi: «Na zdorovje!».
Poi arriva Olga. È stata lei a condurti qui, nella villa hollywoodiana di questa ricca vedova russa poco più che quarantenne, scombinando i tuoi piani per la serata. Che prevedevano nell’ordine: aperitivo in un bar del lungomare, cena in agriturismo e nel dopocena assalto alla “fortezza bielorussa”. Sono giorni che non fai che ripetere a te stesso che i tempi sono ormai maturi. Ma ecco l’imprevisto. Decidi di fare buon viso a cattivo gioco e di calarti in questo fuoriprogramma desideroso di conoscere l’opulenza dei nuovi russi. Ludmila sembra averti letto nel pensiero. Dopo le presentazioni ha soddisfatto le tue curiosità con un velenoso pistolotto all’indirizzo dell’amministrazione locale.
«Olga, se concederanno la licenza per l’edilizia popolare questo paradiso sarà funestato da tanti orrendi palazzoni e la mia proprietà perderà valore!»
Olga non ha detto nulla. I suoi occhi azzurri, freddi come il Baltico, non hanno tradito alcuna emozione. Certe abitudini non svaniscono neppure a distanza di anni.
Olga è arrivata ai tempi della perestrojka o – come dice lei – quando c’era ancora Gorbaciov, e non se n’è più andata. Oggi ha un passaporto italiano. Qualche giorno fa ti ha raccontato di come a scuola, ai tempi dell’Unione Sovietica, le insegnassero a smontare un kalashnikov. Allora te la sei immaginata in un’aula di Brest armeggiare con un AK-47. Con i suoi capelli biondissimi e la silouehette da modella davanti agli altri compagni adempiere questo quotidiano esercizio patriottico. Dietro di lei, sulla parete di un muro un po’ scrostato, una foto di Leonid Brezhnev.

LONDON, 2000. L’appuntamento è per le cinque di pomeriggio al Blue Anchor di Hammersmith. È una tiepida domenica d’agosto e gli inglesi, come lucertole, stesi sui prati con le loro immancabili pinte di lager, abbronzano corpi pingui e pallidi. Luca ha scelto questo pub lungo il Tamigi, che d’estate si riempie di turisti e di amanti del canottaggio, perché sa della passione di Agnieszka per le location cinematografiche. Avesse dato retta alle sue di passioni, avrebbe optato per il City Barge dove i Beatles girarono Help! , ma è certo che la piccola Kate Moss di Stettino apprezzerà questo luogo. Per ingannare l’attesa sfoglia le pagine di Q magazine sorseggiando una stout schiumosa che profuma di mosto. Quel sapore lo riporta all’estate di qualche anno prima e alle lunghe pedalate in bicicletta in compagnia di Rachel nella verde campagna oxfordiana.
Luca, come fa con tutte le donne che attraversano la sua vita, l’aveva ribattezzata la ragazza dell’Isola di Wight per il suo stile hippie. Le lunghe, ampie gonne patchwork, i sottilissimi roll-up, i polpastrelli che odorano di tabacco. Come una meteora piovuta dal cielo stellato dei Grateful Dead, Rachel è scomparsa dopo un paio di mesi. Ogni volta che Luca sente Hope Sandoval intonare Fade Into You è come se avvertisse l’odore degli incensi di Rachel che bruciano nella sua stanza di Cowley per coprire le nuvole di hashish.

Hope Sandoval

Hope Sandoval

KYIV, 2004. Quando il vecchio convoglio sovietico fa il suo ingresso nell’hangar della stazione, l’alba è sorta da poco. Piacere all’alba – così recitava un cartello pubblicitario in prossimità di un moderno centro commerciale a Harrow on the Hill. Prodezza da copywriter che fosse, ho sempre trovato affascinante l’idea di quello slogan che pubblicizzava un rasoio.
Di rasature perfette non me n’è mai importato tanto… Koliucij (ispido) – diceva Katia mentre accarezzava il mio volto nelle fredde notti londinesi… Però la magia di un nuovo giorno che sorge, quella sì, non smetterà mai di rapirmi. Sarà che in questo momento mi sento in pace con me stesso.
Il caldo abbraccio di Katia di ieri sera, sotto l’occhio vigile di Lenin che domina ancora su quell’enorme piazza, è l’immagine più bella di Kharkiv. Quella che affiderò all’album dei miei ricordi.

Kharkiv - Max Di Pasquale  (4)

LONDON, 2000. È bastato un bacio, uno dei suoi, così morbidi e vellutati,perché Luca le perdonasse un ritardo di una buona mezz’ora. Agnieszka, che ha subito riconosciuto in quel pub di West London il set di Sliding Doors, sa come tenerlo a sé. Sin dall’inizio tra loro si è instaurato un gioco di complicità e reciproche gelosie. Lui sa di non essere l’unico uomo di Agnieszka. Un giorno imprecisato, forse solo tra qualche mese, un pullman da Victoria Station la riporterà a Stettino tra le braccia del suo promesso sposo. E Luca sarà costretto ancora una volta a fare i conti con la solitudine. Ma in questo mite pomeriggio di mezza estate il suo sguardo tradisce una qualche forma di contentezza. La felicità è un juke box che suona Wonderwall degli Oasis mentre capelli biondo fragola si lasciano accarezzare con dolcezza.

KYIV, 2004. Sono già tre ore che vago per la città. Appena fuori la stazione una signora sui cinquant’anni si è avvicinata e mi ha domandato se cercassi un posto per dormire. Alla mia risposta affermativa ha bloccato un taxi e insieme abbiamo raggiunto la sua abitazione. Trenta dollari a notte è quanto mi ha chiesto per un piccolo monolocale all’ottavo piano di un grigio palazzone che fa tanto Unione Sovietica. Affare fatto. Il tempo di prendere una doccia ed ero già all’imbocco della metro di Respublikansky Stadion pronto a immergermi nel cuore di Kyiv. A un chiosco di fronte ai magazzini TSUM, ho acquistato il mio pranzo. Un delizioso hot-dog, fritto in una croccante pasta di pane. Qualcosa di molto simile ai sausage roll che vendevo dietro il bancone della panetteria della signora Thelma a Putney. E allora mi è venuta in mente la confessione di Giorgio, qualche giorno fa. «Luca, tutto si può dire di te ma non certo che ti manchi il coraggio». «Io non ce l’avrei mai fatta a lasciare l’Italia e cominciare una nuova vita in Inghilterra».
Dopo aver raggiunto la parte alta della città ho recuperato una scheda telefonica e ho chiamato Katia. «Kyiv è bellissima» le ho detto nel mio russo scolastico.
«Fatti sentire nei prossimi giorni, mi raccomando».
«Sicuramente Katia, un bacione» ho risposto ammaliato dalla visione delle cupole del Monastero di San Michele che brillavano solenni sullo sfondo di un cielo immacolato.

SONY DSC

LONDON, 2000. Kiss me kiss me kiss me, your tongue is like poison, so swollen it fills up my mouth…
È un caldo pomeriggio d’ottobre quando Luca, accompagnato dal canto ossessivo di Robert Smith, si fa largo inebetito tra la folla frenetica di Coventry Street. Cammina senza meta, desideroso di perdersi tra la gente. Alla ricerca di quell’anonimato che solo le metropoli sanno offrire. Ieri sera al solito numero di telefono di Southfields la voce gentile di una signora di mezz’età gli ha comunicato che Agnieszka non abita più lì.
Mentre imbocca Wardour Street e il suo sguardo si allunga sui tanti sexy shop e sui flat dalle insegne luminose sul cui uscio signorine discinte promettono attimi di piacere per poche sterline, Luca ha come la sensazione che quel quindicenne chiuso nella propria cameretta a consumare i solchi di Pornography non lo lascerà mai.

RIMINI, 2005. La vita è un sogno, soltanto un sogno – cantano alla radio i La Crus. È bello salutare il mattino con la voce di Joe come radiosveglia – pensi. Peccato per l’enorme cerchio alla testa e il profondo senso di nausea. Il tuo collo madido di sudore accresce questa spiacevole sensazione di hangover. La mano si protende all’altro capo del letto alla ricerca di Olga. Ma lei non c’è. Dai ricordi annebbiati dai troppi bicchieri di Muller Thurgau una visione nitida. Saranno state più o meno le quattro quando in fretta e furia si è rivestita e ha detto laconicamente «devo andare Luca».
Quasi si fosse improvvisamente ricordata di un appuntamento di lì a poche ore. Il bacio con cui si è congedata sembrava filo spinato.
Tu ancora inebriato dal sapore del suo sesso te ne saresti accorto solo qualche settimana dopo. Lungo le rive della Neva camminando con Claudia, una ragazza conosciuta appena il giorno prima all’aeroporto di Praga, avresti confidato a quell’occasionale compagna di viaggio il tuo senso di smarrimento. Più tardi, in un ristorante sul Nevsky Prospekt, di fronte a un bicchiere di vino rosso georgiano, parlando dei vortici emotivi dei tuoi trent’anni, con la sincerità che si riserva solo agli sconosciuti, avresti visto scorrere tanti fotogrammi. Istantanee di assolati pomeriggi sui prati di West London e di tramonti rosa dolomitico tra i canyon della Crimea.

© Massimiliano Di Pasquale (All rights reserved)

Holodomor #1 – Lettere da Kharkov

Andrea Graziosi – Lettere da Kharkov

Al Bazar il 21 mattina i morti erano raggruppati come mucchi di stracci, nella mota e nello sterco umano, lungo la palizzata che limita il piazzale verso il fiume. Ce n’erano una trentina. Il 23 mattina ne ho contati 51. Un bambino succhiava il latte dalla mammella della madre morta, dal viso color grigio. La gente diceva: questo sono i boccioli della primavera socialista.
Nella Puskinskaja scendevo un pomeriggio verso il centro. Pioveva. Tre besprizornye passarono davanti a me, finsero di accapigliarsi. Uno ricevette uno spintone ed andò a finire contro una donna che portava una pentola di Borsc, raccolta dentro un fazzoletto. La pentola andò per terra e si spezzò. Il colpevole fuggì e gli altri due raccattarono con le mani, tra la mota la zuppa e la ingoiarono. Un poco ne misero in un berretto, per il terzo.

Così scrive nel maggio del 1933 in un dispaccio diplomatico il console italiano a Kharkov, all’epoca capitale dell’Ucraina Sovietica, Sergio Gradenigo.
All’inizio degli anni ’30, il governo fascista italiano aveva accreditati in Urss alcuni diplomatici. Attenti e scrupolosi nell’annotare le manifestazioni della politica staliniana e i gesti semplici e disperati della popolazione, i dispacci fotografano lucidamente gli eventi terribili della collettivizzazione e della carestia che causarono la morte di milioni di ucraini.
Alla fine degli anni ’80, grazie al lavoro di Andrea Graziosi, storico e sovietologo di fama internazionale, questi documenti rinchiusi negli Archivi di Stato italiani vengono finalmente alla luce.
Lettere da Kharkov, il saggio pubblicato nel 1991 da Graziosi fornirà, assieme al lavoro di Robert Conquest Harvest Of Sorrow – uscito in Inghilterra e Stati Uniti nel 1986 ma pubblicato in Italia solo nel 2004 (Robert Conquest, Raccolto di Dolore, Liberal Edizioni) – un contributo fondamentale per la ricostruzione delle tragiche vicende della carestia pianificata di Stalin in Ucraina nel 1932-33, nota come Holodomor, in cui perirono milioni di ucraini.
Collettivizzazione e industrializzazione forzata
Negli anni dal ’32 al ’33 milioni di contadini ucraini – le cifre parlano di un numero imprecisato oscillante tra 5 e 7 milioni – morirono a causa delle deportazioni, della mancanza di viveri, della deprivazione fisica e dei suicidi provocati dallo squilibrio psichico e dal collasso sociale conseguenti alla collettivizzazione delle campagne da parte di Stalin.
L’origine del Holodomor, termine ucraino che significa “morte per fame”, risale al 1929 quando Stalin vara un colossale e ambizioso programma per risollevare le sorti di una stagnante economia socialista. Il piano si articola in due punti chiave: la creazione di una possente industria di Stato e l’istituzione di aziende collettive nelle campagne. Perseguendo l’obiettivo economico della collettivizzazione Stalin mira in realtà a raggiungerne un altro ben più ambizioso: la distruzione e l’annientamento della classe sociale dei contadini e dei piccoli imprenditori agricoli da sempre ostacolo alla sovietizzazione della società. Mentre nelle città si provvede ad un’industrializzazione forzata in barba a qualsiasi logica economica e all’annientamento dell’intellighenzia dissidente attraverso le purghe, le campagne vengono razziate, il grano, confiscato fino all’ultimo chicco, venduto all’Occidente in cambio di valuta pregiata necessaria per finanziare l’industria.
Nella primavera del 1933 in Ucraina a causa della fame muoiono 17 persone ogni minuto, 1000 ogni ora, quasi 25 mila ogni giorno. Nell’arco di qualche settimana 11 mila villaggi si svuotano completamente.

Copertina libro

Copertina libro

Lettere da Kharkov
Negli ultimi 20 anni, grazie al crollo del Muro di Berlino diversi sono stati gli storici che hanno potuto approfondire lo studio di questa drammatica vicenda oggetto per lungo tempo di controversie per via delle falsità perpetrate non solo dal regime sovietico ma anche dai tanti intellettuali occidentali, tra i quali George Bernard Shaw, che avevano opportunisticamente occultato questa tragica pagina della storia.
In un intervento al Convegno sul Holodomor tenutosi a Vicenza nel 2003, Andrea Graziosi afferma come i documenti dei rappresentati diplomatici italiani in Urss sulla carestia del 1932-33, rinvenuti nell’archivio del Ministero degli Esteri, “hanno radicalmente mutato la mia comprensione della storia sovietica e anche il modo in cui guardo al secolo passato”. Continua ancora lo storico sottolineando come “alla luce del 1932-33 quel sistema ci appare, almeno per una fase della sua storia, come un vero e proprio “impero del male”, più che come un “totalitarismo” ideologicamente teso a conquistare e rifondare le coscienze, un impero i cui dirigenti sono condannati senza appello dal loro coinvolgimento in crimini contro l’umanità di portata straordinaria”.
Allied Scheme of History
Nonostante in tempi recenti l’apertura dell’archivio del KGB ucraino abbia fornito ulteriori prove di questo olocausto, il riconoscimento ufficiale del genocidio è avvenuto solo da parte di alcuni paesi tra cui Argentina, Australia, Brasile, Canada, Città del Vaticano, Colombia, Ecuador, Georgia, Lettonia, Lituania, Messico, Paraguay, Perù, Repubblica Ceca, Slovacchia, Stati Uniti, Ucraina, Ungheria.
Stupisce l’assenza di paesi chiave dell’Unione Europa come Francia, Germania e Italia.
La lettera inviata nell’ottobre del 2003 al Parlamento Italiano e alla Commissione Europea dal comitato scientifico che promosse il Convegno di Vicenza e l’articolo del professor De Rosa “Il Parlamento Italiano riconosca lo sterminio” uscito sul Corriere della Sera del 24 dicembre 2003 ha trovato udienza solo parziale presso le orecchie di Bruxelles e Roma.
Se l’ONU nel 2003 ha definito la carestia come il risultato di politiche e azioni “crudeli” che provocarono la morte di milioni di persone, il Parlamento europeo il 23 ottobre 2008 ha adottato una risoluzione nella quale ha riconosciuto il Holodomor come un “crimine contro l’umanità” evitando opportunisticamente di usare la parola genocidio.
Un esempio di realpolitik interpretabile alla luce della formula dell’“Allied Scheme of History” proposta dallo storico Norman Davies, secondo il quale i rapporti di comodo tra gli alleati di ieri nella lotta contro il nazismo da sempre impediscono all’Occidente di fare piena luce sulle tragedie dello stalinismo.
L’Occidente non ha mai riconosciuto il comunismo sovietico alla stregua del nazismo quale sistema di sterminio dell’uomo. E questo nonostante ci siano state fin troppe voci autorevoli a partire da Hannah Arendt che hanno parlato di equivalenza tra questi due totalitarismi.

Andrea Graziosi (a cura di), Lettere da Kharkov: La carestia in Ucraina e nel Caucaso del Nord nei rapporti dei diplomatici italiani, 1932-33, Einaudi, Torino 1991.

Massimiliano Di Pasquale

Odessa. Splendore e tragedia di una città di sogno

Odessa. Splendore e tragedia di una città di sogno – Charles King di Massimiliano Di Pasquale

“Sono arrivato a Odessa in macchina, aereo, treno e nave e ogni volta sono stato accolto con l’ospitalità e la vitalità per cui questa città è giustamente famosa” (Charles King)

odessa - charles king086

È un libro davvero avvincente, frutto di anni di incontri, ricerche sul campo e bibliografiche, quello scritto su Odessa da Charles King, docente di Affari Internazionali alla Georgetown University di Washington. Un libro che già dall’indovinato titolo, Odessa. Splendore e tragedia di una città di sogno, dice di una città leggendaria, la cui identità meticcia ne ha fatto nel corso dei secoli un luogo dalla spiccata vivacità culturale. Sin dalla sua fondazione, avvenuta nel 1794 ad opera dell’ammiraglio Josè Pascual Domingo de Ribas y Boyons – un protetto del generale Grigorij Aleksandrovič Potëmkin – figlio del console spagnolo a Napoli e di un’aristocratica irlandese, Odessa si è sempre contraddistinta come punto di incontro e fusione di etnie, fedi religiose, costumi, avanguardie politiche, artistiche e culturali.
Quella stessa vivacità sprigionata da un centro multiculturale, come si evince dal lungo racconto di King – mirabile per rigore filologico e ampiezza di documentazione –, ha altresì lasciato emergere anche dei lati inquietanti.
“Come molte altre vivaci città portuali e come molti tessuti urbani multiculturali, essa ha sempre liberato i suoi demoni più vitali, quegli spiritelli che incarnano le muse palpitanti della società metropolitana e i creatori instancabili dell’arte e della letteratura. Spesso, tuttavia, ha lasciato emergere anche i lati più oscuri, quelli che stanno in agguato nei vicoli e bisbigliano parole di odio religioso, invidia di classe e vendetta etnica”.
Il libro dello storico statunitense, dedicato alla famiglia Martens e ai suoi avi “che con coraggio e speranza, hanno lasciato le sconfinate steppe russe per la pianura americana”, è, a ben vedere, costruito proprio su questa polarità che da sempre caratterizza la storia di Odessa.
Il luogo mitico che ha ispirato registi come Ėjzenštejn e scrittori come Aleksandr Puškin e Isaak Babel’ (molto interessanti i capitoli Il governatore e il poeta e Il nuovo mondo dedicati rispettivamente al conflittuale rapporto tra Voroncov e Puškin – il poeta fu l’amante della bella moglie del conte russo che governò Odessa a partire dal 1823 – e alla Odessa ebraica dei racconti di Babel’, ambientati nel quartiere Moldovanka tra boss mafiosi, ladri, prostitute e gente comune), è stato anche il teatro in cui si è consumato, per esempio, un capitolo dimenticato dell’Olocausto, quello perpetrato dalla Romania, alleata del Terzo Reich, sulla popolazione ebraica nell’ottobre del 1941.
Non fu peraltro la prima volta che gli ebrei, che all’inizio degli anni Ottanta dell’Ottocento rappresentavano i due terzi dei mercanti e dei commercianti registrati in città, furono oggetto di persecuzione.
“Le aggressioni contro gli ebrei a Odessa si codificarono in un modello di spiegazioni comunemente accettate e di risposte ufficiali, che furono reiterate in tutto l’Impero per i due decenni successivi”.
Il termine pogrom, comunemente usato per definire queste persecuzioni violente nei confronti degli ebrei, spiega King, deriva dalla parola grom, che in russo significa tuono, “come se gli attacchi contro gli ebrei avessero una ragione naturale, forse persino celeste”.
Il saggio, che segue l’arco della storia di Odessa dagli albori della sua esplosione urbanistica – a Mark Twain, lì in visita nel 1867 parve una copia dell’America! – passando per le tragedie del XX secolo, fino alla sua consacrazione di luogo mitico e leggendario, si conclude con uno sguardo sulla città odierna.
Una città che a partire dal censimento del 1979 è soprattutto ucraina in termini di popolazione e che dal 1991 è diventata il più importante porto passeggeri di una nazione relativamente nuova, l’Ucraina, emersa dalle ceneri dell’Unione Sovietica.
“Gli amministratori cittadini sono molto più benevoli di quelli di altre epoche. Sotto molti aspetti, si sono impossessati del suo passato variegato e complesso invece di cancellarlo. Come i loro predecessori sovietici, hanno scoperto che la nostalgia permette di fare affari”.
Nel capitolo finale Crepuscolo, King ricorda che oggi “nessuna città supera Odessa per la quantità di guide storiche tascabili, libri di barzellette e monografie su strade, palazzi, quartieri, famiglie, negozi, visitatori famosi e oscuri personaggi storici ”.

Charles King -Odessa. Splendore e tragedia di una città di sogno (Einaudi, Torino 2013)

Massimiliano Di Pasquale