Abbecedario Ucraino

Il mio prossimo libro si chiamerà Abbecedario Ucraino e uscirà per Gaspari Editore nel 2018

Perché un nuovo libro sull’Ucraina?

Abbecedario Ucraino nasce dall’esigenza, sempre più urgente dopo il Maidan di Kyiv, di raccontare agli italiani l’Ucraina e le complesse vicende storiche, culturali e politiche alla base dell’attuale conflitto con la  Russia.  Il libro, avvalendosi di un particolare registro letterario che compendia al suo interno l’articolo giornalistico, l’analisi geopolitica, il ritratto politico e il reportage, vuole far conoscere al pubblico italiano la storia e la cultura dell’Ucraina ed alcune questioni chiave. Particolare attenzione è dedicata a temi quali la Crimea, il nazionalismo ucraino, che sono stati oggetto di campagne di disinformazione da parte di molti media italiani acriticamente allineati con le versioni moscovite dei fatti, degli eventi e della storia dell’Ucraina. Dalla A di Rinat Akhmetov alla Z di Serhiy Zhadan passando per la M di Ivan Mazepa, la S di Taras Shevchenko e la Y di Viktor Yanukovych, Abbecedario Ucraino racconta con uno stile vivace, brillante, ricco di riferimenti storici e culturali tutto ciò che gli italiani devono sapere di questa straordinaria terra di confine che con la Rivoluzione della Dignità ha testimoniato la volontà di lasciarsi alle spalle l’epoca post-sovietica per aprire una nuova fase di rigenerazione morale.

 

 

Massimiliano Di Pasquale

 

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Alcune considerazioni sul conflitto in Ucraina a due anni dal Maidan

Quella scoppiata in Ucraina due anni or sono in seguito alle dimostrazioni di Piazza iniziate il 21 novembre 2013 a Kyiv, è stata la più grave crisi nell’area post sovietica dal crollo dell’URSS.
Euromaidan, la rivolta popolare che ha sconfitto il regime cleptocratico di Yanukovych, pur avendo come epicentro Kyiv, è stata una rivoluzione che ha interessato l’intero Paese. Una rivoluzione, giustamente definita Rivoluzione della Dignità, che ha testimoniato la volontà del popolo ucraino di lasciarsi alle spalle l’epoca post-sovietica e il desiderio di aprire una nuova fase, quella della rigenerazione morale. Questo ambizioso tentativo ha dovuto però fare i conti con l’ostilità di Mosca nel fermare ad ogni costo un progetto che, se vittorioso, avrebbe messo in serio pericolo il modello autocratico putiniano e fornito linfa vitale alla debole opposizione democratica russa.
E infatti, cinque giorni dopo la destituzione di Yanukovych avvenuta il 22 febbraio 2014, Putin ha inviato il primo contingente militare in Crimea, annettendo de facto, in data 16 marzo, la penisola ucraina alla Federazione Russa attraverso un ‘referendum’, imposto con uso della forza, brogli, intimidazioni e in violazione del Memorandum di Budapest del 1994.
Con quell’accordo, firmato il 5 dicembre 1994 nella capitale ungherese, l’Ucraina cedeva il suo arsenale nucleare in cambio della garanzia della tutela della sua sovranità e sicurezza da parte di Gran Bretagna, Russia e Stati Uniti.
La timida risposta di UE e Stati Uniti all’annessione della Crimea è stata l’imposizione di sanzioni economiche nei confronti di Mosca che, seppure efficaci nel medio periodo, non hanno ridotto a più miti consigli l’atteggiamento belligerante del Cremlino.
Dopo l’invasione della Crimea Putin ha infatti inviato militari e truppe di irregolari (kadirovcy, cetnici serbi e cosacchi del Don) a supporto delle forze separatiste del Donbas aprendo di fatto un fronte di guerra nel profondo Est dell’Ucraina.
Con la nascita delle repubbliche popolari di Luhansk e Donetsk, enclavi russe in territorio ucraino, Mosca persegue la stessa strategia di disintegrazione dell’integrità territoriale attuata in Moldova e Georgia con le enclavi di Transnistria, Abhkazia e Ossezia del Sud.

maidan

Euromaidan

Questa in estrema sintesi la fotografia della crisi ucraina. Oggi in Donbas, nonostante il cessate il fuoco sancito dagli accordi di Minsk, si continua a sparare. Nei giorni scorsi le forze separatiste – milizie armate di tutto punto agli ordini di generali russi, ben diverse da l’esercito partigiano di trattoristi e minatori descritto dalla propaganda russa – hanno infatti ripreso le ostilità bombardando diverse postazioni dell’esercito ucraino, facendo nuove vittime.
Purtroppo il grave attentato di Parigi del 13 novembre ha completamente eliminato dai palinsesti di giornali e televisioni italiani il conflitto tra Mosca e Kyiv.
Ciò corrisponde a una precisa strategia ed è coerente con l’atteggiamento filorusso da sempre imperante nel nostro Paese per tutta una serie di ragioni che richiederebbero una trattazione a parte. Ma torniamo alla guerra in Ucraina.
A distanza di due anni dall’inizio della crisi nessuno in Italia si è preso la briga di spiegare quali siano le radici del conflitto tra Russia e Ucraina. I libri usciti negli ultimi 15-16 mesi su questo argomento, con la parziale eccezione di un instant book peraltro piuttosto breve, differiscono solo per il diverso grado di raffinatezza nel veicolare la versione moscovita dei fatti. Appare evidente che questi non sono libri per comprendere cosa è successo ma veri e propri strumenti di disinformazione.
La pubblicistica anglosassone e canadese – in Canada dove vive la più grande diaspora ucraina esistono sin dai tempi dell’Unione Sovietica Centri Studi dedicati alla storia, alla cultura e alla politica ucraina – si è invece contraddistinta per la pubblicazione di un discreto numero di lavori caratterizzati da un approccio serio e rigoroso. Lavori che lungi dall’essere apologetici verso l’attuale governo di Kyiv hanno altresì l’indubbio merito di sviscerare questioni chiave per comprendere l’Ucraina.
The conflict in Ukraine. What everybody needs to know di Serhy Yekelchik, professore di Storia e di Studi Slavi all’Università di Vittoria in Canada, è un testo agevole dal taglio divulgativo-didattico che ha il pregio di spiegare a tanti neofiti le complesse questioni legate al conflitto con necessari rimandi alla storia dell’Ucraina.
È stato volutamente strutturato sotto forma di domanda e risposta – tipo Chi sono gli oligarchi? Che cosa hanno in comune la Rivoluzione Arancione del 2004 ed Euromaidan? Cosa era la Rus di Kyiv? Chi era Ivan Mazepa? – per renderlo user-friendly o forse sarebbe più corretto dire reader-friendly.
Timothy Snyder, uno dei maggiori storici statunitensi – insegna storia dell’Europa Centrale e dell’Est a Yale – in sede di recensione lo ha definito “un libro che dovrebbe essere sulla scrivania, sul comodino o sul tavolino d’aereo di tutti coloro che stanno cercando di comprendere la questione ucraina e di aiutare l’Europa a risolvere questa grave crisi”.
Mi chiedo se il Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni Silveri – che nei giorni scorsi ha chiesto di non prolungare le sanzioni alla Russia, notizia occultata dai media italiani ma rilanciata da un organo di stampa polacca – lo abbia letto. Chissà se il testo di Yekelchik è sul comodino dell’alto rappresentante per la politica estera della UE Federica Mogherini che considera Putin un alleato chiave dell’Occidente per combattere il terrorismo?
Certo è che un libro di questo tipo sarebbe davvero utile in Italia ma dubito verrà mai tradotto nel nostro Paese.

Un altro testo a mio avviso essenziale per comprendere ancor più in dettaglio le origini e le conseguenze della grave crisi tra Russia e Ucraina è Ukraine Crisis. What it means for the West, saggio pubblicato alla fine dello scorso anno da Andrew Wilson. Wilson, uno dei maggiori esperti europei di società e politica ucraina, già autore di diversi volumi su questo Paese – ricordiamo tra gli altri The Ukrainians. Unexpected Nation – compie un’analisi davvero illuminante sulle origini del conflitto in corso analizzandolo da molteplici angolazioni.
A tal proposito vorrei soffermarmi in maniera più dettagliata su quello che considero forse il capitolo più interessante del libro di Wilson, libro di cui consiglio vivamente la lettura a chi ha dimestichezza con l’inglese.
Il capitolo in questione si intitola Russia Putinesca e ricostruisce con estremo rigore filologico il modello di governo putiniano e la sua concezione geopolitica indagando alcuni avvenimenti della recente storia russa e ucraina che risulteranno ex post fondamentali per comprendere come e perché il Cremlino abbia potuto mobilitare tante risorse finanziarie per questa guerra ibrida contro l’Ucraina e l’Occidente.
Per capire cosa sia successo occorre tornare indietro di 12 anni al biennio 2003-2004 a due vicende di cui avrete sicuramente sentito parlare.
Parlo del caso Yukos e della Rivoluzione Arancione.
Iniziamo dalla Yukos.

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Khodorkovsky

A metà anni Novanta Khodorkovsky, un ex attivista del Komsomol, che già all’epoca della perestrojka aveva fondato una banca, la Menatep, e si era distinto per una notevole vivacità imprenditoriale, entra in possesso della Yukos, una conglomerata impegnata nella produzione di petrolio. Superata la grave crisi finanziaria russa del 1998 la Yukos, che era stata sull’orlo della bancarotta, avvia una profonda ristrutturazione aziendale. Grazie alla ripresa economica e all’aumento del prezzo del petrolio l’azienda diventa una delle imprese più floride della Russia e Khodorkovsky uno degli uomini più ricchi del Paese.
Ma improvvisamente il 25 ottobre 2003 Khodorkovsky viene arrestato per frode fiscale. La Yukos in breve tempo perde gran parte del suo valore in borsa, finché – a un anno dalla condanna a nove anni di carcere di Khodorkovsky, avvenuta nel 2005 – finisce in bancarotta e i suoi asset più importanti vengono rilevati dalla compagnia di stato Rosneft. La più grande compagnia privata russa finisce nelle mani dello stato, ossia degli uomini del circolo magico di Putin.
Nel 2010 Khodorkovsky viene condannato per appropriazione indebita e riciclaggio di denaro ad altri sette anni di carcere. Verrà poi amnistiato e rilasciato nel dicembre 2013. Il suo processo viene considerato dalla maggior parte degli analisti e dei media internazionali un processo politico, orchestrato da Vladimir Putin per sbarazzarsi di uno degli uomini più potenti del paese. Prima di finire in carcere, l’oligarca russo aveva infatti apertamente criticato lo stato di corruzione in cui versava la Federazione Russa.
Gran parte del cash flow della Yukos – spiega Wilson nel suo libro – verrà utilizzato negli anni successivi da Mosca per oliare una formidabile macchina da guerra mediatica capace di penetrare redazioni di influenti giornali europei, centri di cultura russa nelle principali capitali del Vecchio Continente e partiti anti-europei ed euro-scettici appartenenti in egual misura alla galassia dell’estrema destra, quanto dell’estrema sinistra.
Sarà compito degli storici nei prossimi anni scrivere la seconda parte de l’Oro da Mosca – Oro da Mosca è un libro scritto dal giornalista Valerio Riva che trattava dei finanziamenti sovietici al PCI, dalla Rivoluzione d’Ottobre al crollo dell’Urss – per documentare il flusso di rubli arrivato nell’ultimo decennio in Europa sui conti correnti di partiti politici, riviste e quotidiani, fondazioni culturali italo-russe, ex-ambasciatori, docenti universitari etc.
Ma torniamo al 2004 e spostiamoci a Kyiv dove a novembre scoppia la Rivoluzione Arancione. Migliaia di manifestanti si radunano in Piazza Indipendenza, la stessa che 9 anni più tardi sarà il teatro principale di Euromaidan, per chiedere la ripetizione del voto delle elezioni presidenziali che vede opposti il candidato di Mosca Viktor Yanukovych e il candidato dell’opposizione filoeuropea Viktor Yushchenko.
I sostenitori di Yushchenko denunciano l’esistenza di pesanti brogli elettorali – metodo del carosello (schede già compilate), verbali falsi (aggiunta di preferenze a un candidato e sottrazione all’altro), voto a domicilio per presunte malattie – per far vincere Viktor Yanukovych. Le proteste dei cittadini sortiscono il loro effetto e il 3 dicembre la Corte Suprema Ucraina, accogliendo la tesi del candidato dell’opposizione Yushchenko, annulla la consultazione del 21 novembre e ordina la ripetizione del ballottaggio per il 26 dicembre che vedrà vincitore Yushchenko.
Definita dai politologi come una continuazione delle “Rivoluzioni di velluto” del 1989 o ancora, come la seconda caduta del Muro di Berlino, la Rivoluzione Arancione proprio per il suo carattere pacifico e determinato di rivolta popolare rappresenta un autentico incubo per Putin che teme che uno scenario simile possa replicarsi in Russia.
Gli ucraini scesi in Piazza nel novembre 2004 chiedono per il proprio paese elezioni libere e un orizzonte inequivocabilmente europeo. E soprattutto si oppongono alle corrotte democrature imposte dal Cremlino a tutti gli stati dell’ex Unione Sovietica, ad eccezione dei Baltici sin dal 2004 ancorati alla UE e alla NATO.
Da questo preciso momento lo scenario post-sovietico muta radicalmente.
L’orso russo che sembrava sopito nei primi anni della presidenza Putin si sveglia improvvisamente e inizia a pianificare la riconquista dello spazio ex sovietico. Uno spazio che Mosca rivendica a sé in barba alla sovranità nazionale di altri stati, al diritto internazionale e alla volontà popolare di cittadini che rivendicano un sentiero di sviluppo democratico caratterizzato da elezioni libere e trasparenti e libertà di stampa come nelle democrazie occidentali.
Wilson spiega in dettaglio i meccanismi attraverso cui prende piede e si sviluppa questo disegno neoimperiale che culminerà nella cruenta guerra in Ucraina. Una guerra che secondo recenti dati dell’ONU ha già fatto più di 9.000 morti e 20.000 feriti!
Il breve conflitto dell’agosto 2008 in Georgia può essere considerato a tutti gli effetti una prova generale di una guerra più ampia. Una guerra ibrida combattuta con diverse armi: azioni militari, terrorismo, disinformazione e cyber terrorismo. Emblematici in tal senso gli attacchi hacker subiti dai siti internet di governo, banche e aziende estoni all’indomani della rimozione per motivi di ordine pubblico da parte del governo estone, il 26 aprile 2007, di una statua di bronzo dedicata a un soldato dell’Armata Rossa.

dugin
La disinformazione, in russo disinformacija, e i canali e le modalità con cui è stata veicolata in questi anni meritano una disamina puntuale.
Centrale è il concetto di geopolitica. O meglio il concetto di geopolitica elaborato dal Cremlino tramite consulenti quali Vitaly Tretiakov – collaboratore della rivista italiana Limes – e Aleksandr Dugin, teorico dell’Eurasia fervente ammiratore di Stalin e di Hitler.
Secondo tale concezione i piccoli stati non avrebbero alcun diritto alla propria sovranità dal momento che la sovranità dipende dalla forza, non dal diritto di internazionale.
Il diritto internazionale per Dugin è una sovrastruttura di quell’Occidente tanto odiato e disprezzato che lui vorrebbe distruggere alleandosi, se necessario, anche con il mondo islamico, per dar vita a un impero euroasiatica che unisca Vladivostok a Lisbona.
Questa singolare concezione della geopolitica, intesa come rapporto di forza, concezione che ricorda da vicino le idee del nazionalsocialismo hitleriano, è stata propagandata in Italia anche da riviste reputate autorevoli come Limes. A partire dal 2008 con il numero 3 intitolato Progetto Russia la rivista diretta da Lucio Caracciolo, creando non pochi imbarazzi a qualche autorevole membro del suo comitato scientifico, ha iniziato a presentare ai suoi lettori piantine con un’Ucraina smembrata in varie zone e articoli dagli eloquenti titoli Come smembrare Ucraina e Georgia.
Questa idea di geopolitica è la stessa – sottolinea Wilson – che ritroviamo nel discorso pronunciato da Putin nel marzo 2014 per celebrare l’occupazione e successiva annessione della Crimea all’interno della Federazione Russa.
La Crimea rappresenta la nostra tradizione storica. La Crimea è un importante fattore di stabilità nella regione. E questo territorio strategico deve appartenere a uno stato forte e stabile che oggi può essere solo la Russia”.

terra nera

Lo storico Timothy Snyder nel suo ultimo saggio Terra Nera. L’olocausto tra Storia e Presente sottolinea l’estrema gravità dello scenario attuale paragonandolo all’Europa del Patto Molotov-Ribbentrop.
Nelle conclusioni finale del libro l’accademico statunitense scrive con grande acume e lucidità : “Inaugurata nel 2013 una nuova fase coloniale, i leader e i propagandisti russi hanno negato ai loro vicini ucraini il diritto di esistere o li hanno etichettati come russi di second’ordine. Con parole che ricordano quelle pronunciate da Hitler sugli ucraini (e sui russi), le autorità hanno definito l’Ucraina un’entità creata artificialmente, senza storia, cultura né lingua, appoggiata da un gruppo mondiale di ebrei, omosessuali, europei e americani. Nella guerra russa contro l’Ucraina che questa retorica avrebbe dovuto giustificare, i primi vantaggi sono stati i giacimenti di gas naturale nel Mar Nero, vicino alla penisola della Crimea, che la Russia ha invaso e annesso nel 2014. Il terreno fertile dell’Ucraina continentale, la sua terra nera, rende la regione un esportatore primario di cibo, cosa che non si può dire della Russia.
Il presidente Vladimir Putin ha elaborato una dottrina di politica estera basata sulla guerra etnica. Questo approccio, che ricava dal linguaggio la legittimità a invadere a prescindere che sia stato usato in Cecoslovacchia da Hitler o in Ucraina da Putin, decostruisce le logiche della sovranità nazionale e dei diritti e getta le basi per lo smantellamento degli Stati. Trasforma entità statali riconosciute in bersagli di aggressione volontarie e gli individui in oggetti etnici i cui presunti interessi sono determinati da altri paesi. Putin si è messo a capo delle forze populiste, fasciste e neonaziste presenti in Europa. Impegnata a dar sostegno ai politici che incolpano gli ebrei dei problemi planetari e a sperimentare tecniche di distruzione statale, Mosca ha nel frattempo creato un nuovo capro espiatorio globale: gli omosessuali. Questa nuova idea di una “lobby gay” responsabile della decadenza del mondo non è più sensata della vecchia idea nazista di una “lobby ebraica” colpevole dello stesso male, eppure ha già cominciato a farsi spazio nel mondo”.

Massimiliano Di Pasquale

 

I capolavori Jugendstil di Mikhail Eisenstein

Estratto dal capitolo 2 di Riga Magica. Cronache dal Baltico (Il Sirente 2015). Per gentile concessione dell’editore e dell’autore

Sede di ambasciate e di consolati, Elizabetes iela – arteria principale del distretto Art Nouveau, a nord est della Città Vecchia – dà vita con la parallela Alberta iela e con le perpendicolari Strēlnieku iela e Antonijas iela a un ideale quadrilatero, che annovera i palazzi liberty più belli della capitale.
Degno di particolare interesse quello al civico 10b di Elizabetes iela, commissionato dal ricco consigliere di stato Lebedinsky e realizzato da Eisenstein nel 1903. Le decorazioni della facciata, che ritraggono figure zoomorfe, antropomorfe e creature ibride in bianco su sfondo azzurro, testimoniano la forte influenza del Simbolismo nell’opera di Eisenstein e fanno di questo palazzo forse la struttura più drammatica e impressionante concepita dalla mente dell’architetto pietroburghese. Il tema della facciata, a detta di molti, è proprio l’incontro/scontro tra razionale e irrazionale, forze che da sempre dominano la psiche umana.

elizabetes iela 10b ©massimiliano di pasquale

Lasciata Elizabetes iela, mi porto a destra lungo la Antonijas e dopo qualche metro imbocco la leggendaria Alberta iela. Considerata un autentico trionfo di capolavori Jugendstil, Alberta iela è altresì la via che, accanto agli edifici di celebri architetti quali Scheffel, Scheel e Pēkšēns, situati per lo più sul lato sinistro della strada, allinea sul lato opposto il maggior numero di lavori progettati da Eisenstein.
Il primo che trovo è quello al civico 2a. Ultimo realizzato in ordine cronologico, risale al 1906, il palazzo è noto per essere stato la dimora del filosofo inglese di origini lettoni Isaiah Berlin. Berlin, figlio di un ricco mercante di legname di origine ebraica, visse in questa casa dal giorno della nascita, 6 giugno 1909, fino al 1915, quando la sua famiglia si trasferì prima a San Pietroburgo e poi nel 1921 in Gran Bretagna. Sei anni fa in occasione del centenario della sua nascita Riga ha deciso di omaggiare il filosofo oxfordiano, noto in tutto il mondo per il suo saggio Due concetti di libertà (1958), organizzando ogni anno, in giugno, una giornata di dibattiti e conferenze politico-filosofiche dedicata alla sua memoria.
Osservando la facciata della residenza in cui Berlin trascorse i primi anni della sua vita, si rimane colpiti dall’armonia degli elementi decorativi prevalentemente rotondeggianti, dai trafori alti e dal contrasto cromatico prodotto dai motivi verticali in mattoncini rossi su sfondo grigiastro. Imponenti le due sfingi ai lati dell’ingresso che con la loro espressione statica e solenne rimandano alla natura misteriosa di quelle dell’antico Egitto.

Eisenstein - Alberta iela 2a - ©massimiliano di pasquale
Per certi versi simile a quello di Elisabetes iela 10b, ma non per questo meno privo di fascino, l’edificio al numero 8 di Alberta iela. Anche in questo caso Eisenstein gioca sull’accoppiata cromatica bianco-azzurro per dar vita agli eleganti ornamenti della facciata.
Nello stabile al numero 12, costruito nel 1903 da Konstantīns Pēkšēns assieme all’allora studente di architettura Eižens Laube, che spicca per il suo pittoresco tetto rosso e per le decorazioni che riproducono elementi del regno animale e vegetale quali pigne e scoiattoli, si trova invece il Rigas Jugendstila Muzejs, ossia il Museo Art Nouveau della capitale baltica.
Aperto nel 2009, il museo – al quale si accede percorrendo una lunga scala a chiocciola, sul cui soffitto si possono ammirare dipinti ornamentali, realizzati probabilmente dall’artista lettone Jānis Rozentāls, considerati tra i più notevoli esempi di Jugendstil a livello mondiale – riproduce con estremo rigore filologico gli interni di un appartamento dei primi del Novecento decorato e arredato in puro stile liberty.

Interno palazzo art nouveau - max di pasquale (3)
Fu lo stesso Rozentāls a progettare gran parte del mobilio e degli oggetti qui esposti, spiega Maria, la gentile ragazza di origine russa che mi accoglie all’ ingresso.
Parlando con lei dei capolavori di Eisenstein senior in Alberta iela, si finisce inevitabilmente per toccare il delicato tema del rapporto tra Mikhail e il figlio Sergei. Come la maggior parte degli abitanti di Riga, ad eccezione dei curatori del Museo del Cinema, che nutrono una sorta di venerazione per il regista di Sciopero!, anche Maria sembra più affascinata dall’opera del padre. Eppure la fama di Mikhail, prima che Riga conquistasse la sua indipendenza e diventasse meta di viaggiatori innamorati di storia dell’arte, era esclusivo appannaggio degli addetti ai lavori. Basti pensare, come ricorda Jan Brokken, nel suo bel libro Anime Baltiche, che pure la prima biografa di Sergei, Marie Seton, in un testo del 1952, lo descrive vagamente “come un ingegnere di successo”.

Massimiliano Di Pasquale

Massimiliano Di Pasquale (1969), fotogiornalista e saggista, è membro dell’AISU, Associazione Italiana di Studi Ucraini e scrive di politica internazionale e cultura sulle pagine di diversi quotidiani nazionali. Nel 2013 ha lavorato per i tipi della Bradt all’aggiornamento della Ukraine Bradt Travel Guide uscita nel giugno dello stesso anno. Per il Sirente ha pubblicato Ucraina terra di confine (2012), caso editoriale che ha fatto conoscere l’Ucraina al grande pubblico italiano.

K come Krivyi Rih

Solo una visione aerea potrebbe restituire l’imponenza di Kryvyi Rih, singolare quanto inquietante esperimento di ingegneria socio-industriale, figlio dell’industrializzazione forzata dell’epoca staliniana.
Lunghissimo budello urbano che allinea da nord a sud, per più di cento chilometri, attraverso sette raion (distretti) – Ternovsky, Zhovtnevy, Saksahansky, Tsentralnohorosky, Dolhintsevsky, Dzerzhynsky, Inhuletsky – miniere di ferro, altiforni, blocchi residenziali, simili ad alveari, e statue di Lenin, Kryvyi Rih è ancora oggi l’emblema della città industriale sovietica.
Il ‘sogno tecnologico bolscevico’ fece infatti di questo ex insediamento cosacco, sorto nel 17° secolo all’incrocio dei fiumi Saksahan e Inhulets, nell’oblast di Dnipropetrovsk, uno dei poli metallurgici integrati più importanti al mondo. Il più grande in Unione Sovietica per la realizzazione di barre d’acciaio rinforzate e di vergelle di metallo.
Treni merci carichi di ferro e acciaio che sbucano da ferrovie sopraelevate, vecchie miniere abbandonate che sembrano location di film horror, strade ricoperte di rossiccia polvere ferrosa, arterie lungo le quali corrono velocissimi tramvai simili a metropolitane, uno skyline dominato da altiforni e ciminiere. Basta allontanarsi un attimo dalle aree residenziali per scorgere il volto lugubre di Kryvyi Rih, polo siderurgico con tutto il contorno di problemi legati al degrado ambientale e sociale. Dall’inquinamento, dovuto alla dispersione dei minerali, alla piaga dell’alcolismo che colpisce chi perde il lavoro in fabbrica.

Krivyi Rih - Kryvorizhstal© Massimiliano Di Pasquale (All rights reserved)

Krivyi Rih – Kryvorizhstal© Massimiliano Di Pasquale (All rights reserved)

Anche oggi il motore attorno a cui ruota l’economia della città e dell’intero bacino di Kryvyi Rih – con una produzione di 6 milioni di tonnellate annue di laminati, 7 milioni di tonnellate di acciaio, 7,8 milioni di ghisa – è l’ex Kryvorizhstal, dal 2007, dopo la fusione tra il gruppo indiano Mittal Steel e la Arcelor, ArcelorMittal Kryvyi Rih.
Prima di questa fusione, la più grande acciaieria ucraina aveva interessato le cronache internazionali per la ri-privatizzazione voluta nel 2005 dall’ex presidente Viktor Yushchenko.
A fronte di un valore stabilito dagli esperti di almeno 1,5 miliardi di dollari, la Kryvorizhstal era stata infatti ceduta nel giugno 2004 a un consorzio denominato “Unione investimenti-metallurgia” formato da due oligarchi, Rinat Akhmetov e Viktor Pinchuk, vicini all’allora presidente Kuchma, per appena 700 milioni di dollari. L’acquisto fu in seguito dichiarato nullo da due differenti corti giudiziarie per palese incongruità del prezzo pagato rispetto al valore reale. E l’impresa, dopo un’asta internazionale, passò nell’ottobre del 2005 al gruppo Mittal per 24 miliardi di hryvni, pari a 4,8 miliardi di dollari, sei volte il prezzo spuntato dal tandem Akhmetov-Pinchuk.
Fu uno dei pochi successi, in ambito economico, dell’epoca arancione.

Massimiliano Di Pasquale

Ideologi del Cremlino #2 – Aleksandr Dugin

“I fascisti del futuro chiameranno sé stessi antifascisti”(Winston Churchill)

Chi è Aleksandr Dugin, il controverso personaggio dell’estrema destra russa che Anton Shekhovtsov, studioso dei movimenti neonazisti europei e lo storico Timothy Snydner considerano l’eminenza grigia del Cremlino e l’ispiratore delle politiche attuate da Putin negli ultimi anni?
Chiarire i contorni di questa complessa figura non è facile, ma necessario per comprendere come mai Dugin goda in Europa delle simpatie di quelle frange politiche dell’estrema destra e dell’estrema sinistra che considerano Euromaidan un complotto della CIA e accusano l’attuale governo ucraino e il presidente Petro Poroshenko, eletto democraticamente il 25 maggio scorso, di essere una giunta militare di fascisti.
Chiedersi chi sia Dugin e su quali idee si basi la teoria eurasiatica da lui propagandata potrebbe altresì rivelarsi utile per prevedere le future mosse della Russia sullo scacchiere geopolitico internazionale. E per capire se il progetto dell’unificazione di tutti i popoli di lingua russa in un unico impero, attraverso lo smembramento delle repubbliche ex-sovietiche, sia una minaccia reale per l’Europa o un mero esercizio di retorica neosovietica.
Figlio di un ufficiale dei servizi segreti e di una dottoressa, Aleksandr Gel’evič Dugin nasce a Mosca il 7 gennaio 1962.
Nel 1979 per volere del padre si iscrive all’Istituto Aeronautico di Mosca dove il secondo anno viene espulso per scarso rendimento scolastico. Decide quindi di dedicarsi agli studi di filosofia conseguendo secondo alcuni – le fonti sulla vicenda sono contrastanti – la laurea in questa disciplina nei primi anni ’80.

Aleksandr Dugin

Aleksandr Dugin

Certa invece è, a partire dal 1980, la sua appartenenza al movimento neonazista Ordine Nero SS fondato e capitanato da Yevgeny Golovin (noto come Reichsführer).
Otto anni più tardi assieme all’amico Geydar Dzhemal, in seguito fondatore ad Astrakhan del Partito del Rinascimento Islamico (Islamskaia Partiia Vozrozhdeniia), Dugin si unisce al gruppo nazionalista anti-occidentale Pamjat di Dmitry Vasilyev. Una militanza questa destinata a esaurirsi ben presto. Di lì a poco infatti Dugin verrà espulso dall’organizzazione ufficialmente “per avere contatti con rappresentanti di circoli di immigrati dissidenti di credenze occultiste e sataniste in particolare con lo scrittore Yuri Mamleyev”.
Al di là della pretestuosità o meno delle accuse di satanismo e occultismo che decretano l’espulsione di Dugin da Pamjat, è interessante notare come in tempi recenti la sua figura sia diventata un’icona di riferimento per la scena black metal nazionalsocialista russa come sottolineano Davide Maspero e Max Ribaric nel loro saggio, Come Lupi per le pecore. Storia e ideologia del black metal nazionalsocialista dedicato ai rapporti tra musica metal, occultismo, satanismo e neonazismo.
Dal 1990 al 1992, Dugin cura una serie di articoli e di pubblicazioni frutto dello studio di alcuni archivi del KGB resisi disponibili in epoca gorbacioviana.
La perestrojka e il crollo dell’URSS lo portano però a mutare radicalmente il suo giudizio sul comunismo sovietico, tant’è che nel 1993 collabora con Gennadij Zjuganov alla scrittura del programma politico del nuovo Partito Comunista della Federazione Russa.
In seguito, in un’intervista rilasciata nel 2011 ad Andrea Fais e Federico Della Sala del sito stampa libera.com, prenderà le distanze da Zjuganov dichiarando il fallimento completo di quell’esperienza ma continuerà a esaltare il ruolo positivo di Stalin per le nuove generazioni russe.
Stalin è diventato oggi un mito popolare russo. Lui è stato un grande leader di un grande paese. Confrontandolo alla Russia di oggi con i suoi leader miserabili, Stalin è un titano. Il suo culto cresce insieme alla lotta degli gnomi russofobici liberali contro di lui ed insieme all’odio dell’Occidente.
Ma torniamo al 1993. Dopo la collaborazione con gli stalinisti di Zjuganov, Dugin fonda assieme allo scrittore Eduard Limonov il Partito Nazional-Bolscevico (NBP).
Obiettivo dichiarato di questo movimento politico è salvare una parte dell’eredità bolscevica ossia quella nazionalista russa coniugandola con il pensiero della Nuova Destra. Per sottolineare questa duplicità ideologica e creare visibilità mediatica l’NBP adotta come proprio emblema la falce e il martello all’interno di un cerchio bianco su sfondo rosso unendo il simbolo del comunismo al vessillo del Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori (NSDAP) e della Germania nazista.
Come ha sottolineato Timothy Snyder, Dugin anziché abiurare Nazismo e Stalinismo, le due ideologie totalitarie che hanno devastato il Novecento causando milioni di morti, le rimodella e le pone a fondamento della sua nuova teoria politica.
Nel libro Fondamenti di Geopolitica, sorta di manifesto programmatico del pensiero eurasiatico pubblicato nel 1997, Dugin arriva a sposare le idee di Carl Schmitt, ideologo del Terzo Reich.
Nel suo pantheon di riferimento, un pot-pourri contraddittorio e delirante, Guy Debord, Jean Baudrillard e Stalin si trovano a fianco di Hitler, Evola e Mussolini.
Nello stesso anno, in un articolo destinato a creare scandalo, intitolato Fascismo, senza frontiere e rosso, Dugin proclama l’arrivo in Russia di “un fascismo genuino, vero, radicalmente rivoluzionario e coerente” e tesse le lodi delle Waffen-SS definendo il reparto scientifico dell’organizzazione “un’oasi intellettuale all’interno del regime nazional-socialista“.
Un anno più tardi, siamo nel 1998, Dugin abbandona il Partito Nazional-bolscevico per divergenze ormai insanabili con Limonov accusandolo “d’aver depravato il nazional-bolscevismo, vendendo sé stesso ed il partito ai nemici della Russia”. Ossia agli Stati Uniti e all’Europa Occidentale, autentica ossessione di Aleksandr Gel’evič.

Aleksandr Dugin

Aleksandr Dugin

Con l’arrivo al potere di Vladimir Putin, ex uomo del KGB, nostalgico dell’URSS, i tempi sembrano ormai maturi per passare dal ruolo di oppositore a quello di consigliere del nuovo zar.
Cosa che avverrà puntualmente negli anni a venire quando Dugin affinata ulteriormente la sua dottrina euroasiatica – arriverà ad accusare lo zar Pietro il Grande di aver corrotto la Grande Russia cercando di europeizzarla e a lodare Ivan il Terribile per aver introdotto tra il 1565 e il 1572 una politica interna basata su repressioni di massa, esecuzioni pubbliche e polizia segreta – possiede il curriculum perfetto per candidarsi al ruolo di eminenza grigia del Cremlino.
Le idee di Dugin risultano infatti funzionali ai disegni neoimperiali di una Russia che, abiurate le timide riforme in senso democratico dell’epoca di Eltsin, vuole tornare a recitare il ruolo di superpotenza.
L’avvicinamento definitivo tra l’inquilino del Cremlino e l’ideologo euroasiatico avviene all’indomani della Rivoluzione Arancione in Ucraina del novembre 2004.
Quando nel 2005 Dugin annuncia la creazione di un “movimento giovanile anti-arancione” per contrastare la “peste arancione” in Russia – tale movimento chiamato Unione Giovanile Euroasiatica compirà atti di vandalismo e di violenza in territorio ucraino e verrà messa al bando dal governo di Kyiv – le cerchie del Cremlino iniziano a guardare con crescente interesse alle sue idee.
Tre anni più tardi, quando i carri armati russi invadono la Georgia di Mikheil Saakashvili, Dugin si complimenta con il Cremlino dichiarando che la Russia non dovrebbe “limitarsi a liberare l’Ossezia del Sud, ma dovrebbe andare avanti, facendo qualcosa di simile in Ucraina.”
Il resto, l’occupazione militare della Crimea e il terrorismo in Donbas, è cronaca recente.
Dugin plaude all’azione del Cremlino e considera la riconquista della Crimea e la nascita della sedicente Repubblica Popolare del Donbas due tasselli chiave di un puzzle più complesso che prevede la colonizzazione dell’Ucraina e la costituzione di una Nuova Unione Sovietica, chiamata Unione Eurasiatica che dovrebbe in futuro estendersi da Vladivostok a Lisbona. E che nasce in contrapposizione al mondo liberale e Occidentale rappresentato da UE e Stati Uniti.
L’eurasiatismo per l’Europa è l’europeismo. La Russia-Eurasia non ha bisogno di un’Europa eurasiatista, ma di un’Europa europeista, libera dalla dittatura americana, forte, indipendente e orientata verso i propri interessi geopolitici”.
Perché il pensiero eurasiatico che sposa l’antisemitismo di nazisti e stalinisti, l’omofobia della Chiesa Ortodossa Russa e l’odio verso il popolo ucraino – in un video apparso recentemente su You Tube Dugin incita il popolo russo a sterminare gli ucraini – trova consensi anche in certi ambienti della sinistra europea?
Perché il Cremlino che sponsorizza il terrorismo in Donbas viene ritenuto fonte attendibile quando definisce i cittadini ucraini che protestano sul Maidan dei nazisti?

Euromaidan

Euromaidan

Timothy Snyder sostiene che ciò sia il frutto di letture storiche faziose tornate in auge recentemente con l’acuirsi della grave crisi ucraina.
Il primo postulato è sintetizzabile più o meno così.
I russi hanno vinto la Seconda Guerra Mondiale perciò sono considerati affidabili nel riconoscere i nazisti.
Beh questo è un assunto profondamente sbagliato!
La Seconda Guerra Mondiale fu combattuta principalmente sul fronte orientale nei territori che appartenevano all’Ucraina e alla Bielorussia Sovietica, non alla Russia Sovietica. Solo il 5% del territorio russo fu occupato dai tedeschi, mentre l’intera Ucraina fu occupata dai nazisti. E a parte gli ebrei, che pagarono con il numero più elevato di morti, le maggiori vittime del Nazismo furono ucraini e bielorussi, non russi. Nel corso della Seconda Guerra Mondiale non esisteva un Esercito Russo, ma un Esercito Sovietico e i suoi soldati erano in maggioranza ucraini. La divisione che liberò Auschwitz fu chiamata non a caso il Primo Fronte Ucraino.
Il secondo assunto è che, avendo la Russia di Putin rivalutato la figura di Stalin, considerandolo un eroe nella guerra contro i nazisti, molti intellettuali di sinistra sono portati a identificare l’attuale regime russo come un regime antifascista a dispetto delle politiche messe in atto.
Anche questa è una lettura profondamente sbagliata!
La Seconda Guerra Mondiale non inizia come racconta la storiografia sovietica nel 1941, ma nel 1939 quando Stalin e Hitler erano alleati per spartirsi l’Europa. Finisce invece nel 1945 con l’URSS che espelle gli ebrei sopravvissuti attraverso la propria frontiera con la Polonia.
Più tardi quando si formò lo stato di Israele, Stalin incominciò ad associare gli ebrei sovietici con il mondo capitalista e iniziò una campagna di arresti, deportazione di massa e uccisioni nei confronti di medici, scrittori ed esponenti dell’intellighenzia ebraica.
Dopo la morte di Stalin il comunismo sovietico si connotò sempre più in senso etnico. Furono anni caratterizzati da politiche di russificazione e pulizia etnica verso gli ebrei e più in generale verso le altre etnie dissidenti come quella ucraina.

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Massimiliano Di Pasquale

È ancora una fesseria parlare di Guerra Fredda dopo la crisi ucraina?

Se a Mosca ci fosse un pazzo come Milosevic – Putin non mi piace ma sicuramente non è un folle – e volesse fare una politica aggressiva verso l’Ucraina c’è una minoranza russa di milioni di persone nel Donbas con cui poter giocare”, queste le parole dello storico Andrea Graziosi all’indomani dell’invasione russa in Georgia del 2008. Oggi a distanza di sei anni dalla guerra dei cinque giorni tra Russia e Georgia, evento che a parere di chi scrive ha mutato profondamente l’assetto geopolitico nell’area ex-sovietica, le affermazioni del sovietologo italiano risultano più che mai profetiche. La crisi ucraina degli ultimi mesi dimostra non solo che l’inquilino del Cremlino si è progressivamente trasformato in una sorta di Milosevic, ma che a differenza di quanto sosteneva il professore nella lunga intervista, qui riprodotta integralmente, siamo di fronte, per dirla alla Edward Lucas a una Nuova Guerra Fredda, una guerra ibrida combattuta attraverso le armi del ricatto energetico, del cyber-terrorismo, della disinformacija e del terrorismo vero e proprio. Quello a cui stiamo assistendo è uno scenario inquietante, che non solo non viene adeguatamente contrastato dalla UE, ma che è paradossalmente frutto delle scellerate politiche dell’ Europa in materia energetica e del patto d’acciaio che unisce Berlino, dominus incontrastato della UE e Mosca, capitale del neo-imperialismo russo.

Professor Graziosi lei ha trascorso gran parte della sua vita a studiare l’Unione Sovietica: da dove nasce questa singolare passione intellettuale?

Vengo da una famiglia comunista e queste questioni mi hanno sempre interessato. L’idea di studiarle mi è venuta di fronte al fallimento dell’ideologia marxista, che per me divenne evidente a metà anni ’70. Pensai che non era possibile trovare una risposta a questo fallimento senza studiare l’Unione Sovietica.
E così mi sono dato da fare per trovare chi me la insegnasse. In Italia era impossibile perché non c’era nessuno in grado di insegnare storia sovietica. La svolta da questo punto di vista arrivò all’inizio degli anni Ottanta con la disponibilità di Moshe Lewin, allora uno dei più famosi ‘sovietologi’ del mondo, che nonostante avessi già trent’anni e non sapessi allora il russo, decise di accettarmi come suo “apprendista”.

Cosa è cambiato negli ultimi anni in Italia rispetto allo studio della storia dei paesi ex-sovietici?

Da un certo punto di vista direi che la situazione è peggiorata. C’è stato un momento di grande interesse negli anni ’80 legato senza dubbio alla politica; ora i giovani che studiano la Russia sono di meno quantitativamente rispetto a quelli della mia età. C’è però uno spostamento di interesse verso le periferie, soprattutto Asia Centrale e Ucraina. Oggi in Italia ci sono almeno una decina di storici di ottimo livello ma manca la generazione per sostituirli.

Negli ultimi mesi avvenimenti quali la guerra in Georgia, le tensioni tra Russia e Ucraina e le questioni legate allo scudo antimissilistico hanno fatto parlare alcuni osservatori di Nuova Guerra Fredda. Esistono secondo lei i termini per poter parlare di Nuova Guerra Fredda?

È assolutamente improprio parlare di Guerra Fredda. Direi che è una fesseria senza fine.

Per quale motivo?

Innanzitutto perché non c’è più l’Unione Sovietica e la Russia è un paese munito sì di bombe atomiche, ma con una crisi demografica spaventosa e che si regge essenzialmente sul petrolio. E l’America non è l’America del ’45. Nel ’45 la Cina non contava molto. Adesso c’è la Cina, c’è l’India, c’è l’Unione Europea. Certo, assistiamo al riemergere della Russia che grazie al petrolio riafferma le sue scelte di potenza regionale. E gli americani, che però hanno tanti altri problemi, cercano di contenerli. La Guerra Fredda era una cosa vera, qui c’è qualche scontro verbale ogni tanto, con un’Europa in gran parte acquiescente rispetto a questo riaffermarsi di potenza regionale della Russia.

Andrea Graziosi

Andrea Graziosi

Dunque le questioni georgiane e ucraine vanno lette in ottica diversa?

Penso proprio di sì, sono dopotutto di scala molto diversa. Il pericolo vero che io vedo – ma voglio essere ottimista – e quello di guerre locali come nella ex-Jugoslavia.

In quali luoghi?

Alcuni focolai potrebbero aprirsi in Caucaso ovviamente, ma anche in Crimea e forse persino nel Donbas.
La materia del contendere c’è. Fortunatamente le spinte per la pace mi sembrano decisamente superiori a quelle per la guerra. Ma non c’è dubbio, la gente spesso se lo dimentica, che i confini esistenti creano molti problemi. Alla conferenza di Helsinki nel 1975 si era deciso che i confini sono sacri, ma nella realtà i confini non sono mai sacri. Da quando sono crollate l’Unione Sovietica e la Jugoslavia ci sono molti confini molto contestabili da tanti punti di vista. La tendenza penso non sia a fare la guerra, ma nel corso della storia il problema delle minoranze esterne è stato spesso risolto con la forza.
Le faccio un esempio. Se a Mosca ci fosse un pazzo come Milosevic – Putin non mi piace ma sicuramente non è un folle – e volesse fare una politica aggressiva verso l’Ucraina c’è una minoranza russa di milioni di persone nel Donbas con cui poter giocare. In Crimea, data all’Ucraina da Khrushchev, la situazione è ancora più grave che nel Donbas. A livello storico io non conosco situazioni in Europa di minoranze di milioni di persone che prima o poi non hanno scatenato problemi.
Quello che io vedo è un rischio di guerre regionali reso possibile dal fatto che i confini ereditati dall’Unione Sovietica e dalla Jugoslavia erano confini fragili e problematici e nessuno ha voluto affrontare il problema.

La controversa figura di Gorbaciov. Qual è il suo giudizio storico sull’ex leader sovietico e sugli anni della perestrojka?

Lasciamo perdere il Gorbaciov odierno, oggi è una figura minore, a tratti patetica. Parliamo di quello di allora che è stato un Gorbaciov grandioso.
Penso che Gorbaciov sia stata una persona molto coraggiosa che ha svolto un ruolo molto positivo nella storia, un ruolo gli verrà riconosciuto ex post dagli storici. Detto ciò era una persona ingenua, senza politica che non fosse tattica, con un corredo di idee miserabili da un punto di vista intellettuale ma non per colpa sua, visto che era un prodotto dell’Unione Sovietica. È stato un politico che ha fallito in tutto quello che ha cercato di fare. Non ha ottenuto nulla di quel che voleva. E però dobbiamo a lui e a Eltsin il fatto che l’Unione Sovietica non sia finita come la Jugoslavia. Tenendo conto che c’erano mi pare 11.000 testate nucleari non mi sembra poco. Il fatto che Gorbaciov abbia rifiutato fino all’ultimo l’uso della forza e abbia tenuto fede all’idea che le cose andavano risolte in maniera pacifica è la cosa che lo fa grande.

l'Urss dal trionfo al degrado (cover)

l’Urss dal trionfo al degrado (cover)

È quindi il suo umanesimo a riscattarlo?

Gorbaciov è un politico che nel ’91, dopo il golpe, parla ancora di socialismo senza accorgersi che il socialismo era un’ideologia vuota. Si può obiettare che non è così perché c’è ancora oggi gente nel mondo e in Italia che vi crede, ma dal punto di vista intellettuale lo era. Un conto è un ideale dell’uomo della strada, altra cosa è un uomo politico che deve governare. Gorbaciov era privo degli strumenti intellettuali necessari per affrontare la situazione.

Una cosa che lei sottolinea nel libro è l’impossibilità di un riformismo rispetto ad un regime che non era socialista, ma un regime totalitario

Il problema è che Gorbaciov non sapeva che pesci pigliare. Era un uomo che non sapeva cos’era la moneta, cos’era il credito. Era di un’ignoranza economica abissale. Però non era solo lui, erano tutti così. Siccome ogni persona va giudicata nel suo ambiente e in un determinato contesto storico, Gorbaciov è stato un uomo coraggioso, onesto, una persona per bene che ha cercato di fare del bene, su questo non c’è dubbio. Che purtroppo non è riuscito a fare niente perché aveva questo corredo intellettuale miserrimo, ma che comunque ha giocato un ruolo molto positivo. Siccome la storia la fanno gli uomini, se Gorbaciov fosse stato simile a Milosevic o Tudjman non saremo qua a parlare noi o comunque vivremmo una situazione internazionale molto diversa.

La figura di Eltsin in rapporto a quella di Gorbaciov

Io sono stato un grande estimatore anche di Eltsin, di cui condanno però il tragico errore di fare la prima guerra cecena. Di Eltsin si può dire che da un punto di vista intellettuale era perfino inferiore a Gorbaciov, era un ingegnere, un tecnico. Ha condiviso le politiche di Gorbaciov completamente fino al 1988. E quando se ne è distaccato non lo ha fatto su una linea liberale, ma su una linea populista. Ma l’elemento che riscatta la figura di Eltsin, e che sottolinea la sua capacità di apprendere e il suo essere una persona di prim’ordine è da un lato la sua capacità di prendere decisioni e dall’altro la sua capacità di scegliere bene, perché lui scelse di mettersi con i democratici. Le idee dello Eltsin “buono” non sono idee di Eltsin, sono quelle di Sacharov. Eltsin ha avuto il coraggio di scegliere questo lato e io ho un’enorme ammirazione per ciò che ha fatto, però vanno visti anche i limiti di una persona che non coglie l’elemento politico alla fine del ’91.
Eltsin fece allora delle grandi scelte in campo economico, ma in campo politico non toccò il Parlamento, che era un organo di fatto sovietico, e fu poi costretto a scioglierlo a cannonate due anni dopo, e promulgò con grande ritardo una costituzione fatta piuttosto male.
Detto questo sia Eltsin sia Gorbaciov sono due giganti. È grazie a loro che non si è fatta la guerra. Lo Eltsin che va a salutare i lituani nel gennaio del ’91 è una figura grandiosa perché da al nazionalismo russo uno sbocco democratico e liberale. Ma ciò gli venne dall’istinto più che dalla cultura.
Il giudizio ripeto è positivo su entrambi. Io metterei molto in risalto le affinità. Fino al 1988 Eltsin aveva fatto a Mosca da segretario politiche che portavano all’estremo le idee di Gorbaciov. È quando lui rompe, anche per motivi personali, perché è insofferente della situazione, Gorbaciov in fondo lo capisce.
La cosa fantastica è l’incontro tra il populista Eltsin e i democratici, la sua capacità di scegliere il blocco democratico. Ma il fatto che la sua esperienza sia durata così poco dimostra che la cultura politica di Eltsin aveva dei limiti molto simili a quella di Gorbaciov.

Il conflitto tra i due fu uno scontro di potere o di personalità?

La politica è sempre un conflitto di potere. Direi che in questo caso è il conflitto tra due progetti statuali diversi. Gorbaciov credeva ancora in una federazione di stati, mentre Eltsin voleva costruire la Russia. Non c’era posto per entrambi i progetti. Ci sarebbe stato forse, nel senso che fino alla fine Eltsin era disposto ad accettare una federazione debole, o meglio una confederazione. L’insistenza di Gorbaciov nell’avere una federazione forte troppo simile all’URSS ha portato al divorzio. Ma io vorrei sottolineare l’importanza e la bontà di questo divorzio consensuale che ha impedito alla gente di ammazzarsi. Per esempio hanno risolto il problema delle bombe atomiche, cosa di cui la gente si dimentica.

Si potrebbe affermare che Gorbaciov fino all’ultimo è rimasto leninista mentre Eltsin aveva già abbracciato la causa democratica?

Leninista non credo, nel senso che anche Gorbaciov alla fine era piuttosto un socialdemocratico. Gorbaciov è stato leninista, a parole, fino al ’90. Poi dal giugno ’91 ha lasciato il marxismo leninismo anche lui. Ma non sapeva con cosa sostituirlo. Per certi versi, fatte le dovute differenze, è un po’ quello che accade al Partito Democratico in Italia. Anche in Italia per 100 anni la sinistra è stata il marxismo. Quando si è scoperto che non funzionava molti sono restati di sinistra in nome dei buoni sentimenti. Ma è possibile definire una politica socialista e il socialismo in base ai buoni sentimenti? Non si può fare politica con i buoni sentimenti, occorre avere un progetto. Il socialismo con Marx non era buoni sentimenti: c’era la convinzione che la nazionalizzazione avrebbe portato a una società migliore.
Questo è un po’ il Gorbaciov del ’90-’91, un uomo con dei buoni sentimenti e nessun apparato concettuale per costruire una società più giusta. Direi che Gorbaciov, che aveva destato tanta ammirazione anche in Italia, è stato posto nel dimenticatoio negli ultimi anni proprio perché nessuno vuole affrontare questo problema. Dietro c’è la fine di un apparato strumentale e concettuale sofisticato ma errato, che non è possibile sostituire semplicemente con delle buone intenzioni.
Tornando a Gorbaciov e Eltsin io li vedo come due figure affini e complementari che a un certo punto hanno rappresentato due interessi diversi: quelli di una Russia che si identificava forse per la prima volta nella sua storia con il liberalismo e la democrazia e quelli di uno stato a base russa ma non russo. Certo è vero che Gorbaciov odiava Eltsin. Noi abbiamo i verbali dell’ufficio politico che parlano chiaramente. Per lui era diventata un’ossessione.

L'URSS di Lenin e Stalin (cover)

L’URSS di Lenin e Stalin (cover)

Quale è stato il ruolo dei Baltici con le rivolte del 1988, nell’esportare le “rivoluzioni nazionali” in Caucaso e in Ucraina?

Il ruolo dei Baltici fu enorme, ma più in generale il ruolo della questione nazionale nell’accelerare la crisi dell’Unione Sovietica fu all’inizio secondario. Contrariamente a quello che dicevano alcuni sovietologi l’Unione Sovietica non è andata in crisi per questioni nazionali. L’Unione Sovietica è andata in crisi perché il sistema socio-economico non funzionava più. Perché gli uomini morivano a 63 anni, perché si viveva malissimo, perché non c’erano soldi, perché mancavano i beni da comprare.
Era talmente in crisi che tutto il gruppo dirigente, compreso forse l’ultimo Brezhnev, era rassegnato a riforme radicali. La crisi non era negata da nessuno. Gli stessi golpisti del ’91 erano tutti “riformisti” nell’85. Tutti sapevano che il sistema così com’era non poteva andare avanti, se lo dicevano tutti i giorni come testimoniato dai verbali delle riunioni. Quindi il problema nazionale con la crisi dell’Unione Sovietica c’entra poco.
Tornando alla domanda originaria direi che il ruolo dei Baltici è stato davvero grande. Dal momento che lettoni, estoni e lituani erano stati gli ultimi ad essere conquistati erano quelli che avevano più attriti con Mosca. Esiste questa teoria generazionale del consenso per cui quelli repressi più di recente sono quelli che più odiano l’Unione Sovietica. Quando sono stati repressi gli ucraini e i russi? Negli anni ’20 e ’30, quindi la generazione che aveva 20-30 anni in quegli anni era molto anti-regime, mentre quella che aveva 20-30 negli anni dopo la seconda guerra mondiale, no. Nel Baltico la repressione è degli anni ’40 e ’50 per cui i repressi negli anni ’80 erano ancora attivi.
Diciamo quindi pure che l’onda baltica ha messo in moto tutte le onde nazionali. Però ci sono stati problemi seri in Asia Centrale. In fondo la prima rottura delle nazionalità è quella di Alma-Ati del dicembre 1986 in Kazakhstan.

Qual è stato il ruolo di Chernobyl nell’accelerare il crollo dell’URSS e nel favorire il coagularsi di una coscienza identitaria ucraina?

Più che nello sviluppo della coscienza identitaria ucraina, che è stato un processo più lento, Chernobyl è stata molto importante perché di fatto ha aperto realmente la strada alla glasnost. Prima si parlava di trasparenza ma in termini molto vaghi. Fu lo scandalo rappresentato dal silenzio sulla catastrofe, di cui parlava tutto il mondo, a permettere a Yakovlev di introdurre la glasnost vera sui giornali. In altre parole, Chernobyl convinse i dirigenti sovietici riformisti della necessità di liberare la stampa o quanto meno rese possibile a quelli di loro che lo volevano di farlo, giocando sulla vergogna.
Anche sul coagularsi di una coscienza identitaria ucraina Chernobyl ha un impatto, non so però quanto grande. Sicuramente gioca un ruolo per gli intellettuali ucraini. Ma l’effetto più grande è sicuramente rispetto alla glasnost. Quando un regime che si è sempre detto buono scopre e afferma di essere stato molto cattivo, chi lo vuole più? E poi il paese che ha sofferto di più l’impatto di Chernobyl è stata la Bielorussia, dove lo sviluppo democratico e nazionale non è stato così grande come in Ucraina.

Bielorussia e Azerbaigian, a differenza di Ucraina e Georgia sembrano piuttosto impermeabili alla nascita di un percorso democratico. Quali sono a suo avviso le ragioni storiche di modelli di sviluppo democratico così diversi?

Sono questioni molto complesse, ma qualche comparazione la si può fare. In Bielorussia, che è anche molto più piccola dell’Ucraina l’opera di russificazione è stata molto più penetrante. La Bielorussia è molto più debole, il movimento nazionale bielorusso c’è stato durante la guerra civile, in tutti i momenti di crisi, ma non ha giocato un ruolo simile, neanche lontanamente a quello ucraino. Da questo punto di vista esisteva una differenza molto forte tra i due paesi.
Io penso che ad un certo punto l’Unione Sovietica ha scelto la russificazione lenta delle repubbliche slave perché quella aggressiva non le riusciva e che in Bielorussia questa russificazione lenta ha avuto più successo che in Ucraina perché il paese era più piccolo, la tradizione culturale nazionale più debole. Il fatto che poi in Ucraina si sia sviluppato un forte movimento democratico è sicuramente dovuto ad una forte componente nazionale e culturale. Ossia la presenza di una forte cultura diversa da quella russa.
L’Ucraina è un’entità molto più ricca, più grande e complessa rispetto alle altre repubbliche
La Georgia è stato il paese più anti-russo dell’Unione Sovietica, più dell’Ucraina probabilmente. Essa ha avuto una repubblica indipendente socialdemocratica per 4 anni, dal ’17 fino alla conquista sovietica del ’21, l’Ucraina solo per qualche mese nel ’18- ‘19. La più grande rivolta nazionale nella storia dell’Unione Sovietica è quella del ’24 in Georgia fatta dai resti dello stato georgiano menscevico. La prima rivolta nazionale vera, che paradossalmente usa la figura di Stalin, è quella georgiana del ’56 dopo il 20esimo congresso. Il nazionalismo georgiano è una cosa vera, grande, tradizionalmente anti-russo. Finché comandava Stalin, siccome il gruppo dirigente sovietico era caucasico, queste tendenze sono state tenute a freno.
L’Azerbaigian è una repubblica con una tradizione mussulmana fortissima. Georgiani e armeni hanno avuto grandi conflitti ma nulla di paragonabile a quelli ancora esistenti tra azeri e armeni. Da un certo punto di vista la strage di Sumgajt, cittadina a nord di Baku nel febbraio 1988 – un pogrom antiarmeno da parte degli azeri – è quella che mise in moto i movimenti nazionali in Unione Sovietica. L’incapacità di usare la forza da parte di Gorbaciov convinse un po’ tutti che c’era spazio per queste rivendicazioni. Ad Alma Ata la forza era stata usata seppure in maniera limitata. Il pogrom antiarmeno in cui l’esercito non intervenne dimostrò l’impotenza di Mosca e fece capire che ci si poteva muovere. Baku in quegli anni fu occupata da folle che inneggiavano a Khomeini. L’Azerbaigian, ancorché più avanzato, è più simile alle repubbliche centro-asiatiche. L’Azerbaigian io lo vedrei come la punta più avanzata del blocco centro-asiatico.

Vladimir Putin

Vladimir Putin

Dopo il conflitto di quest’estate in Caucaso si è parlato delle enclavi russe di Crimea, Abkhazia, Ossezia e Transnistria come di nel possibili teste di ponte per future annessioni alla Federazione all’interno del complesso mosaico geopolitico dell’ex impero sovietico. Sono realtà assimilabili a suo avviso?

Sono realtà molto diverse. In Abkhazia e Ossezia del Sud il conflitto con i georgiani percorre tutto il ventesimo secolo. I georgiani repressi, quelli della famosa manifestazione dell’89, chiedevano l’indipendenza a Mosca ma non volevano concedere l’indipendenza agli abkhazi. Dopodiché gli abkhazi dopo il ’91 hanno fatto una specie di piccolo genocidio nei confronti dei georgiani. C’è una grande differenza anche tra Abkhazia e Ossezia. In Ossezia Meridionale c’è stata violenza anche molto brutta, ma niente di paragonabile a quella brutale contro i georgiani in Abkhazia nel ’91. Lì ci sono stati massacri molto simili a quelli successi nell’ex Jugoslavia. Il bilancio fu, pare, di 30.000 georgiani uccisi e di 300.000 costretti a lasciare la regione. Venendo alla Crimea, quella non è un’enclave e qualcosa di più grande. Storicamente la Crimea è la terra dei tatari, poi cacciati dai russi. La Crimea alla fin fine è di chi la abita e i oggi russi sono la maggioranza.
Il problema è che questi confini stabiliti nel 1991 sono confini minati e sarebbe molto opportuno che ci fosse una conferenza internazionale per discuterne. Nessuno, anche comprensibilmente da un certo punto di vista, vuole toccare i confini, per paura di scatenare una guerra, però se nessuno ne parla la guerra scoppia lo stesso.
Nel caso della Transnistria si può parlare di vera e propria enclave russa. Quella di Crimea è troppo grande per definirla tale. Quando muore, seppure pacificamente un impero, si creano queste situazioni.
Le grandi repubbliche non si sono fatte la guerra, si sono riconosciute, hanno fatto un divorzio consensuale. Anche tutto il Kazakhstan settentrionale è abitato da russi. Lì ci sono regioni intere che potrebbero chiedere l’annessione alla Russia. Per questo il presidente kazako Nazarbayev ha sempre fatto politiche accomodanti verso il Cremlino. Lo ha fatto per non mettere a rischio l’integrità territoriale del suo paese.

E la questione della Transnistria in che misura può minare la sicurezza e l’integrità della Moldova?

La questione è complicata ma diversa da quella di Abkhazia e Ossezia Meridionale visto che la Transnistria non ha confini diretti con la Russia. Sicuramente i moldavi non possono intervenire per riannettersi Tiraspol perché l’enclave è protetta dalla Russia. Allo stesso tempo dal momento che la Transnistria non confina direttamente con la Federazione è difficile pensare ad una sua annessione alla Federazione, anche nell’eventualità di un ritorno della Crimea sotto l’egida di Mosca. Il discorso più generale è che i materiali per i conflitti ci sono, sono molto grandi e non conviene a nessuno fare scoppiare guerre. Ma l’atteggiamento europeo di ignorare questi problemi è deleterio.
Se a Bucarest lo scorso aprile si fosse deciso l’ingresso di Georgia e Ucraina nella NATO sicuramente il conflitto in Ossezia non sarebbe scoppiato. Io personalmente sarei addirittura a favore dell’ingresso nella NATO anche della Russia, anche se orami sarebbe difficile anche per un suo rifiuto. Io non capisco perché la Russia debba essere trattata come una potenza ostile. La Russia è un paese europeo. Reagan e Bush senior fecero una politica filorussa che è stata di grande beneficio agli ucraini e a tutti gli europei orientali. Bisogna fare capire ai russi che l’espansione della NATO conviene anche a loro in ottica geopolitica visto l’emergere della potenza cinese. Detto questo non mi piace assolutamente il regime che c’è oggi a Mosca.

Qual è l’eredità sovietica nella Russia di Putin?

Direi che è pesantissima. Più che l’eredità diretta – ovviamente c’è anche quella – conta l’eredità indiretta. Il regime sovietico ha staccato la cultura russa dall’Europa per 70 anni. Anche i quadri dirigenti si sono formati in ambienti iperprovinciali che non hanno conosciuto le correnti intellettuali europee dal ’17 ad oggi. Hanno una forma di nazionalismo primitivo paragonabile a quello dell’Italia nel 1918.
Spiace dirlo, ma è gente con poca cultura. Questo è il lascito sovietico. L’idea che il nazionalismo è funesto è passata bene o male in Europa. La Germania non farebbe mai una politica verso la Boemia come la Russia pretende di fare verso l’Ucraina.

Andrea Graziosi, L’ Urss di Lenin e Stalin. Storia dell’Unione Sovietica, 1914-1945, il Mulino (2007)
Andrea Graziosi, L’ Urss dal trionfo al degrado. Storia dell’Unione Sovietica, 1945-1991, il Mulino (2008)

Massimiliano Di Pasquale

La Leopoli “proustiana” di Stanisław Lem

Sorprenderà molti di coloro che l’hanno apprezzato come scrittore di fantascienza tra i più originali del Novecento, l’ultima fatica postuma di Stanisław Lem. Uscito in Italia solo nel 2008 per i tipi di Bollati Boringhieri, ma scritto all’epoca dei suoi maggiori successi nell’ambito della letteratura fantastica, Il Castello Alto è un racconto autobiografico che ripercorre l’infanzia dello scrittore polacco nella Leopoli a cavallo tra le due guerre.

Il Castello Alto (cover)

Il Castello Alto (cover)

Romanzo di formazione “proustiano”, dalle forti suggestioni visive e sensoriali – memorabile la descrizione della pasticceria Zalewski, con tutto il suo corredo di sculture di marzapane, acqueforti di cioccolato bianco e Vesuvi di torte eruttanti panna montata – Wysoki zamek è un atto di amore per una città cui Lem guardò con nostalgia e rimpianto per tutta la sua vita.
L’autore di Solaris, come ha ricordato lo scrittore Jerzy Janicki, ammise più volte di aver perso per sempre “la mia patria, quella mia piccola patria leopolitana”.
Scomparsa dalle cartine geografiche polacche nel ’45 con l’annessione all’Unione Sovietica, Leopoli è stata rievocata nelle decadi successive da molti intellettuali di Breslavia, Gliwice e Stettino, finendo per rivestire un singolare ruolo mitopoietico nell’immaginario letterario polacco.

Stanisław Lem

Stanisław Lem

Lem, che pure adotta un registro ironico e scanzonato, si iscrive di diritto a quella schiera di poeti e letterati che hanno ripercorso le sue strade attraverso il sogno e la letteratura.
Per tutti noi il Castello alto era come il cielo per i cristiani”, scrive in un passo del libro.
Un’immagine questa da città aeterna che conferisce a Leopoli quell’aura magica e misteriosa che ancora oggi si respira tra i suoi vicoli secolari.

Stanisław Lem – Il Castello Alto – Bollati Boringhieri, Milano 2008

Massimiliano Di Pasquale