Breve compendio storico sui rapporti tra il Patriarcato di Mosca e il Cremlino

Dal momento che negli ultimi giorni si è sviluppato un interessante dibattito sui rapporti tra la Chiesa Cattolica e il Patriarcato Ortodosso di Mosca in relazione alla guerra in Ucraina, ritengo utile offrire una breve prospettiva storica che possa aiutare a chiarire i legami tra il Patriarcato di Mosca e il Cremlino. Ognuno potrà giudicare in base alla propria sensibilità e al suo acume politico se la linea di credito offerta dall’attuale diplomazia vaticana al patriarca Kirill sia funzionale o meno alla risoluzione pacifica del conflitto ucraino. Il testo è un estratto del sesto capitolo di Ucraina Terra di Confine. Viaggi nell’Europa Sconosciuta, saggio da me pubblicato nel 2012 per l’editore Il Sirente. Buona lettura

Ucraina terra di Confine cover

È il 7 dicembre 1945 quando l’allora Patriarca Ortodosso di Mosca, Alessio I, informa il capo del comitato sovietico per gli affari religiosi Georgy Karpov che è stata presa un’iniziativa all’interno delle diocesi greco-cattoliche dell’Ucraina occidentale per sciogliere questa Chiesa e convertirla al credo ortodosso.
Più di 800 preti hanno già aderito a questo progetto e per la fine dell’anno l’intero clero, con l’eccezione di pochi duri a morire, avrà fatto lo stesso” scrive Alessio I.
Stalin, che durante la Seconda Guerra Mondiale aveva allentato la pressione sui credenti affinché il Patriarcato di Mosca fosse al suo fianco nella guerra contro l’invasore nazista, riprende la propria politica antireligiosa decidendo di liquidare la Chiesa greco-cattolica considerata alleata del Vaticano, ossia di una potenza nemica. Con la complicità di tre sacerdoti collaborazionisti – Gavrylo Kostelnik, Mikhailo Melnyk e Antoniy Pelvetskyi – qualche mese più tardi, proprio a Leopoli, viene convocato un “concilio” straordinario che annulla le decisioni del sinodo di Brest del 1596 che aveva sancito il legame con la Chiesa di Roma. Nonostante l’illegittimità del concilio, cui non partecipa alcun vescovo e solo un sesto dei 1270 preti, la Chiesa greco-cattolica, a partire da quel 10 marzo 1946, viene sciolta e fatta confluire forzosamente all’interno del patriarcato ortodosso. Nei tre anni successivi, tra il 1946 e il 1949, i vescovi uniati vengono arrestati e le loro mansioni sono assunte da emissari del Patriarcato di Mosca. I credenti, all’epoca circa 4 milioni, si dividono. Una parte minoritaria comincia a frequentare obtorto collo le chiese ortodosse, la maggioranza continuerà a professare la propria fede in clandestinità per oltre quarant’anni. I fedeli che non accettano le deliberazioni sono oggetto di vere e proprie persecuzioni.
Josyp Slipyi, il metropolita uniate cui alla fine della Seconda Guerra Mondiale era stato chiesto dalle autorità sovietiche di persuadere gli ucraini ad abbandonare la lotta per l’indipendenza, viene arrestato e rilasciato solo diciotto anni dopo nel 1963.
La sua biografia era da martirologio – ricorda ne L’URSS vista da vicino Giulio Andreotti, che ebbe modo di conoscerlo negli anni ’60, quando fondò a Roma un centro culturale e religioso nel quale si dovevano elaborare e stampare anche le pubblicazioni per l’evangelizzazione dell’Oriente vicino. “L’11 aprile 1945 fu arrestato assieme ad altri vescovi e alla loro cattività si aggiunse l’umiliazione umana di dover leggere un appello ai cattolici ucraini del patriarca di Mosca Alessio nel quale si insinuava che fossero stati i loro vescovi ad abbandonarli. A questa infamia reagì, con una immediata enciclica, anche Pio XII. Bastone e carota. A Slipyi fu offerta, purché si separasse da Roma, la chiesa metropolitana di Kyiv della Chiesa russa. Naturalmente rifiutò e gli furono comminati otto anni di prigione spostandolo – per timore che il suo eroico fascino conquistasse la gente – in diverse carceri; angariato ogni giorno e ogni notte da interrogatori e da raffinate ostilità”.
Morirà nel 1984 a 92 anni e non farà in tempo ad assistere alla visita di Mikhail Gorbachev in Vaticano dell’ottobre 1989. Lo storico incontro tra il leader della perestroika e Giovanni Paolo II sancirà di fatto la legalizzazione della chiesa greco-cattolica in Ucraina e la restituzione delle chiese usurpate dalle autorità locali alla comunità uniate. Nel marzo 1991 anche il cardinale Myroslav Lubachivsky, successore di Slipyi, potrà fare ritorno nella sua sede di Leopoli.
Qualche mese prima i futuri golpisti Baklanov e Varennikov, gli intellettuali nazionalisti Bondarev e Prochanov e Aleksey Ridiger, meglio noto come Alessio II, in una missiva a Gorbachev pubblicata dal quotidiano neostalinista “Sovetskaya Rossiya” avevano condannato glasnost e perestroika gorbacioviane riaffermando il ruolo imperiale di Mosca. A essere in pericolo, secondo costoro, era il più grande valore trasmesso dalla storia russa, vale a dire la patria, identificata con lo Stato, che andava difeso dalle attività di separatisti e sovversivi, anche attraverso l’introduzione del potere presidenziale diretto. Alessio II, che aveva gestito per vent’anni gli affari generali del patriarcato collaborando anche con il KGB, con quella lettera difendeva il ruolo dell’URSS e al contempo il dominio della sua Chiesa sull’Ucraina, dove si concentrava il maggior numero di parrocchie, riaffermando il divieto alla ricostruzione della Chiesa uniate che stava cominciando a riemergere.

KIRILL

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La visita non è semplicemente pastorale, è politica” ha affermato padre Ihor Yatsyv, segretario di Lubomyr Huzar, capo della Chiesa greco-cattolica ucraina, dopo il discorso pronunciato da Kirill in diretta televisiva il 28 luglio 2009 a Kyiv. “Considerando le affermazioni di Kirill rispetto all’indivisibilità di Ucraina e Russia, viene da chiedersi se il patriarca sa che oggi l’Ucraina è uno Stato indipendente”.
Dietro i timori degli uniati, cinquemila dei quali sono scesi in piazza nella capitale in segno di protesta, c’è il fondato sospetto che Kirill sia in Ucraina per promuovere, in continuità con il suo predecessore Alessio II, un’agenda politica dettata dal Cremlino.
Una tesi, questa, nient’affatto peregrina per chi conosce la storia russa degli ultimi quattro secoli. La maggioranza degli storici è concorde nel ritenere che agli inizi del ‘600 il vero regnante non fosse lo zar Michele I, primo monarca della dinastia Romanov, bensì il patriarca Filarete. Anche l’ex dissidente sovietico Aleksandr Solzhenitsyn, negli ultimi anni di vita strenuo difensore delle politiche di Putin, afferma nel saggio La Questione russa alla fine del secolo XX, pubblicato del 1994, come la costruzione di una grande Russia comprendente al suo interno Ucraina, Bielorussia e Kazakhstan passi necessariamente per un ruolo militante della Chiesa ortodossa.
Dopo la proclamazione di indipendenza dall’URSS nel ’91, la Chiesa Ortodossa Ucraina si è scissa in tre giurisdizioni – Patriarcato di Mosca, Patriarcato di Kyiv, Chiesa Ortodossa Autocefala. Il patriarcato di Kyiv, creato nel giugno 1992 dal metropolita Filaret e dai suoi sostenitori dopo la rimozione di quest’ultimo dalla guida della Chiesa Ucraina Ortodossa-Patriarcato di Mosca, fu supportato da membri del parlamento e da vari partiti di ispirazione patriottica. Mykola Porovskyi, deputato del Rukh, il partito che più aveva contribuito all’indipendenza del paese dal giogo sovietico, sosteneva l’opportunità che la giurisdizione della Chiesa Ortodossa Ucraina rimanesse all’interno dei confini del paese. Ciò era considerato funzionale anche al perseguimento di un’efficace politica di nation building, assolutamente necessaria in quegli anni. La Chiesa Autocefala, che nacque invece con il supporto delle Chiese Ortodosse della diaspora del Nord America, seppure in disputa con il Patriarcato di Mosca, si mosse in un contesto di strenua competizione per la rinascita dei greco-cattolici. Nel corso degli anni seguenti fu però l’ala russofila, quella legata al Patriarcato di Mosca, a dimostrarsi la meno sensibile al dialogo interreligioso.
La più grossa frattura nel mondo cristiano d’Ucraina si produce però nel 2004 in occasione dello scontro finale per la presidenza tra Viktor Yushchenko e Viktor Yanukovych. Mentre la Chiesa ortodossa del Patriarcato di Kyiv, la Chiesa autocefala, quella greco-cattolica e altre fedi si uniscono, con appelli di ordine morale e civico super partes, in una protesta solidale contro le ingerenze dirette della Russia intese a impedire che soffi anche sull’Ucraina il vento dell’Europa e della democrazia, la Chiesa ortodossa del Patriarcato di Mosca, per bocca di Andrei Kuraev, professore dell’Accademia teologica moscovita, si scaglia contro Viktor Yushchenko definendolo “l’Anticristo”.
La Kyiv arancione – scrive Oxana Pachlovska – non registrava solo la frattura tra civiltà cristiano-occidentale e civiltà cristiano-orientale, ma al suo interno rivelava anche una conflittualità crescente tra un’identità slavo-europea ed una slavo-asiatica. Questa conflittualità è puntualmente riemersa in occasione del Natale 2010, festeggiato secondo il calendario giuliano il 7 gennaio 2011, quando il presidente Yanukovych ha omesso dai saluti la comunità greco-cattolica. Gli uniati hanno immediatamente protestato e chiesto l’intervento del vice capo dell’amministrazione presidenziale, Hanna Herman, anch’ella seguace di questa Chiesa. Qualche giorno prima, il Consiglio dell’oblast di Leopoli, aveva approvato una risoluzione di condanna rispetto a un’altra amnesia del team presidenziale: l’omissione delle strofe “Spariranno i nostri nemici, come rugiada al sole/Regniamo, fratelli, sulla nostra terra” dall’inno nazionale fatto eseguire come da tradizione la notte di Capodanno sul Maidan Nezalezhnosti di Kyiv.

Massimiliano Di Pasquale

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Euroleader. Dai giorni di “Ucraina senza Kuchma” all’Euromaidan

Euroleader, fondata nel 1997 in Donbas, regione dell’Ucraina orientale dove oggi si combatte una guerra non dichiarata tra truppe mercenarie di Mosca (russi, kadirovcy, cetnici serbi, caucasici) e le forze filogovernative di Kyiv – non una guerra civile come ancora scrivono molti media italiani -, è una ONG attiva da quasi vent’anni nel promuovere i diritti civili in territorio ucraino.
L’organizzazione che collabora da tempo con lo Swedish International Liberal Center – racconta il vicepresidente Andrey Kiselev, raggiunto telefonicamente a Kyiv assieme al presidente Andrey Drevitsky e alla segretaria internazionale Yuliya Shypytkova – nasce come movimento di opposizione all’epoca in cui Viktor Yanukovych era il governatore del Donbas.
Kiselev, in quegli anni studente universitario a Donetsk, ricorda come gli attivisti dell’associazione, che denunciavano pubblicamente la corruzione e l’illegalità dell’amministrazione regionale di Yanukovych, fossero oggetto di persecuzioni e pestaggi.
Alcuni di noi furono costretti a fuggire dall’Ucraina per via delle minacce quotidiane, altri come il sottoscritto furono espulsi dall’Università e non riuscirono mai a laurearsi”
Questa esperienza, ancorché drammatica – continua Kiselev – è stata un’ottima scuola per l’azione, un’esperienza utile messa poi a frutto nei giorni della Rivoluzione Arancione e di Euromaidan”.
Quando il 16 settembre 2000 con la scomparsa di Heorhyi Gondgadze, fondatore del quotidiano online Ukrayinska Pravda, che da qualche anno pubblica reportage e inchieste sugli intrecci politico-mafiosi degli oligarchi legati al presidente ucraino Leonid Kuchma, inizia il Kuchmagate, Euroleader è tra le associazioni attive nella campagna “Ucraina senza Kuchma”.

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L’iniziativa popolare promossa dal socialista Oleksandr Moroz, che sostiene il coinvolgimento dello stesso Kuchma nell’omicidio di Gongadze – le prove sarebbero contenute nelle 30 ore di registrazione effettuate di nascosto nell’ufficio del presidente da Mykola Melnychenko, l’ufficiale dei Servizi di Sicurezza responsabile delle intercettazioni –, segna l’inizio di un movimento di protesta in tutto il paese che invoca attraverso meeting, scioperi della fame e altri metodi di disobbedienza civile e pacifica le dimissioni del presidente.
Un movimento che tre anni più tardi, dopo i brogli elettorali nelle elezioni presidenziali, culminerà nelle manifestazioni di piazza della Rivoluzione Arancione e nel sostegno al candidato dell’opposizione Viktor Yushchenko.
Ma l’eroe del Maidan cui tanti ucraini avevano affidato le speranze di un effettivo cambiamento – dilaniato dalla rivalità con l’ex alleata Yuliya Tymoshenko, stretto in un perimetro costituzionale, voluto da Kuchma come conditio sine qua non per la ripetizione del voto contestato nel dicembre 2004, che limita fortemente i suoi poteri, circondato da consiglieri infidi – non riuscirà a imprimere il necessario cambio di marcia per rigenerare moralmente ed economicamente il Paese.
A distanza di dieci anni Kiselev e Drevitsky sono in grado di tracciare un bilancio di quella esperienza e di confrontarla con quella dei mesi scorsi di Euromaidan.
La Rivoluzione Arancione è stata una rivoluzione pacifica, una rivoluzione che ha cambiato il modo di pensare della gente. Fu organizzata dai politici dell’opposizione e lo scopo principale è stato il permettere nuove elezioni dopo i brogli elettorali di Yanukovych”.
Il mancato successo della Rivoluzione Arancione – a detta del Presidente e del vice presidente di Euroleader – è da attribuirsi principalmente alla gente ucraina.
La società civile credeva di aver scelto le persone giuste e che una volta eletto un nuovo Presidente fosse tutto finito. Invece occorreva controllare l’attività parlamentare, occorreva vigilare sull’operato del governo affinché il paese attuasse delle vere riforme”.

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Quello che si è visto nei mesi scorsi sul Maidan di Kyiv è stata al contrario una protesta organizzata dalla gente.
La gente è scesa in piazza non per scegliere un politico, ma per la propria dignità, per decidere il futuro del proprio Paese e per l’Europa.”
La più grande differenza con la Rivoluzione Arancione è che questa volta ci sono state tante perdite tra gli attivisti.
Sono morte tante persone, giovani e innocenti, che hanno sacrificato la propria vita per il futuro dell’Ucraina. Euromaidan è stata veramente una rivoluzione che è entrata nella storia, una rivoluzione che ha cambiato l’intero paese”.
Un paese che nelle zone orientali del Donbas deve fronteggiare ora una vera e propria guerra contro le milizie mercenarie di Mosca per tutelare la sua integrità territoriale e quella di migliaia di cittadini ucraini spesso usati come scudi umani dai terroristi delle autoproclamatesi Repubbliche Popolari di Luhansk e Donetsk.
In questa situazione di emergenza Euroleader, che nei mesi scorsi ha organizzato i primi Automaidan a Donetsk e partecipato alle manifestazioni di piazza a Kyiv con la Terza Sotnia, si sta impegnando in due direzioni.
Da un lato attraverso un network di ONG occidentali sta attuando un’opera di informazione e sensibilizzazione a livello internazionale per fare conoscere cosa stia realmente succedendo nel paese, d’altro si adopera quotidianamente per fornire assistenza materiale e psicologica alla popolazione civile del Donbas e aiuti all’esercito ucraino impegnati nelle operazioni antiterrorismo ATO.

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Purtroppo non abbiamo alcun tipo di supporto militare né dall’Unione Europea, né dagli Stati Uniti” spiegano i dirigenti di Euroleader.
Gli americani ci mandano del cibo per il nostro esercito e dell’equipaggiamento per la protezione del corpo dei soldati, tipo giubbotti antiproiettile
Kiselev e Drevitsky si augurano che la situazione possa presto cambiare anche alla luce di quello che è successo giovedì 17 luglio.
Dopo la tragedia del Boeing malese oramai tutto il mondo sa che la Russia sta facendo una guerra in Ucraina. Speriamo che questo induca la comunità internazionale a fornirci maggior supporto, perché questa non è solo una guerra contro l’Ucraina ma è una guerra contro l’Europa e il mondo Occidentale”.

Massimiliano Di Pasquale

Per contatti: Yuliya Shypytkova – Segretaria Internazionale di Euroleader
shypytkova.julia@gmail.com
euroleader@meta.ua

K come Krivyi Rih

Solo una visione aerea potrebbe restituire l’imponenza di Kryvyi Rih, singolare quanto inquietante esperimento di ingegneria socio-industriale, figlio dell’industrializzazione forzata dell’epoca staliniana.
Lunghissimo budello urbano che allinea da nord a sud, per più di cento chilometri, attraverso sette raion (distretti) – Ternovsky, Zhovtnevy, Saksahansky, Tsentralnohorosky, Dolhintsevsky, Dzerzhynsky, Inhuletsky – miniere di ferro, altiforni, blocchi residenziali, simili ad alveari, e statue di Lenin, Kryvyi Rih è ancora oggi l’emblema della città industriale sovietica.
Il ‘sogno tecnologico bolscevico’ fece infatti di questo ex insediamento cosacco, sorto nel 17° secolo all’incrocio dei fiumi Saksahan e Inhulets, nell’oblast di Dnipropetrovsk, uno dei poli metallurgici integrati più importanti al mondo. Il più grande in Unione Sovietica per la realizzazione di barre d’acciaio rinforzate e di vergelle di metallo.
Treni merci carichi di ferro e acciaio che sbucano da ferrovie sopraelevate, vecchie miniere abbandonate che sembrano location di film horror, strade ricoperte di rossiccia polvere ferrosa, arterie lungo le quali corrono velocissimi tramvai simili a metropolitane, uno skyline dominato da altiforni e ciminiere. Basta allontanarsi un attimo dalle aree residenziali per scorgere il volto lugubre di Kryvyi Rih, polo siderurgico con tutto il contorno di problemi legati al degrado ambientale e sociale. Dall’inquinamento, dovuto alla dispersione dei minerali, alla piaga dell’alcolismo che colpisce chi perde il lavoro in fabbrica.

Krivyi Rih - Kryvorizhstal© Massimiliano Di Pasquale (All rights reserved)

Krivyi Rih – Kryvorizhstal© Massimiliano Di Pasquale (All rights reserved)

Anche oggi il motore attorno a cui ruota l’economia della città e dell’intero bacino di Kryvyi Rih – con una produzione di 6 milioni di tonnellate annue di laminati, 7 milioni di tonnellate di acciaio, 7,8 milioni di ghisa – è l’ex Kryvorizhstal, dal 2007, dopo la fusione tra il gruppo indiano Mittal Steel e la Arcelor, ArcelorMittal Kryvyi Rih.
Prima di questa fusione, la più grande acciaieria ucraina aveva interessato le cronache internazionali per la ri-privatizzazione voluta nel 2005 dall’ex presidente Viktor Yushchenko.
A fronte di un valore stabilito dagli esperti di almeno 1,5 miliardi di dollari, la Kryvorizhstal era stata infatti ceduta nel giugno 2004 a un consorzio denominato “Unione investimenti-metallurgia” formato da due oligarchi, Rinat Akhmetov e Viktor Pinchuk, vicini all’allora presidente Kuchma, per appena 700 milioni di dollari. L’acquisto fu in seguito dichiarato nullo da due differenti corti giudiziarie per palese incongruità del prezzo pagato rispetto al valore reale. E l’impresa, dopo un’asta internazionale, passò nell’ottobre del 2005 al gruppo Mittal per 24 miliardi di hryvni, pari a 4,8 miliardi di dollari, sei volte il prezzo spuntato dal tandem Akhmetov-Pinchuk.
Fu uno dei pochi successi, in ambito economico, dell’epoca arancione.

Massimiliano Di Pasquale

Stepan Bandera tra mito nazionale e propaganda neosovietica

Tre anni fa, mentre stavo ultimando il mio saggio Ucraina terra di confine, ebbi una vivace discussione con un amico polonista, il quale con fare quasi censorio, mi intimò di non menzionare in alcun modo Stepan Bandera nel mio libro. “Se lo farai molti ti attaccheranno, non venderai una copia e avrai tutta l’intellighenzia di sinistra contro”.
Replicai con pacatezza all’amico che non avrebbe avuto alcun senso, vista la struttura del mio saggio, occuparsi di Carpazi e di Galizia senza parlare del leader nazionalista Stepan Bandera che gli ucraini dell’Ovest – specie gli abitanti delle oblast di Ivano Frankivsk, Lviv e Ternopil – considerano un eroe nazionale.
Osservai che parlare di Bandera non significava affatto farne l’apologia, semmai cercare di contestualizzare meglio questa figura rispetto al tempo in cui visse e allo scenario politico in cui si trovò ad operare – ossia quella di un’Ucraina stretta tra la morsa polacca e sovietica – e affrancarla dalla lettura fuorviante offerta dalla storiografia sovietica e russa.
Inoltre gli feci notare che il dibattito su Bandera era di grande attualità visto che il presidente Viktor Yushchenko nel febbraio 2010, qualche giorno prima di lasciare la Bankova al suo successore Viktor Yanukovych, aveva nominato Stepan Bandera eroe nazionale, suscitando ovviamente non poche polemiche dato che il leader dell’OUN (Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini) è ancora una figura che divide il Paese.

Francobollo ucraino con effige di Bandera

Francobollo ucraino con effige di Bandera

In occasione della consegna dell’onorificenza di “eroe nazionale”, il nipote del leader nazionalista, chiamato anche lui Stepan, propose al Partito delle Regioni di Yanukovych di condurre una campagna di informazione sulla figura di suo nonno per giungere a una memoria condivisa.
Il Partito delle Regioni non solo rifiutò, ma di lì a poco Yanukovych su ordine di Mosca cancellò l’onorificenza e diede inizio a una politica di russificazione e neo-sovietizzazione che portò alla riabilitazione di Stalin – a Zaporizhzhya il partito comunista locale, alleato di governo del Partito delle Regioni fece erigere nel dicembre 2010 una statua in onore del dittatore sovietico – e alla negazione del Holodomor, rubricato da “genocidio contro il popolo ucraino” a “grande tragedia che accomunò ucraini, russi ed altre popolazioni dell’ex-Unione Sovietica”.
Ancora oggi la figura di Bandera è usata strumentalmente dalla propaganda filorussa, orchestrata dal Cremlino, per demonizzare le regioni occidentali dell’Ucraina, la sua popolazione e per dipingere i patrioti ucraini che con il Maidan hanno espresso pacificamente la volontà di emanciparsi dal giogo moscovita, come dei banderovcy nazisti.

Stepan Bandera

Stepan Bandera

Bollato dalla storiografia sovietica e russofila come un fascista – nell’ex URSS il termine è usato quale sinonimo di nazista – Bandera è riverito nell’Ovest del paese come un eroe nazionale, tant’è che molte cittadine della Galizia e della Volinia gli hanno dedicato monumenti e vie.
Per comprendere la complessa figura del leader dell’OUN (Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini) nato il 1° gennaio del 1909 nel villaggio di Uhryniv Staryi, è necessario gettare uno sguardo alla situazione dell’Ucraina alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale. Mentre le regioni orientali sono dissanguate dallo stalinismo – la tragedia del Holodomor, la carestia artificiale del ’32-’33 uccise per fame diversi milioni di ucraini – la parte occidentale subisce una pressione ormai insostenibile da parte della Polonia. La storia, come ai tempi degli etmani Bohdan Khmelnytskyi e Ivan Mazepa, sembra ripetersi. Ancora una volta il sogno di un’Ucraina libera e indipendente deve fare i conti con l’imperialismo russo e polacco.
In seguito al patto Molotov-Ribbentrop, con il quale nazisti e sovietici decidono di spartirsi l’Europa in sfere d’influenza, l’URSS invade l’Ucraina occidentale e crea un regime ancora più oppressivo che in poco meno di due anni manda a morte mezzo milione di ucraini. In questo periodo Bandera cerca inizialmente di trattare con i tedeschi nella vana speranza di ottenere qualche libertà per il suo paese. Resosi conto che ciò è impossibile, l’OUN lancia una lotta sui due fronti: quello antinazista e quello antisovietico. Quando nel 1941 Bandera proclama nella liberata Leopoli lo Stato ucraino, viene imprigionato dai nazisti. I membri del governo provvisorio ucraino da lui istituito vengono arrestati, uccisi o spediti nei campi di concentramento. Prima dello scoppio della guerra tra sovietici e tedeschi del 1941, suo padre, il reverendo Andriy, è condannato a morte da un tribunale militare sovietico, e le sorelle Marta e Oxana vengono arrestate e imprigionate nei Gulag semplicemente per essersi rifiutate di fornire informazioni sul fratello e di cooperare con i sovietici. L’anno seguente Bandera è imprigionato nel campo di concentramento di Sachsenhausen, vicino a Berlino. Nei terribili anni tra il 1941 e il 1944 la famiglia del leader nazionalista è vittima delle violenze incrociate di nazisti e sovietici.
La fine della Seconda Guerra Mondiale non sancisce affatto la fine della lotta per l’indipendenza dell’Ucraina assegnata dopo il Patto di Yalta all’URSS. Nel 1946 Volodymyra, la sorella di Bandera, e suo marito, il reverendo Volodymyr Davydyuk, sono arrestati dalle autorità sovietiche e imprigionati in un Gulag; Stepan, che risiede a Monaco con la famiglia, è oggetto di una lunga serie di attentati. Sarà assassinato al sesto tentativo nel 1959 dall’agente del KGB Bohdan Stashynsky, che qualche anno più tardi confesserà di essere stato anche l’esecutore materiale dell’avvelenamento del leader nazionalista ucraino Lev Rebet.

Massimiliano Di Pasquale

La verruca sul naso di Putin*

È stato l’economista russo Andrei Illarionov, ex consigliere di Putin caduto in disgrazia per aver criticato la guerra del gas voluta dal Cremlino nel 2006 contro l’Ucraina arancione di Viktor Yushchenko, ad anticipare più di un mese fa alla tivù Hromadske TV lo scenario cui si sta assistendo in questi giorni in Crimea.
Se il presidente Yanukovych non riuscirà a fermare con la forza la protesta di piazza – aveva dichiarato Illarionov – allora interverranno direttamente i russi con i carri armati.
Lo schema sarà quello già visto in Georgia nel 2008.
Milizie russe cercheranno di provocare un incidente ad hoc contro un cittadino di passaporto russo, incolperanno dell’accaduto l’esercito ucraino e poi, con la scusa di proteggere la popolazione russa della Crimea, invaderanno la penisola ucraina.

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In Ossezia del Sud nell’agosto del 2008 l’allora presidente Mikheil Saakashvili, ordinando al suo esercito di intervenire per porre fine ai bombardamenti di villaggi georgiani da parte delle forze separatiste ossete, che duravano ormai da giorni, offrì infatti il pretesto ai carri armati russi per invadere la Georgia.
A meno di una settimana dalla destituzione di Yanukovych del 22 febbraio e dalla nascita di un esecutivo ad interim presieduto dal Premier Arseniy Yatsenyuk e dal Presidente Oleksander Turchinov, il presidente russo Putin ha inviato il primo contingente militare in Crimea, penisola che dal 1954 fa parte dell’Ucraina, violando la sovranità territoriale del Paese.
Motivazione ufficiale, di quella che Kiev ha definito una grave provocazione e il preludio a un possibile conflitto armato tra Russia e Ucraina, “stabilizzare la situazione in Crimea e utilizzare tutte le possibilità disponibili per proteggere la popolazione russa della Crimea da illegalità e violenza”.
L’attività diplomatica internazionale – in particolare la dura reazione del presidente statunitense Obama che ha deliberato sanzioni economiche nei confronti di Mosca, il boicottaggio del G8 di Sochi e l’interruzione di tutti i legami militari con il Cremlino incluse le esercitazioni e le riunioni bilaterali – ha scongiurato per ora lo scoppio di una guerra.
Ciononostante a Simferopoli, il parlamento della Repubblica Autonoma Crimea, di concerto con le autorità russe, senza interpellare la Rada di Kiev, ha già indetto per il 16 marzo un referendum per chiedere la secessione dall’Ucraina e l’annessione alla Federazione Russa. A nulla sono valse le scomuniche espresse venerdì 7 marzo dal Consiglio straordinario dei 28 capi di stato e di Governo della Ue e dagli Stati Uniti che hanno definito illegittima la consultazione.
La crisi di questi giorni tra i due paesi, la più grave nell’area post sovietica dal crollo dell’URSS, nasce dal successo di Euromaidan, la rivolta popolare che ha sconfitto il regime di Yanukovych che nelle ultime settimane aveva assunto un volto sanguinario con l’uccisione di un centinaio di manifestanti.
Le dimostrazioni di Piazza dei mesi scorsi, che pur avendo come epicentro Kiev, hanno interessato tutta l’Ucraina, da Ovest a Est, da Nord a Sud, testimoniano la volontà degli ucraini di lasciarsi alle spalle l’epoca post-sovietica e di aprire una nuova fase, quella della rigenerazione morale.
Questo ambizioso tentativo deve fare i conti al momento sia con la volontà di Mosca di ostacolare in ogni modo un progetto che, se vittorioso, porrebbe la parola fine sull’Unione Euroasiatica e fornirebbe linfa vitale anche all’opposizione democratica russa sia con difficoltà interne legate alla gravissima situazione economica del Paese a un passo dal default.
Affinché l’Ucraina possa vincere questa sfida occorre che Europa, Canada e Stati Uniti la sostengano finanziariamente con un piano mirato di prestiti e investimenti e che la Comunità Internazionale, in questa delicatissima fase, garantisca con ogni mezzo la sua integralità territoriale ottemperando al memorandum di Budapest.
Con quell’accordo, firmato il 5 dicembre 1994 nella capitale ungherese, l’Ucraina cedeva il suo arsenale nucleare in cambio della garanzia della tutela della sua sovranità e sicurezza da parte di Gran Bretagna, Russia e Stati Uniti.
Se il Cremlino riuscisse infatti a creare un’enclave separatista in Crimea, ciò potrebbe innescare pericolosi effetti domino nell’Est del Paese con gravi pericoli di balcanizzazione.
E quella che è stata finora la rivoluzione di un popolo contro un regime corrotto potrebbe trasformarsi in una vera e propria guerra civile se l’opera di destabilizzazione della Russia, attraverso provocazioni militari e disinformazione mediatica, avesse successo.
Nel periodo della Presidenza Putin il giro di vite sulla stampa indipendente ha favorito il progressivo ritorno a metodi di propaganda neo-sovietica in linea con una lunga tradizione di manipolazioni e distorsioni della realtà.
Non è un caso che da qualche giorno, proprio nella Crimea occupata, le reti televisive ucraine Canale 5 e 1+1 siano state oscurate, sostituite da canali russi.
La macchina ben oliata della disinformacija ha favorito la diffusione di notizie false come quella che dipinge i manifestanti del Maidan come fascisti e antisemiti o quella secondo cui il nuovo governo ad interim avrebbe negato agli ucraini il diritto di parlare russo.
Un gruppo di alunni e studenti della Mohyla School of Journalism di Kiev, desiderosi di fare conoscere la realtà dei fatti hanno creato un sito , http://www.stopfake.org che confuta molte delle notizie apparse in questi giorni sui media russi.
Si è scoperto per esempio che una tv ha intervistato nelle ultime settimane la stessa donna che ha interpretato ogni volta ruoli diversi – abitante di Kiev, madre di un soldato, abitante di Kharkiv, manifestante anti-maidan e residente di Odessa – recitando peraltro lo stesso copione.
“L’Ucraina è in mano a estremisti e fascisti. Chiediamo aiuto ai fratelli russi perché ci vengano a liberare”.
La rozzezza di certe manipolazioni farebbe finanche sorridere se non fosse che la situazione in Crimea, che rischia di estendersi a tutto il paese, è davvero drammatica.
La verruca sul naso della Russia – così Potemkin chiamava la Crimea – è tornata a fare male. Auguriamoci non sia il preludio a una Nuova Guerra Fredda che soffochi nel sangue le aspirazioni di libertà, pace e democrazia del popolo ucraino.

Massimiliano Di Pasquale

*Analisi pubblicata sabato 8 marzo 2014 su The Post Internazionale
http://www.thepostinternazionale.it/mondo/ucraina/la-verruca-sul-naso-di-putin