Abbecedario Ucraino

Il mio prossimo libro si chiamerà Abbecedario Ucraino e uscirà per Gaspari Editore nel 2018

Perché un nuovo libro sull’Ucraina?

Abbecedario Ucraino nasce dall’esigenza, sempre più urgente dopo il Maidan di Kyiv, di raccontare agli italiani l’Ucraina e le complesse vicende storiche, culturali e politiche alla base dell’attuale conflitto con la  Russia.  Il libro, avvalendosi di un particolare registro letterario che compendia al suo interno l’articolo giornalistico, l’analisi geopolitica, il ritratto politico e il reportage, vuole far conoscere al pubblico italiano la storia e la cultura dell’Ucraina ed alcune questioni chiave. Particolare attenzione è dedicata a temi quali la Crimea, il nazionalismo ucraino, che sono stati oggetto di campagne di disinformazione da parte di molti media italiani acriticamente allineati con le versioni moscovite dei fatti, degli eventi e della storia dell’Ucraina. Dalla A di Rinat Akhmetov alla Z di Serhiy Zhadan passando per la M di Ivan Mazepa, la S di Taras Shevchenko e la Y di Viktor Yanukovych, Abbecedario Ucraino racconta con uno stile vivace, brillante, ricco di riferimenti storici e culturali tutto ciò che gli italiani devono sapere di questa straordinaria terra di confine che con la Rivoluzione della Dignità ha testimoniato la volontà di lasciarsi alle spalle l’epoca post-sovietica per aprire una nuova fase di rigenerazione morale.

 

 

Massimiliano Di Pasquale

 

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Jūrmala in Inverno

Estratto dal capitolo 5 di Riga Magica. Cronache dal Baltico (Il Sirente 2015). Per gentile concessione dell’editore e dell’autore.

Novembre 2013

Dopo aver scattato qualche foto alla monumentale casa in legno al civico 2, costruita nel 1909 in stile Neoclassico e riportata allo splendore originario nel 1997 dall’architetto lettone Krūmiņš, lascio Jūras iela e mi incammino sulla strada che conduce al lungomare.
Mi intriga l’idea di passeggiare tra dune sabbiose e spiagge bianche in uno scenario nordico, intriso di poesia, che riporta alla mente la Deauville di Lelouch in Un uomo e una donna. È strano – forse neanche tanto visto che i film dovevano sottostare ai dettami del realismo socialista – che nessun regista lettone abbia mai pensato di ambientare in questi luoghi una struggente storia d’amore. Jūrmala veniva presa in considerazione a livello cinematografico solo quando occorreva ricreare location statunitensi.
Jūrmala
In tal caso non si filmavano spiagge bianche, foreste di betulle e cieli crepuscolari, bensì la superstrada a sei corsie, l’unica di tutta la Lettonia – ribattezzata per l’appunto ‘dieci minuti d’America’ – che collega Jūrmala a Riga. Ma prima di poter ammirare le spumeggianti onde del Baltico schiantarsi sulla spiaggia e dar vita col vociare del vento a una sinfonia dal fascino ancestrale, mi aspetta la cupa visione del fatiscente casermone sovietico in fondo alla via. L’edificio, molto probabilmente un ex sanatorio, trasmette un profondo senso di squallore. Vetrate divelte, ringhiere pericolanti, muri scrostati, bottiglie rotte testimoniano un grave stato di abbandono.
L’immagine della spiaggia pressoché deserta, solo in lontananza scorgo sfocata un’ombra che parrebbe una figura umana, mi ridona un senso di armonia e di libertà.
Sono le tre di pomeriggio, ma nel cielo blu cobalto segnato da nuvole antracite, sono già comparsi gli arancioni, i vermigli e i gialli zafferano del tramonto. Un tramonto che più tardi si rivelerà suggestivo come un’aurora boreale.
Sulla battigia, dove le scarpe lasciano impronte subito cancellate dall’acqua, si posa ogni tanto uno stormo di gabbiani. Le increspature del Baltico sono scaglie blu – marrone raggrinzate dal vento gelido. Muovendomi lentamente in direzione nord dopo pochi metri, sul lato della strada, scorgo l’edificio ocra che un tempo ospitava l’Hotel Marienbāde, il primo centro termale ‘moderno’ di Jūrmala.
Fondato nel 1870, nell’arco di pochi anni divenne celebre in tutta Europa per i trattamenti di terapia climatica del dottor Johann Christian Nordstrom.
In precedenza Jūrmala aveva legato il suo nome alla bontà delle acque sulfuree di Ķemeri che, ancora prima della nascita nel 1838 della spa, si erano rivelate un autentico toccasana per gli ufficiali russi feriti nella campagna di Napoleone del 1812.
Ma torniamo al dottor Nordstrom e alla sua creatura: l’Hotel Marienbāde. Ai pazienti che alloggiavano in questo splendido resort venivano prescritte camminate a piedi nudi in riva al mare, attività fisiche all’aria aperta e lunghe nuotate nell’acqua tiepida del mezzogiorno.
Jurmala
Le cure talassoterapiche e balneoterapiche introdotte dal dottor Nordstrom trasformarono Jūrmala in un centro termale all’avanguardia che rivaleggiava con Brighton e Biarritz, località frequentate dall’aristocrazia e dalla borghesia nordeuropea sin dal XVIII secolo. A metà del Settecento infatti, grazie all’ affermarsi in Inghilterra di un movimento culturale che teorizzava l’effetto benefico e salutare dell’acqua marina, Brighton smise i panni di villaggio di pescatori per indossare quelli di località mondana pioniera nei trattamenti idroterapici. La ‘London by the sea’, così ribattezzata dai suoi primi avventori, diventò talmente famosa che anche la scrittrice inglese Jane Austen, acuta osservatrice dei costumi della società georgiana, ambientò a Brighton alcuni episodi di Orgoglio e Pregiudizio (1813) e Mansfield Park (1814).
Paolo Sorcinelli nel saggio Storia sociale dell’acqua ricorda invece come in Gran Bretagna “già nel 1748 il dottor Frewin consigliava ai suoi pazienti di bere l’acqua del mare di Southampton” e “nella seconda metà del Seicento il dottor Wittie prescriveva il bagno di mare ai gottosi”. È sempre Sorcinelli a sottolineare che “il successo o il fallimento di molti centri idroterapici fu decretato […] dalla presenza o dall’assenza di una stazione ferroviaria”.
Esattamente quello che accadde qui a Jūrmala dove lo sviluppo della località termale andò di pari passo con l’intensificarsi della rete ferroviaria. Nel 1912, con l’inaugurazione della linea Ķemeri – Mosca, la fama del centro balneare baltico si estese a tutto l’Impero Russo.

***

“Could you take a picture of me?”
Ha capelli ramati e un viso fanciullesco leggermente punteggiato di efelidi la ragazzona che all’altezza del Jūras Pavilijons mi chiede di fotografarla sullo sfondo del cielo al tramonto.
Hanna è ucraina, ha ventisette anni, fa la giornalista ed è arrivata a Riga da un paio di giorni dopo aver partecipato al meeting di Vilnius del 29 novembre. È molto delusa dal fatto che nella capitale lituana l’Ucraina non abbia firmato l’accordo di Associazione Economica con la UE. Racconta che nei giorni precedenti alcuni suoi amici di Kyiv sono stati picchiati dalla polizia mentre manifestavano pacificamente nei pressi del palazzo presidenziale dove risiede Yanukovych.
Mentre parliamo scatta foto a ripetizione. Viaggia con due macchine fotografiche a tracolla. Una Canon nuova di pacca e una vecchia analogica.
Confessa di essere stanca di scrivere di politica ucraina e di farlo solo per garantirsi uno stipendio a fine mese. Come molti suoi connazionali sta sperimentando il profondo senso di rabbia e di disillusione alimentatosi in Ucraina con l’ascesa al potere dell’uomo di Mosca, Viktor Yanukovych.
“Vorrei fare l’artista e vivere solo di fotografia” esclama a un certo punto quando le chiedo dei suoi progetti per il futuro. Ostenta grande sicurezza di sé, ma forse è solo un modo per nascondere delusione e timidezza. Prima di salutarmi mi regala una sua foto opaca formato cartolina. Ritrae il cortile di un vecchio palazzo semidistrutto della sua città d’origine, Kryvyi Rih, trasformato in un rudimentale campo da basket.
Sono le tre e mezza di pomeriggio quando ci congediamo.
Jūrmala
Nel cielo le strisce arancio e zafferano sfumano lentamente, inghiottite dalle gradazioni di blu di una sera invernale che a queste latitudini nordiche arriva molto presto. La panchina di legno azzurra irradiata dalla luce crepuscolare, scesa sulla spiaggia gelida, è una natura morta che trasmette un senso di perfetta solitudine.

Massimiliano Di Pasquale (1969), fotogiornalista e saggista, è membro dell’AISU, Associazione Italiana di Studi Ucraini e scrive di politica internazionale e cultura sulle pagine di diversi quotidiani nazionali. Nel 2013 ha lavorato per i tipi della Bradt all’aggiornamento della Ukraine Bradt Travel Guide uscita nel giugno dello stesso anno. Per il Sirente ha pubblicato Ucraina terra di confine (2012), caso editoriale che ha fatto conoscere l’Ucraina al grande pubblico italiano.

http://www.sirente.it/prodotto/riga-magica-massimiliano-di-pasquale/

Breve compendio storico sui rapporti tra il Patriarcato di Mosca e il Cremlino

Dal momento che negli ultimi giorni si è sviluppato un interessante dibattito sui rapporti tra la Chiesa Cattolica e il Patriarcato Ortodosso di Mosca in relazione alla guerra in Ucraina, ritengo utile offrire una breve prospettiva storica che possa aiutare a chiarire i legami tra il Patriarcato di Mosca e il Cremlino. Ognuno potrà giudicare in base alla propria sensibilità e al suo acume politico se la linea di credito offerta dall’attuale diplomazia vaticana al patriarca Kirill sia funzionale o meno alla risoluzione pacifica del conflitto ucraino. Il testo è un estratto del sesto capitolo di Ucraina Terra di Confine. Viaggi nell’Europa Sconosciuta, saggio da me pubblicato nel 2012 per l’editore Il Sirente. Buona lettura

Ucraina terra di Confine cover

È il 7 dicembre 1945 quando l’allora Patriarca Ortodosso di Mosca, Alessio I, informa il capo del comitato sovietico per gli affari religiosi Georgy Karpov che è stata presa un’iniziativa all’interno delle diocesi greco-cattoliche dell’Ucraina occidentale per sciogliere questa Chiesa e convertirla al credo ortodosso.
Più di 800 preti hanno già aderito a questo progetto e per la fine dell’anno l’intero clero, con l’eccezione di pochi duri a morire, avrà fatto lo stesso” scrive Alessio I.
Stalin, che durante la Seconda Guerra Mondiale aveva allentato la pressione sui credenti affinché il Patriarcato di Mosca fosse al suo fianco nella guerra contro l’invasore nazista, riprende la propria politica antireligiosa decidendo di liquidare la Chiesa greco-cattolica considerata alleata del Vaticano, ossia di una potenza nemica. Con la complicità di tre sacerdoti collaborazionisti – Gavrylo Kostelnik, Mikhailo Melnyk e Antoniy Pelvetskyi – qualche mese più tardi, proprio a Leopoli, viene convocato un “concilio” straordinario che annulla le decisioni del sinodo di Brest del 1596 che aveva sancito il legame con la Chiesa di Roma. Nonostante l’illegittimità del concilio, cui non partecipa alcun vescovo e solo un sesto dei 1270 preti, la Chiesa greco-cattolica, a partire da quel 10 marzo 1946, viene sciolta e fatta confluire forzosamente all’interno del patriarcato ortodosso. Nei tre anni successivi, tra il 1946 e il 1949, i vescovi uniati vengono arrestati e le loro mansioni sono assunte da emissari del Patriarcato di Mosca. I credenti, all’epoca circa 4 milioni, si dividono. Una parte minoritaria comincia a frequentare obtorto collo le chiese ortodosse, la maggioranza continuerà a professare la propria fede in clandestinità per oltre quarant’anni. I fedeli che non accettano le deliberazioni sono oggetto di vere e proprie persecuzioni.
Josyp Slipyi, il metropolita uniate cui alla fine della Seconda Guerra Mondiale era stato chiesto dalle autorità sovietiche di persuadere gli ucraini ad abbandonare la lotta per l’indipendenza, viene arrestato e rilasciato solo diciotto anni dopo nel 1963.
La sua biografia era da martirologio – ricorda ne L’URSS vista da vicino Giulio Andreotti, che ebbe modo di conoscerlo negli anni ’60, quando fondò a Roma un centro culturale e religioso nel quale si dovevano elaborare e stampare anche le pubblicazioni per l’evangelizzazione dell’Oriente vicino. “L’11 aprile 1945 fu arrestato assieme ad altri vescovi e alla loro cattività si aggiunse l’umiliazione umana di dover leggere un appello ai cattolici ucraini del patriarca di Mosca Alessio nel quale si insinuava che fossero stati i loro vescovi ad abbandonarli. A questa infamia reagì, con una immediata enciclica, anche Pio XII. Bastone e carota. A Slipyi fu offerta, purché si separasse da Roma, la chiesa metropolitana di Kyiv della Chiesa russa. Naturalmente rifiutò e gli furono comminati otto anni di prigione spostandolo – per timore che il suo eroico fascino conquistasse la gente – in diverse carceri; angariato ogni giorno e ogni notte da interrogatori e da raffinate ostilità”.
Morirà nel 1984 a 92 anni e non farà in tempo ad assistere alla visita di Mikhail Gorbachev in Vaticano dell’ottobre 1989. Lo storico incontro tra il leader della perestroika e Giovanni Paolo II sancirà di fatto la legalizzazione della chiesa greco-cattolica in Ucraina e la restituzione delle chiese usurpate dalle autorità locali alla comunità uniate. Nel marzo 1991 anche il cardinale Myroslav Lubachivsky, successore di Slipyi, potrà fare ritorno nella sua sede di Leopoli.
Qualche mese prima i futuri golpisti Baklanov e Varennikov, gli intellettuali nazionalisti Bondarev e Prochanov e Aleksey Ridiger, meglio noto come Alessio II, in una missiva a Gorbachev pubblicata dal quotidiano neostalinista “Sovetskaya Rossiya” avevano condannato glasnost e perestroika gorbacioviane riaffermando il ruolo imperiale di Mosca. A essere in pericolo, secondo costoro, era il più grande valore trasmesso dalla storia russa, vale a dire la patria, identificata con lo Stato, che andava difeso dalle attività di separatisti e sovversivi, anche attraverso l’introduzione del potere presidenziale diretto. Alessio II, che aveva gestito per vent’anni gli affari generali del patriarcato collaborando anche con il KGB, con quella lettera difendeva il ruolo dell’URSS e al contempo il dominio della sua Chiesa sull’Ucraina, dove si concentrava il maggior numero di parrocchie, riaffermando il divieto alla ricostruzione della Chiesa uniate che stava cominciando a riemergere.

KIRILL

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La visita non è semplicemente pastorale, è politica” ha affermato padre Ihor Yatsyv, segretario di Lubomyr Huzar, capo della Chiesa greco-cattolica ucraina, dopo il discorso pronunciato da Kirill in diretta televisiva il 28 luglio 2009 a Kyiv. “Considerando le affermazioni di Kirill rispetto all’indivisibilità di Ucraina e Russia, viene da chiedersi se il patriarca sa che oggi l’Ucraina è uno Stato indipendente”.
Dietro i timori degli uniati, cinquemila dei quali sono scesi in piazza nella capitale in segno di protesta, c’è il fondato sospetto che Kirill sia in Ucraina per promuovere, in continuità con il suo predecessore Alessio II, un’agenda politica dettata dal Cremlino.
Una tesi, questa, nient’affatto peregrina per chi conosce la storia russa degli ultimi quattro secoli. La maggioranza degli storici è concorde nel ritenere che agli inizi del ‘600 il vero regnante non fosse lo zar Michele I, primo monarca della dinastia Romanov, bensì il patriarca Filarete. Anche l’ex dissidente sovietico Aleksandr Solzhenitsyn, negli ultimi anni di vita strenuo difensore delle politiche di Putin, afferma nel saggio La Questione russa alla fine del secolo XX, pubblicato del 1994, come la costruzione di una grande Russia comprendente al suo interno Ucraina, Bielorussia e Kazakhstan passi necessariamente per un ruolo militante della Chiesa ortodossa.
Dopo la proclamazione di indipendenza dall’URSS nel ’91, la Chiesa Ortodossa Ucraina si è scissa in tre giurisdizioni – Patriarcato di Mosca, Patriarcato di Kyiv, Chiesa Ortodossa Autocefala. Il patriarcato di Kyiv, creato nel giugno 1992 dal metropolita Filaret e dai suoi sostenitori dopo la rimozione di quest’ultimo dalla guida della Chiesa Ucraina Ortodossa-Patriarcato di Mosca, fu supportato da membri del parlamento e da vari partiti di ispirazione patriottica. Mykola Porovskyi, deputato del Rukh, il partito che più aveva contribuito all’indipendenza del paese dal giogo sovietico, sosteneva l’opportunità che la giurisdizione della Chiesa Ortodossa Ucraina rimanesse all’interno dei confini del paese. Ciò era considerato funzionale anche al perseguimento di un’efficace politica di nation building, assolutamente necessaria in quegli anni. La Chiesa Autocefala, che nacque invece con il supporto delle Chiese Ortodosse della diaspora del Nord America, seppure in disputa con il Patriarcato di Mosca, si mosse in un contesto di strenua competizione per la rinascita dei greco-cattolici. Nel corso degli anni seguenti fu però l’ala russofila, quella legata al Patriarcato di Mosca, a dimostrarsi la meno sensibile al dialogo interreligioso.
La più grossa frattura nel mondo cristiano d’Ucraina si produce però nel 2004 in occasione dello scontro finale per la presidenza tra Viktor Yushchenko e Viktor Yanukovych. Mentre la Chiesa ortodossa del Patriarcato di Kyiv, la Chiesa autocefala, quella greco-cattolica e altre fedi si uniscono, con appelli di ordine morale e civico super partes, in una protesta solidale contro le ingerenze dirette della Russia intese a impedire che soffi anche sull’Ucraina il vento dell’Europa e della democrazia, la Chiesa ortodossa del Patriarcato di Mosca, per bocca di Andrei Kuraev, professore dell’Accademia teologica moscovita, si scaglia contro Viktor Yushchenko definendolo “l’Anticristo”.
La Kyiv arancione – scrive Oxana Pachlovska – non registrava solo la frattura tra civiltà cristiano-occidentale e civiltà cristiano-orientale, ma al suo interno rivelava anche una conflittualità crescente tra un’identità slavo-europea ed una slavo-asiatica. Questa conflittualità è puntualmente riemersa in occasione del Natale 2010, festeggiato secondo il calendario giuliano il 7 gennaio 2011, quando il presidente Yanukovych ha omesso dai saluti la comunità greco-cattolica. Gli uniati hanno immediatamente protestato e chiesto l’intervento del vice capo dell’amministrazione presidenziale, Hanna Herman, anch’ella seguace di questa Chiesa. Qualche giorno prima, il Consiglio dell’oblast di Leopoli, aveva approvato una risoluzione di condanna rispetto a un’altra amnesia del team presidenziale: l’omissione delle strofe “Spariranno i nostri nemici, come rugiada al sole/Regniamo, fratelli, sulla nostra terra” dall’inno nazionale fatto eseguire come da tradizione la notte di Capodanno sul Maidan Nezalezhnosti di Kyiv.

Massimiliano Di Pasquale

“L’Ucraina è Europa!” L’urlo inascoltato della piazza

Oggi ho letto un articolo che mi ha davvero colpito. L’autrice di questa straordinaria testimonianza si chiama Eleonora Trivigno. Eleonora, che ho avuto modo di conoscere lo scorso anno occupandomi del Maidan e della grave crisi tra Russia e Ucraina (oggi a tutti gli effetti una guerra, seppur non dichiarata), vive a Kyiv da 12 anni. Laureata in Storia dell’Europa Centro-Orientale, Master in Internazionalizzazione di Impresa, in Ucraina si occupa di Marketing & Comunicazione. Con l’inizio delle proteste in Maidan Nezalezhnosti, ha iniziato a collaborare con vari portali di informazione per documentare le vicende ucraine.
Ho contattato l’amica Eleonora e le ho chiesto il permesso di ri-pubblicare il pezzo uscito originariamente su Voci Globali http://vociglobali.it/2015/01/30/lucraina-e-europa-lurlo-inascoltato-della-piazza/ su Eastern Europe Post.
Lei ha accettato con piacere. Buona lettura
(M.D.P.)

Quando il 21 novembre 2013 alcune migliaia di studenti si riversarono sulla Majdan per protestare contro la mancata firma degli accordi UE a Vilnius, sotto la minaccia dei rettori di annullare il corso di studi per i partecipanti alle manifestazioni, non diedi molto peso alla vicenda. Ho un altro retroterra storico, per me la libertà di movimento e di espressione sono un fatto acquisito, le do sostanzialmente per scontate, non ho mai dovuto lottare per acquisirle.

E, d’altro canto, le manifestazioni sembravano avere un carattere decisamente contenuto. Carattere che persero di lì a pochi giorni quando, intorno alle tre di notte, tra il 29 ed il 30 novembre, il corpo speciale “Berkut” (in seguito disciolto) caricò brutalmente gli studenti, eseguendo l’ordine dell’allora ministro degli Affari Interni, Zacharcenko. L’ordine era: ”sgomberare la piazza per allestire l’albero di capodanno“. L’albero di natale, tradizionalmente allestito sulla Majdan Nezalezhnosti, qui è detto “di capodanno” (novogodnaja el’ka), perché 70 anni di ateismo di Stato hanno provveduto ad eliminare ogni riferimento a qualsivoglia dimensione religiosa.

Ho seguito poco la stampa italiana, e quella internazionale in generale, perché non avevo un gran bisogno di leggere gli articoli di giornalisti che il più delle volte non hanno neanche messo piede in Ucraina, per sapere quel che accadeva qui. Ma so che le proteste di massa sulla Majdan sono state raccontate essenzialmente come un’opposizione tra Unione Europea e Federazione Russa. A volte qualcuno dall’Italia mi ha persino chiesto ingenuamente se era il caso di morire per l’Unione Europea.

Il punto è che i riflettori della cronaca si sono fermati molto in superficie, non sono riusciti (o non vi era il desiderio, né l’intenzione) a cogliere la sostanza vera delle cose. Quando le centinaia di migliaia di manifestanti dalla piazza scandivano “Ukraina ce Evropa!” (l’Ucraina è Europa!) non intendevano tanto l’Unione Europea come istituzione, quanto l’Europa quale dimensione culturale, sociale e, per certi versi, politica.

Nei secoli, in maniera altalenante, l’Ucraina si è trovata ad essere inglobata territorialmente nell’Occidens, acquisendo sia pure in maniera embrionale i principi di libertà individuale e collettiva, di democrazia, partecipazione, di movimento dal “basso verso l’alto”. Pertanto ha sempre mostrato una forte resistenza ai tentativi di ordinamento autocratico espressi dalla Russia zarista prima e da quella sovietica poi, tendenti all’immobilismo, alla negazione dell’individuo e dei suoi diritti.

Euromaidan

Euromaidan

Il regime di Yanukovich – oggi ricercato dall’Interpol dopo essersi riparato in Russia dopo i fatti di Majdan – ma soprattutto la prospettiva di un Paese parte integrante dell’Unione Doganale, con il conseguente rischio di vedersi nuovamente risucchiati nell’orbita russa (benché, di fatto, da quell’orbita l’Ucraina non si sia mai emancipata appieno, neanche durante i 23 anni di indipendenza) hanno acceso la protesta. Ma era una protesta che di nazionalistico non aveva proprio niente, se non la manipolazione che delle vicende è stata compiuta da alcuni mezzi di informazione.

Parlo esclusivamente russo, come del resto la quasi totalità dei keviani presenti in piazza, come mio marito, cittadino ucraino, ma di nazionalità russa. Aspetto questo, che né nel mio caso, né in quello di mio marito o di tanti amici, ha mai rappresentato un problema: nessuno ha mai usato violenza nei nostri confronti, nessuno ci ha mai privato del diritto di usare la lingua russa in ambito familiare, di lavoro o in qualunque altra dimensione. Anzi, come accadeva anche prima di Majdan, i più dialogando passavano al russo. Conseguenza non solo di una connaturata propensione alla tolleranza e del desiderio di mettere a proprio agio l’interlocutore, ma anche di uno strano meccanismo psicologico proprio delle generazioni tra i 30 e i 50 anni, vissuti qui in un periodo in cui non era né opportuno, né prestigioso parlare ucraino e a scuola si finiva per scegliere il russo. Ché, in caso contrario, c’era il rischio di essere accusati di nazionalismo, bandierismo, di fascismo insomma.

La stessa accusa, che è stata mossa nei confronti dei manifestanti di Majdan, perché le categorie di “fascismo” versus ”comunismo” sono ancora vive nella memoria di tanti europei, di tanta parte della società civile, e quindi in grado di rendere più efficace la propaganda. Del resto, niente di sorprendente: il Muro di Berlino, nel blocco sovietico, era più noto come “muro dell’antifascismo”, per cui chiunque tentasse di passare dall’altra parte era etichettato come fascista.

Da novembre 2013 ad aprile 2014 ho frequentato tutti i giorni Majdan più nel ruolo di testimone e di documentatrice, che di attivista, e francamente non sono riuscita a ricondurre al fascismo, al neo-nazismo, nessuna delle azioni, che lì si svolgevano: ragazze che preparavano butterbrod (panini) e bevande calde per resistere alle temperature invernali; ragazzi che si preoccupavano di mettere insieme vestiario pesante o medicinali, necessari a curare i feriti dopo gli scontri con le forze dell’ordine; uomini e donne di ogni età che tiravano su barricate riempendo sacchi con la neve, o che hanno dato la vita perché non passassero le leggi dittatoriali, promulgate il 16 gennaio 2014.

Sono anche convinta anche nelle proteste di Majdan non vi fosse nulla, che rappresentasse una reale minaccia per l’Est del Paese, dove peraltro fino ad aprile 2014 non sono mancate manifestazioni di solidarietà con la piazza di Kiev, poi opportunamente (e con la violenza) messe a tacere.

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Nel conflitto, che ormai da mesi infiamma alcune aree orientali (circa il 7% del territorio nazionale) hanno pesato, in parte, un sistema imprenditoriale ed economico, in gran parte dipendente da Mosca, ma anche e soprattutto l’azione propagandistica di esponenti del Partito delle Regioni ed oligarchi, che vedevano nella secessione una possibilità di conservare il proprio potere ed il controllo sui flussi finanziari a livello locale, avendoli persi a livello nazionale. Ciò di fatto ha offerto il fianco all’ingerenza del Cremlino, per il quale l’Est ucraino riveste una funzione strategica importantissima di comunicazione con la Crimea, annessa in seguito al referendum del 16 marzo 2014. Senza un “corridoio” sul territorio continentale ucraino, di fatto, la penisola è privata di qualsivoglia di comunicazione e rifornimento.

Da mesi ormai in Ucraina si vive una vita di apparente normalità in gran parte del Paese, mentre all’Est si passa da periodi di relativa tregua a fasi di scontri più accesi. A dicembre si credeva che il conflitto fosse ormai sostanzialmente congelato, ma gennaio è stato caratterizzato da attacchi terroristici e attività militare di grande intensità. Pur non potendo affermarlo con assoluta certezza, personalmente credo che la nuova escalation non sia preludio di un’invasione o di un conflitto su più vasta scala.

Ritengo piuttosto, che il vero obiettivo sia quello di indurre l’Ucraina a promulgare lo stato di guerra, in presenza del quale i finanziamenti internazionali non sarebbero più possibili. E senza di essi il Paese si avvierebbe inesorabilmente verso il default, nel qual caso in molti da queste parti (in Ucraina, ma anche e soprattutto in Russia) a lungo penseranno, che non val la pena di scendere in piazza, protestare, rivendicare i propri diritti. Il prezzo da pagare sarebbe troppo alto.

Eleonora Trivigno

Pubblicato originariamente su Voci Globali
http://vociglobali.it/2015/01/30/lucraina-e-europa-lurlo-inascoltato-della-piazza/

Euroleader. Dai giorni di “Ucraina senza Kuchma” all’Euromaidan

Euroleader, fondata nel 1997 in Donbas, regione dell’Ucraina orientale dove oggi si combatte una guerra non dichiarata tra truppe mercenarie di Mosca (russi, kadirovcy, cetnici serbi, caucasici) e le forze filogovernative di Kyiv – non una guerra civile come ancora scrivono molti media italiani -, è una ONG attiva da quasi vent’anni nel promuovere i diritti civili in territorio ucraino.
L’organizzazione che collabora da tempo con lo Swedish International Liberal Center – racconta il vicepresidente Andrey Kiselev, raggiunto telefonicamente a Kyiv assieme al presidente Andrey Drevitsky e alla segretaria internazionale Yuliya Shypytkova – nasce come movimento di opposizione all’epoca in cui Viktor Yanukovych era il governatore del Donbas.
Kiselev, in quegli anni studente universitario a Donetsk, ricorda come gli attivisti dell’associazione, che denunciavano pubblicamente la corruzione e l’illegalità dell’amministrazione regionale di Yanukovych, fossero oggetto di persecuzioni e pestaggi.
Alcuni di noi furono costretti a fuggire dall’Ucraina per via delle minacce quotidiane, altri come il sottoscritto furono espulsi dall’Università e non riuscirono mai a laurearsi”
Questa esperienza, ancorché drammatica – continua Kiselev – è stata un’ottima scuola per l’azione, un’esperienza utile messa poi a frutto nei giorni della Rivoluzione Arancione e di Euromaidan”.
Quando il 16 settembre 2000 con la scomparsa di Heorhyi Gondgadze, fondatore del quotidiano online Ukrayinska Pravda, che da qualche anno pubblica reportage e inchieste sugli intrecci politico-mafiosi degli oligarchi legati al presidente ucraino Leonid Kuchma, inizia il Kuchmagate, Euroleader è tra le associazioni attive nella campagna “Ucraina senza Kuchma”.

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L’iniziativa popolare promossa dal socialista Oleksandr Moroz, che sostiene il coinvolgimento dello stesso Kuchma nell’omicidio di Gongadze – le prove sarebbero contenute nelle 30 ore di registrazione effettuate di nascosto nell’ufficio del presidente da Mykola Melnychenko, l’ufficiale dei Servizi di Sicurezza responsabile delle intercettazioni –, segna l’inizio di un movimento di protesta in tutto il paese che invoca attraverso meeting, scioperi della fame e altri metodi di disobbedienza civile e pacifica le dimissioni del presidente.
Un movimento che tre anni più tardi, dopo i brogli elettorali nelle elezioni presidenziali, culminerà nelle manifestazioni di piazza della Rivoluzione Arancione e nel sostegno al candidato dell’opposizione Viktor Yushchenko.
Ma l’eroe del Maidan cui tanti ucraini avevano affidato le speranze di un effettivo cambiamento – dilaniato dalla rivalità con l’ex alleata Yuliya Tymoshenko, stretto in un perimetro costituzionale, voluto da Kuchma come conditio sine qua non per la ripetizione del voto contestato nel dicembre 2004, che limita fortemente i suoi poteri, circondato da consiglieri infidi – non riuscirà a imprimere il necessario cambio di marcia per rigenerare moralmente ed economicamente il Paese.
A distanza di dieci anni Kiselev e Drevitsky sono in grado di tracciare un bilancio di quella esperienza e di confrontarla con quella dei mesi scorsi di Euromaidan.
La Rivoluzione Arancione è stata una rivoluzione pacifica, una rivoluzione che ha cambiato il modo di pensare della gente. Fu organizzata dai politici dell’opposizione e lo scopo principale è stato il permettere nuove elezioni dopo i brogli elettorali di Yanukovych”.
Il mancato successo della Rivoluzione Arancione – a detta del Presidente e del vice presidente di Euroleader – è da attribuirsi principalmente alla gente ucraina.
La società civile credeva di aver scelto le persone giuste e che una volta eletto un nuovo Presidente fosse tutto finito. Invece occorreva controllare l’attività parlamentare, occorreva vigilare sull’operato del governo affinché il paese attuasse delle vere riforme”.

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Quello che si è visto nei mesi scorsi sul Maidan di Kyiv è stata al contrario una protesta organizzata dalla gente.
La gente è scesa in piazza non per scegliere un politico, ma per la propria dignità, per decidere il futuro del proprio Paese e per l’Europa.”
La più grande differenza con la Rivoluzione Arancione è che questa volta ci sono state tante perdite tra gli attivisti.
Sono morte tante persone, giovani e innocenti, che hanno sacrificato la propria vita per il futuro dell’Ucraina. Euromaidan è stata veramente una rivoluzione che è entrata nella storia, una rivoluzione che ha cambiato l’intero paese”.
Un paese che nelle zone orientali del Donbas deve fronteggiare ora una vera e propria guerra contro le milizie mercenarie di Mosca per tutelare la sua integrità territoriale e quella di migliaia di cittadini ucraini spesso usati come scudi umani dai terroristi delle autoproclamatesi Repubbliche Popolari di Luhansk e Donetsk.
In questa situazione di emergenza Euroleader, che nei mesi scorsi ha organizzato i primi Automaidan a Donetsk e partecipato alle manifestazioni di piazza a Kyiv con la Terza Sotnia, si sta impegnando in due direzioni.
Da un lato attraverso un network di ONG occidentali sta attuando un’opera di informazione e sensibilizzazione a livello internazionale per fare conoscere cosa stia realmente succedendo nel paese, d’altro si adopera quotidianamente per fornire assistenza materiale e psicologica alla popolazione civile del Donbas e aiuti all’esercito ucraino impegnati nelle operazioni antiterrorismo ATO.

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Purtroppo non abbiamo alcun tipo di supporto militare né dall’Unione Europea, né dagli Stati Uniti” spiegano i dirigenti di Euroleader.
Gli americani ci mandano del cibo per il nostro esercito e dell’equipaggiamento per la protezione del corpo dei soldati, tipo giubbotti antiproiettile
Kiselev e Drevitsky si augurano che la situazione possa presto cambiare anche alla luce di quello che è successo giovedì 17 luglio.
Dopo la tragedia del Boeing malese oramai tutto il mondo sa che la Russia sta facendo una guerra in Ucraina. Speriamo che questo induca la comunità internazionale a fornirci maggior supporto, perché questa non è solo una guerra contro l’Ucraina ma è una guerra contro l’Europa e il mondo Occidentale”.

Massimiliano Di Pasquale

Per contatti: Yuliya Shypytkova – Segretaria Internazionale di Euroleader
shypytkova.julia@gmail.com
euroleader@meta.ua

Ideologi del Cremlino #2 – Aleksandr Dugin

“I fascisti del futuro chiameranno sé stessi antifascisti”(Winston Churchill)

Chi è Aleksandr Dugin, il controverso personaggio dell’estrema destra russa che Anton Shekhovtsov, studioso dei movimenti neonazisti europei e lo storico Timothy Snydner considerano l’eminenza grigia del Cremlino e l’ispiratore delle politiche attuate da Putin negli ultimi anni?
Chiarire i contorni di questa complessa figura non è facile, ma necessario per comprendere come mai Dugin goda in Europa delle simpatie di quelle frange politiche dell’estrema destra e dell’estrema sinistra che considerano Euromaidan un complotto della CIA e accusano l’attuale governo ucraino e il presidente Petro Poroshenko, eletto democraticamente il 25 maggio scorso, di essere una giunta militare di fascisti.
Chiedersi chi sia Dugin e su quali idee si basi la teoria eurasiatica da lui propagandata potrebbe altresì rivelarsi utile per prevedere le future mosse della Russia sullo scacchiere geopolitico internazionale. E per capire se il progetto dell’unificazione di tutti i popoli di lingua russa in un unico impero, attraverso lo smembramento delle repubbliche ex-sovietiche, sia una minaccia reale per l’Europa o un mero esercizio di retorica neosovietica.
Figlio di un ufficiale dei servizi segreti e di una dottoressa, Aleksandr Gel’evič Dugin nasce a Mosca il 7 gennaio 1962.
Nel 1979 per volere del padre si iscrive all’Istituto Aeronautico di Mosca dove il secondo anno viene espulso per scarso rendimento scolastico. Decide quindi di dedicarsi agli studi di filosofia conseguendo secondo alcuni – le fonti sulla vicenda sono contrastanti – la laurea in questa disciplina nei primi anni ’80.

Aleksandr Dugin

Aleksandr Dugin

Certa invece è, a partire dal 1980, la sua appartenenza al movimento neonazista Ordine Nero SS fondato e capitanato da Yevgeny Golovin (noto come Reichsführer).
Otto anni più tardi assieme all’amico Geydar Dzhemal, in seguito fondatore ad Astrakhan del Partito del Rinascimento Islamico (Islamskaia Partiia Vozrozhdeniia), Dugin si unisce al gruppo nazionalista anti-occidentale Pamjat di Dmitry Vasilyev. Una militanza questa destinata a esaurirsi ben presto. Di lì a poco infatti Dugin verrà espulso dall’organizzazione ufficialmente “per avere contatti con rappresentanti di circoli di immigrati dissidenti di credenze occultiste e sataniste in particolare con lo scrittore Yuri Mamleyev”.
Al di là della pretestuosità o meno delle accuse di satanismo e occultismo che decretano l’espulsione di Dugin da Pamjat, è interessante notare come in tempi recenti la sua figura sia diventata un’icona di riferimento per la scena black metal nazionalsocialista russa come sottolineano Davide Maspero e Max Ribaric nel loro saggio, Come Lupi per le pecore. Storia e ideologia del black metal nazionalsocialista dedicato ai rapporti tra musica metal, occultismo, satanismo e neonazismo.
Dal 1990 al 1992, Dugin cura una serie di articoli e di pubblicazioni frutto dello studio di alcuni archivi del KGB resisi disponibili in epoca gorbacioviana.
La perestrojka e il crollo dell’URSS lo portano però a mutare radicalmente il suo giudizio sul comunismo sovietico, tant’è che nel 1993 collabora con Gennadij Zjuganov alla scrittura del programma politico del nuovo Partito Comunista della Federazione Russa.
In seguito, in un’intervista rilasciata nel 2011 ad Andrea Fais e Federico Della Sala del sito stampa libera.com, prenderà le distanze da Zjuganov dichiarando il fallimento completo di quell’esperienza ma continuerà a esaltare il ruolo positivo di Stalin per le nuove generazioni russe.
Stalin è diventato oggi un mito popolare russo. Lui è stato un grande leader di un grande paese. Confrontandolo alla Russia di oggi con i suoi leader miserabili, Stalin è un titano. Il suo culto cresce insieme alla lotta degli gnomi russofobici liberali contro di lui ed insieme all’odio dell’Occidente.
Ma torniamo al 1993. Dopo la collaborazione con gli stalinisti di Zjuganov, Dugin fonda assieme allo scrittore Eduard Limonov il Partito Nazional-Bolscevico (NBP).
Obiettivo dichiarato di questo movimento politico è salvare una parte dell’eredità bolscevica ossia quella nazionalista russa coniugandola con il pensiero della Nuova Destra. Per sottolineare questa duplicità ideologica e creare visibilità mediatica l’NBP adotta come proprio emblema la falce e il martello all’interno di un cerchio bianco su sfondo rosso unendo il simbolo del comunismo al vessillo del Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori (NSDAP) e della Germania nazista.
Come ha sottolineato Timothy Snyder, Dugin anziché abiurare Nazismo e Stalinismo, le due ideologie totalitarie che hanno devastato il Novecento causando milioni di morti, le rimodella e le pone a fondamento della sua nuova teoria politica.
Nel libro Fondamenti di Geopolitica, sorta di manifesto programmatico del pensiero eurasiatico pubblicato nel 1997, Dugin arriva a sposare le idee di Carl Schmitt, ideologo del Terzo Reich.
Nel suo pantheon di riferimento, un pot-pourri contraddittorio e delirante, Guy Debord, Jean Baudrillard e Stalin si trovano a fianco di Hitler, Evola e Mussolini.
Nello stesso anno, in un articolo destinato a creare scandalo, intitolato Fascismo, senza frontiere e rosso, Dugin proclama l’arrivo in Russia di “un fascismo genuino, vero, radicalmente rivoluzionario e coerente” e tesse le lodi delle Waffen-SS definendo il reparto scientifico dell’organizzazione “un’oasi intellettuale all’interno del regime nazional-socialista“.
Un anno più tardi, siamo nel 1998, Dugin abbandona il Partito Nazional-bolscevico per divergenze ormai insanabili con Limonov accusandolo “d’aver depravato il nazional-bolscevismo, vendendo sé stesso ed il partito ai nemici della Russia”. Ossia agli Stati Uniti e all’Europa Occidentale, autentica ossessione di Aleksandr Gel’evič.

Aleksandr Dugin

Aleksandr Dugin

Con l’arrivo al potere di Vladimir Putin, ex uomo del KGB, nostalgico dell’URSS, i tempi sembrano ormai maturi per passare dal ruolo di oppositore a quello di consigliere del nuovo zar.
Cosa che avverrà puntualmente negli anni a venire quando Dugin affinata ulteriormente la sua dottrina euroasiatica – arriverà ad accusare lo zar Pietro il Grande di aver corrotto la Grande Russia cercando di europeizzarla e a lodare Ivan il Terribile per aver introdotto tra il 1565 e il 1572 una politica interna basata su repressioni di massa, esecuzioni pubbliche e polizia segreta – possiede il curriculum perfetto per candidarsi al ruolo di eminenza grigia del Cremlino.
Le idee di Dugin risultano infatti funzionali ai disegni neoimperiali di una Russia che, abiurate le timide riforme in senso democratico dell’epoca di Eltsin, vuole tornare a recitare il ruolo di superpotenza.
L’avvicinamento definitivo tra l’inquilino del Cremlino e l’ideologo euroasiatico avviene all’indomani della Rivoluzione Arancione in Ucraina del novembre 2004.
Quando nel 2005 Dugin annuncia la creazione di un “movimento giovanile anti-arancione” per contrastare la “peste arancione” in Russia – tale movimento chiamato Unione Giovanile Euroasiatica compirà atti di vandalismo e di violenza in territorio ucraino e verrà messa al bando dal governo di Kyiv – le cerchie del Cremlino iniziano a guardare con crescente interesse alle sue idee.
Tre anni più tardi, quando i carri armati russi invadono la Georgia di Mikheil Saakashvili, Dugin si complimenta con il Cremlino dichiarando che la Russia non dovrebbe “limitarsi a liberare l’Ossezia del Sud, ma dovrebbe andare avanti, facendo qualcosa di simile in Ucraina.”
Il resto, l’occupazione militare della Crimea e il terrorismo in Donbas, è cronaca recente.
Dugin plaude all’azione del Cremlino e considera la riconquista della Crimea e la nascita della sedicente Repubblica Popolare del Donbas due tasselli chiave di un puzzle più complesso che prevede la colonizzazione dell’Ucraina e la costituzione di una Nuova Unione Sovietica, chiamata Unione Eurasiatica che dovrebbe in futuro estendersi da Vladivostok a Lisbona. E che nasce in contrapposizione al mondo liberale e Occidentale rappresentato da UE e Stati Uniti.
L’eurasiatismo per l’Europa è l’europeismo. La Russia-Eurasia non ha bisogno di un’Europa eurasiatista, ma di un’Europa europeista, libera dalla dittatura americana, forte, indipendente e orientata verso i propri interessi geopolitici”.
Perché il pensiero eurasiatico che sposa l’antisemitismo di nazisti e stalinisti, l’omofobia della Chiesa Ortodossa Russa e l’odio verso il popolo ucraino – in un video apparso recentemente su You Tube Dugin incita il popolo russo a sterminare gli ucraini – trova consensi anche in certi ambienti della sinistra europea?
Perché il Cremlino che sponsorizza il terrorismo in Donbas viene ritenuto fonte attendibile quando definisce i cittadini ucraini che protestano sul Maidan dei nazisti?

Euromaidan

Euromaidan

Timothy Snyder sostiene che ciò sia il frutto di letture storiche faziose tornate in auge recentemente con l’acuirsi della grave crisi ucraina.
Il primo postulato è sintetizzabile più o meno così.
I russi hanno vinto la Seconda Guerra Mondiale perciò sono considerati affidabili nel riconoscere i nazisti.
Beh questo è un assunto profondamente sbagliato!
La Seconda Guerra Mondiale fu combattuta principalmente sul fronte orientale nei territori che appartenevano all’Ucraina e alla Bielorussia Sovietica, non alla Russia Sovietica. Solo il 5% del territorio russo fu occupato dai tedeschi, mentre l’intera Ucraina fu occupata dai nazisti. E a parte gli ebrei, che pagarono con il numero più elevato di morti, le maggiori vittime del Nazismo furono ucraini e bielorussi, non russi. Nel corso della Seconda Guerra Mondiale non esisteva un Esercito Russo, ma un Esercito Sovietico e i suoi soldati erano in maggioranza ucraini. La divisione che liberò Auschwitz fu chiamata non a caso il Primo Fronte Ucraino.
Il secondo assunto è che, avendo la Russia di Putin rivalutato la figura di Stalin, considerandolo un eroe nella guerra contro i nazisti, molti intellettuali di sinistra sono portati a identificare l’attuale regime russo come un regime antifascista a dispetto delle politiche messe in atto.
Anche questa è una lettura profondamente sbagliata!
La Seconda Guerra Mondiale non inizia come racconta la storiografia sovietica nel 1941, ma nel 1939 quando Stalin e Hitler erano alleati per spartirsi l’Europa. Finisce invece nel 1945 con l’URSS che espelle gli ebrei sopravvissuti attraverso la propria frontiera con la Polonia.
Più tardi quando si formò lo stato di Israele, Stalin incominciò ad associare gli ebrei sovietici con il mondo capitalista e iniziò una campagna di arresti, deportazione di massa e uccisioni nei confronti di medici, scrittori ed esponenti dell’intellighenzia ebraica.
Dopo la morte di Stalin il comunismo sovietico si connotò sempre più in senso etnico. Furono anni caratterizzati da politiche di russificazione e pulizia etnica verso gli ebrei e più in generale verso le altre etnie dissidenti come quella ucraina.

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Massimiliano Di Pasquale

Stepan Bandera tra mito nazionale e propaganda neosovietica

Tre anni fa, mentre stavo ultimando il mio saggio Ucraina terra di confine, ebbi una vivace discussione con un amico polonista, il quale con fare quasi censorio, mi intimò di non menzionare in alcun modo Stepan Bandera nel mio libro. “Se lo farai molti ti attaccheranno, non venderai una copia e avrai tutta l’intellighenzia di sinistra contro”.
Replicai con pacatezza all’amico che non avrebbe avuto alcun senso, vista la struttura del mio saggio, occuparsi di Carpazi e di Galizia senza parlare del leader nazionalista Stepan Bandera che gli ucraini dell’Ovest – specie gli abitanti delle oblast di Ivano Frankivsk, Lviv e Ternopil – considerano un eroe nazionale.
Osservai che parlare di Bandera non significava affatto farne l’apologia, semmai cercare di contestualizzare meglio questa figura rispetto al tempo in cui visse e allo scenario politico in cui si trovò ad operare – ossia quella di un’Ucraina stretta tra la morsa polacca e sovietica – e affrancarla dalla lettura fuorviante offerta dalla storiografia sovietica e russa.
Inoltre gli feci notare che il dibattito su Bandera era di grande attualità visto che il presidente Viktor Yushchenko nel febbraio 2010, qualche giorno prima di lasciare la Bankova al suo successore Viktor Yanukovych, aveva nominato Stepan Bandera eroe nazionale, suscitando ovviamente non poche polemiche dato che il leader dell’OUN (Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini) è ancora una figura che divide il Paese.

Francobollo ucraino con effige di Bandera

Francobollo ucraino con effige di Bandera

In occasione della consegna dell’onorificenza di “eroe nazionale”, il nipote del leader nazionalista, chiamato anche lui Stepan, propose al Partito delle Regioni di Yanukovych di condurre una campagna di informazione sulla figura di suo nonno per giungere a una memoria condivisa.
Il Partito delle Regioni non solo rifiutò, ma di lì a poco Yanukovych su ordine di Mosca cancellò l’onorificenza e diede inizio a una politica di russificazione e neo-sovietizzazione che portò alla riabilitazione di Stalin – a Zaporizhzhya il partito comunista locale, alleato di governo del Partito delle Regioni fece erigere nel dicembre 2010 una statua in onore del dittatore sovietico – e alla negazione del Holodomor, rubricato da “genocidio contro il popolo ucraino” a “grande tragedia che accomunò ucraini, russi ed altre popolazioni dell’ex-Unione Sovietica”.
Ancora oggi la figura di Bandera è usata strumentalmente dalla propaganda filorussa, orchestrata dal Cremlino, per demonizzare le regioni occidentali dell’Ucraina, la sua popolazione e per dipingere i patrioti ucraini che con il Maidan hanno espresso pacificamente la volontà di emanciparsi dal giogo moscovita, come dei banderovcy nazisti.

Stepan Bandera

Stepan Bandera

Bollato dalla storiografia sovietica e russofila come un fascista – nell’ex URSS il termine è usato quale sinonimo di nazista – Bandera è riverito nell’Ovest del paese come un eroe nazionale, tant’è che molte cittadine della Galizia e della Volinia gli hanno dedicato monumenti e vie.
Per comprendere la complessa figura del leader dell’OUN (Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini) nato il 1° gennaio del 1909 nel villaggio di Uhryniv Staryi, è necessario gettare uno sguardo alla situazione dell’Ucraina alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale. Mentre le regioni orientali sono dissanguate dallo stalinismo – la tragedia del Holodomor, la carestia artificiale del ’32-’33 uccise per fame diversi milioni di ucraini – la parte occidentale subisce una pressione ormai insostenibile da parte della Polonia. La storia, come ai tempi degli etmani Bohdan Khmelnytskyi e Ivan Mazepa, sembra ripetersi. Ancora una volta il sogno di un’Ucraina libera e indipendente deve fare i conti con l’imperialismo russo e polacco.
In seguito al patto Molotov-Ribbentrop, con il quale nazisti e sovietici decidono di spartirsi l’Europa in sfere d’influenza, l’URSS invade l’Ucraina occidentale e crea un regime ancora più oppressivo che in poco meno di due anni manda a morte mezzo milione di ucraini. In questo periodo Bandera cerca inizialmente di trattare con i tedeschi nella vana speranza di ottenere qualche libertà per il suo paese. Resosi conto che ciò è impossibile, l’OUN lancia una lotta sui due fronti: quello antinazista e quello antisovietico. Quando nel 1941 Bandera proclama nella liberata Leopoli lo Stato ucraino, viene imprigionato dai nazisti. I membri del governo provvisorio ucraino da lui istituito vengono arrestati, uccisi o spediti nei campi di concentramento. Prima dello scoppio della guerra tra sovietici e tedeschi del 1941, suo padre, il reverendo Andriy, è condannato a morte da un tribunale militare sovietico, e le sorelle Marta e Oxana vengono arrestate e imprigionate nei Gulag semplicemente per essersi rifiutate di fornire informazioni sul fratello e di cooperare con i sovietici. L’anno seguente Bandera è imprigionato nel campo di concentramento di Sachsenhausen, vicino a Berlino. Nei terribili anni tra il 1941 e il 1944 la famiglia del leader nazionalista è vittima delle violenze incrociate di nazisti e sovietici.
La fine della Seconda Guerra Mondiale non sancisce affatto la fine della lotta per l’indipendenza dell’Ucraina assegnata dopo il Patto di Yalta all’URSS. Nel 1946 Volodymyra, la sorella di Bandera, e suo marito, il reverendo Volodymyr Davydyuk, sono arrestati dalle autorità sovietiche e imprigionati in un Gulag; Stepan, che risiede a Monaco con la famiglia, è oggetto di una lunga serie di attentati. Sarà assassinato al sesto tentativo nel 1959 dall’agente del KGB Bohdan Stashynsky, che qualche anno più tardi confesserà di essere stato anche l’esecutore materiale dell’avvelenamento del leader nazionalista ucraino Lev Rebet.

Massimiliano Di Pasquale